Distribuita così la sua truppa, senza perdere tempo egli si

LA FIGLIA D’UN GHIBELLINO

VOLUME II

[Illustrazione: _Ah! non partite. Uno spaventoso sogno mi fa

tremare per la vostra vita._ _Vol. 2 Cap. XXII_]

LA FIGLIA

D’UN

GHIBELLINO

ROMANZO STORICO

RISGUARDANTE MILANO

AL COMINCIARE DEL SECOLO XV

DI

GIOVANNI CAMPIGLIO

VOLUME II

Milano

PER GASPARE TRUFFI

Cont.ª del Cappuccio N.º 5433

M.DCCC.XXX

CAPITOLO XIII.

LA PROMESSA

La sera antecedente ritirandosi dal Castello del Pusterla, ove

era penetrato protetto dal suo travestimento, Arrigo Bianchi ebbe

pienamente ad accorgersi quanto rigorose su lui fossero per ricadere

le conseguenze funeste della sua vendetta. — Maledetto, — sclamò egli,

— il momento in cui io pensai col sangue vendicare il sangue: ecco

il frutto predetto, ecco verificato l’oracolo di quel buon nunzio di

verità che a me mandato avea il cielo, ed a cui l’inferno mi ha fatto

chiudere gli orecchi.

Nè fu quindi con suo stupore che a lui presentossi il Falconiere di

Giovanni Pusterla, dalle cui mani ricevette il cartello di sfida,

che lo invitava a ritrovarsi presso la nota Cappella del Marliano per

render ragione del fatto insulto. Che far doveva? Se egli rifiutava

sarebbe stato tenuto in conto di vile, e come tale chiusa gli era

ogni via di riconciliazione col fiero suo nemico. Dubbio essere non

può nella sua scelta: il caso l’avea preveduto, ed avea ferma la

risoluzione: — O io perirò per sua mano, — egli avea detto a sè stesso,

— e poco male per me sarà perdere questa vita che già mi si fa odiosa,

o colla mia generosità, vincendo, placherò il Pusterla, e sarà forse

un passo fatto verso di _lei_ senza cui la vita per me non ha più

allettamenti. — Egli accettò la sfida, e passò la notte nella più tetra

tempesta di pensieri, e verificò ciò che tante volte accade, che il

sonno è più volte nemico anch’esso dell’infelice.

Finalmente il lucente disco del sole mostrossi sull’orizzonte. —

Insensibile ai desiderii ed ai timori dell’uomo, con moto misurato, tu

sole odioso percorri la tua carriera. Io, al tuo cadere più non sarò

che un immobile cadavere, o se vivo, sarò forse il più infelice che

l’aure respiri da te riscaldate. Se la mia mano versasse il sangue

del mio rivale, la mia infelicità non sarebbe paragonabile nemmeno a

quella di colui che commise il primo fratricidio sulla terra. Ma io non

tenterò che di disarmare il forte mio antagonista. Egli bene mirerà

dritto al mio cuore; e se mi toglie la vita andrà vantandosi del suo

trionfo. Anche questo mi strazia. Ma io non farò altrimenti; non farò

altrimenti; io il giuro a te, vaga luce dietro cui sospira il cuor mio.

Oh se il destino prima a me ti avesse mostrato!... Ma la mia sorte è di

ferro, me non aspettano che orribili sciagure. Io sono il più infelice

dei mortali!

«Le bellezze della natura, le dolcezze dell’amicizia, la vigoria

de’ miei pensieri, speranze più rimesse, più varie, abbellirono

modestamente prima che io ti conoscessi la mia esistenza. Ma poichè

tu o sole abbagliante ti alzasti, tutti sparirono i primi e modesti

ornamenti del viver mio; senza di te la mia vita io or la aborro. Tu

sola empi tutto il mio cuore; ogni altro desiderio ne cacciasti; e

se tu il lasci, egli vuoto rimane in preda alla più tetra solitudine.

Funesto amore, tu mi incateni e sei il mio tiranno. Io non credeva che

tanto duro fosse il tuo giogo!

«Ma pure io ho un amico, e lui non debbo frodar di una confidenza. Non

ignori Azzo l’impegno mio; egli abbia cura delle mie spoglie, se questo

giorno vede la cessazione di mia esistenza. — Egli chiamò un famiglio e

il mandò in traccia di Azzo; e questi entrò poco dopo nella stanza.

— Azzo, la catena de’ fieri casi che ebbe principio colla morte del

Capitano non è che cominciata. I suoi funesti anelli si succedono con

una frequenza fatale. Oggi io mi batterò con Giovanni Pusterla.

— Ebbene! Io v’invidio la vostra fortuna. Non potrei battermi io stesso

con un secondo?

— E non è di già troppo fatale per me questo combattimento! Voi pur

sapete quali speranze esso distrugge.

— Eh! via, ora capisco che volete dire, il vostro amore vi martella! Ma

se volete che al braccio del Pusterla opponga io la mia spada, voi non

avete, Arrigo, che a dire una parola.

— No; il mio secreto a te l’ho rivelato perchè tu possa pensare ai

resti di un amico; qualora, presso la cappella del Marliani, io dovessi

nel combattimento lasciar la vita.

— Tolgalo il cielo! — sclamò Azzo, e succedette a queste parole per un

istante il silenzio più profondo.

— Ma quale maniera è questa di riparare i torti! — sclamò Arrigo. — Un

giudizio che porta seco una pena sì rigorosa, un giudizio sì incerto in

cui la forza e la prontezza del braccio dà luogo al reo di vantarsi di

innocenza; e colui che dovea chiarirsi tale spira sul campo sanguinoso,

vedendo con disperazione il trionfo del suo rivale! Ah quale

demonio introdusse nel mondo tale peste de’ singolari combattimenti!

L’ignoranza sola potrà adottarli e proclamarli giudizi di Dio; e solo

il nemico del genere umano potrà unirvi una larva di onore, e così

radicarli per tutta la terra.

Azzo non era forse d’egual sentimento; ma Anselmo in questa comparve

nella camera, e disse che un messaggio di Franchino Rusca portava una

lettera per Arrigo Bianchi.

— Che sarà mai? — disse costui; — fatelo entrare.

Subito entrò il messaggio, tutto grondante di sudore ed ansante, e

consegnò una lettera ad Arrigo, per la quale avea ordine di attendere

la risposta.

— E che? — disse Arrigo dopo avere scorsa frettolosamente le lettera. —

Facino Cane si apparecchia ad assalire il castello di Erba per torlo ai

Rusconi? Or bene, Azzo, o io lascierò oggi questa vita odiosa, o chiuso

nel castello di Erba la venderò a caro prezzo in favore di un antico

amico e mio alleato, e per una causa di onore; chè già a noia mi torna

la vita. Torna al Castello, — vôlto al messaggio poi soggiunse, — torna

al tuo signore e digli che Arrigo non lo abbandonerà nel suo bisogno; e

che volentieri acconsente di unirsi seco per respingere i suoi nemici.

Torna, e reca tosto al Rusconi la mia risposta. — Il messo subito si

ritirò.

— Se io cedessi in questo singolar combattimento di cui l’ora omai è

vicina, tu Azzo ti porterai nel Castello in luogo mio, ed al Rusconi

darai la notizia della mia morte. Mezzodì omai non è lontano. Verrai tu

meco fino al principio del bosco fatale?

— E potrei, io, anche se lo volessi, non seguirvi da lungi, Arrigo? Or

via, eccomi al vostro fianco; di imperturbabilità rivestite il vostro

petto; pensate che la freddezza è necessaria nel combattimento; e

ponete tregua ai mille pensieri che si affollano nella vostra mente.

— Così il feroce Azzo tentava ridestar l’antica fermezza d’animo

nell’amico, che nulla gli rispose.

Entrambi un istante dopo si posero in cammino. Silenziosi a lungo

passo procedevano, e la mesta foresta nella quale già poneano piede

era bene scena consentanea all’espressione cupa delle fisonomie dei due

personaggi che in essa si addentravano.

Come Arrigo ebbe mossi alquanti passi fra di essa, arrestossi e così ad

Azzo disse:

— Qui, Azzo, m’attendi; e se fra un’ora io non compaio, allora ti

inoltra nel bosco, e pensa alle spoglie dell’amico che avrai a far

riporre nel sepolcro. In questo caso, tue sono le mie ricchezze;

in questa carta te ne fo il dono. E quest’altra, — egli soggiunse

porgendogli un altro foglio, — questa fa che l’abbia la figlia del

Pusterla. Io le domando il tributo di una lagrima sola nella sua stanza

solitaria. Amico, addio.

— In nome di tutti i santi, non perdete il vostro coraggio, Arrigo!

— sclamò Azzo. — Ma egli non mi ascolta! Ah il mio cuore è lacerato

dai presentimenti più crudeli. Ma io non godrò giammai della trista

conseguenza di una sua disgrazia. Foglio sciagurato, va all’inferno. —

Ed Azzo, il cui cuore era nobile non meno che feroce, stracciò la carta

di donazione, e battendosi la fronte colla destra si assise su un sasso

che era a due passi lontano da lui.

Frattanto Arrigo a passo frettoloso al luogo fatale ove combattere

doveva si avvicinava. Ma quale fu il suo stupore, di lontano vedendo

su quella piazzetta, non già il Pusterla, siccome ei si attendeva che

impaziente lo aspettasse, di già trascorsa essendo l’ora di mezzodì, ma

un gruppo di tre persone confuso, delle quali una sembrava avere forme

femminili ed una bianca roba ricoprirla. Quel luogo, il turbamento

dell’animo suo, le idee superstiziose a que’ tempi impresse anco negli

animi più elevati lo fecero un istante esitare.

— Fosse egli vero adunque che presso quella cappella, su quella angusta

piazza, ritornassero le ombre infelici di vittime della sventura!

Aprirebbero adunque veramente i sepolcri la loro bocca e ridonerebbero

le loro prede, e le anime di giù giudicate ritornerebbero a sospirare

nei luoghi che loro furono funesti! — Quale presagio era quello! Ahi

quella triste comitiva forse lui aspettava nel suo numero: — Infatti

non sono i miei casi in gran parte ai loro conformi? Ma che vaneggio

io! — poi soggiunse, — forse quelle fantasime sono create dal mio

spirito; la mia immaginazione dà loro corpo, ed il mio animo, scosso e

debole, nel suo secreto le paventa. Se meco fosse Azzo, ei non vedrebbe

quelle forme. — Impugnava quindi la spada, e con passo più lento sì ma

eguale e solenne si avanzava.

— Ma vedi, — egli fra sè diceva, — uno si è scostato! Oh Vergine, se

sono illusioni, sgombrale da’ miei occhi! Abbastanza non ho io pensieri

funesti che mi avvelenano l’anima? Vedi, spiriti o carne sieno, mi

hanno scorto. Quale apparizione funesta! Quai forme la mia mente in

essi mi figura! _Lei, lei_ che cagione è sola delle mie angoscie; ed

egli, egli quel santo vecchio che pur troppo profeta fu di questi mali.

— Arrigo si arrestò un istante, dubbioso se il suo cammino proseguire;

di poi fermata una risoluzione, e tanti affetti affollandosi nel

suo petto, sicchè nessuno distinto prevaleva, avanzossi siccome il

sonnambulo cammina, e siccome un egro uscito di sentire, od automa che

muovesi solo per l’impulso di una molla segreta.

Egli avanzossi; giunse dinanzi alla donzella, ch’egli non sapea a sè

stesso spiegare se carne fosse o fantasima vaporosa, chinò un ginocchio

a lei innanzi, e in quello stato immobile rimase senza profferire una

parola.

— Signor Arrigo, — disse allora Beatrice, — e perchè queste

dimostrazioni cavalleresche di rispetto verso di me, cui nell’istante

stesso voi venite per torre il padre? Io so a che fare qui venite.

Colui che già oltraggiaste, ora spegnere voi volete... Ma no, —

s’interruppe la fanciulla; — no, io sono ingiusta; io so che tale

essere non deve la vostra intenzione!

— Ahi, — disse Arrigo con voce commossa. — Il mio destino...

— O piuttosto la mano del Signore, — disse frate Paolo, alzando gli

occhi al cielo; — la mano del Signore...

— No, no, padre, io sono l’offesa, ed io debbo fare le mie rimostranze,

— l’interruppe Beatrice. — Ebbene, convenite che, poco generoso, le

vostre intenzioni dai fatti assai discordano. A elle state a’ miei

piedi? Un fortunato caso impedì al padre mio di qui trovarsi, ed io,

sovrana de’ vostri pensieri, in questa forse estrema volta che noi ci

troviamo sì dappresso, io vi comando che giammai non snudiate la spada

contro il mio genitore. Voi dovete al dolore della figlia sacrificare

una vendetta che tende a privarla del padre. Promettetelo, in nome

delle più dolci vostre lusinghe. Non rispondete? Ahi se vedeste quanto

lacerato sia questo cuore, quale angoscia ora lo strazii, la pietà, se

non la cortesia, vi muoverebbe a tutto promettere. Ah! i miei orribili

terrori dunque si verificheranno! Vedrommi io un giorno per cagione dì

queste orrende inimicizie l’insanguinato corpo del caro mio genitore a’

miei piedi...!

— Ah no, tacete; io ve lo giuro pel cielo che ci ascolta, per la terra

che gli è sottoposta, per quanto v’è di più sacro e terribile in questo

e nell’altro mondo; no, il mio ferro giammai contro quello del padre

vostro si scontrerà, senza cadere al suolo nel suo primo urto.

— Il cielo vi benedica! il cielo vi protegga! egli vi assecondi ne’

vostri più cari desiderii! Che se forza hanno le preghiere degli

afflitti presso il trono dell’Onnipossente, incessabili saranno le mie,

perchè abbiano una volta fine queste discordie fatali. Deh, alzatevi,

generoso mio liberatore! La più indelebile gratitudine per voi si

scolpisce nel mio petto; ed eccovi in segno di pace la mia destra. Ma

ora nulla più mi trattiene; nè più qui debbo rimanere. Addio, addio. —

Ciò detto, colla leggerezza appunto di una fantasima, di là si tolse.

Arrigo alzatosi sembrava una statua, non osando muovere un passo per

trattenerla, e solo cogli occhi pieni di una inesplicabile loquacità

accompagnando la bella apparizione che a lui si sottraeva. Frate Paolo

alzò al cielo uno sguardo; e forse fece una breve orazione, che Arrigo

non intese, quindi dicendo: — Sia benedetto il nostro Dio che ci ha

consolati, — si diede a raggiungere la sua compagna. Questa, leggera

siccome un capriolo, rugiadose le belle luci di lagrime espresse

dall’amore, dalla riconoscenza, dalla pietà e dalla consolazione, a

grandi passi dal centro si scostava della foresta.

Poichè Arrigo la ebbe perduta di vista, sclamò: — Fu dunque vero corpo

od una invidiabile apparizione! Ma io la vidi, io strinsi la sua destra

di pace, e il cielo mi tratti con tutto il suo rigore se io manco

alle fattele promesse: quale sarà per me compenso il pensare, in ogni

evento, che io glielo promisi! — Egli volse ancora lo sguardo dalla

parte per la quale era scomparsa, e non vedendo che l’invido velo della

foresta, sclamò: — O Cielo, io troppo oggi ti oltraggiai, detestando la

mia esistenza; posso io essere più fortunato, se quell’anima generosa

stessa ti prega pel mio bene, se io ho tocca in pegno di pace la sua

destra!

Egli quindi si pose in viaggio per tornare. I suoi pensieri prendevano

un corso ben diverso da quello che prima aveano seguìto. Una incerta

speranza di felice avvenire rischiarava le tenebre che aveano prima

contristato il suo cuore. I suoi pensieri, melanconicamente dolci,

succedendosi gli istanti a lui passavano con una rapidità da qualche

tempo da lui non conosciuta. L’uomo pur troppo tende a crearsi

agevolmente la dolce idea di una fortuna che sovente giammai non trova.

Egli trascorse la foresta senza quasi avvedersi; e parvegli un istante

il momento che lasciò il luogo ove tanto miglior piega avea preso il

suo destino, e quello in cui rivide l’amico suo, che, simile ad un

forte collocato in un posto avanzato e pieno di perigli, stava tosto

combattuto dal sospetto ad aspettare il suo ritorno.

— Il cielo sia lodato! Dunque è caduto a’ tuoi piedi l’altero

Ghibellino? — sclamò Azzo con un sorriso di orgoglio.

— Dio nol voglia! — rispose Arrigo. — No, il combattimento non ebbe

luogo. Tutto saprai: per ora sappi che il Pusterla mi ha fatto sapere

che non poteva trovarsi al luogo del convegno.

— Conviene dire che Facino lo abbia visitato nel suo castello.

— Ciò può essere. Ed appunto la mia parola mi obbliga a portarmi nel

Castello di Erba in soccorso del Rusconi. Ma tu, tu sarà bene che resti

per ogni avventura in custodia del mio. Facino odia i Guelfi e potrebbe

chiudere un occhio se alcuno tentasse saccheggiarlo. Sceglierà il

Carcano, a suo piacere, o di seguir me, o di restar teco, come crederà

più conveniente.

Fatta questa risoluzione, avendo il Carcano preferito di chiudersi

nel forte castello di Erba, che ben munito essendo di vettovaglie era

stimato poter resistere assai lungo tempo, in compagnia di Arrigo andò

ad Erba, e senza che nulla loro accadesse, entrarono in quel Castello.

CAPITOLO XIV.

LO STRATAGEMMA

Siedeva il Castello di Erba su di uno dei piccoli colli vicini

all’erta su cui è posto il borgo di quel nome. Ancora pochi anni sono

si vedevano gli antichi avanzi delle sue fortificazioni: ora più non

ne rimane vestigio, fuorchè i vasti ammassi di pietra, che, a certa

profondità nel suolo incontrandosi, ancora attestano la solidità delle

sue torri e delle antiche sue mura.

Verso settentrione e verso ponente due non vasti colli gli stavano

vicini. Da quella parte appunto più fortificato dall’arte era quel

ragguardevole forte che più volte avea resistito agli assalti del

nemico, e che più volte però avea cangiato di padrone in quegli ultimi

tempi. Ivi si era gittato nel 1404 Pandolfo Malatesta, respinto dalle

armi di Facino e de’ Rusconi, allora alleati del Duca; più tardi, per

corruzione di quel castellano, era passato in possesso di Franchino

Rusca, che signoreggiava Como del quale si era eretto tiranno. Ora

finalmente venìa Facino per rivendicare il diritto che su di esso

tuttora serbava la Casa Viscontea.

Era il castello d’Erba adunque, siccome abbiam detto, una fortezza

assai ragguardevole. Un forte recinto poligono munito di sei torri e

varie bertesche opponeva da ogni banda i suoi lati bene fortificati

agli aggressori. Che se a questi riusciva di aprire una breccia in

quelle mura poste a poco più che metà della collina, tuttavia non eran

privi di difesa gli assediati, che riparavano nel corpo del Castello,

munito di una fossa, ed avente forti mura merlate, torricelle, ed

inoltre un gran torracchione assai più antico da una parte, che formava

come il nucleo della fortezza, e che veniva perciò appunto chiamato il

maschio.

In altri tempi una tale fortezza sarebbe stata pressochè imprendibile.

Però ora già cominciavasi ad introdurre negli assedii le bombarde,

che con terrore degli assediati crollavano mura prima credute

inespugnabili; ma oltrechè quelle artiglierie erano ancora scarse,

erano inoltre sì pesanti e difficili a maneggiare, che l’effetto era

tuttavia ben lontano dal pareggiare in minima parte l’impeto infernale

di quelle di oggidì.

Il giorno stesso del suo arrivo, Facino Cane mandò varj drappelli di

cavalli leggeri a sorvegliare il Castello perchè nessuno vi facesse

entrare vittovaglie; e il giorno seguente cominciò a lavorare un campo

sui due colli che, come abbiamo detto, stavano a poca distanza dalle

mura della fortezza.

Egli fece anche occupare il borgo di Erba da alcune squadre; e per tal

modo egli apparecchiavasi all’assalto del primo recinto di mura. Egli

avea da principio sperato che, atterriti i Rusconi, sarebbero venuti

tosto a patti; ma si ingannò; alla intimazione che loro fece fare, per

mezzo di un trombetta, gli venne risposto: «Che quel diritto stesso che

il Duca pretendeva avere su di Erba lo avea Franchino Rusca signor di

Como, che l’avea conquistata. Ma che il Rusconi credea che non il Duca

fosse l’autore di quella guerra, il Duca col quale già da più anni era

in buona armonia, sibbene l’ambizioso Facino, che il Duca avea messo

in ceppi, e che aspirava a spogliarlo d’ogni dominio. Insaziabile

essere la sua ambizione: già Alessandria, Tortona, Novara e più terre

del Milanese egli avea usurpate; ora aspirava ai possessi altrui, e

molestava i Rusconi che in nulla lo aveano offeso. Ma essi confidavano

nella giustizia della loro causa: coll’aiuto del glorioso sant’Abbondio

difenderebbero Como e le sue dipendenze. Non temevano Facino.» —

Deposta adunque ogni speranza di accordo, Facino facea gli apparecchi

per avere il suo intento colla forza.

Frattanto nell’interno del Castello gli assediati si disponevano ad

opporre una vigorosa resistenza. Per verità i soldati del Ruscone erano

un poco disgustati dalla severità di Franchino, che passava per assai

rigido e anche crudele, ma d’altra parte una buona paga e le molte

promesse li spronavano gagliardamente a mostrare in quella congiuntura

il loro valore; chè non aveano motivo a credere di essere nelle loro

speranze delusi. Pertanto ciascuno si proponeva fare il meglio che

poteva perchè il nemico non trionfasse, e con gran diligenza erano

sorvegliate le mura e le torri, e si stava in un continuo allarme per

non lasciarsi sorprendere in nessun modo.

Facino, il quale aspirando a maggiori imprese, volea risparmiare

i suoi, mollemente attendeva a bombardare le mura; nè pensava a un

generale assalto. Egli meditava invece uno stratagemma; e fingendo

di ritirarsi con una metà delle sue truppe diede ordine all’altra

comandata da Estore di rimanere inattiva e dar segni di timore. Egli

venne intanto a Parravicino, e sperava che presa gli assediati fiducia,

sarebbero usciti per combattere; ed allora, cadendo loro addosso

senz’altro avuto avrebbero la peggio, e quindi per terrore il castello

si sarebbe arreso.

Diffatti il Franchino Rusca, lasciatosi ingannare da quelle apparenze,

concertò col Bianchi e con un suo nipote che avea seco, giovine

generoso e che avea nome Lodovico Rusca, di sortire una notte

ad assaltare d’improvviso da due differenti parti il campo degli

assedianti. Solo due cento cinquanta uomini essere scelti dovevano per

quell’impresa; il restante della guarnigione, di forse altri cento

cinquanta uomini, sarebbe rimasto in guardia del Castello sotto il

comando di capitani di minor conto; e con essi restava il Carcano, che

sebbene narrasse di sè mille prodezze, pure non sapeva mai risolversi

a lasciare il suo posto nel mastio, che certamente era il luogo più

sicuro.

Concertata pertanto ogni cosa, una notte in cui maravigliosamente

protetti si credettero dalla oscurità del cielo, perchè dense nubi

coprivano la luna, allora nel suo primo quarto, vedendo scarsi fuochi

nel campo, uscirono dal Castello in tre drappelli, due de’ quali erano

destinati ad assalire il campo, il terzo dovea stare in guardia perchè

non venissero côlti da altre truppe alle spalle. Lodovico Rusca assalir

dovea la parte del campo posta sul colle che guarda settentrione;

il Bianchi l’altra, cioè quella posta sul colle a mezzodì; Franchino

Rusca dovea assicurar loro le spalle. L’impresa era ardita; e potea

avere buon riuscimento, sorprendendo un campo in cui il nemico sembrava

immerso nel sonno e male in guardia. Ma non sapeano che Facino tutto

facea spiare attentamente.

Ma sebbene Facino prevedesse il caso e subito da alcune sentinelle

a quest’effetto collocate gliene venisse dato avviso, il campo era

veramente negligentemente guardato ed i soldati immersi nel sonno.

Pertanto le due schiere che attaccar lo dovevano, non solo senza

opposizione superarono i ripari poco forti dell’accampamento, ma in

esso spargendo il terrore, Lodovico Rusca fu il primo a farvi assai

grande macello: ma i Ducali però non tardarono a riunirsi, accesi

molti fuochi, ed opporgli una vigorosa resistenza. Poco dopo attaccò il

campo dal lato opposto Arrigo Bianchi, e nuovamente allora le armi de’

Rusconi parvero prevalere, sebbene assai inferiori in numero, protette

dalle tenebre che non bene lasciavano distinguere dagli amici i nemici,

ed avendo incontro soldati mezzo spogli ed oppressi dal sonno, fra i

quali gli ordini dei capi erano male intesi e male eseguiti.

Ma ben presto cangiarono d’aspetto le cose. Non appena ebbe l’avviso

Facino della mossa del nemico, che subito fatte armare le sue genti

posesi egli alla testa dei cavalli; e dei fanti una metà diede a

comandare a Giovanni Pusterla, l’altra metà a Francesco Bussone,

detto il Carmagnola, perchè nativo di quel luogo, il quale militava

con un piccolo comando nel suo esercito, ma cui egli assai bene

conosceva siccome uomo dotato delle più preziose doti per riuscire

sommo capitano, istancabilità, avvedutezza, valore, freddezza d’animo,

e prontezza nell’afferrare i partiti. E in fatti questo Bussone a

tanta rinomanza poi salì sotto il titolo di Conte di Carmagnola, che

pochi capitani lo hanno nell’Italia superato. Ma Facino temea la sua

ambizione; nè mai gli avea voluto dare maggior comando, stimando che,

conosciuto il suo valore, diverrebbe una buona spada in mano de’ suoi

nemici.

Distribuita così la sua truppa, senza perdere tempo egli si pose

il primo in viaggio, e rapidamente si mosse verso il campo. Egli

si incontrò nella piccola schiera di Franchino Rusca, l’assalì, la

disperse; ma poichè sospettò, come era, che la comandasse Franchino in

persona, perdette assai tempo nel procurare di far tutti prigionieri,

inseguendo ogni uomo di quel drappello, per così finire la guerra:

ma il Ruscone, mediante la devozione di alcuni suoi prodi compagni ed

aiutanti di campo, riuscì, favorito dalla notte, e dalle selve vicine

in cui i cavalli non lo poteano inseguire, a salvarsi. Egli non fece

però nessun tentativo per ritornare nel Castello, ben conoscendo che

si sarebbe esposto con ciò al grave rischio di incontrarsi in altri

nemici; e quindi per deviati sentieri prese il cammino verso Como, da

cui sperava mandare in breve nuove forze a rinfrescare la guarnigione

del castello di Erba.

Ma Lodovico Rusca, sebbene gli giungesse alle spalle un nemico non

meno possente, quale era il Bussone, resisteva con grande coraggio

e deliberazione. Il Bussone però ciò vedendo, con quell’avvedutezza

che gli era particolare, sempre desideroso di acquistarsi fama,

fece sull’istante un assai ragionato disegno; e facendo ritirare

i suoi, mostrando timore, permetteva a Ludovico di ritirarsi. Era

sua intenzione, tenendogli dietro, incalzarlo nel momento che fosse

per entrare nel Castello, e, misto alle truppe di lui, in quello

intromettersi ed impadronirsene. A tanto benefizio non sarebbe

stato finalmente insensibile Facino, e gli avrebbe accordato al fine

quel grado che egli ben sapeva di meritarsi. Non mai fu concepito

più prontamente un disegno, nè più felicemente di questo condotto

a termine. Lodovico Rusca avendo potuto ordinarsi per ritirarsi,

vedendosi poco combattuto, procurava salvare sè stesso e la sua piccola

schiera. Il Carmagnola lo seguiva, molestandolo leggermente; ma quando

fu più vicino al Castello, e che la porta ne fu aperta, con gagliardia

ed impeto grande gli fu addosso, e meno attendendo a ferire che ad

entrare, in breve fu colla sua schiera nel Castello, la cui guarnigione

appena ebbe il tempo di rifuggire nel secondo recinto e alzar i ponti,

non senza lasciar di fuori alquanti prigionieri. Trionfò il cuore del

Carmagnola, poichè il primo recinto fu in suo potere, e poichè vide

coronata di ottimo successo un’impresa di cui egli solo tutto aveva

l’onore.

Ma nel mentre un fatto sì importante qui avea luogo per opera del

Carmagnola, altri avvenimenti non meno notevoli accadevano nel terzo

punto ove avea luogo il triplice combattimento. Giovanni Pusterla, a

capo della sua schiera, nella quale pur sotto le armi militava una

antica nostra conoscenza, il bravo Giorgio Tanaglia Falconiere nel

castello, — Avanti, — gridava ai suoi seguaci: — avanti; ma uniti in

ordine per non confonderci col nemico. Guarda che confusione hanno

posto que’ cani di Comaschi nel campo! ma ora mi sapran dire come si

può stare fra l’incudine ed il martello; e saran veramente i pifferi di

montagna che vanno per sonare e sono invece sonati. Alto, Tanaglia, tu

sta indietro ad assaltar coloro che si sbandano; io vado innanzi col

grosso a martellarli alle spalle. — E così dicendo, con gran coraggio

si avanzava, seguito da un buon numero di gente bene armata, ed entrato

nel campo, andò porgendo soccorso e richiamando l’ordine ove più era

bisogno; sicchè i nemici, scoraggiati, non cercavano più che salvarsi

in mezzo alla confusione. Avea di tal modo il Pusterla già cangiato

forse cinque volte il punto su cui combatteva, nè ancora l’ordine era

del tutto nel campo richiamato, quando giunto in un nuovo punto ove

era feroce mischia, si avvide, al chiarore di un fuoco vicino, che chi

sosteneva l’impeto dalla parte nemica era il giovine Arrigo Bianchi,

che con un drappello de’ suoi ben armato, andava cercando di farsi

strada per ritirarsi. — Largo, largo, — sclamò allora il Pusterla; —

largo, che con colui voglio provarmi io stesso; — e quindi soggiungeva:

— Arrigo Bianchi, contro di me vi volgete. — Così gridando si

avanzava verso il giovine; ma questi volgendo al suolo la punta della

spada disse: — Giovanni Pusterla, io ben vedo che inutile è omai la

resistenza: eccovi la mia spada; io sono vostro prigioniero.

— Ah! questo non vi pare dunque il momento per saldar i nostri conti?

Ebbene, io raccolgo la vostra spada. Sia costui custodito.

Passò oltre il Pusterla; e poichè veramente non vi era altro mezzo di

salute, anche i pochi compagni di Arrigo amarono piuttosto arrendersi

che, senza quasi speranza alcuna, tentare la sorte troppo ineguale

delle armi, ora che non un nemico mezzo spoglio aveano a fronte, ma

buone schiere fresche ed armate di tutto punto.

Dopo una mischia sì vantaggiosa per le armi di Facino, e come costui

ebbe udita la notizia che il primo recinto del Castello di Erba era

in sue mani, il Capitano del Duca Facino si dispose ad accompagnare il

Pusterla al suo castello di Parravicino per ivi prendere egli stesso il

necessario riposo.

CAPITOLO XV.

LA GELOSIA

Ma Facino Cane in mezzo a così lieto successo aveva un pensiero che gli

dava noia, e questo risguardava lo stesso successo del Carmagnola.

— Colui, — dicea fra sè, — diverrà senza dubbio un abilissimo capitano.

Ha l’ardire del più valoroso dei soldati; l’imperturbabilità stessa

che a me tanto giovò nelle mie prime imprese, allorchè la gioventù mi

sorrideva; e in prontezza mi supera e ne’ stratagemmi. Grande danno a

me sarebbe se il merito di costui venisse a farsi al mondo palese; guai

se il Duca lo riconosce! A capo di un’armata, egli potrebbe essere il

maggiore degli ostacoli al progresso di mie vittorie; e ancora rapirmi

forse ciò che con tanti sudori mi sono acquistato. Conviene in qualche

modo torgli i mezzi di rendersi celebre: ovunque a lui l’occasione

si presenti, egli manifesta la sua bravura. Più si distingue costui

comandando dieci uomini, che non gli altri capitani che hanno maggiore

autorità fra le mie schiere! Ma come l’allontanerò io dalle imprese

guerresche, senza dargli sospetto di mia malevolenza? Un’idea mi si

presenta! Veramente ciò non concorda col mio disegno di amicarmi i

Guelfi; ma questo Bussone, questo Bussone vuolsi pur rimovere da ogni

occasione di illustrarsi. Egli è ambizioso, io lo conosco; ed egli è

anche fortunato. Afferra con prontezza le occasioni; sa giovarsene

con sagacità; un’aura a lui propizia ognor spira. D’altra parte io

renderò anche vani i suoi sforzi. Sì, il manderò con pochi soldati,

lo incaricherò solo di sorvegliarlo. Intanto, senza lui assalterò il

Castello di Erba. Quindi, o libererò il Castello del Monte, o presolo

lo potrò ridonare per amicarmi i Guelfi al suo possessore.

Il giorno appresso adunque Facino tornò al suo campo, col Pusterla,

deliberato di tentare l’assalto del Castello. Ma prima, fatto a sè

venire il Carmagnola, e ricolmatolo di lodi e di carezze per il

successo ottenuto, gli disse, che a lui affidava novello carico.

— Importa, — egli soggiunse, — mostrare ai Guelfi, che tuttavia

si mostrano nemici miei non meno che dello Stato, che male loro

starà prestando mano ai ribelli del Duca. Arrigo Bianchi, che ora è

prigioniero del Pusterla, si era unito al nostro nemico; ora contro

di lui voglio dare un esempio di rigore. Io voglio togliergli il

suo castello, e darlo al sacco o diroccarlo. Però, con cinquanta

de’ nostri, tu andrai a bloccarlo, e, se agevole trovi l’impresa, lo

assalterai. Che se a te non verrà fatto impadronirti di quella vecchia

rôcca, preso il Castello di Erba in un attimo con maggiori forze cader

farolla nelle mie mani.

Il Bussone parve subito indovinasse l’idea di Facino, e si morse le

labbra di dispetto e seriamente rispose: — Che a lui non restava altra

alternativa che di ubbidire; — e disdegnosamente voltò le spalle, e si

preparò a lasciare il campo.

Un’ora dopo il Bussone era di già partito, e Facino avea disposto ogni

cosa, e dati gli opportuni ordini per tentare un assalto generale al

castello, e grande era la sua speranza di riuscire in quell’impresa: in

suo potere era il primo recinto, e dalle mura di quello, e dalle torri,

facile assai gli era il bersagliare i difensori, intanto che altri

tentassero di scalare le mura ove più basse apparivano, od aprirvi una

breccia ove sembravano meno forti o già state altre volte danneggiate

e per trascuranza non abbastanza bene riparate. Scarsa ancora doveva

essere la guarnigione che le difendeva, e scoraggiata dal cattivo esito

dell’impresa tenuta la sera antecedente; ardenti all’incontro erano le

sue schiere, ed animate dalla vittoria recente. Per accrescere il loro

ardore, Facino fu ancora largo di promesse a chi più valore mostrasse

in quella fazione.

Ma d’altra parte, fra gli assediati eravi un prode di gran valore

dotato ed inflessibile coraggio, l’indomabile Lodovico Rusca; ed un

buon capo assai può in tale circostanza. La sua guarnigione era scarsa

sì, ma potea bastare a resistere per molti giorni; e poichè Franchino

Rusca era riuscito a far pervenire avviso agli assediati che, in capo

a dieci giorni avrebbe loro mandato soccorso, non dubitava Lodovico

di potere per sì breve tempo difendersi. Egli adunque incessantemente

vegliava perchè le guardie fossero attente nel custodire i loro

posti, e sostituì ai capitani caduti o morti o prigionieri nell’ultima

sortita, altri da lui creduti capaci di farne le veci, ed in ciò solo

fallò che diede un comando anche al Carcano che perfettamente non

conosceva.

Con gran vigore Facino Cane fece dar principio all’assalto. Enormi

sassi venivano lanciati verso il castello dai mangani e dalle petriere;

traevano furiosamente le bombarde; l’incessante bersagliar delle

balestre facea sì che a mala pena potessero nelle più favorevoli

posizioni sostenersi sulle mura gli assediati protetti dai loro merli.

Frattanto anche il gatto si accostava alle mura per tentare di aprirvi

una breccia, colmata con fascine la fossa colà ove la macchina accostar

dovevasi. Ma anche gli assediati dal loro canto rispondevano agli

assalitori coi mangani, colle spingarde, colle balestre, e di più con

sassi e cenere che giù versavan dalle mura su coloro che tentavano di

scalarle; e soprattutto grande era il grandinare delle pietre che da

ogni parte faceano piovere coloro che stavano sulla cima della gran

torre o sia il mastio del Castello.

Travagliandosi così dall’una e dall’altra parte gli assalitori e gli

assediati, eransi di già nella penosa impresa consumate parecchie ore,

quando Facino fece sospendere il furor delle artiglierie e delle sue

macchine, facendo mostra di voler differire ad altro giorno l’assalto,

forse per ricominciarlo più furiosamente quando gli assediati dati si

fossero a un poco di riposo. E tale diffatti era il disegno di Facino,

il quale freddamente esaminando i guasti di già fatti nelle antiche

mure che preso aveva ad espugnare, stava appunto meditando da qual

parte raddoppierebbe l’impeto dell’assalto per ottenere, prima che il

dì cadesse, la vittoria. Ogni indugio gli sembrava noioso. Oltrecchè il

Franchino Rusca si sapeva che era fuggito, e non dubitavasi che fra non

molti dì sarebbe con soccorsi ricomparso; egli credea essere dell’onor

suo l’ottenere con un vigoroso assalto quel Castello; altrimenti assai

più si sarebbe parlato del successo del Carmagnola, e non poco, nel

confronto, perderebbe del suo splendore la sua fama.

Egli trovavasi adunque in una sospensione di animo assai noiosa, ed

apparecchiavasi a porre in opera ogni sua forza in un’impresa che pure

ardua assai gli rendea la bravura degli assediati; e ancora dubitava

di potervi riuscire; quando la fortuna, che ha sempre gran parte nelle

cose guerresche, non volle nemmeno questa volta abbandonare questo

suo creato, e nel momento stesso che egli stava immerso nelle più

serie meditazioni, ed avvolto in dubbii timori, a lui favorevole di

repente mostrò un lampo del suo sorriso, e gli mise nelle mani la tanto

desiderata vittoria. Diffatti, nel mentre che, dopo aver ben esaminato

lo stato delle mura del castello, tutto pensieroso e meditabondo

passeggiava in una stanza posta in una delle torri del preso recinto,

ove si era ritirato, ecco entrare il Pusterla a recargli l’avviso che

dal castello erano usciti alcuni parlamentarii a cercare di capitolare.

— Si conducano tosto alla mia presenza, — disse Facino; e poichè il

Pusterla fu partito per eseguire il suo ordine, Facino facea a sè

quest’interrogazione: — Or come dopo sì vigorosa e felice difesa si

perdettero costoro così di coraggio? — Il nostro lettore anch’esso

forse una tale interrogazione fa a sè stesso; e noi non possiamo qui

lasciare di dargliene gli opportuni schiarimenti.

Noi abbiamo già veduto che con imprudente e troppo incauto consiglio,

il valoroso Lodovico Rusca avea confidato un comando al Carcano, il

quale colle sue menzognere iattanze tanto empiva le orecchie di coloro

che stavano ad udirlo, che pure il credean capace, sebben vano, di

alcuna lodevole impresa. Ma la scelta non poteva essere peggiore,

come il lettore lo sa; e forse anche senza quella, egli sarebbe stato

un uomo fatale a colui che lo teneva al proprio fianco. Pusillanime,

codardo, versatile, e pronto ad immaginar ripieghi per salvare sè

traendo profitto da tutte le congiunture, in lui era quanto bastava

per formare un traditore. Durante l’azione vigorosa colla quale Facino

avea sperato prendere d’assalto il Castello, egli era stato piuttosto

ozioso spettatore che cooperatore coraggioso. Il Ruscone ne lo avea

rimproverato; e quel rimprovero finì per dar la piega alle idee già

mal rette del codardo, il quale meditò, qualora il destro gli si

presentasse, ribellare contro del Rusca la guarnigione, e con patti a

sè vantaggiosi dare a Facino la fortezza. La sospensione dell’assalto

gli somministrò occasione di meditare bene e condur a termine questa

suo disegno.

— E quando mai, — egli pensò fra sè, — quando mai occasione più bella

di questa mi si presentò di acquistarmi il favore di Facino? Certamente

egli pagherà prodigalmente il servigio che io gli renderò, mettendo

in sue mani la fortezza. Questi cani di Comaschi, che mi promettono,

perchè io debba arrischiare la mia pelle per restar con loro? Mi

rampognano, mi danno del codardo. Ma in mal punto il dicesti, testa

piena di vento. Ecco che io al tempo stesso mi vendico di un’ingiuria,

e fabbrico la mia fortuna. Che dirassi di me in Milano? Io dirò che

venni oltraggiato, che mi vendicai; il fatto è notorio; mi loderanno.

E sarà questa la prima vendetta che io gusterò: potrò anch’io una

volta porgere il labbro ad un nappo sì periglioso. Ma e se io non

venissi secondato? Questo Rusconi sarebbe capace di farmi precipitar

dalla torre, come Manlio dalla rupe Tarpea. Qui sta il punto. Ci vuol

prudenza, ci vuole precauzione. Ma in mio favore sta la presunzione: la

guarnigione è molto scoraggiata; varii sono i feriti; se non vi fosse

quel demonio di Rusca, nessuno ardirebbe più caricare una balestra!

Convien saperla maneggiare; ma non vuolsi lasciar intentata un’impresa

che può formare la mia fortuna.

Formato così il suo disegno, il ribaldo, radunati intorno a sè i

soldati dei quali aveva il comando, loro disse: — Figliuoli, oggi,

se l’ostinato Lodovico Rusca non rende la fortezza, noi saremo tutti

passati a fil di spada; ma....

— Buono! passati a fil di spada, — disse uno de’ soldati, — dite

davvero capitano?

— E che speranza si può aver mai di miglior sorte? Non hanno già dato

più di un crollo qua e là le mura? non siamo noi uno contro dieci?

non hanno gli assalitori mostrato un valore incredibile? Certamente

Facino passerà a fil di spada una guarnigione sì ostinata, per incutere

terrore a chi osasse così resistergli: oggi, se il Rusca si ostina a

volersi sostenere, tutti lasceremo certamente su queste mura la vita.

Ma, d’altra parte, questo è bene per un soldato, il miglior letto...

— Per me, capitano, — disse lo stesso che interrotto lo avea la prima

volta, — avrei più gusto morir sul mio letto in borgo Vico, vicino alla

mia Teresa.

— Io non vi celerò, — riprese il Carcano, — che forse meglio egli

tornerebbe a Franchino Rusca; se pure è vero che viva, e se la lettera

non è un’invenzione del signor Lodovico; sarebbe meglio non perdere sì

valorosa gente, e serbarla per difendere Como; ma giacchè non si parla

di capitolare...

— Parlatene voi al sig. Lodovico, — disse un altro di coloro che gli

stavano intorno.

— Io? il cielo me ne guardi! Non mi oltraggiò di già poc’anzi in vostra

presenza? Egli non mi caricherebbe che di nuovi insulti, il superbo.

— Eh! quando le cose sono disperate... — disse un soldato.

— Per me non ho proprio gusto dar la vita per un pazzo, — disse un

altro; — se s’ha da morire, almeno si parli chiaro e dicasi la sua

ragione.

— I Rusconi saranno la rovina di tutti. Anche in Como già li mandano al

diavolo di cuore, — disse un altro ancora; — tutti bramano i Vitani.

— Amici, — riprese il Carcano, — voi avete ragione; ma badate che siam

pochi, che potreste essere intesi... Per me vi compatisco...

— Se costoro mi lascian dire senza tradirmi, dirò io una cosa, — disse

un soldato, che fin allora era stato silenzioso.

— Dite su, Gervaso, — dissero gli altri: — temete di noi?

— Non si potrebbe aprir una porta al signor Facino?

— Questa sarebbe un’indegna azione, — disse il Carcano; — ma se gli

altri fossero del vostro parere, si potrebbe anche capitolare...

— Io potrò indurre Abbondio, Antonio, il Sacchi, lo Svizzero, e forse

Andrea, — disse un soldato.

— Ed io Lodovico, Antonio Resta, Giorgio Perlasca, e il Velzi.

— Io Carlo Battaglia, Gian Battista Del Pero, e forse qualche altro.

Altri soldati nominarono altri colleghi.

— Ebbene, — disse il Carcano, — se la guarnigione pensa rendersi a

patti, lasciate a me, lasciate a me la cura di trattar vantaggiosamente

con Facino. — E il briccone si rallegrò della buona piega che prendeva

la sua impresa. — Ma, — soggiunse, — state pronti ad una porta segreta

per salvarci nel caso che venissimo da quel furibondo di Lodovico

minacciati.

L’incendio della ribellione una volta acceso, agevolmente si

propagò, in circostanze sì favorevoli come erano queste, fra tutta

la guarnigione. La vista di prudenza sotto cui mostravasi quella

risoluzione, determinava i più affezionati alla casa Rusconi; e quelli

ancora che erano più teneri del loro onore, così fra sè ragionarono:

«Alfine noi potremo assai più giovare al sig. Franchino ottenendo di

raggiungerlo, che restando qua a farci seppellire fra le rovine di

questo castello.» Propagata di tal modo la ribellione più non potè

celarsi. Lodovico Rusca ne ebbe l’avviso, battè un piè a terra, e

diede nelle più fiere minacce, orribilmente bestemmiando; ma come si

avvide che era indarno, morse fino a trarne sangue le labbra, e feroce

come era, e di un indomabile coraggio dotato, fermò la risoluzione di

difendersi, con forse quindici compagni rimastigli fedeli, nel mastio,

e difendersi finchè gli bastava la vita.

Il Carcano, poichè ebbe visto che gli affari suoi prendevano tanto

buona piega, a sè intorno raccolti i sollevati che lo risguardavano

siccome loro liberatore e l’abile negoziatore di onesti patti presso

Facino, loro disse: — Sia ringraziato prima di tutto sant’Abbondio

che ci mostra una strada di salvezza, la quale seguendo potremo

tuttavia essere utili alla casa Rusca, sebbene noi non riconosciamo più

l’autorità di quel forsennato di Lodovico; io mi porterò, io stesso,

seguìto da due di voi a trattare con Facino. Non dubito saranno salve

le nostre vite non pure, ma che ognuno potrà ritirarsi colle armi ove

gli parerà. Parvi egli che bastino questi patti?

— Noi ne siamo contenti, — risposero ad una voce gli ammutinati. —

Ebbene; si sventoli la bianca bandiera, — riprese egli, e sull’istante

fu obbedito. Rispostogli con egual segno dagli assedianti, calò

immediatamente un ponte levatoio, uscì il Carcano con due compagni, ben

determinato di ottenere per sè migliori patti che non se ne appagasse

la guarnigione.

Stava Facino, quando il Carcano entrò, nella stanza ove lo abbiamo

lasciato, presso una sedia, ritto in piedi, ed appoggiato con ambe le

mani sovra una gigantesca sua spada. Le sue fattezze, dure e severe,

erano animate da due occhi brillanti ed espressivi, che egli fissò

in volto al Carcano che già gli era pervenuto innanzi e lo inchinava.

Dietro di lui vedevasi Estore Visconti, che discorreva sommessamente

con Giovanni Pusterla, ed altri de’ primarii capitani dell’esercito. —

Ebbene, signor parlamentario, — disse Facino, — che ci recate voi?

— Nobile Facino; se la vostra fortuna sempre pari esser dovesse

al valore della vostra mano, alla sagacità del vostro consiglio,

all’ardore de’ vostri soldati, certamente che la stella che con luce

non avversa finora splendette...

— Lasciate i preamboli, signor inviato; veniamo alla conclusione. Che

veniste e domandare?

— La resa; ma a patti, — disse il Carcano speditamente, e con voce

tremula che tradiva il suo terrore.

— Così mi piace; quando volete, siete dunque laconico. Sentiamo i patti.

— I principali sono: salva la vita alla guarnigione....

— Giusto, — l’interruppe Facino, che non era crudele.

— Libertà di andare ove le piace.

— Questo poi... Mi passi. C’è altro? — L’ultima domanda parve fatta in

tuon duro e con impazienza.

— Senza cedere le armi...

— Via colle armi.

— E poi altri piccoli favori, di nessun conto, per vero dire; ma dei

quali, illustrissimo signore...

— Signor messo, voi sembrate tornare ad andar per le lunghe.

— Illustrissimo signor Facino: abbi un momento di sofferenza; alcune

cose non si possono dire tutto in un fiato.

— Però in quanto tempo le direte?

— In un quarto d’ora ho finito.

— Ebbene parlate. In un quarto d’ora era presa la fortezza.

Il Carcano fece un inchino per ringraziare, e così prese a dire: —

Illustrissimo signore, sappiate che non tutta intera la guarnigione

venne nella risoluzione di arrendersi. Il castello poteva ancora almeno

un mese esser difeso; e noi avevamo motivo d’aspettare forti soccorsi.

Ma io, che Milanese sono, e che a caso mi trovava in esso racchiuso, io

che non sono stretto da giuramento alcuno a favore della casa Rusca, ed

anzi ammiratore sempre fui delle vostre illustri gesta...

— Voi tradiste i Rusconi, e pretendete da me un premio?

— Se voi lo dite così subito, avrò ben presto terminato di parlare.

Signore, io non voglio che offerire i miei servigi...

— Questi sono troppo utili alla casa Rusconi, perchè convengano a

Facino. In somma che pretendete?

— Via, voi mi darete quel premio che crederete; ma d’un altro favore

io pregovi. Forse fra i prigionieri caduti in poter vostro la notte

scorsa trovasi un mio amico, Arrigo Bianchi; egli pure sia compreso nel

benefizio che alla guarnigione accordate, e sia posto in libertà.

Facino si volse al Pusterla che era nella stessa camera: — Che ne dite

compare? — gli disse.

Il Pusterla allora disse: — Ah, colui lo conosco, è lo specchio del

coraggio. Ne ebbi la prova uno di questi dì. Credo si chiami Carcano.

Ehi vi ricordate dell’affare accaduto sul monte? Era difatti allora in

compagnia del Bianchi. Ma se non gli si concede l’amico, scommetto che

egli capitolerà egualmente.

Facino, che allora tendea ad amicarsi, siccome abbiamo detto, ambo i

partiti coll’indulgenza, fece in sè una risoluzione, e volto al messo,

gli disse:

— Che rispondete?

— Signore, non mi negate questo favore: di molto, io sono debitore al

Bianchi; sebbene sia una testa calda, contro la quale ha forse ragione

di essere sdegnato il signor Pusterla.

— Ebbene, Giovanni, — disse al Pusterla Facino, — donate a me il vostro

prigioniero?

— Ma veramente... Ma questo poi... Via che importa a voi se gliel

negate?... Pure se a voi piace, Facino, non posso dirvi di no.

— Ebbene, Carcano, se tale è il vostro nome, non già al vostro

tradimento, ma alla vostra memoria per l’amico vi dono questo Bianchi.

Quanto al compenso però, io non compenso un traditore; ma non lascerò

di aiutare chi giovò a Facino.

— Tutto è concluso in questo caso; ma io, al presente, mi trovo fra

stranieri; avrei bisogno di giungere sicuro all’amico mio Arrigo

Bianchi.

— Voi verrete a raggiungerlo con me, — disse Facino. — Tornate dai

vostri, e dite loro che tosto escano dal Castello.

Ciò avvenne in meno di dieci minuti. Fu lasciata facoltà alla piccola

guarnigione di ritirarsi; e la maggior parte prese la strada di Como:

ma alcuni si fermarono in Erba, col disegno forse di arruolarsi fra le

schiere di Facino.

La figlia d'un ghibellino, vol. 2/2 · 第 1 / 7 段