Ed avendo poi quel giovine principe, istigato da’ suoi malvagi

consiglieri, a sè attirate le redini del governo, questa fu una nuova

disgrazia per la città; poichè, sebbene malissimo governata fosse dalla

reggente, era però palese agli uomini di senno che a ridoppio peggiore

sarebbe stato il figliuolo. Egli pertanto, per spodestar la madre si

accostò al partito de’ Ghibellini, nemici di lei e già potentissimi,

e nel mentre che i Guelfi gridavano _Viva la Duchessa_, il partito

opposto andava gridando _Viva il Duca_, e infine tanto prevalse, che la

duchessa dovette pensare a ricoverarsi a Monza, il cui castello era in

mano di un Giovanni Pusterla, che essa credea suo parziale.

Ma il Duca non era uomo di fermarsi a metà nel suo trionfo sul

contrario partito. Siccome in Monza si erano allora ritirati i

principali de’ Guelfi, i Ghibellini inferociti, per coronare il loro

trionfo, col consenso secreto del Duca, vennero a Monza, e non avendo

loro Giovanni Pusterla fatta resistenza alcuna, siccome quegli che pure

era Ghibellino, sebbene avesse addormentata la Duchessa fino a farle

credere che le fosse favorevole, que’ forsennati posero tutte a sacco

le case de’ loro avversari, ed anche il palazzo della vecchia madre

del Duca. Molti anche sono che pensano aver in quest’occasione Giovanni

Maria dato ordine che alla madre sua s’avesse ad apprestare il veleno.

Noi questo passo altrove vedemmo rischiarato nel nostro racconto. Fatto

sta che la Duchessa morì poco dopo, e tutta l’Italia credette il Duca

parricida.

Ma il Duca era di tal tempra da non morir di dolore per questa accusa;

pure, poichè parve a lui di essere sul soglio consolidato, togliendosi

la maschera lasciò trasparire l’odio suo segreto contro i Ghibellini,

e poichè costoro aveano la peggio per la prevalenza di Carlo Malatesta

su Facino Cane, capo della loro fazione, il Duca, che già nelle lotte

civili avea perduto ogni avanzo di umanità, pose mano a vendette che

solo piacevolmente il ferreo animo suo commoveano.

Egli, avendo amata per l’addietro la caccia, si era cinto di cani di

ogni specie; e poichè gli avveniva talora di cogliere de’ villani

trafiggere lepri o daini in luoghi di caccia a lui riservati, non

volendo essere imitatore di altri in crudeltà, nella quale l’animo suo

si sentiva ben di già forte e immaginoso, da’ mastini, con cui cacciava

i cignali, facea que’ miseri afferrare e sbranare. Squarcia Giramo, suo

canattiere, il più scellerato degli uomini dopo il suo signore, si era

poi fatto a consigliare al Duca di nutricare alcuni cani solo di carni

umane, perchè fossero più pronti a gittarsi sulle loro prede. Al Duca

piacque il pensiero, perchè qualunque supplizio, perduta ogni umanità,

di già era diventato per lui uno spettacolo favorito. Egli dava loro a

sbranare i condannati; e talora cercava anche delle vittime fra i meno

rei! una leggera violazione delle leggi era fatale quando mancava cibo

a que’ mastini. Il perfido Squarcia avea fra gli altri con particolare

cura educata una rabbiosa cagna, detta la _Sibillina_, la quale però,

sebbene non satollata che di umane carni, mostrò in una circostanza di

essere più pietosa del suo signore.

E già da tutte le azioni sue chiaro appariva che il Duca era piuttosto

diventato un pazzo frenetico che un tiranno meditativo e crudele. Pure

la rimembranza del suo parricidio lo tormentava: avea scoperto che

da qualcuno era stato penetrato il suo misfatto; volle purgarsene;

e per farlo, mise mano ad altre colpe, sottoponendo a crudel morte

coloro che egli sospettava consci del suo delitto. Primo però a subir

il supplizio di essere divorato dai mastini di Squarcia fu Giovanni

Pusterla, il Castellano di Monza, cugino di quel Pusterla di egual

nome che il lettore già conosce assai bene; quindi ad uno ad uno

tutti gli individui della famiglia di lui toccarono la sorte stessa; e

Beroldino del Maino ancora, ed altri più che passavano per aver avuta

parte nella fazione contro sua madre, siccome traditori furono dati

in preda ai mastini. Quel supplizio divenne il suo favorito; ed in

breve, trascurando ancora le apparenze, il Duca non si curò più di far

eseguire processi contro coloro che avea destinati per vittime della

sua crudeltà.

Allora fu che sovvenendosi che ancora rimaneva della famiglia del

Castellano Pusterla un fanciulletto, fino allora risparmiato perchè

in età in cui l’ombra nemmeno poteva allignare del delitto, toccando

appena il dodicesimo anno, fattolo prendere, un giorno che altro pasto

non avea saputo fornire a’ suoi mastini, pensò quello dar loro; ed egli

stesso, come usava per diletto, portossi ad assistere a quel supplizio.

Condotto il giovinetto alla presenza dell’efferato principe, quegli

a’ suoi piedi si gittò con un fiume di lagrime chiedendogli pietà.

Meschinello, ei non sapeva a qual tigre la domandasse! — Via, — disse

il Duca, — ora parlerai col guercio; alto, Squarcia, fa venire il

guercio che non ha mangiato!

Venne il guercio, grosso mastino mostruoso a cui era stato guasto un

occhio da uno dei miseri che avea aiutato a sbranare; egli portossi

verso il fanciullo dimenando la coda, e con passo affrettato e

ringhiando, ma come gli fu vicino, fiutollo qua e là, parve non avesse

coraggio di offenderlo, e si ritirò. — Che vuol dir questo, Squarcia;

sta male il guercio? Che poltrone s’è fatto egli! Via, me lo leva

dinanzi, che un di questi giorni lo fo ammazzare. La Sibillina, la

Sibillina; ha mangiato, ma ebbe pasto leggero; finirà l’affare. — Ma

proseguirò io nell’orribile racconto? Ah sì, per dimostrare che la

fierezza delle belve di molto talora è a quella dell’uomo inferiore.

Venne la Sibillina; al fanciullo s’accostò; ma fosse, che egli non

l’inasprisse colla resistenza, fosse vera pietà, la crudel cagna

rifiutò di toccarlo. Il Duca sdegnossi collo Squarcia, e comandò di

scannare il fanciullo. Il ferro di Squarcia non ricusò di compiacerlo.

Eppure era a questo Duca che Carlo Malatesta partendo avea lasciati i

più saggi avvertimenti.

Il fatto da noi narrato, accadde nell’anno 1409. Ne’ due anni seguenti

Giovanni Maria, nessuna cura prendendo delle cose dello Stato, che

di giorno in giorno peggioravano (ristretto omai alla sola città,

che vide prima trionfarvi Facino, poi Bucicaldo, e poi nuovamente

Facino), andava oscuramente soddisfacendo alla propria crudeltà; la

sola passione che l’anima sua disputata dilettasse. La giovine sua

sposa Antonietta, figlia di Malatesti Malatesta, versava indarno amare

lagrime sui suoi orribili traviamenti. Egli l’odiava, e da sè la tenea

costantemente lontana, per darsi in braccio a svergognate cortigiane.

È facile immaginare quale potesse essere lo stato della desolata città

sotto un signore sì orribile. I Guelfi, caduti nell’oppressione,

in gran parte l’avevano abbandonata; o vi vivevano in mezzo agli

insulti de’ lor rivali, avviliti ed attendendo un’aura favorevole per

vendicarsi, giacchè sapevano che in cuor suo il Duca ad essi inclinava.

La soldatesca insolente di Facino, malgrado che costui cercasse tenerla

in freno, vi commetteva mille violenze; e l’esempio del Duca vi avea

propagata la più sfrenata licenza, la quale veramente non era che una

pecca troppo dominante di quel tempo. L’ignoranza non rendeva pregevole

all’occhio della popolazione se non se la forza; ed una grossolana

superstizione aveva, ne’ più, preso il luogo della vera pietà.

CAPITOLO XVIII.

L’AGGUATO

Era una notte sulla fine di Aprile. Il tranquillo e verecondo disco

della luna, vaghissimo e lucente più dell’ordinario, il simpatico suo

raggio spandea, che tanti nobili e gentili pensieri risveglia negli

animi gentili. La stagione mitissima già avea di nuova pompa d’erbe e

di fiori adornata la terra, e l’abitatore della città già invidiava,

a chi fra i campi si delizia, il gradevole ed impareggiabile aspetto

della primavera. E questa è appunto quella stagione in cui la terra

a nobile sposa rassomiglia, che, adorna di tutti i vezzi dell’età,

mostra nel viso con quanto ridenti immagini a lei si apra il teatro

della vita. Dolci illusioni, assai lontane dalla nuda realtà! Ben poco

durano i fiori; segue senza pompa la tranquilla stagione de’ frutti;

ma ben presto lo squallore del verno copre la terra, e seppellisce ogni

allegrezza, nè più un avanzo rimane della viva natura.

Il raggio candido del notturno sole batteva le case rosseggianti

della città, ed illuminava anche la scena ove ora condotto io bramo

il mio lettore; io voglio dire la non estesa piazza di San Giorgio.

È questa piazza poco lontana dal luogo infausto già da noi in questa

istoria più volte nominato del Malcantone, e situata nel quartiere

ove abitavano i principali signori Ghibellini, il quartiere, cioè,

della Porta Ticinese. Ergesi da una parte, su quella angusta piazza,

l’antica chiesa dedicata al Santo guerriero domatore del mostro; da

un’altra banda estollesi, con seria e grave maestà, un vasto palazzo

appartenente ad un individuo della casa de’ Visconti, ed edificato da

Luchino, famoso per la sua tortuosa politica, e per la misteriosa sua

morte. Lo stemma visconteo, in marmo scolpito, vedesi sulla porta; e

due eccelse torri si innalzano ad ambo i lati a rendere ancora più

maestoso il severo e pesante corpo di quell’edifizio. Vari altri

palazzi, ma più modesti, veggonsi da questa e da quella parte: un

profondo silenzio domina d’ogni intorno, e le rotanti stelle dinotano

che solo di qualche ora è lontana mezza notte.

Su questa scena, non del tutto priva di una grave bellezza, un gruppo

di quattro armati tu vedi come posti in agguato. Se ne stanno essi

silenziosi ed attenti a capo della strada che conduce alla Porta

Ticinese. Vario è di questi l’abito, e varia ne sembra la condizione.

Due, sono due robusti soldati di età matura, ed i loro lineamenti,

pieni di durezza, non sono animati da quella espressione in cui

s’atteggia il viso di chi qualche disegno cova nel petto. Sembrano

essi passivi strumenti delle altrui voglie, e la loro immobilità

piuttosto a simulacri li pareggia che ad uomini viventi. Ma non così

è il personaggio che innanzi ad essi sta non più che due passi, e che

nel volto mostra giovanile età, non priva di bellezza. Vaghe chiome

inanellate scendono profuse disotto il suo berretto, decorato di una

gemma; il suo abito, per vero dire, non ha nulla di notabile; non è

che un giustacuore rosso, e un mantello bruno che tiene avvolto alla

persona in modo da celare ancora una parte del viso; ma sotto panni il

giovine veste una maglia che tutto il ricopre, e questa è di finissimo

lavoro; e tale che sola lo disegna una persona di alto affare. Le

ciglia cruciose, lo sguardo animato, la bocca che atteggiasi ad un

sardonico sorriso, lo danno a divedere occupato assai di un’idea che

gli fa battere con più frequente moto nel petto il cuore: egli ha

la destra sull’impugnatura della spada; e per giunta uno stile di

ricchissima impugnatura gli sta raccomandato alla cintura.

Nè meno merita attenzione il quarto personaggio di questo gruppo

straordinario. È costui uomo di mezzana statura; ma assai nerboruto

e muscoloso: il suo sguardo ha non so che di sinistro, oltrecchè due

occhi neri gli stanno incassati profondamente sotto due eminenti

e folti sopraccigli, i quali a nulla meglio paragonar potrebbersi

che a spinosi cespugli, che irti e mesti cadono sull’apertura di un

antro; lo sguardo di questo personaggio di mal augurio è guercio ed ha

un’espressione terribile. Angusta ne è la fronte, e duri e crespi i

crini gli scappano di sotto ad un verde berretto. Il suo giustacuore

è pur verde, verdi ne sono i calzoni e un cinto di cuoio sostiene un

rozzo stile ed una daga; e questo personaggio ancora è chiaro che sotto

l’abito porta una maglia. Egli poi tiene in lassa due mastini, il cui

sguardo sanguigno ne dimostra la ferocia, e che di quando in quando

ringhiano sordamente, e mostrano impazienza.

In questo mentre la campana dell’orologio di S. Giorgio batte con

misurato suono fra l’imperturbato silenzio della notte le dieci ore

e mezzo. Uno dei mastini, inquieto, a quel suono alza più forte il

ringhio; ed il giovine capo di quel drappello, vôlto al personaggio più

sinistro di esso, così gli dice.

— Non saprai tu dunque far tacere l’ingordo? così tu m’hai educati

alla mia caccia i miei mastini? Non vedi che qualcuno si appressa?

Tu omai mi diventi un imbecille non più buono a nulla: ma zitto ecco

il nostr’uomo. No, non è quella gran massa ambulante: è della stessa

statura ma le forme non sono le sue, colui è un giovine. Vedi, ha un

liuto: ebbene sarà un innamorato che consuma le notti sospirando sotto

un balcone di una bella. Vedi, si ferma sotto la sua casa! Non vorrei

che costui disturbasse il mio disegno e mettiamogli un po’ di paura...

Ma no, odi che già tocca il suo istrumento e fa un preludio. Ebbene,

suona a meraviglia. Se non sarà questa sera pel nostro toro ghibellino,

sarà un’altra che gli daremo la caccia. Ora non voglio perdere questa

musica: ritiratevi più in qua, che nessuno ci vegga: così a maraviglia:

zitto che canta; o corpo di Satanasso, la voce non mi è nuova! Udiamo

la sua canzone.

Così diceva il crudelissimo Giovanni Maria, posto agli agguati a capo

della via per sorprendere qualcuna di quelle vittime che egli così

di sovente destinava a sbramare la crudel fame de’ sanguinarii suoi

mastini. L’infame Squarcia e due antichi e rozzi soldati lo seguivano,

testimonii ed esecutori degli ordini suoi dispietati. L’aria che in

suono misurato e tenero si udì risuonare è la seguente:

S’apre la terra e genera

Tenere erbette e fiori,

Ma anco a me non sorridono

I dispietati onori.

Natura intera il vivido

Color di speme or veste:

Ahi! me pur sempre ingombrano

Idee dolenti e meste!

A dolci accenti or aprono

I pinti augelli il canto:

Gli accenti miei dettarono

Sol la mestizia e il pianto.

E tu che splendi, o candida

Luna dal puro raggio,

E il maggior globo illumini

Nel cheto tuo viaggio;

Lodi ognuno il vergineo

Tuo rugiadoso aspetto,

Che de’ pensier più teneri

In noi sveglia il diletto: —

Ma agli occhi miei sol tenebre

È il tuo vago splendore:

Ed altri lumi ispirano

A questo cor l’amore. —

Nel mentre che quest’aria veniva cantata con voce dolcissima ed

un’espressione che ben dinotava spiegar essa appunto i sensi più

candidi e veri dell’innamorato garzone che la spacciava, un’imposta

si aperse di poche dita, e se non mostrò nemmeno nell’ombra colei che

sembrava risguardassero quelle parole, almeno diede un lieve indizio

che non ingrata giungeva, alle orecchie della bella, del cantore la

melanconica canzone. Frattanto il suono variato del liuto continuava a

ferire il silenzio di quel luogo, e faceva sentire i più dolci accordi.

Il Duca, in questo mezzo, poichè ebbe in silenzio udita la canzone,

vôlto allo Squarcia così gli diceva.

— Questi versi di certo sono dettati all’improvviso; e sono assai

belli, ma tu non hai gusto in ciò. Però il solo Arrigo Bianchi nella

mia Corte avrebbe saputo improvvisarne di simili. Colui era un allegro

compagno; ma mi ha lasciato. Il tristo non seppe accostumarsi alla

nostra caccia; e ci ha abbandonati, per andare a farsi stringere nel

suo castello da Facino. Sarebbe pur stato meglio per lui rimaner in

Corte, e quivi passar il tempo vivendo delle altrui donne e dell’altrui

sangue, che cader in mano di un furbo come Facino. Ma tornerà forse,

tornerà; e la Corte presenterà tutt’altro aspetto, Squarcia. Io so di

certa scienza che il nostro tutore, voglio dire il vittorioso Facino,

è assalito dalle gotte e da’ dolori pericolosi. La Sibillina mi ha

parlato, come l’asino di Balaam; e sebbene dicasi per proverbio, che

cane non mangia cane, pure questa volta, quella rabbiosa vecchia mi ha

detto che desidererebbe un boccone di cane.

— Devo io, illustrissimo signore, preparargli una mezza dozzina di cani

da mangiare? Non perderebbe ella il gusto del sangue più nobile?

— No, bestia, no: tu mi diventi ogni giorno più stupido: io vedo che

dovrò scegliere in breve un altro canattiere. Io volea dir solo che

Facino, che ora sta stringendo Bergamo d’assedio e già ne ha presi

i borghi, e che tante idee gigantesche ha nella mente di spogliare

de’ loro dominj i Malatesta, il Vignate ed i Rusconi; egli di certo

guarda con occhio ambizioso anche la nostra Corte dell’Arrengo, e

pensa forse che non starebbe male sulle secche sue spalle il nostro

manto ducale. Ma noi lo preverremo. Se ci scappò una volta, non

salverassi la seconda. Ho anch’io i miei lacci per prendere di questi

lupi; e buon per lui che non è in Milano, colpito dal male che ora lo

affligge. Forse, a questa ora si sarebbe veduto il bravo Signore di

Novara, Tortona ed Alessandria far una piccola guerra difensiva contro

l’Ingordo il Guercio e la Sibillina.

— Ha detto, Illustrissimo, che ha l’illustrissimo signor Facino nelle

sue prigioni del palazzo, per darlo al Guercio, all’Ingordo ed alla

Sibillina?

— No, no. Oh così fosse! egli avrebbe una bella compagnia di

Ghibellini per fargli corona all’inferno; ma ora non è il tempo.

Però questo superbo e voluminoso bue di Porta Ticinese ad ogni

costo voglio immolarlo. Egli ha, cred’io, in sè un secreto che non

può permettere che viva un istante solo, quando a me si mostri il

destro di sagrificarlo. L’avrei fatto prima; ma Facino, il terribile

Facino mi tenne in rispetto. Ora egli ha bisogno di pensare a’ casi

suoi; e costui che ha un nome per sè fatale, ora tocca la sua ora

di perdizione. Ma zitti e pronti, parmi che venga! Il giovine cessa

di suonare, e si ritira: tanto meglio: oggi l’assaliamo. Via, è lui,

sciogli, Squarcia, i mastini. — _Piglia, piglia._ — Mano al ferro, e

pronti ai cenni.

Così diceva il feroce Duca, e le ultime parole volgevale ai due immani

cani ed agli armati del suo seguito. La persona di cui parlava era

frattanto giunta a passo misurato fin quasi vicino a un bel palazzo

sotto il quale il giovine innamorato cantato avea la sua amorosa

canzone; ma pare che di qualche cosa gli fosse nato sospetto, perchè

avea tratta fuori la spada: i sospetti erano sempre pronti a nascere in

que’ tempi di disordine e quasi di anarchia. Ora egli non sì tosto si

avvide di aver a fronte de’ nemici, che gittò un fischio particolare,

e postosi colle spalle verso la porta della casa già accennata, di piè

fermo si preparò a difendersi dagli aggressori. Il primo che contra di

lui si avventasse fu uno dei due mastini, ed egli d’un colpo lo stese

al suolo spirante; l’altro più timoroso non osava avvicinarsegli ed, a

qualche distanza, ringhiava fieramente.

— _Avanti_, — gridò allora il Duca, e posto egli stesso mano al ferro

si avanzò, seguito da’ tre compagni, per opprimerlo col numero e farlo

prigioniero; ma un ausilario venne in soccorso dello sconosciuto. Posto

mano al ferro, il giovine stesso che poco prima avea con tanta maestria

toccato il liuto, con un coraggio ed una prontezza poco ordinaria

venne innanzi, e ferito d’un colpo il Guercio, che era il superstite

dei mastini, si diede a combattere collo Squarcia e coi due uomini

d’arme che mollemente e forse a mala voglia lo secondavano. Frattanto

aprissi lo sportello del palazzo; lo sconosciuto vi entrò illeso; e, o

che credesse quell’assalto non a lui diretto, bensì all’altro che ora

stava combattendo, o qualsiasi altra meno generosa idea il guidasse,

lasciando il bravo suo ausiliario solo nel periglio, in salvo nella

casa si pose.

Parve che di essere così abbandonato solo a far fronte a tre l’altro

non si aspettasse, perchè non sì tosto disparve colui in aiuto del

quale aveva il ferro impugnato, che cedendo, portossi sulla piccola

piazza ove ponea capo un angusto viottolo, pel quale forse disegnava

meglio poter salvarsi. Ma il Duca fino allora rimasto nell’inazione

si avanzò anch’egli, e gridò: — Cani di poltroni, non mi prenderete

in tre un ribaldo che osa farci fuggire una preda? giuro al cielo, lo

voglio vivo, o vi farò tutti e tre sulla medesima forca appiccare.

— E all’incoraggiamento aggiungendo l’aiuto, si diede egli stesso a

combattere contro il giovine valoroso, a cui finalmente Squarcia riuscì

di afferrare il braccio per disarmarlo. Però, se dar luogo io posso

ad un mio sospetto, non fu tanto il numero de’ nemici che disarmò il

bravo combattente, quanto un flebile grido che partì, sul principio del

combattimento, da quella finestra stessa alla quale egli avea rivolto i

suoi sospiri.

Caduto in mano dello Squarcia, il giovine venne subito cinto di catene.

Ma egli non parve perdere l’alterezza del suo carattere, la fierezza

del suo contegno.

— Sai tu chi hai davanti, Giovanni Maria? — disse egli in tuono amaro

al Duca che stava osservando la sua vittima nel mentre caricavasi di

ferri, e forse ne meditava nel suo interno il ferale supplizio.

La luna che batteva sulla piazza illuminava quell’infanda scena.

Squarcia per un capo di una catena stringeva il suo prigioniero, e i

due soldati gli si erano posti dall’uno e dall’altro canto, aspettando

il comando del loro signore. All’interrogazione del captivo, costui si

scosse; quella voce lo colpì di stupore; alzò la fronte accigliata e in

cui spirava il suo mal talento contro di colui che la domanda gli avea

vôlto, ma con stordimento parve ravvisarne le fattezze.

— Sei tu, Biondo! — sclamò con voce che ben denotava lui essere

attonito di quell’impensata apparizione. — Or qual demonio ti portò,

per contrariarmi, alla mia presenza?

— Dite piuttosto che io ci venni per risparmiarvi un delitto! — disse

l’altro con alterezza.

— Tu sempre parli in un tuono alto: ma bada bene che già mi hai di

troppo ora offeso. Sai tu chi era colui che scopo io far volea delle

mie vendette? Non sai che è il più malevolo Ghibellino del mondo? E

tu che andavi trattenendoti sotto quelle finestre? Ma non è questo

il luogo. Prometti che mi seguirai spontaneo al palazzo; e io ti faro

levare i tuoi ferri.

— No, giammai spontaneo io moverò un passo per tornare a quel palazzo,

di cui io già da più anni giurai non avrei più calcata la soglia. Non

sarà che colla forza, e carico di ferri, che quivi voi trar farete un

compagno che vi amò, quando Giovanni Maria non si era dato in preda

alle sue colpevoli inclinazioni!

— Frena la lingua, se non vuoi ch’io te ne faccia pentire prima del

nuovo giorno! Bada che chi offende Giovanni Maria, fosse suo padre, ne

porterebbe immancabilmente la pena!

Nell’ultima frase del duca alcuna cosa vi fu che lo fece ammutolire.

Egli fece un cenno a Squarcia, e a passo lungo e spesso si volse verso

la sua Corte dell’Arrengo; e dietro lui seguivano i suoi satelliti che

seco traevano il giovine prigioniero.

CAPITOLO XIX.

LA RICONCILIAZIONE

Se il mio lettore, siccome io lo suppongo, di già non lo avesse

indovinato, io sono ben afflitto di dovergli dichiarare che la

scena terribile da noi riferita aveva luogo tutta fra persone di sua

conoscenza, e per le quali forse l’animo suo è di già segretamente ben

disposto.

Giovanni Pusterla, oggetto di fieri sospetti pel Duca, il quale la

vita di lui incompatibile stimava colla propria riputazione e che

ne avea giurata la morte, il Pusterla fino a quel punto era rimasto

sicurissimo in Milano sotto l’egida del nome terribile per Giovanni

Maria del suo Generale Facino. Ma ora che quel Duca scellerato udita

avea la pericolosa malattia del condottiere temuto delle sue armi, ora

egli crederà poter por mano alle proprie vendette, ed immolare quella

vittima che da tanto tempo invano avea cercata. E forse anche il suo

odio e i suoi ostili disegni non si limitavano solo contro il Pusterla;

egli aspirava forse ancora a far pagare la pena de’ suoi trionfi

all’intero partito de’ Ghibellini; e la morte di Giovanni Pusterla non

era che il segnale di una maggior carnificina, che cominciata sarebbe

subito che la sorte liberato lo avesse di Facino.

La figlia d'un ghibellino, vol. 2/2 · 第 3 / 7 段