Giovanni Pusterla, dal suo canto, stimandosi sicurissimo in Milano pel

terrore sparso nell’animo del Duca da Facino Cane, terrore di che avea

avuto più di un’occasione di assicurarsi per propria osservazione,

il Pusterla era ben lontano del sospettare che tanto contro di lui

ardir potesse il giovin principe. Egli non pertanto, non appena si

fu avveduto che alcuno stava in agguato vicino al proprio palazzo,

che ponendo mano alla spada si era posto sulle difese. In que’ tempi

di turbolenze ed anarchia gli animi vivevano in continuato sospetto:

egli però era lontanissimo dal pensare di dover essere assalito dal

tiranno della città, sebbene ciò altre volte ad altre persone fosse

accaduto; chè molto godeva il disumanato Giovanni Maria a quel modo

afferrar le sue vittime. Come adunque si fu avveduto di essere dal

fiero Duca assalito, egli a tutta prima dubitò esserlo in fallo; tanto

più che sebbene egli sapesse che mortal odio contro di lui serbava

quel crudele, nondimeno non era, come il principe supponeva, veramente

depositario di quel segreto fatale che avea formato la rovina del cugin

suo e di tutta la di lui famiglia.

Credette adunque Giovanni Pusterla che il Duca ad altra preda avesse

vôlto la mira che non a lui medesimo, troppo sicuro pel favor di

Facino; e per ciò appunto non sì tosto videsi al fianco uno straniero,

che più non dubitò questo essere la vittima cercata, e quindi, aperto

che a lui fu lo sportello della sua casa, in essa rifuggendo salvossi,

maledicendo il perverso animo di Giovan Maria che a quel modo andava

a caccia di uomini per straziarli come le fiere. Come però ebbe posto

il piede sul primo gradino della scala, esitò, e fra sè disse: — Ma

in ogni modo io da quello straniero fui salvato: non lo soccorrerò

io? lo lascierò cadere nelle branche di quel frenetico spietato perchè

preda lo dia a suoi mastini? — E, vôlto al servo che gli avea aperto lo

sportello, e quindi l’avea chiuso,

— No; — disse, — Giacomo, no; impugna la spada e seguimi: torniam di

fuori, cacciamo quella canaglia!

Ma non appena avea proferito queste parole, che un altro de’ suoi

famigliari venendogli incontro gli gridò: — Accorra, signor Giovanni,

accorra, che muore sua figlia!

L’amor paterno impose silenzio all’altra sua generosa risoluzione;

nè le diede più tempo di far sentire i suoi pungoli pure acuti. Il

Pusterla, tutto scosso da indegnazione per le idee che destavagli la

scena di cui di recente stato era spettatore, e da quella sospensione

di animo prevalente che la recente novella subito in lui fe’ nascere,

accorrendo, con qualche precipitazione entrò nella sala del piano

superiore, per essere testimonio delle angosce che agitavano la

figliuola.

Questa difatti, dopo di essere dalla finestra stata spettatrice di

parte di quella scena, gli spiriti mancandole nel momento in cui potè

distinguere al raggio della luna le persone fra le quali accadeva,

venne meno, e messo fuori un flebil grido lamentoso, era caduta come

morta fra le braccia della sua fedele ancella, la giovinetta Agnese,

che essa pure non poco sembrava turbata per quegli accidenti di che era

stata testimonio.

— Oh cielo, la povera Beatrice muore! — sclamò questa non appena veduto

ebbe comparire nella sala Giovanni Pusterla.

— Nol voglia Dio! non sarà che uno svenimento passeggero. Via, presto

portate acqua fredda, aromatiche essenze: scioglietele le vesti. Figlia

mia, mia cara Beatrice: non temete per me: eccomi io sono salvo: io

sono sicuro. Aprite gli occhi e guardate vostro padre.

Nel profferire queste parole, il fiero Ghibellino, commosso, spargea

grosse lagrime, lagrime che la tenerezza paterna traea dal suo cuore

indurito ad ogni altra sensazione, lagrime che ben palesavano quanto

amore egli portasse a quella tenera e più cara parte di sè stesso. Ma

Beatrice ancora in sè non riveniva. Ogni argomento per richiamare i

suoi spiriti venne allora posto in opera dal padre, non meno che da

Agnese e da alcuno altro de’ famigli; il Pusterla ancora proseguiva

colle parole a rincorarla: — Via, aprite gli occhi, Beatrice. Figlia

mia, fatevi coraggio. Nulla è accaduto di sinistro. Ohimè! non udirai

tu le mie parole? Beatrice, Beatrice, non conosci la mia voce!....

Qui stette sospeso un istante: un’altra idea gli balenò nell’animo. —

Ebbene, io sono disperato! — poi gridò vedendo che la figlia in sè non

tornava da quel mortale letargo. — Io mi vendicherò almeno di quello

scellerato! Giacomo, Martino, Eugenio, impugnate le spade e seguitemi.

Una fiera tragedia si compia in questa notte fatale!

Egli così dicendo si animava in viso della più feroce espressione

dell’ira: le vene della sua fronte gonfiavansi terribilmente: i suoi

occhi gittavano scintille. — Ma lascerò io così quest’angelo a morire?

Beatrice, Beatrice...

Beatrice finalmente parve riscuotersi. Allora tutta l’ira del padre

suo parve cadere, siccome appunto a un tratto sparisce incendio che

per opera di magia allo sguardo si è parato. E forse fu questo passivo

moto della misera la cagione fatale della rovina della persona il cui

pericolo appunto in quel mortale abbattimento la avea gittata.

In fatti se nel bollor della sua collera il valoroso e determinato

Pusterla dato si fosse ad inseguire ed investire con tre o quattro

de’ suoi il barbaro Duca, era bene probabile che non pur tolta

ad esso avrebbe la sua preda, ma la pena portar gli avrebbe anche

fatto di tutti i suoi misfatti, e forse ancora qui aveano fine le

angosce di Beatrice. Al riconoscere nel suo liberatore la persona del

Bianchi, l’antico risentimento cedendo, per effetto della naturale

sua generosità, avrebbe forse dato luogo ad una riconciliazione

sincera; e le spiegazioni che indi seguite sarebbero, avrebbero forse

fatta conseguire la comune felicità, unendo due cuori che per amarsi

scambievolmente la natura avea creati, e cui sì duramente i pregiudizi

e gli sdegni di parte, con tanta tortura di entrambi, separavano.

Ma riscuotendosi la giovinetta alle ultime parole del padre, tutti i

fili di sì bella tela mise in disordine; e Giovanni Pusterla, più non

pensando ad uscire per sue vendette, alla cara sua figliuola tornando,

di nuovo si diede a confortarla.

— Ah sì vivi! apri gli occhi; eccomi, figlia mia, eccomi a te illeso.

Fatevi coraggio, mia diletta Beatrice; per l’amor del padre vostro,

fatevi coraggio. Ma voi volete alzarvi! Che veder vorreste da quella

finestra a cui volgete gli sguardi? Non mi conoscete? Non sono qui io,

vostro padre?

— Ah, padre mio, dunque egli..., egli...

— Di chi parlate, figlia mia, di chi parlate? Non sono qui? Sì, è vero,

corsi del pericolo, e forse fui preso in fallo, forse fui tolto di mira

da quel malvagio di Duca, che può essersi arrischiato a tentare una

impresa anche contro di me, ma di cui avrassi a pentire. Ma se di altri

parlate, e chi è quegli? che dir volete?

— Arrigo, Arrigo!.... Arrigo Bianchi, non fu ucciso o disarmato?...

Oimè che l’hanno assassinato! — con voce languida e lamentosa, sclamò

l’infelice.

— Oh cielo, ella vaneggia! Ora che le passa mai per la fantasia colui!

Io non so di chi parliate, cara figlia; ed è fin da quando ci sfuggì a

Parravicino che io non vidi quel Guelfo ribaldo!

— Ah no, essa non vaneggia, signor Pusterla, — disse Agnese; — e non

parlate di tal tenore, se non volete ucciderla.

— In nome del cielo adunque, spiegatevi, io nulla comprendo! — disse

Giovanni Pusterla.

Agnese, a cui questa domanda veniva indiritta, disse che Beatrice

creduto avea veder suo padre seguito da varii armati combattere contro

Arrigo Bianchi!

— Io non so scoprire questo mistero! Io fui assalito certamente dal

Duca e dall’infame Squarcia. Ben è vero che io fui soccorso da un

giovine... Ma che costui fosse il Bianchi, come possa entrare in questa

avventura, io non so spiegarlo. Ma io di certo non mi sono battuto con

lui; e se egli, ciò che io non credo, si è battuto col Duca, lo ha

fatto con un antico suo amico, e se io non gli posso desiderar male

avendomi, fosse anche inscientemente, salvata la vita, di certo bene

egli non potrà passarla con uno scellerato come è Giovanni Maria. Ma

che però?...

— Oimè! in mano del crudelissimo Giovanni Maria! — sclamò Beatrice con

voce languida e che venìa meno.

— Sì, e probabilmente, malgrado la sua antica amicizia, sarà fatto a

pezzi da’ suoi mastini, cosa che veramente....

— Oh cielo, io più non reggo! — sclamò Beatrice; e quest’ultima parola

non ebbe profferita che cadde in una nuova sincope e più profonda.

— Voi l’avete uccisa colle vostre parole! — sclamò Agnese con uno

sdegno angoscioso. — Arrigo Bianchi era suo amante.

— Amante!... Quale inestricabile laberinto è questo mai!

— Sì, suo amante. Che serve il tacere, se ella per lui ora muore!

Io era a parte del suo segreto. Già da più e più notti il giovine

passava sotto di queste finestre, canzoni amorose cantando; e con quale

soavità! E poi, non fu essa che lo liberò quando prigioniere si trovava

nel castello di Parravicino? Per amor di lei, egli si era lasciato

far vostro prigioniero; e per ricompensarlo di quest’amore, dalle sue

mani stesse egli vide aprirsi la sua prigione. Poveretti! si amavano

teneramente, sebbene speranza non avessero di possedersi! Ma deh,

cerchiamo richiamarla a vita; e voi guardatevi bene dall’ucciderla con

incaute parole!

Il Pusterla rimase un istante come di pietra: una vampa di sdegno

poi già salivagli al capo ad accecargli la mente; quella notizia le

passioni sue feroci tutte concitava: ma cadendo gli occhi suoi sulla

figliuola, alla vista di quelle fattezze agitate dalle angosce di

una convulsione penosa, e di quelle guancie coperte di una mortale

pallidezza, tutto si sentì commosso da un affetto del tutto opposto; e

vinto finalmente dall’amor paterno, così sclamò:

— Ah no, figlia mia, vivi; vivi, che io tutto farò ciò che tu brami!

Deh, apri gli occhi, Beatrice, ascolta le mie parole!

— Sia benedetto il cielo; consolatela una volta, se c’è modo! — sclamò

la buona Agnese.

— Sì, — proseguì il vecchio, commosso fin nel fondo dell’anima. — Sì,

io metterò tutto in pratica per salvare Arrigo. Egli mostrò sempre

coraggio e bravura: e giacchè quest’angelo lo ama, io dimenticherò che

egli sia mio nemico. E d’altra parte ogni partita nostra era di già

in suo favore saldata questa notte, se mi ha salvato da quel ribaldo

esecrato. Sì, figlia mia, mia Beatrice, fa cuore, che io ti prometto

che ogni strada tenterò per salvarlo. Tu apri gli occhi? con maraviglia

mi ascolti? Sì, io a te sacrifico i miei rancori; l’inflessibile

odio di parte sì di buon grado io spoglio, e all’amor tuo lo concedo.

Tu l’ami, ed io, fin da questo punto, siccome figlio mio proprio lo

riguardo. Ma fa cuore, in nome del cielo; fa cuore perchè non venga

meno nel padre tuo la forza di mandare ad effetto le sue promesse!

— Ah sì, voi salvarlo dovete, o padre, — sclamò angosciosamente la

misera; — voi il dovete. Voi diceste ora che per voi oggi pose in

pericolo la sua vita? Ah non è, credetemi, non è la prima volta che lo

ha fatto! Egli è generoso, e voi dovete salvarlo! Ma, oimè, come sarà

strappato dalle mani del crudo Duca?

— Io spero assai, Beatrice, io spero assai, — disse il Pusterla, dopo

essere per breve istante stato sopra pensiero. — Se noi frammetteremo

gli uffizi onnipossenti di Facino Cane, egli di certo lo salverà.

E d’altra parte il Duca era un tempo assai amico del Bianchi, e

ripugnargli deve assassinarlo. Ora mi avveggo che solo contra me il

perfido Giovanni Maria tendea gli agguati. Ebbene, domani lasceremo

Milano, per noi mal sicuro; andremo a Parravicino; e di là io mi

porterò tosto a Bergamo per conferire con Facino.

— Ma troppo tempo per ciò è necessario... Non si potrebbe intanto,

per altra via, prevenire le conseguenze dell’ira del Duca... Beatrice

Tenda...?

— Sì, angelo mio; tu ben pensi; domani mattina noi ci recheremo da

Beatrice Tenda, e di tutto la istruiremo. La nobil donna certo non ci

negherà la sua mediazione. E di poi partiremo. Non dubitare; io sono

assai tranquillo sulla sorte di Arrigo. E quanto a quel perfido di

Duca,... un giorno.... verrà forse un giorno.... Ma basta, ora deh,

Beatrice, vogliate porre in calma i vostri spiriti... date alcun riposo

al vostro corpo.

— Ahi, quale riposo, quale tranquillità può mai gustare una meschina

che si trovi nella mia situazione!

CAPITOLO XX.

I RIMORSI

Ma se questa notte fra angosce terribili passava per la famiglia del

Pusterla, e secondo tutte le apparenze per lo stesso Bianchi, non meno

tremenda per altro pe’ suoi terrori a lento passo trascorreva sul capo

dell’esecrabile Giovanni Maria.

Giunto nel suo palazzo, silenzioso sdegnò ogni uffizio de’ suoi

camerieri e paggi, e solo ritirossi nella sua stanza. Quivi su d’una

tavola ardeva una lucerna di nobilissimo lavoro, e spandea intorno un

fioco lume. Egli si diede a passeggiar per la camera, in preda a’ suoi

pensieri turbolenti, che irritavano il suo sdegno e risvegliavangli le

più funeste rimembranze.

— Egli ardire rimproverar le mie azioni! egli frapporsi con tanta

audacia fra me e il mio nemico! Oh! fosse stato cento volte più mio

amico, egli se ne pentirà! Ecco che senza di lui quel Ghibellino ora

più non esisteva; e l’ultimo che in sè serbi il fatale secreto sarebbe

spento! Ma l’ultimo, dico io? Forse che ancor non vive il Pagano;

forse che questo vecchio Ghibellino non lo avrà svelalo a mille altri

della sua setta! Ah Giovanni Maria, Giovanni Maria; troppo indugiasti

tu l’esecuzione del tuo disegno! Ma questa fiera idea,... questa

ricordanza della madre,... perchè sempre mi turba?... non mi odiava

essa? Non dovea io vendicarmi?... Oh ricordanza che il cuor mi morde

come far lo potrebbe il dente d’una serpe rabbiosa! oh quanto già tu

mi costi, o vendetta di sangue! Chi presagito mi avrebbe che tanto

scuotere poscia doveva il cuor mio? Ma io sono un imbecille! Forse che

non fu crudele Ella stessa nelle sue vendette; non me ne diede essa

l’esempio, facendo troncare le teste de’ suoi nemici? me non avea posto

come in ceppi? non mi allontanava, la scaltra, dagli affari, par darne

ella le redini ai suoi drudi? ora perchè i lineamenti suoi pallidi

e contraffatti mi stanno sempre dinanzi gli occhi? perchè sempre una

voce terribile mi minaccia di sua vendetta? Ah sì: se io tosto spegnea

coloro che esser credeva a parte di questo segreto, io tranquillo ora

sarei, o meno soggetti di terrore avrebbe la mia mente; nè andrebbe

creandosene la mia fantasia! Pure chi mai può darmi fondata accusa?

non ha Squarcia subito ucciso l’autore della morte di _lei_, appena

che esso fu di ritorno nel mio palazzo? colui era uomo sicuro; ed avea

giurato sull’evangelo che bocca non avrebbe aperto. Ma pure... e il

Pagano e il Pusterla han traspirato l’arcano! oh perchè tutti non ho

potuto raggiungerli all’istante colla spada di mia vendetta! Ma non

provocherò io gli uomini e il cielo con queste scene di sangue? ah no,

il terrore è necessario: tutti mi aborrono, tutti mi gridano parricida!

L’aure hanno manifestato il mio delitto. Ma che perciò? non potrò io

per questo riaver la pace? non potrò io anche confessare quello che ho

fatto; mancheranno a me giudici corrotti per difendere la causa mia? ne

sono mancati al padre mio, quando rapì lo Stato a Bernabò? Ah sì egli,

egli di me ebbe più forte petto! Tremò egli le notti poichè ebbe dato

il veleno allo zio? Ma chi poteva mai leggere in seno a quell’anima

dissimulatrice! Ah sì, forse egli nel silenzio notturno, e nella tetra

solitudine, provò nel petto anch’egli queste mie furie. Oh dunque tanto

debole è l’umana natura! L’inferno a me dinanzi si spalanca! ecco mille

demonii preparano i miei tormenti! ahi quivi io non avrò più scettro;

non più corona! qual freddo mi assale a tale idea! Ebbene, io espierò

questo sangue! arricchirò conventi! saranno da me fatte celebrare

milioni di messe! assisterò ogni giorno al santo sacrifizio; pregherò

il papa che mi mandi una reliquia onnipossente! Ma cesseranno poi con

questo i miei terrori?

«E il sangue, il sangue che io verso tutto dì, è egli un sangue che

non grida contro di me vendetta? Ma non sono miei nemici; non sono

Ghibellini, e quindi nemici della Chiesa? ed alfine, non sono io forse

l’assoluto padrone delle loro vite? Oh i miei nemici tutti devono

perire; essi troppo mal sicuro rendono questo trono che il ciel mi

diede! E poi non è fors’anche questo un vano terrore che mi spaventa?

— Chi di là venne, e mi assicura che, dove vita cessi, siavi un’altra

esistenza? non ponno essere queste fole per spaventare gli imbecilli? E

inoltre perchè non potrò io, come Bernabò, giunto all’estremo de’ miei

giorni, piangere le mie colpe? Non sono ora nel vigore dell’età mia,

nel fiore degli anni giovanili? e tremerò della morte? Ma pure questa

idea feroce, la morte, a me ognora si appresenta. E tu, tu, _Donna di

ferro_, cento volte ne’ sogni miei turbati mi gridasti che sarebbe

la tua vendetta. Ma io saprò scansarla; e quanti sospetterò esser a

parte del segreto fatale, tanti ne manderò a sbramar le canne de’ miei

mastini sitibondi.

I pensieri del Duca, ciò detto, presero un corso, sebben cupo, meno

tormentoso e distinto. Egli passeggiò ancora per qualche tempo per la

camera, di poi si gittò senza spogliarsi sul suo letto, ed un breve

sonno torbido ed inquieto scese ad assopire i suoi sensi. Mille feroci

larve, durante la notte, lo molestarono, e si destò il dì seguente che

il sole era già alto sull’orizzonte. Egli portossi subito, come era

suo uso da qualche tempo, ad udire la messa nella vicina chiesa di San

Gotardo, annessa al ducale palazzo; quindi comandò si introducesse in

sua presenza Arrigo Bianchi.

Allorchè diede questo comando, stava Giovanni Maria nella sala maggiore

del suo palazzo, la quale prendeva nome dal Trono che sontuoso e

coperto di porpora e d’oro quivi su varii gradini si ergeva. Egli avea

indosso un giustacuore di drappo d’oro, ed una ricchissima collana di

gemme preziose scendevagli sul petto sostenendo una croce. In testa

avea il ducale berretto, e pur il manto ducale scendevagli dalle

spalle. In più parti dell’abito ricamata vedevasi l’arma de’ Visconti,

e la Biscia tremenda apriva la bocca da cui usciva l’ignudo fanciullo.

I panni di gamba erano di seta, a que’ tempi assai preziosa, e di due

colori siccome l’uso; una metà di un colore di porpora vivace, l’altra

metà di un lucente bianco che superava lo splendore della neve. I

lineamenti di lui avrebbero ingannato il più penetrante osservatore

sul carattere dell’uomo a cui erano stati concessi dalla natura. Belli

e pieni di nobiltà, ora che composti si vedevano, e che la simulazione

restar facevali nella quiete, altro non mostravano di equivoco se non

se due sopracciglia che si avvicinavano inquiete, e davano un qualche

indizio che lo spirito di colui che sì belle forme vestiva era in

qualche disordine. Gli occhi ancora colla loro instabilità tradivano la

compostezza maestosa di tutti gli altri suoi atti e lineamenti.

Nè l’addobbo della sala era meno corrispondente alla magnificenza degli

abiti del sovrano che in sè chiudeva. Sulle pareti dipinte vedevansi

antiche gesta, di vario soggetto; le guerre de’ Troiani; le fatiche

di Ercole; la fabbricazione di Roma; Attila cui il pontefice piega

a lasciar l’Italia. La vôlta rappresentava l’incoronazione di Carlo

Magno; chè tali avvenimenti aveasi fatto dipingere il buon Azzone

Visconti, che non avea dimenticato il proprio ritratto. Quella sala

era stata in origine da Azzone chiamata il _Tempio della Gloria_; ma

di poi un tal nome passò in disuso; ancora varii cambiamenti vi erano

stati fatti; e Giovanni Galeazzo, per esempio, vi avea nel fregio fatte

dipingere le proprie gesta. Varii cortigiani stavano ritti in piedi a

rispettosa distanza dal loro Signore, e primo fra questi appariva il

primo cameriere del Duca, Bertone Mantegazza.

Come Arrigo Bianchi, ancora cinto di ferri, fu intromesso nella sala,

il Duca gridò: — Non già, non già; non sia vero che cinto di ferri a me

compaia innanzi un mio antico compagno. Levategli quelle catene.

Arrigo, nel mentre che gli uffiziali ducali si affrettavano a

scioglierlo de’ suoi legami, girò uno sguardo intorno; ed incontrati

i proprj occhi con quelli di Bertone Mantegazza, gli sorrise in volto

melanconicamente. Era questi un antico suo collega. Il Mantegazza

abbassò lo sguardo, e parve agitato da una penosa meditazione.

Il Duca riprese la parola; e disse: — Ognuno si ritiri da questa sala;

ma stiano le guardie di fuori pronte a comparire al menomo mio cenno. —

E come ognuno si fu ritirato, vôlto al Bianchi così gli disse:

— E così? sei tu diventato più saggio? la notte ha posta la calma ne’

tuoi pensieri? Sei tu pronto a soddisfare all’ingiuria che festi ieri a

Giovanni Maria?

— Signore, io sono sempre lo stesso: nè so quale io vi debba

soddisfazione. Ma, benchè la colpa che voi mi apponete meritar possa

anzi un premio, io so bene che nulla vi potrà trattenere dallo sfogare

anche su chi chiamate vostro antico compagno il vostro furore!

— Vuoi cangiar tuono? vuoi cangiar tuono? Non sai tu, come io so punire

chi mi oltraggia?

— Si, lo so, ed io già mi aspetto la quaresima di Galeazzo.

— No, Arrigo, no, nè la quaresima di Galeazzo, nè la caccia di Giovanni

Maria non sono per uno che passò sollazzandosi con me i più bei giorni

della mia vita. Sì, noi fummo compagni, noi fummo amici. Io da te esigo

ora per la tua audacia un risarcimento; ma questo costare a te non

debbe nemmeno un capello.

— Io non intendo che dir vogliate; ma tremo di sentirne la spiegazione.

— Il diavolo ti porti, impudente riprensore! Ma ascoltami; e se il

partito non è giusto, io acconsento che tu mi parli come ora fai, e

in modo che guai ad un altro che si fosse arrischiato di dirne la

centesima parte! Ma tu sai che sempre ti ho prediletto. Odimi. Tu

ieri a me sottraesti una testa ghibellina carica di scelleratezze,

e piena di vento e superba albagia; una persona che a una famiglia

appartiene che, per essere stata autrice della fatale disgrazia che mi

rapì una madre che io amava, caddemi in odio mortale, ed ho sacrato

in espiazione per placare lo spirito di una sovrana tradita che la

reclama. Sì, tu sai che questi Pusterla, dando mano ai traditori

Ghibellini che assaltarono Monza, furono ancora gli autori della morte

della Duchessa mia madre. Ora nessuno di essi, ove in me sia il potere,

dee respirare un solo istante la vita che io posso rapirgli. Una vita

che io sacrai pertanto alla più giusta di mie vendette, una colpevole

vita, tu ieri mi togliesti, forse perchè affascinato dall’amore per

la figliuola di quell’uomo da me aborrito. Io udii gli accenti che,

secondo ogni apparenza, a lei volgevi. Ma ancora questo non è che

supposto, e se non fosse, ebbene è per lo meglio! se è, non sarà

Giovanni Maria che opporrassi ad una tua pazzia. Io sono indulgente, lo

sai, in queste cose: nè si fa mai la guerra al sesso femminile, fra il

quale non regnano le distinzioni di Guelfi e di Ghibellini.

E qui il Duca fece una breve pausa, come per dar campo ad Arrigo di

dargli una risposta. Ma questi non aprì bocca, e Giovanni Maria dopo un

istante proseguì.

— Ebbene, tu mi togliesti la vita di un uomo che io già con inchiostro

di sangue avea segnato sul mio libro nero di proscrizione, e che non

può più esistere. Anche la figlia di lui era compresa nel ruolo fatale

che condanna chi vi entra a lasciare la vita; ma, comechè perito sia

sotto il pugnale di Squarcia un fanciullo di lei più innocente, pure

la giovinetta, se l’ami, io a te la dono. Però ad espiare la tua colpa,

ed ancora per la gratitudine del favore che io ti profferisco, tu a me

devi la promessa di un servigio.

Il Duca fece nuova pausa; ma Arrigo neppure questa volta non aprì

labbro.

— Sì, — proseguì allora il Duca dopo qualche tempo; — quella vita che

tu sottraesti ieri al colpo fatale che troncar ne dovea il filo, quella

vita a me è dovuta. Il Pusterla oggi, senza dubbio, lascerà la città;

nè io, per la prevalenza ed il furor de’ Ghibellini, potrei colla viva

forza trarlo nelle mie reti: troppo è forte il partito che lo sostiene,

troppo ancora egli è amico di Facino; e Facino, sebbene infermo, pur

vive. Ma tu devi espiare il tuo fallo. Pochi hanno il tuo coraggio;

pochi hanno la tua forza colà ove quel vecchio se ne sta siccome

uccello di rapina, rintanato nel suo castello. Tu devi recarmi la testa

del Pusterla. Non temere che altri vendichi la sua morte. Rispondi.

Dopo, se a te aggrada, potrai far tua la di lui figlia.

Una vampa di fuoco a quella cruda proposizione salì al volto del

giovane Arrigo, che fino allora a stento avea contenuto lo sdegno che

la simulazione e gli empi raggiri del Duca in lui movevano.

— Ed è a me, che lasciai la Corte tua per non essere a parte degli

assassinj che ivi si commettono; ed è a me dunque che voi osate

proporre così il più scellerato degli assassinii? Voi vendicar volete

la morte di vostra madre? Or bene, a che tardate; non sarà mai troppo

da voi lontano che ne troverete l’uccisore.

La figlia d'un ghibellino, vol. 2/2 · 第 4 / 7 段