Rimaneva però sempre, per essere in pieno possesso del castello, di

far snidare dalla grossa torre l’inferocito Lodovico Rusca; ed egli,

siccome un leone da vicino incalzato dai cacciatori, preparavasi a

perire opponendo la più disperata resistenza. Avrebbe potuto Facino,

stando ozioso, aspettare che s’ammansasse col tempo quel suo furore;

ma egli associava la propria gloria al conquisto totale del Castello;

poichè il primo recinto non era venuto in suo potere che per la bravura

di un suo stipendiato, e il restante per tradimento. Egli dunque ordinò

che ogni mezzo si mettesse in opera per impadronirsi della torre.

Sebbene unita questa al restante del Castello, pure con esso non aveva

comunicazione di sorta, tranne che per una parte, ove era praticata

una piccola porta che metteva a un ballatoio, mediante un ponte

levatoio che in quella circostanza era stato alzato: sulla torre poi

erano mangani e petriere per lanciar sassi; e non era difficile che

gli assediati ivi resistessero alquanti giorni. Il fabbricato che

stava intorno alla torre, era un edifizio irregolare, che chiudea

nel mezzo una poco spaziosa corte. Ora in questa piccola corte e di

fuori accingevasi Facino ad aprire una breccia, se era possibile, per

penetrare nella torre, quando, mentre ferveva quell’orribile travaglio

di guerra, e gli assediati gittando dall’alto sassi e dardi si

difendevano, Giorgio Tanaglia, volto al suo signore che gli era vicino,

gli disse:

— In nome del cielo non fia che il taccia, signor Giovanni; mi si

aggira per la testa una ricordanza assai bella. Io mi ricordo di essere

stato in questo castello quando i Ducali lo tolsero sette anni sono

al Malatesta, ed or sovvienmi che per un sotterraneo andito si può

penetrare nel mastio. Dovremo noi cercarlo ed acquistarci l’onore di

averlo messo in mano al signor Facino?

— Sì certamente, Giorgio, e subito; andiamo difilato ove credi sia la

porta, e vogliamo essere i primi a penetrarvi: raguna i soldati che

sono sotto il mio comando.

Furono questi tosto adunati, ed il Falconiere, precedendoli, di fianco

al suo signore, a questo così diceva: — A dir il vero è già qualche

tempo che io voleva dirlo;... ma, per dire la verità,... veramente...

— Con tutta la tua verità non mi dirai niente, Giorgio, se prosegui di

questo passo.

— Dico che veramente.... Or bene sappiate che la povera Lucia questa

mattina mi ha quasi fatto piangere colle sue lagrime; chè mi diceva che

mi avea veduto in sogno morire; e che era un mal’augurio...

— Eh! poltrone, crederesti tu a queste pazzie?...

— Dirò, io no; ma veramente, per dire il vero; in verità che...

— Ti venga un canchero, colla tua verità!

— Io mi sento come un cattivo presentimento.

— Eh! via: lascia i presentimenti ai codardi... e sii uomo.

— Io credo di essermi sempre mostrato tale: ma tutti abbiamo la nostra

ora; e fra me stesso io diceva: chi sa che veramente questa sia la

mia?... Ma ad ogni modo eccoci al luogo della porta secreta; non sarà

la paura che mi farà dare indietro.

Nel mentre così diceva, erano giunti in una sotterranea stanza tutta

rivestita di tavole di quercia: il Falconiere ne tentò una, di poi

un’altra; alfine una di queste si smosse; e videsi un picciol uscio

secreto: fu sforzato, e furono in un andito, che li mise ben tosto

nell’interno della torre. Salendo per una angusta scala, da un piano

all’altro giungendo, aveano a sostenere una breve zuffa con alcuni

dei fedeli compagni del Rusca, che stavano scagliando dardi dalle

balestriere. Altri cedetter le armi, altri resisterono fino che o la

morte o qualche grave ferita non glielo vietò. Finalmente furono sulla

piattaforma, ove trovavasi il nerbo de’ difensori, i quali però non

erano che sei.

Sorpresi, storditi, spaventati, siccome persone a cui una straordinaria

visione terribile si fosse appresentata, i compagni di Lodovico Rusca

rimasero immobili senza poter vibrare un sol colpo. Ma Lodovico, colla

fierezza della tigre assaltata nel suo covile, si slanciò contro uno

degli assalitori, e d’un colpo lo stese morto al suolo. Era il povero

nostro Falconiere, che pure poc’anzi era stato profeta del proprio

danno. Egli per altro ebbe un feroce vendicatore; poichè Giovanni

Pusterla menò al Rusconi un tal colpo che, passatogli l’elmetto e la

cuffia di ferro, gli spaccò la testa fino al naso. Gli altri compagni

del Rusconi cedettero le armi; e così terminò il conquisto del Castello

di Erba, conquisto che un nuovo lauro aggiunse a quelli di Facino Cane.

CAPITOLO XVI.

IL RITORNO NELLA CITTÀ

Erano poche ore dopo mezzodì allorchè la memoria, per lui fatale, del

povero Falconiere valse a dare nelle mani di Facino l’ultima parte

dell’espugnata rocca di Erba; e fu solo sull’imbrunir della sera che

il Generale delle armi ducali, con Estore e col Pusterla tornossene al

castello di Parravicino, seguìto da poche guardie, essendo restato il

rimanente dell’esercito nell’espugnata fortezza.

Il nostro Antonio Carcano a rispettosa distanza, seguiva egli pure

i vincitori. Egli veniva verso il Castello del Pusterla per quivi

accompagnarsi all’amico prigioniero, cui egli applaudissi di aver

liberato; e nel suo interno si rallegrava assai e congratulava del buon

esito della sua impresa.

— Ecco, — diceva egli, — Arrigo ha con me un obbligo incancellabile per

tutta la vita. Il manco che potrà fare a mio favore sarà di tenermi

seco come un fratello. Egli era caduto in mano del Pusterla! potea

capitar peggio, dopo tutto quello che è accaduto!... La sua vita era

forse più sicura cadendo in mano degli assassini. Che se si fosse

trattato di riscatto, chi sa quante migliaja di fiorini egli dovea

sborsare? E fu una gran ventura che Facino si accontentasse! Basta,

andò bene; e io le cose già le so fare; nessuno avrebbe saputo fare

altrettanto. E Facino che farà in mio favore? nol disse, ma chi sa!...

poco no certo: bisogna che cerchi di insinuarmi nella sua grazia: egli

può farmi del bene assai. Il suo naturale mi piace; poche parole; _sì,

no_. Lascia fare a me. Anche a questi laconici le lodi non suonano mai

troppo lunghe agli orecchi. La lode è un soporifero potente: e grande

utile ne ricava chi sa adulare con destrezza. Io spero assai; gli sono

ora al fianco; se posso amicarmelo, io non ho più nulla a desiderare.

Addio anche ad Arrigo, se riesco a navigare con sì buon vento.

D’altra parte, intanto che il Carcano così fra sè ragionava, Facino

Cane, vôlto al Pusterla, gli diceva: — Ora conviene che io marci contro

Como; la stagione però è molto avanzata: ottobre va inoltrandosi, le

pioggie verran ben presto. Io però, spero di spaventare il Ruscone e

indurlo a cedermi la città con buoni patti. I Comaschi non sono troppo

contenti del suo governo, e mormorano sommessamente. Io adescherò il

partito dei Vitani: eppoi lo spavento di sì pronto successo contro il

Castello di Erba deve non poco aver commosso gli animi delle truppe

de’ Rusconi. La fortuna mi si mostra propizia: essa mi continui il suo

favore! Oh potessi io così veder compiti i miei disegni, come con tutto

l’ardore io intendo di proseguirli!

— E del Duca, signor Facino, del Duca potete voi ora pienamente fidarvi

che non si dia ad altri?

— Io già vel dissi, egli non può più far nulla. Inoltre io passerò il

verno a Milano, ove sono Governatore, e finirò di consolidare i suoi

ceppi. Credetemi, Pusterla, egli più non ardisce muover un dito contro

le persone che io proteggo. Il mio nome è piena salvaguardia per gli

amici miei. Sicchè, compare, tornate a Milano, sulla mia parola, voi

pure; tornate, che conferiremo insieme molte cose: voi più nulla avete

a temere per parte di Giovanni Maria.

— Egli per altro mise a morte un mio cugino; egli un figliuoletto di

lui barbaramente fe’ trafiggere; egli odia la mia casa atrocemente.

— Ora sono cangiati i tempi! E forse presto uno ne vedremo in cui tutti

coloro che presero parte a quelle sanguinose scene, ci pagheranno il

fio de’ lor misfatti. Viva pure il Duca, viva, chè io la sua caduta

non bramo, e gli ho giurata la mia fede. Ma gli empi suoi ministri,

l’atroce Squarcia.... chi sa che non espiino un giorno su di un

patibolo le nefande loro scelleratezze!

A queste parole succedette un silenzio; e poco dopo Facino si volse

ad Estore Visconti, e con lui in varii discorsi si intrattenne finchè

giunsero al Castello del Pusterla.

Quivi li avea preceduti la novella della presa del castello di

Erba e della morte del povero Falconiere. Oh come teneri furono gli

abbracciamenti che Beatrice fece al vecchio padre suo, ora del tutto

fuori de’ pericoli della guerra! — Oh come oggi ansioso e trepido, —

sclamò ella mentre il padre la stringeva fra le sue braccia, — batteva

il cuor mio, quando da una di queste torri gli occhi miei volgeva verso

la parte ove voi in tanti pericoli ponevate la vostra vita!

— Bella Beatrice, — disse Estore, — voi siete nata da un padre troppo

bravo per potere andare esente da questi terrori, di cui impossibile

è che non venga scossa, sebbene di non ordinaria fortezza dotata,

quale siasi persona del vostro sesso. Il Pusterla torrebbe piuttosto a

sostenere la tortora, che vedersi da vicino una zuffa e non prendervi

parte.

— Ahi pur troppo voi dite il vero! — con un tuono doloroso e con un

tronco sospiro sclamò Beatrice.

— Via, figlia mia, ora abbiano fine questi tuoi sospiri! È morto un

nostro bravo servitore, dirò anche un mio amico, ma tutti dobbiamo alla

fine trapassare una volta, ed egli è morto da bravo. Povero Giorgio,

egli avea un funesto presentimento in cuore, e pur troppo si avverò! Ma

di lui più non si parli; io doterò Lucia sua nipote, e faremo presto

le sue nozze. Voi, Agnese, ditele che asciughi le lagrime! Ancora

troveremo un altro Falconiere; e tutto si rimetterà sull’antico piede

di prima. Ma, mi scordava la mia promessa. Martino, Andrea, pigliate

nella mia stanza le chiavi della prigione, andate e conducete qua il

nostro prigioniero. Bene mi pesò, il farlo, ma in altro incontro gli

abbasserò io la cresta! Ma voi, Beatrice, andate a tener compagnia

nella sala ad Estore e a Facino.

Nel mentre che egli così diceva, tutto ansante e precipitoso ecco gli

torna innanzi il giardiniere, a con un’espressione goffa di maraviglia,

piantandosigli innanzi senza profferire una sillaba, si dà a dimenare

siccome una macchina la testa.

— Che è; sei tu diventato pazzo; o sei del tutto fatto bestia, come

dicono di Nabucodonosor?

— Signore, mandi un altro se a me non crede.

— E che cosa debbo credere, o scimunito babbione? Parla, che hai a dire?

— Che era aperto!

— Che cosa aperto?

— La prigione. E il diavolo forse..., uno Spirito.

— Che diavolo, che Spirito? Sia maledetta la tua bestialità!

— Fatto sta che non c’è più.

— Il Bianchi?

— I banchi ci sono, sì; ma io intendo parlare del prigioniero.

Giunse in questa anche Martino e confermò la novella.

— Che è ciò, — gridò il Pusterla. — Vi sarebbe nel mio Castello un

traditore! Possibile che il Falconiere.... Ma egli è morto; come si

vedrà l’acqua chiara!

— Alcuno non è uscito dal Castello? — domandò poscia il vecchio, il cui

volto si era acceso di sdegno; e volgea tale domanda a tutti coloro che

gli stavano d’attorno.

— Signore, — disse Agnese, — nessuno vide uscir persona dal Castello;

però fu trovato con istupore calato il ponte levatoio. Se il Falconiere

si è lasciato corrompere, il prigioniero può essere da sè fuggito. Ma

a dir il vero, il povero Giorgio questa mattina avea sì poca testa, che

io giurerei che per errore ha lasciata aperta la porta della prigione.

— Sieno maledetti i sogni ed i presentimenti, che rendono i bravi

peggio che le bestie! — sclamò il Pusterla. — Signor Carcano, — poi

disse al giovine che stava a certa distanza; — udite? Il signor Arrigo

ha già spiegato il volo, e buon per lui. Per altro voi, se vi aggrada,

potete fermarvi nel mio castello.

Non era questo il tempo in cui, come diceva un Grande di Spagna a Carlo

V, un uomo d’onore avrebbe dato il fuoco alla propria casa, dopo che in

essa avesse dovuto accogliere un traditore. I tradimenti erano troppo

frequenti in questi tempi, e gli uomini al loro brutto aspetto si erano

abituati.

Il Carcano si fermò volentieri nel castello del Pusterla, per non

allontanarsi da Facino da cui sperava assai; e la volubilità de’

suoi discorsi, la sua inclinazione alla galanteria cavalleresca,

all’adulazione; le sue millanterie, e la sua nota viltà, lo resero

piacevole e gli cattivarono anche la benevolenza di Facino nei tre

giorni che ivi fermossi volendo dar riposo alle sue schiere. Ma i

modi troppo lusinghieri con che quel bellimbusto avea fatto disegno

di porger conforto alla povera Lucia, nipote dell’estinto Falconiere,

la bellezza della quale di già in altra occasione avea ammirata, gli

fruttarono una carica di bastonate dal bravo Carlotto, che per pagargli

quel debito lo attese poco discosto dal castello. Un tal incontro,

sebbene non mai confessato dal nostro bravo paladino, insieme ad altre

considerazioni, lo persuase a seguire a preferenza Facino, sebbene

il Pusterla gli offrisse di rimanere nel suo Castello; posciacchè il

Carcano avea già abbiurato il partito Guelfo: massima essendo de’ pari

suoi non essere mai nè Guelfi nè Ghibellini; ma, come il camaleonte,

assumere i colori degli oggetti ai quali passano vicino.

Facino portossi a Como; ma non essendo riuscito ad ottenere quella

città col solo mostrarsele, stimò meglio ricondurre a Milano le sue

truppe ne’ quartieri d’inverno. Sei giorni dopo essere partito da

Parravicino, egli adunque vi ricomparve, per rivedere l’amico Pusterla,

e per dare alcuni ordini al Bussone, che proseguiva invano, per le

circostanze che diremo, l’assedio del Castello del Monte. Siccome

Facino blandir volea i Guelfi, nè amava la gloria del Carmagnola,

gli impose che qualora fra quattro dì non si arrendesse il castello

bloccato, egli tornasse colla sua piccola schiera a Milano. Partendo

poscia da Parravicino il giorno seguente, con lui recavasi a Milano

anche il Pusterla, che si era lasciato persuadere dalle assicurazioni

di Facino a tornare a stabilirsi in quella città. Ma noi abbandonandoli

nel lor viaggio, che fu senza avvenimenti, veniamo a quelli che

impedirono al Carmagnola la presa del Castello del Monte.

La prima difficoltà era questa, che quel castello era posto in

forte posizione sovra un’eminenza piuttosto erta, sicchè da una

sola parte eravi un facile accesso, e da quella parte appunto era

maravigliosamente fortificato. Inoltre lo scarso numero di genti

che si erano date al bravo Carmagnola, era per lui un grave ostacolo

ad ottenere di assalto la rôcca, cui bravamente Azzo difendeva con

un sufficiente numero di gente armata; sicchè per quante volte lo

tentasse, il Bussone mai non potè impadronirsene colla forza. Fu invano

che il Carmagnola cercò nuovi ajuti a Facino; costui, anzi, non andò

molto che il comando gli diede, siccome abbiamo veduto, di ritirarsi.

Per altro il Bussone volle tentare nuovamente un assalto la notte del

giorno stesso che Facino partì alla volta di Milano. Egli esortò i suoi

soldati a quell’impresa, e sperò, dando nell’armi dall’opposta banda,

sorprendere per una parte che stimava più debole la fortezza, e averla

in suo potere. Ma anche questa volta gli falli il colpo. Per vero dire,

la notte fu oscurissima e nuvolosa, come egli la sperava per crescere

terrore a quell’assalto, ma non sì tosto egli si fu mosso per giugnere

alla parte che scalare intendeva, ed ecco dai boschi vicini egli viene

bersagliato da una furia di frecce, e nel tempo stesso si accorge che

il suo disegno è anche conosciuto dagli assediati. Egli dovette quindi,

privo di ogni speranza, ritirarsi nel suo piccol campo.

Ma il giorno seguente un avvenimento ancora più funesto intervenne

al Carmagnola. Nel mentre pensieroso egli stava nella sua tenda, e,

maledicendo la sua mala sorte e l’ingratitudine di Facino, gli nasceva

il pensiero di abbandonarlo, per vendere ad un miglior padrone i suoi

servigi, e ad afferrar tal partito esitava, ecco che d’improvviso egli

ode al di fuori un rumore d’armi e gridi di battaglia. Esce allora

tosto, afferrando la spada e coprendosi del suo elmo, e vede che il

suo picciol campo è invaso da varj armati, che dal numero sopraffatti

però venivano respinti. In breve uno solo ivi ne restava; ma costui

sembrava anzichè uomo, un demonio. I suoi colpi erano colpi di martello

de’ Ciclopi favolosi: tutti paventavano il suo scontro; ed invano

gli faceano intorno piazza. Il Carmagnola contro di lui si avanzò.

Incoraggiati i suoi soldati, fanno lo stesso: così i cacciatori si

avvicinano ad una belva furibonda per renderla con prepotente forza

la vittima de’ loro colpi riuniti. Ma il feroce per questo non si

perdea di animo, nè parea paventare quel pericolo. Menò un fendente

al Carmagnola che non lo colse in pieno e fu nullo di effetto per la

bontà dell’armatura; quattro o sei altri colpi menò su di coloro che

si opponevano al suo passo, ed in breve andò a raggiungere i suoi

compagni. Dalla descrizione che ne fecero i soldati spaventati, si

seppe poi che colui era il Guerrier Nero, abitatore della Caverna del

Piombo.

Il Carmagnola il giorno seguente partì per Milano; nè mai più poscia

Facino pensò al castello del Bianchi.

Il bravo Azzo, rimanendo spettatore di quello che di fuori accadeva,

non sapeva a che attribuirne la cagione, e credette fosse opera di

Arrigo, il quale trovato avesse modo di uscire dal Castello di Erba,

che ancora dal suono festivo delle campane e dal cessare del trar delle

bombarde avea arguito essere stato preso; nè egli s’ingannò che in

parte. Poco dopo che il Carmagnola si fu ritirato, egli ebbe in fatti

la compiacenza di veder Arrigo, accompagnato da due armati, rientrare

nel proprio Castello; ed in uno de’ due suoi compagni ravvisò lo stesso

Guerrier Nero. Costui non si fermò nel castello che un istante. —

Addio, Arrigo, se la sorte sorriderammi, le vicende passate in questi

giorni possano meritarmi la vostra amicizia. — Ciò detto egli partì.

Arrigo spiegò allora ad Azzo, come essendosi sottratto di prigione dal

castello Pusterla, nel volgere il passo verso il proprio castello avea

incontrato quel personaggio da tutti temuto, e che a lui si era unito

per procurare di impedire al Bussone la presa del suo castello. Avea

quindi passati alcuni giorni nella caverna di quel monte.

Arrigo, per altro, avea riportata una non lieve ferita il giorno

innanzi assaltando il campo del Carmagnola, assalto veramente dettato

più dall’ira che dalla ragione. Arrigo narrò ancora in parte il modo

con che potè sottrarsi dal castello del vecchio Pusterla; ma, poichè il

mio lettore avrà altrove occasione di essere informato su questo punto

importante, ne tralascio per ora per maggior brevità la narrazione.

CAPITOLO XVII.

LA CRUDELTÀ

Entrando noi con Giovanni Pusterla nella città di Milano, è tempo omai

che un istante ci tratteniamo nel parlare di essa, del suo governo, e

dello stato della sua popolazione, di cui per incidenza già più e più

volte ci è accaduto di dover toccare alcuna cosa.

Se uno sguardo tu allora avessi vôlto su questa grande metropoli

della Lombardia, per antichi fatti famosa e per la fertilità del suo

territorio, a cui aggiugner potevasi, col Petrarca, la salubrità

dell’aere, lode ora alquanto venuta meno, per colpa de’ cittadini

stessi che la abitano, i quali permettono che d’ogni intorno prati

irragatorj la impregnino di umidità; avresti veduto, chiusa fra mure

di dimensione minor delle presenti[1], una popolazione ancor maggiore

dell’attuale, popolazione presso cui il lusso già avea fatti grandi

progressi, e cui la ricchezza rendea famosa non meno che l’industria.

Le abitazioni per altro erano ancora assai anguste, e teneano d’un

gusto particolare dominante a’ quei tempi, il quale si scostava dal

gottico, e cominciava ad avvicinarsi alla buona architettura. Gottici

però erano gli edifizj di alcuni palazzi principali, e come un gigante

fra una popolazione pigmea si alzava di già la vasta mole del Duomo,

opera che dovea la sua fondazione al padre del duca attuale, quel

Giovanni Galeazzo che tanto per ogni rispetto fu ambizioso di rendersi

l’ammirazione della posterità, siccome realmente fu il flagello dei

suoi sudditi fin che visse, per le contribuzioni enormi che loro

impose.

Il secondo edifizio che meritasse più attenzione, era il Castello

Giovio; quel freno della città fabbricato sotto gli occhi dei cittadini

da Galeazzo Visconti, e che maravigliosamente serviva a tenerla

sottomessa. Diffatti parea necessaria la forza contro una popolazione

che di recente avea perduto gli avanzi della sua prima libertà: mentre

recente era quel grado sommo di autorità a cui pervenuti erano i

Visconti, fin dal dì che Giovanni Galeazzo venne investito del titolo

di duca dall’imperator Venceslao. Suo figlio, il regnante Giovan Maria,

era il secondo che fruisse di tanta autorità, tanto ora però sfrondata

a cagione del suo spregevole carattere e della sua debolezza.

L’altro edifizio, su cui noi dobbiamo fermar la nostra attenzione, era

quello che dicevasi allora il Broletto Vecchio, ove un sontuoso palazzo

si ergeva ornato in mille modi da Azzone Visconti, al quale andava

aggiunto altresì un gran cortile che il buon Azzone pur ornato avea di

fontane e statue e mille ornamenti. Ma la barbarie de’ suoi successori,

e il capriccio di Galeazzo segnatamente, aveano fatto sì che quasi

tutto quel palazzo era stato abbattuto, per erigerne un altro ancora

più vasto; e solo dell’antico vedevasi al tempo di cui parliamo la gran

sala della Gloria, ed Azzone pur rammentava la piccola ma ben ornata

chiesa di S. Gotardo unita a quel palazzo, e che tuttavia vedesi a

nostri dì, la cui torre, prezioso monumento per le arti, all’occhio del

filantropo rammenta con tenerezza l’ottimo principe, degno di eterna

fama per aver protetto le arti belle e governati con paterno governo i

cittadini. Innanzi al palazzo di cui parlammo un po’ a lungo stendevasi

la così detta piazza dell’Arengo; e questa confinava colla già nominata

cattedrale, ossia il Duomo, di cui il palazzo rimanea a sinistra.

Ma il palazzo al tempo di cui parliamo, lungi dall’essere abitato

da un Azzone Visconti, non era ricetto che di un mostro forsennato

e crudele. Giovanni Maria, successo al padre, come il lettore sa, in

età giovanissima, era stato testimonio degli intrighi e de’ colpevoli

amori della vedova sua madre; e per le continue insurrezioni de’ suoi

sudditi, per le prepotenze de’ Ghibellini, da lui risguardati siccome

suoi nemici, agitato fra il timore, avea di buon grado lasciato alla

madre tutto il pensiero di reggere lo Stato; nel mentre che egli, il

quale negli ultimi anni del padre avea dato a divedere di essere dotato

di qualche spirito, ed aver un gusto ben determinato per la poesia,

passando i suoi giorni fra l’ozio, si ingolfava nel pericoloso mare

de’ piaceri, per tutti tosto con immature forze esaurirli, ed uscirne

poi sazio, e nè capace di più seguirli con impeto, nè di abbandonarli

con ferma risoluzione, per abbracciare più regolar vita e più utile al

popolo a cui sovrastava.

Egli si era cinto di giovani di famiglie distinte, Guelfi, siccome

quello che era il partito a cui si considerava come ascritto, sebbene

in realtà ben poco si mescesse nelle lotte che agitavano mortalmente lo

Stato e la città; e nel mentre il suo potere da ogni parte crollava,

egli ridendo e sollazzandosi, ogni dì facea un passo più in là nel

rotto costume. La duchessa, occupata già troppo degli amori suoi,

guardava con occhio indifferente i disordini del figlio, da cui intanto

ogni persona che punto ancora stimasse l’onor proprio si allontanava.

Fra coloro che compagni erano stati del Duca in sua gioventù, durante

la vita dì Giovanni Galeazzo, e che poscia abbandonarono la Corte,

prima che la abbandonasse il saggio Carlo Malatesta, fuvvi il nostro

Arrigo, siccome abbiamo veduto. Egli, compagno a Giovanni Maria

finchè non trattossi che di sollazzarsi col canto o in altri nobili e

giovanili esercizj, abbandonò il principe, allorchè tanti altri giovani

rotti ad ogni eccesso di mal costume si furono posti sotto i suoi

vessilli.

La figlia d'un ghibellino, vol. 2/2 · 第 2 / 7 段