Andiamo, disse, se pure t'aggrada,
A Zimbaóe, dove si sta raccolto
Il fiore dell'impero (eccelsa e rada
Cittade è questa), e quivi al tuo bel volto
Crescerò pregio per illustre strada
Con pôrti in testa la real corona,
E intitolarti d'Africa padrona.
51
E a lui Despina: Dolce mio signore,
Purchè vostra mi trovi, altro non curo.
E chiamato fra loro il genitore,
Fermano la partenza il dì venturo.
Era nella stagion che regna Amore,
E lampeggiando van per l'aere oscuro
Le lucciolette, che son de' fanciulli
I più soavi e semplici trastulli.
52
Voglion per altra via fare il cammino,
Chè andar con tanta gente a lor non piace;
E prendono per guida un contadino
Pratico di que' luoghi e assai capace.
Va Malagigi sopra d'un ronzino,
Lirina sopra un bel destrier vivace;
Sul suo cavallo egregio Ricciardetto,
Tutto ricolmo di letizia il petto.
53
Lo Scricca pur cavalca, ed al suo fianco
Stassi Despina sopra un bel cavallo:
Tiene egli il destro loco, ed ella il manco.
Il villanello, acciò non faccian fallo
Nel cammino, va innanzi ardito e franco;
E Malagigi, il quale ha fatto il callo
Ne' casi avversi e negli aspri cimenti,
Lo segue per scoprire i tradimenti.
54
Zimbaóe da loro era lontana
Trecento miglia; e il paese deserto
Lor fea temer di qualche cosa strana.
Sul mezzogiorno in un bel prato aperto
Preser riposo appiè d'una fontana,
Chiara sì, che il cristal vincea del certo;
E quivi da' canestri trasser fuore
Pane e vivande d'ottimo sapore.
55
Finito il pranzo, per fuggir del Sole
I caldi raggi, che colà son fieri,
In su quell'erbe sparse di vïole
Stesersi all'ombra de' diritti e neri
Cipressi; e posto fine alle parole,
Diedersi al sonno tutti volentieri.
Dal suo destrier disceso ancor Ricciardo,
Volle dormire senz'altro riguardo.
56
Melena, d'Arimodia ultima figlia,
A cui la madre insegnò l'arte tutta
Di comandare all'infernal famiglia,
Dal dì che fu la sua magìa distrutta,
E si fuggì con tanta maraviglia
Despina dalla rocca, e restò brutta
Sua madre sì, che si morse le mani,
E gettò strida ed urli acerbi e strani;
57
(Torno a dir) da quel dì si mise in core
Di far su' Franchi una crudel vendetta;
E le crebbe la rabbia ed il rancore,
Quando il diavol portolle per staffetta
Che sua madre era andata al Creatore.
Onde d'Egitto si partì con fretta,
E portò secò pignatti ripieni
Di grasso umano e di varj veleni:
58
E visto ben che per virtù d'incanti
Avrìa contro lui fatto o poco o nulla,
Portossi quasi a dire in pochi istanti
Colà, dove per nebbia il Sol s'annulla,
Dico nella Cimmeria; e al Sonno avanti
Tostò n'andò la pratica fanciulla:
Ma prima bevve del caffè di molto,
E si lavò con l'acquavite il volto.
59
Appiè della Meotide palude
In faccia dell'Eussino, al destro lato
Evvi una grotta boschereccia e rude,
E d'edera coperta in ogni lato:
E intorno intorno la circonda e chiude
Fatto d'abeti e fonti uno steccato;
Ma le fonti hanno tarde e scarse l'onde,
E sempre susurrar s'odon le fronde.
60
Il Silenzio con suola di velluto,
Ignudo, ma peloso come un orco,
Va per la grotta con l'orecchio acuto.
Una vescica di strutto di porco
Tien nella destra, e sopra il non barbuto
E mento e labbro di quel grasso sporco
Tiene un dito, col quale ugne bel bello
Della grotta ogni toppa e chiavistello.
61
In su l'entrata stava una grassaccia,
Madonna Accidia da' Greci chiamata,
Che appena per mangiare alza le braccia.
Stassi a sedere tutta rannicchiata,
E con le mani si regge la faccia,
Si stira ed isbadiglia alcuna fiata;
Ed ha d'attorno, in vece di cagnuoli,
Marmotte e tassi e sorci moscaruoli.
62
Un verde, molle e crespo capelvenere
Tutto copriva il fondo della grotta,
Talchè pareva andar sopra la cenere;
E quindi si vedeva ad otta ad otta
Da' placidi papaveri e da tenere
Lattughe per i fianchi circondotta
L'opaca stanza; e due branche di scale
Erano in fondo di grandezza eguale.
63
I gradini di queste eran formati
Tutti di code di volpacce antiche:
Che se per sorte di Francesco i frati
Con que' lor legni alle piante mendiche
Vi fosser sopra una volta montati,
Forse meno romor delle formiche
Vi avrebber fatto: e delle scale in fine
Eran due porte d'un bel marmo fine.
64
Ma l'una bianca e l'altra negra ella era:
Ed uscivan da lor cose sì strane,
Da far paura infino all'Aversiera.
Perchè vedevi con testa di cane
Uscire una fanciulla, ed una fera
Che avea del pesce e delle membra umane;
Sanguinosa la luna, il sole spento:
In somma orride cose ogni momento.
65
In mezzo a queste due diverse porte,
Sopra un gran marmo si stava disteso
Il placido fratello della Morte.
Vicino al capo aveva un corno appeso,
D'onde ne uscivan le sembianze storte;
Che sono quelle poi, conforme ho inteso,
Che noi chiamiamo sogni, che ci danno
Dormendo spesso o piacere od affanno.
66
Incrocicchiate l'ali avea sul petto,
Ed una verga nella bianca mano,
Con cui, qual tocca, fa dormir di netto,
E d'acqua pura un ampio vaso e strano;
Che appunto è quell'umor tanto diletto,
Che su' nostri occhi gocciando pian piano
Li chiude; e in chiuder quelli, affatto scioglie
Le membra tutte, e il vigor suo lor toglie.
67
Melena di quell'acque zitta zitta
Empie una fiasca, e se la batte via;
E con la mano manca e con la dritta
Le lattughe a strappar non è restìa;
Ed in Africa quindi si tragitta,
E al Monotopa subito s'invìa;
E vi giunse in quel punto, in quel momento
Che Ulasso da Ricciardo restò spento.
68
Ebbe a morir la misera di pena,
Chè assai tempo era che l'amava molto;
Ed egli in quella d'alto incendio piena
Gioventù prima ardéo sì del suo volto,
Che tutto il piacer suo era Melena:
E benchè già da lei si fosse sciolto,
Ed un'altra l'avesse in sua balìa,
Ella pur n'era pazza tuttavìa.
69
Onde arrabbiata ad ispïar si mise
Di Ricciardetto i moti ed i pensieri;
E ad un folletto il carico commise,
Di quegli avvezzi a star per i quartieri;
E questi riportolle le precise
Parole di Ricciardo, e quai sentieri
Voleva fare: ond'ella prestamente
Corre a quel fonte d'acqua rilucente;
70
E fra l'erbette del ridente prato
Versò dell'acqua, e la lattuga sparse:
Poi della fonte s'ascose in un lato,
Ferma qual sasso, infin che non comparse
Despina e il buon Ricciardo sventurato.
Di sdegno alla lor vista subito arse,
E sturò il fiasco, e lo versò bel bello
Nel vago limpidissimo ruscello.
71
Onde n'avvenne poi quel sonno strano
Ch'io vi diceva. Or mentre che si stanno
Dormendo, prende Despina per mano,
E se la reca in spalla, e con affanno
Un demone ambedue porta lontano.
Ma forse alcuni adesso mi diranno:
Perchè a Ricciardo e agli altri non fe' nulla,
E se la prese sol con la fanciulla?
72
A dirla schietta, ci ho pensato anch'io;
Ma in questo ho ritrovato molto sale:
Perchè s'io ammazzo alcun nemico mio,
Certa cosa è che gli faccio del male;
Ma non quel male sì crudele e rio
Che fo in lasciarlo in un'aspra e fatale
Misera vita; come quella strega
Lasciò Ricciardo, che il sonno ancor lega.
73
E perchè i' so di certo che destato
Egli darà ne' lumi, e farà cose
Da mettere a romore il vicinato,
Io farò quello che Caton propose,
Cioè me n'anderò 'n un altro lato;
Chè odio di star con le genti rabbiose:
Ancorchè in questo caso il giovinetto
Non debba, se s'infuria, esser corretto.
74
Noi lasciammo Nalduccio ed Orlandino
Ch'entravano in Parigi, e dietro a loro
Lo scellerato Gano malandrino
Nella ferrata gabbia; e con decoro
Il morto Carlo e ogni altro paladino;
E lo seguiva un mesto ed ampio coro
Di preti e frati e vescovi primaj,
E di duchi con lunghi e neri saj,
75
Che molte miglia ad incontrar l'andaro.
Il pianto di Parigi era infinito,
E pianto vero; chè troppo era caro
Carlo a ciascuno. In lui piangea finito
Ogni conforto, ogni stabil riparo
Nelle miserie; e con lui seppellito
Il giusto, il buono, il bello della Francia,
E l'onor della spada e della lancia.
76
Le verginelle in lui piangean perduto
Quel pietoso rigor con cui punìa
De' giovani l'ardire: in lui l'ajuto
Piangeano i vecchi in misera armonìa,
Per cui ognun di loro sovvenuto
Era ne' gran bisogni: in fin s'udìa
E quinci e quindi un misero concento
Di sospir tronchi e di lungo lamento.
77
Ma chi dirà le strida ed i singhiozzi
Che fecer per Rinaldo e per Orlando?
Io credo che averìa ripieno i pozzi
Il pianto che da loro iva sgorgando.
E chi narrava i fracassati e mozzi
Capacci de' giganti col lor brando;
Chi le vinte cittadi e i regni interi,
Le acerbe guerre e i fatti illustri e alteri.
78
Alla chiesa maggior con questo treno
Portati fûro i nobili defunti;
E soddisfatto alla pietade appieno,
Fûro i lor corpi imbalsamati ed unti.
Poscia alzata bell'urna in sul terreno,
In essa li serrâr così congiunti;
E scrisse l'arcivescovo piangente
Quest'epitaffio sul marmo lucente:
79
«Stassi in quest'urna il cenere sepolto
Di Carlo Magno, e del signor d'Anglante,
E di Rinaldo: e stassi insieme accolto.
Perchè insieme li uccise un reo furfante.
Non si scrive di lor poco nè molto;
Chè non vi è penna al lor merto bastante.
Il mondo tutto appena può capire
Quel che di loro si potrebbe dire».
80
Ciò terminato, ognun col capo basso
Ritorna a casa, e con la sua famiglia
Dura a lagnarsi, e bandisce ogni spasso.
Ma perchè del dolor suol esser figlia
L'allegrezza, e dal duol si fa trapasso
Al piacer senz'alcuna maraviglia;
Chè la natura umana è fatta in guisa,
Che si mantien di lagrime e di risa;
81
Incominciaro a far baldorie e feste
Per Ricciardetto nominato al regno;
E le donne di fuor si ornâr le teste,
E col ballo e col canto dieder segno
Del piacer loro; e con la bianca veste
La gioventù brïosa alzò l'ingegno
A giostre ed a tornei, a corse e a lotte,
E i letterati a versi e a prose dotte.
82
Il Consiglio reale il dì prefisse
Della sua morte al traditor di Gano;
Lo quale attese appena che finisse
Il popolaccio ad empiere ogni vano
Della gran piazza, dove stavan fisse
Due colonne di ferro: ivi pian piano
Fu posata la gabbia, in cui si stava
Gano, che dal timor tutto tremava.
83
I sassi, le immondizie e le lordure
Che la gentaglia gli scagliava addosso,
Fûro infinite; e di parole impure
E motteggianti n'ebbe a più non posso.
Un carro alfin di legna secche e dure
Con un saccone di capecchio indosso
Menò sotto la gabbia il giustiziere,
E diegli fuoco; e ognun n'ebbe piacere.
84
Strideva l'infelice, e saltellava
Come un ranocchio per la chiusa gabbia:
Ma il fuoco e il fumo sì fiero s'alzava,
Che gli chiuse il respiro in fra le labbia:
Ond'egli cadde, e tanto sgambettava,
Finchè la fiamma lo levò di rabbia
Con dargli morte; ed in pochi momenti
Cener lo fece, e sel portaro i venti.
85
Così finì con lui l'empia genìa
Che al buon sangue di Carlo fu molesta;
E ritornò in Parigi l'allegrìa;
E i due cugini fecer sì gran festa,
Che Apollo stesso dir non la potrìa
Con cinque Muse, nè men con la sesta,
Nè con l'ottava ancor, nè con la nona,
Nè con tutto il dottissimo Elicona.
86
Corese poi e la gentile Argea
Eran guardate da que' Parigini
Con tal piacer, ch'ognun se ne struggea.
Chi le chiamava due parti divini;
Chi figlie almen d'un uomo e d'una Dea:
E da per tutto saluti ed inchini
Avevano; ed or questo, or quel parente
Faceva loro qualche bel presente.
87
Quindici giorni stettero in piacere,
In festa e in giuoco e cavalieri e dame;
Quando in Consiglio postisi a sedere
I due cugini, con saggio dettame
Disse Nalduccio: Io sono di parere
Di cercar della Libia ogni reame,
Per ritrovar Ricciardo il nostro sire,
E qua condurlo, o pur per lui morire.
88
Ed Orlandino: Io sarò tuo compagno
(Riprese), e questo fia miglior consiglio;
Nè sole o gelo, od ampio lago o stagno,
O monte o fiume, o qualunque periglio
Faranno sì che l'animo mio magno
Dall'impresa s'arretri. Io sono il figlio
Del signore d'Anglante, e serro in petto
Cuor che a timore non sa dar ricetto.
89
Lodaro i vecchi consiglieri e tutti
Il generoso ardir de' due campioni;
Ma non tennero mica gli occhi asciutti
In privarsi di giovani sì buoni.
Subito a casa lor si fur ridutti,
E mangiati alla peggio due bocconi,
S'armaro, e quindi per l'uscio dell'orto
Scappâr di casa, e s'invïaro al porto.
90
Ciò che dissero poi le donne loro,
Il Garbolin lo passa in pochi versi,
Con dir che si strapparo i capei d'oro,
Che si svennero e stiero a rïaversi
Un mezzo giorno; e poi nel lido Moro
Ritorna, e narra i casi aspri e diversi
Che avvennero a Ricciardo; e dice cose
Strane così, che sembran favolose.
91
Ma sieno vere o false, io non le curo,
Purchè mi diano a leggerle diletto;
Perchè d'un tempo tanto antico e oscuro
Pazzo è colui che vuol saperne il netto.
Dotto pennello, e in l'arte sua sicuro,
Che ben colora un suo nuovo concetto,
O sia d'armi o d'amori, o pur di pace,
O pinga il falso o il vero, alletta e piace.
92
E di qui nasce il fior della bellezza
Di cui s'adorna sì la poesìa,
Che dà vita, dà forza e dà vaghezza
Al nulla; e da quel nulla tragge e cria
Ciò ch'ella vuole, e move ad allegrezza
Gli animi, oppure alla malinconìa:
Ancorchè noi sappiamo essere stato
Quel fatto che si narra, un bel trovato.
93
Ma il Sole omai si va tuffando in mare,
Ed io non voglio andar più fuor di strada.
Tornerò dunque di nuovo a cantare
Del mio Ricciardo e di sua forte spada:
Ma il canto adesso è ben di lasciar stare,
Perchè fa mal la notturna rugiada.
Domani poi all'apparir del giorno
Qui vi prometto che farò ritorno.
CANTO VIGESIMOSETTIMO
ARGOMENTO
_Si ha nuova di Ricciardo a un'osteria._
_I due cugini uccidono il dragone:_
_Son ricevuti con gran cortesia_
_Nella spelonca del pastor vecchione._
_Per non usata malagevol via_
_Salgon della Fortuna alla magione,_
_Pazza così nel dar onori e robbe,_
_Da far venir la rabbia ancora a Giobbe._
1
Non so se in questo canto, o in quel che viene,
Udirete cantar di Ricciardetto;
Chè un certo modo il Garbolino tiene,
Che spesso inganna per dar più diletto:
Onde ciò che promette, non mantiene.
Ma questo è al parer mio lieve difetto,
E forse forse egli merita lode,
Se della varietate è ver ch'uom gode.
2
Or seguitando i scartafacci suoi,
Egli racconta come giunti in porto
I due cugini, i due famosi eroi,
Entraro in barca; e la sinistra all'Orto
Piegaro, per rivolgere dappoi
Là dove il mar di Spagna divien corto,
La prora in faccia della Barberìa:
E in poco tempo fecer molta via.
3
Presso Biserta presero terreno;
E comprati due nobili destrieri,
Che sparivan di vista qual baleno,
La notte si fermâr da un buon ostieri;
Dove trovaro un vïandante Armeno
Che sospirava, e di tristi pensieri
Era sì grave, che stava in un canto,
E dava spesso in un dirotto pianto.
4
Nalduccio se gli accosta, e lo richiede
Della cagion di tanto suo dolore.
Ed egli: Della mia tradita fede
A ragione mi dolgo tutte l'ore;
Chè prima a me, e ad altri poi si diede
La bella donna c'ho sempre nel core;
E vo pel mondo misero e tapino,
Poichè addolcir non posso il mio destino.
5
L'oste, che udì del buono Armeno i detti,
S'altro mal tu non hai, ridi, gli disse:
Le donne non son già case coi tetti,
Che stieno sempre ferme e sempre fisse.
No' abbiamo i nostri, ed esse i lor difetti;
E mal di noi e mal di lor si scrisse:
E se questa ti ha fatto un tiro infame,
Tu pure avrai ciò fatto a molte dame.
6
La donna, fratel mio, è un animale
Senza cervello e pieno di malizia,
Non serva mezzo o nel bene o nel male;
Vo' dire nell'amore o nimicizia.
Sospettosa, superba, e sì bestiale,
Che la scanna l'invidia e l'avarizia;
E finta sì, che chi fede le presta,
Meriterebbe un maglio in su la testa.
7
Non ti pensar col farle benefizio
Di farla tanto tua, ch'altri non voglia;
Chè pellegrin non cerca sì d'ospizio,
Nè medico di febbre o d'altra doglia,
Come ogni donna ha il maledetto vizio
Di volerne più d'uno: e sì t'imbroglia
Con le dolci parole e i dolci vezzi,
Che ancor che ti tradisca, l'accarezzi.
8
Però di così trista mercanzìa
Non ti lagnar se tu ti vedi privo.
Io diedi in testa alla mogliera mia,
Per troppa gelosìa fatto corrivo,
E piansi molto; poi tanta allegrìa
N'ebbi, che sempre mi vedrai giulivo;
Chè catena, fratello, di mogliera
Un zucchero sembrar fa la galera.
9
Taci, disse Orlandino, oste furfante;
Chè cosa santa ella è tener mogliera.
Ed all'Armeno con dolce sembiante
Disse: Prendi conforto, amico, e spera
Che altra ne troverai ferma e costante;
E giacchè questa fu tanto leggiera,
È stato meglio che t'abbia mancato,
Prima che in sposo t'avesse pigliato.
10
Perchè quando elle son di certa razza,
Tristo a colui che ne divien marito:
Perchè fa male assai s'egli l'ammazza;
E se sta cheto, egli è mostrato a dito,
Ed è il divertimento della piazza.
In somma incerto sempre è di partito,
E fa una vita peggiore di morte.
Però sta lieto, e al duol serra le porte;
11
Chè il tempo è gran conforto, anzi sicura
E sola medicina per gli amanti;
Sì perchè vuol sollievo la natura,
Sì ancor perchè degli amati sembianti
Di giorno in giorno lo splendor s'oscura:
Ed io ne ho visti pur tanti e poi tanti
Di te più guasti sanare in tal guisa,
Ed ogni affanno lor volgere in risa.
12
Ciò detto, a mensa Rinalduccio il chiama,
Ed egli a forza lo stranier vi mena,
E disse: Or lascia ogni pensier di dama;
Chè il nostro amore ha da esser la cena.
L'Armeno allora quell'afflitta e grama
Cera depose, e la mostrò serena;
E finito il mangiar, Naldo il richiese,
Se quivi nuove di Ricciardo intese.
13
Ed egli, Molte, gli soggiunse; e penso
Che in breve tutta Libia avrà soggetta;
Sebbene Ulasso con potere immenso
Fama è che giva ad assalirlo in fretta.
Ma non potrà da lui essere offenso,
Avendo un'armatura sì perfetta,
Ed una spada ed un cavallo tale,
Che più a Marte che a lui lo fanno eguale.
14
Io però non gl'invidio e queste e quelle:
Gl'invidio solo la candida fede
Che serba a lui il fior delle più belle,
L'alma Despina, in sul cui volto siede
Venere e il figlio con tutte le ancelle.
Fortuna tale ogni fortuna eccede.
E qui tornossi a perturbar l'Armeno,
Ed acchetossi, e piegò il mento al seno.
15
Andiam, disse Nalduccio ad Orlandino,
Andiamo a letto, ch'egli è tardi molto,
E ci dobbiam levar di buon mattino.
E ciascun quindi all'Armeno rivolto,
Soffri, gli disse, l'aspro tuo destino,
Che non sempre averà lo stesso volto;
Chè tale oggi s'affanna e si conquide,
Che domani s'allegra e scherza e ride.
16
Ciò detto, se n'andaro al quartier loro;
E a sè chiamato l'oste, e fatti i conti,
Gli dier di Spagna una dobola d'oro;
Talchè baroni li chiamava e conti
L'oste, cui parve d'avere un tesoro.
Gli aggiunser poscia, che sellati e pronti
Fossero all'alba i bravi lor destrieri;
Ed a dormir si miser volentieri.
17
A mala pena si vedeva lume,
Che abbandonaro i destri giovinetti
Le dolci sì, ma neghittose piume;
E montati su i lor destrieri eletti,
Atti a guadare ogni rapido fiume,
Uscîr dell'osteria soli soletti,
E verso il Mezzodì preser cammino
Tra il Mauro Tingitano e l'Algerino.
18
Molte le cose fur che a lor successero,
Che sarebbe pazzìa volerle tutte
Narrar per filo, e dir come accadessero.
Infiniti contrasti, acerbe lutte
Ebbero; e sempre vittoriosi ressero:
Chè se ben madre delle cose brutte
Africa è detta, ed ha bestiacce immani,
Essi avean più ardire e miglior mani.
19
Una però ne trascerrò fra tante
Che qui tralascio, orribile per certo,
E che sola per più sarà bastante.
Entraro una mattina in un deserto
E negro bosco presso il monte Atlante,
Che si teneva il Sol chiuso e coperto
Con le grandi ombre de' rami frondosi,
Che lor venìan tutti i sentieri ascosi.
20
Pure alla fine sboccaro in un campo,
Ove bassi ginepri e molta arena
Ai piè de' lor cavalli eran d'inciampo.
Quivi un dragone, come una balena,
Dalla bocca e dagli occhi acceso lampo
Gittando stava; ed una gran leena
Avea tra' denti, che pareva giusto
Un sorcio in bocca di gatto vetusto.
21
Si spaventaro, e posersi a fuggire
I cavalli, e si riser della briglia.
Ma in terra si lanciâr con molto ardire
I due cugini, e con turbate ciglia
Là ritornaro (cosa strana a dire!)
Ove il gran drago fea l'erba vermiglia
Del sangue che versava d'ogni banda
La sfortunata fiera e miseranda.
22
Si accorse appena della lor venuta
L'orribile bestiaccia, che ingollosse
La fera a un tratto; e così ben pasciuta
Su le zampe davanti altera alzosse;
E sibilando con la voce arguta,
L'ampia sua testa e le grand'ali scosse:
Poi con l'ali e co' piè sopra i garzoni
Andò, pensando farne due bocconi.
23
Dove il campo finiva e l'alta sabbia
Eranvi querce ed orni e lunghi pini:
E perchè importa che riguardo s'abbia
Questa coppia di forti paladini,
Per non entrarle nell'orrende labbia,
S'ascoser dietro a quelli; e a lei vicini
Si facevan talor, talor lontani,
Senza punto menar le forti mani.
24
Or dietro all'uno, or dietro all'altro il drago
L'immensa mole sua giva volgendo;
Ma or l'uno or l'altro di straccarlo vago
Di pianta in pianta s'andava ascondendo;
Talchè di bava aveva fatto un lago
Il fiero mostro, e veramente orrendo.
Con quest'astuzia in mezzo al negro bosco
Menâr la fiera grondante di tosco.
25
E mentre ella appoggiossi a un elce vecchio,
Disse Nalduccio: Caro fratel mio,
Vo' darle con la lancia in quest'orecchio,
E tu in quell'altro, e lasciam fare a Dio.
Ed Orlandino a lui: Io m'apparecchio
A far qualche bel colpo; e non son io,
Rispose, se non resta il mostro fiero
Piagato a morte, o morto daddovero.
26
Come per lizza corresi all'anello,
Così alle orecchie corser della fera
I due campioni, e fero un colpo bello.
Ma il suo orecchiaccio una caverna ell'era;
E se bene (incredibile a vedello!)
V'avesse fitta ognun la lancia intera,
Sul vivo la toccâr sì leggermente,
Che nè meno del colpo si risente.
27
Più tormentosa a noi mosca o zanzara
Certo si rende, che al dragone immane
Non fur quell'aste; e niun mi faccia tara,
Chè in Libia sono bestie troppo strane.
E se la voglia non costasse cara,
Direi: Andiamo in Africa domane
A scapricciarci ed a saperne il netto;
Ma non è mica come andare a letto.
28
Or creda pur ciascun ciò ch'egli vuole,
Che non m'importa, e seguitiamo a dire.
Di cotal fatto entro il suo cor si duole
La nobil coppia, ed ebbe a strabilire
Quando l'aste ritrasse asciutte e sole,
Che di sangue pensava colorire;
Onde disse Nalduccio ad Orlandino:
Per Dio, questo ha una testa come un tino;
29
Anzi piuttosto d'un qualche stanzone,
E le finestre sue son quegli orecchi;
Chè l'aste lunghe son sei canne buone
E grosse, e a lui parute son due stecchi;
E ancor che entrate tutte, quel ghiottone
Segno non fece pur che un lo punzecchi.
Ed Orlandino: Un caso come questo,
Non credo che si trovi in verun testo.
30
E quel che più m'accora, fratel mio,
Egli è che sonno gli abbiam conciliato
Con queste lance. Ed in fatti il mostro rio
Sopra il terreno si stava sdrajato,
Alto ronfando immerso in grande obblìo;
Ed in trar fuore e in ripigliare il fiato
Romoreggiava alla stessa maniera,
Che l'ampio mare in ria procella e fera.
31
Pel suo dormire assicurati entrambo,
In su la punta degli agili piedi
Givano, a guisa che va l'uomo strambo,
Intorno al mostro. Gli squamosi arredi
Disse Naldo in mirar: Vuol darci il giambo
Questo bestione, e allegrar nostri eredi:
Che in quanto a me, torcere a questo un pelo
Lo stesso par, che dare un pugno in cielo.
32
Orlandin non risponde, e guarda attento
Tutta la fiera che parea metallo;
E vede ove le branche han fondamento,
Che non giunge la squama, e sol vi è callo;
Onde disse: Mettiamoci al cimento,
E sarem vittoriosi senza fallo.
Ed impugnò la lancia, e con il dito
Fe' segno ov'ei restar dovea ferito.
33
Restava discoperta solamente
La destra branca, ed alta di maniera,
Che si potea percuoter francamente
Sotto di lei, dove sol callo egli era.
Onde ambedue con impeto possente
Vi spinsero la lancia acuta e fiera;
Per lo che l'aspro drago si riscosse,
E verso i due garzon ratto avventosse.
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Ma già le lance lor tirate fuora,
Si andavano ascondendo infra le piante.
Urlava il mostro, e di sangue una gora
Gettava, e con la coda fulminante
E querce e pini egli abbatteva ognora;
Ma d'abbattere i due non fu bastante:
Così ben si sapevano schermire,
E render vani li suoi sdegni e l'ire.
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Durò gran pezzo a inferocire il drago;
Ma pure a poco a poco infievolendo
(Chè già di sangue avea formato un lago)
Fermossi, e l'occhio velenoso orrendo
Girava attorno, desïoso e vago
Di veder per qual mano iva morendo.
Indi più volte mandò fuor suoi stridi,
Che uditi fur dagli uni e gli altri lidi.
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In fine le gran branche egli distese,
Ed allungò la coda e perdè il moto;
Ma con tal puzza i cavalieri offese,
Che poco andò che in luogo sì remoto
Non restassero estinti. Li difese
Da quel periglio un qualche Nume ignoto
Che fe' destare un vento all'improvviso,
Che il grave lezzo scacciò lor dal viso:
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