compagno che egli scelto avea a seguirlo) non ebbe appena l’assassinato
Duca esalato l’ultimo sospiro che mossero, seguìti da altri meno
distinti congiurati e da una turba di gente che già dalla chiesa
vicina si era intorno ad essi adunata e li secondava, l’odio contro
lo Squarcia essendo generale; mossero, dico, per far cadere su questo
infame capo il peso della pubblica vendetta. Lo cercarono pertanto in
tutti i tenebrosi asili ove egli e l’empio suo signore tante vittime
aveano fatto gemere e spirare, e trovatolo, lo colpirono della più
giusta delle punizioni.
Ucciso lo Squarcia, di ciò non appagossi la moltitudine; il suo corpo
venne trascinato fuori del carcere, ove rifugiato si era; fu fatto in
pezzi; confitto su delle aste; in trionfo portato per la città, fra
urla ed imprecazioni orribili che egli aveva meritato. In questo mezzo
il Pusterla, spezzati i ceppi di Arrigo coll’aiuto di Azzo, a quello
rivolto così gli disse: — Ora noi siamo amici. Tutto vi dirà Azzo; ma
voi non avete a rimanere nella città: voi sapete che nel mio Castello
vi aspetta una persona a cui doveste prima la libertà, ed ora la
vita. Ma io pure a voi sono di molto debitore. Prendete questa spada e
seguitemi.
Così dicendo il Pusterla presentava ad Arrigo una spada; e brandendo
la propria, tinta del scellerato sangue del Duca e dell’infame suo
canattiere, precedendo Azzo e l’amico di lui, che del pari teneano
in pugno il ferro; nè parlavano, fatti muti dalla solennità degli
avvenimenti, attraversando il nefando cortile la cui terra tante volte
era stata bagnata di umano sangue con cui spegneasi la sete de’ mastini
feroci allevati dal tiranno, e passato un lungo[2] andito giunse alla
prima corte del palazzo ducale del Broletto Vecchio.
Quivi era stato fatto portare dal Mantegazza il cadavere di Giovanni
Maria, che egli sottrar volea agli inutili insulti della moltitudine;
posciachè il Mantegazza, prima di partire a capo delle guardie ducali
per la città a fine di mantenervi un certo ordine finchè non giungesse
Estore Visconti, avea disposto varie sentinelle in custodia del Palazzo
dell’Arrengo. Giaceva l’esanime corpo del giovine Duca sotto di un
portico, da tutti abbandonato, giacchè la moltitudine forsennata non
tanto odiava lui quanto lo Squarcia, di cui siccome un branco di lupi
famelici andava seguendo gli straziati avanzi per farne sua preda.
Due o tre guardie ancora aveano avuto ordine di vegliare su di esso.
Giaceva io dico quell’esanimato cadavere sul suolo che tutto lordo
intorno si mostrava del suo sangue, le sue vesti sontuose erano di
fango bruttate e di negro sangue, le sue bionde chiome inanellate
sparse vedevansi e pure di sangue agrappate. Ma il volto, il volto di
quell’infelice che il premio avea toccato delle sue iniquità, questo
pietosamente era stato sottratto agli sguardi di chi compiangere non
lo potea. La tua pietosa mano, o Caterina, tu che tanto amavi quel
tiranno, sebbene l’autore della tua degradazione, la tua mano pietosa
avea reso all’indegno l’ultimo uffizio pio, che la virtù stessa doveva
rispettare; e tu con mortale angoscia su quelle fattezze sformate dalle
convulsioni dell’agonia avevi sparso, giovine sventurata, un canestro
di rose, prima di correre a ritirarti nella tua solinga stanza a
versare colpevoli lagrime sul destino di quello scellerato.
Un istante contemplò Giovanni Pusterla il cadavere del Duca; e non
senza orrore vide quella gelida spoglia Arrigo, che in lui mirava il
compagno della sua gioventù; e correvagli alla mente qual deplorabil
fine egli si procacciasse con tanti delitti. Ma il Pusterla passò ben
tosto oltre, e precedendo il Bianchi ed Azzo, li condusse alle stalle
del Palazzo ove stavano pronti due palafreni.
— Andate, — diss’egli, — andate tosto a Parravicino, e recate a mia
figlia la novella dell’esito di questa nostra impresa; ella tutto
ignora; e non è bene gliene pervenga il grido prima che io di tutto
non l’abbia pel giusto informata. Io debbo fermarmi ancora nella città
finchè le cose non vi sieno ordinate. L’opera vostra qui più non è
necessaria. — Stese la mano ai due amichevolmente, e partì.
Azzo ed Arrigo si prepararono ad uscire dalla città. Trascorrendo le
contrade essi ebbero campo ad accorgersi come il popolo fosse ben
lontano dall’essere commosso per la morte del Duca, il quale omai
era divenuto per esso cagione di mali inesprimibili. Avviatisi per
uscire per la Porta Comasina (poichè la Porta Nuova abitata dai Guelfi
esser poteva quella ove si impugnassero le armi contro i congiurati
Ghibellini), videro che la porta era stata occupata già da molte
genti che portavano la divisa di Estore Visconti ovvero di Gian Carlo.
Proseguendo di poi il loro cammino fuori della città, si incontrarono
con altre schiere condotte da Estore, che in compagnia di Giovanni
Carlo Visconti veniva alla volta di Milano, ove doveano succedere al
principe estinto. Avea Arrigo fatto forse cinquanta passi dopo che
tutta la schiera di Estore era passata, quando un cavallo di gran
galoppo portò ad essi un cavaliere che veniva a raggiungerli. Rivoltisi
a vedere chi fosse, entrambi subito riconobbero Antonio Carcano.
— Antonio Carcano! — sclamò Arrigo
— Sì, e ben con piacere io vi riveggo, laddove sì forte ragione avea a
temere che voi foste morto nelle branche del Duca. Ma ora dove andate?
Senz’altro al vostro Castello: ebbene io vi voglio colà accompagnare.
— Voi siete il padrone di farlo, — disse Arrigo; ed io anche vi darò
un premio per la amicizia dimostratami in occasione della resa del
Castello di Erba. Ma saldata questa partita noi più non ci rivedremo.
— Mò che dite? perchè ciò? — disse un po’ confuso Antonio Carcano,
senza però molto tramutarsi in viso. — Voi parlate da burla.
— No, Carcano. Lo dico perchè vi ho conosciuto. Voi avete dello
spirito, voi siete un allegro compagno, voi divertite chi con voi
si trattiene; ma siete nel tempo stesso un vile, di guasto cuore,
adulatore. Ora di queste persone, conosciute che io le abbia, non sarà
mai ingombra la mia casa.
— Quand’è così potete seguire solo con Azzo il vostro viaggio. Io
non ho bisogno della vostra protezione. Il signor Estore mi promise
mantenermi allegramente alla sua Corte.
— Va, che quivi servirai di buffone; e come l’aspide insensibilmente
avvelenerai l’animo di colui che disgraziatamente ti ha preso a
riscaldare nel suo seno!
Ma queste parole furono a pura perdita di fiato, perocchè il Carcano di
già avea raggiunto la schiera del bastardo di Bernabò.
Passando innanzi, Arrigo trattennesi con Azzo, che gli spiegò,
parte per parte, la gran tela degli avvenimenti di cui il fine avea
avuto luogo sotto gli occhi suoi, ed il modo con che il Pusterla
era pervenuto a diventare l’amico suo; e poichè fu terminata quella
narrazione i due amici camminarono buona pezza in silenzio. In silenzio
però non istava il cuore di Arrigo.
Egli pensava come contro di ogni sua aspettazione, egli stava per
rivedere colei per cui sola cara gli sarebbe stata la vita, e dalla
quale sola omai la riconosceva! Pensava egli quindi all’ultima volta
che davvicino le era stato, quando cioè da essa era stato liberato
dalla sua prigione! — Quante volte mi tornò presente allo spirito, —
egli dicea, — quel momento in cui recandosi ella stessa nel carcere
mio me lo schiudeva! Eppure a me era allora più dolce il carcere che la
libertà; ed il mio cuore lagnavasi di depor quelle catene che io sapeva
portare a lei dappresso! Ma ora bene altrimenti a lei io tornerò! ora
bandito è ogni dubbio penoso, ella mi ama e l’amor suo a me diede prove
che maggiori amante sperare non poteva! Sì, il tenero suo cuore per me
palpita; i suoi pensieri a me si volgono; ed anche allora che sulla
porta del suo Castello tu mi ingiungevi, nell’accomiatarmi, che a te
io più non pensassi ed io ti stringeva la destra, tu non pensavi tener
quel patto che io pure giurava di non concederti! Felice infrazione
che se addusse avvenimenti in cui pericolò la mia vita, alla fine al
possesso mi pose della tua mano!
Tra questi pensieri giunsero al villaggio di Parravicino che il sole
già volgeva al tramonto. Ma Arrigo non volle recare egli stesso
alla amante la novella delle cose che aveano accompagnata la sua
liberazione. Egli temette, or che sapeva quale angoscia la avesse
per amor suo tormentata, che troppo viva riuscir le dovesse della sua
inaspettata apparizione la sensazione, mentre una debole speranza solo
nutrir poteva di vederlo salvo. Egli disse fra sè: — Oh quanto mi pesa
protrarre il momento di stringere di nuovo la tua destra! Ma poichè è
necessario pel tuo meglio, si affronti anche la noia di una dilazione
di alcune ore, che lunghissimi anni mi sembreranno! — Azzo pertanto si
incaricò dell’imbasciata, ed Arrigo, per non allontanarsi di più dalla
sua ben amata, andò a passare la notte nell’osteria di Parravicino, ove
ebbe un poco di distrazione in mirare la buona armonia, e le grossolane
carezze che rendeano beata la recente coppia di Carlotto colla nipote
del bravo Giorgio Tanaglia. L’oste, che gli fece le più rispettose
accoglienze, interrogato da lui, gli diede anche particolari notizie
su la profonda mestizia in cui viveva la figlia del Pusterla; la quale,
se viveva, soggiunse egli, era solo ad attribuirsi ai conforti del buon
frate Paolo, che era come un Dio di consolazione in que’ paesi.
Ricorse allora alla mente di Arrigo quanti mali avrebbe evitati
seguendo i consigli di lui: vedendo però il lieto fine a cui erano
riuscite le sue moltiplici sventure, benedisse la Providenza, che sa
a tempo cangiare in giubilo le sciagure, e spargere il soave balsamo
della consolazione.
Ma quella notte stessa, a spron battuto, arrivò al Castello ove
dimorava la bella Beatrice il vecchio di lei padre, che impaziente di
riabbracciarla avea lasciato Milano non appena Estore ne ebbe sicuro il
possesso e prese quelle redini che in breve dovea lasciarsi strappare.
Egli si era posto a cavallo che era di qualche ora inoltrata la notte,
e viaggiando incessantemente, cangiata a Monza cavalcatura, era giunto
così al suo castello due ore prima che spuntasse il giorno novello.
Ivi recò ad Azzo l’annunzio che Facino Cane era spirato al cadere del
giorno stesso in cui era morto il Duca; che per mezzo di fuochi se
ne avea avuto l’avviso; e che nulla era quindi a temersi in Milano.
Domandò di Arrigo; lodò la di lui prudenza, e spese un pajo d’ore
nel ristorarsi con cibo, che avea trascurato tutto il dì; uscì dipoi
per rintracciare il futuro suo genero e condurlo alla figliuola; ma
il primo in cui si avvenne fu frate Paolo che andava ad assistere un
moribondo.
— Il Duca è morto, — gli disse egli con aria di trionfo; — due colpi lo
han finito, ed il mio fu il secondo!
— Ahi, voi commetteste un’azione ben rea! — sclamò il buon Francescano.
— Bruttatevi di polvere, vestite un cilicio, fate penitenza di tanta
colpa!
— Ma il Vescovo di Piacenza non parlò così; ed egli disse che era anzi
un’azione meritoria.
— Oimè! pur troppo ogni dì più la corruzione si distende. _Exurge,
quare obdormis Domine!_ Ma un gran conto ne renderanno questi rapaci
lupi al supremo giudice!
— Via, manderò doni al Convento. Ora vi darò un’altra notizia. Arrigo
Bianchi è salvo, e sarà mio genero.
— Ed ecco esaudite le preghiere del tuo servo, Signore! ma con quali
mezzi! Quanto imperscrutabili sono i tuoi decreti!
Il Pusterla non si fermò un solo istante dopo aver data la seconda
notizia al Francescano e passò oltre; sicchè non sentì l’esclamazione
che fatto gli avea profferire. Avea mossi forse duecento passi ancora
verso il Castello del Monte, ove trovar credeva il giovine di cui
andava in traccia, quando se lo vide innanzi, seduto a poca distanza
su un grosso sasso poco discosto dalla strada, che avea gli occhi vôlti
verso il Castello di Parravicino.
— Ora tu solo manchi, — egli sclamò, — ed ecco che ti trovo! Vieni
meco; — e lo condusse fra lieti discorsi al suo Castello... Ma quello
che seguì non io mi accingerò a narrare: la breve scena del primo
incontro fra Arrigo e Beatrice non è possibile dipingersi, e appena
i più sensitivi de’ miei lettori potranno immaginarla. Dopo di che
soggiungerò solo che Arrigo e Beatrice, le cui destre furono da frate
Paolo congiunte, godettero per lunghi anni delle dolcezze coniugali. E
fu tenuto per prodigioso effetto d’amore per que’ tempi, che per esso
si collegassero due case nemicissime di un Guelfo e di un Ghibellino.
FINE
INDICE
XIII. La promessa Pag. 3
XIV. Lo stratagemma 17
XV. La gelosia 29
XVI. Il ritorno nella città 51
XVII. La crudeltà 64
XVIII. L’agguato 76
XIX. La riconciliazione 90
XX. I rimorsi 103
XXI. Il delitto venuto in chiaro 121
XXII. L’incertezza terribile 138
XXIII. I voti compiuti 153
ERRORI CORREZIONI
_Volume primo_
Pag. 27. lin. 25. valeva velava
» 30. » 16. d’occhi occhi
» 71. » 4. Arrigo Antonio
» 73. » 30. È A
» 84. » 18. mostraste mostrate
» 156. » 4. serà sarà
» 182. » 21. la dovea lo dovea
_Volume secondo_
» 66. » 17. Broletto Nuovo Broletto Vecchio
» 107. » 5. Barnabò Bernabò
E probabilmente qualche altro che si lascia rilevare al lettore.
NOTE:
[1] Le mura si estendevano sino ai così detti terraggi.
[2] Da un palazzo situato presso S. Giovanni in Conca, ove era la così
detta _Casa de’ Cani_, passavasi alla Corte dell’Arrengo per un grande
andito. _Vedi il romanzo_ Uberto Visconti _dell’autore del presente_.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura
un indice è stato aggiunto a fine libro. Le correzioni indicate a fine
volume sono state riportate nel testo.