Già s'era posta in su la sedia d'oro

L'Alba novella, e con le man di rose

Si pettinava i crini, e sopra loro

Spargeva gigli e vïole odorose;

E aveva d'un mirabile lavoro

Candida veste, che a lei già compose

La dolce madre, e glie la diede in dono

Nello sposarla al dardano Titono;

63

Quando vide la polve, e udì i nitriti

Ricciardo de' cavalli, e le bandiere

Vide d'Ulasso, e vide d'infiniti

Uomin coperte le campagne intere;

Onde disse a Despina: Il ciel t'aiti,

Ch'io non so quel ch'io tema o quel ch'io spere;

E a Malagigi rinnovò sua prece,

Acciò la custodisse egli in sua vece.

64

Lirina intanto con gl'incanti suoi

Forte riparo d'afforzate mura

Formato aveva, e intorno intorno poi

Profonda fossa e di tanta largura,

Che cittadella alcuna tra di noi

Non v'ha per certo; e di nera mistura,

In vece d'acqua, era ripiena, e tosto

Arse, siccome stoppia a mezzo agosto.

65

Quello onde nacque strana maraviglia,

Fu che la fiamma non andava in alto,

Ma si spandeva, e alle nemiche ciglia

Degli Africani dava un fiero assalto:

Talchè tanto spavento ognuno impiglia,

Che a fuggir dassi; nè sì lieve salto

Dà il caprïol con la tigre alle spalle,

Come van quelli per l'erbosa valle.

66

Ulasso addietro li richiama e grida;

Ma in quel mentre Ricciardo sopravviene,

E a guerra e a morte in uno lo disfida.

Lirina allora la fiamma trattiene;

Chè di Ricciardo molto ben si fida.

Felice Ulasso e beato si tiene

Di pugnar seco; chè spera vittoria,

O morendo eternar la sua memoria.

67

E fanno patto e fanno giuramento,

Che sia del vincitor premio condegno

Despina, di beltà raro portento.

Già prendon del terren, già dassi il segno.

Ma in questo punto mi nasce talento

Di fuora uscir dell'africano regno,

E là tornare, ove lasciai in cammino

Per Bajona Nalduccio ed Orlandino.

68

Camminavan costoro a lenti passi,

Mostrando alle lor mogli il bel paese;

Quando odon strilli e grandine di sassi,

E di villani una turba scortese

Veggon che in mezzo del cammino stassi;

E con le trecce scarmigliate e stese

Una donzella a secco tronco avvinta,

E appresso lei antica donna estinta.

69

Avevan lapidato allora allora

La trista vecchia i perfidi villani,

E stavano per trar di vita fuora

La giovane, e co' sassi nelle mani

Le dicevano: Porca traditora,

Tra poco tu sarai cibo de' cani.

E già si stavan con le braccia in alto,

Quando Nalduccio a lei giunge d'un salto.

70

E per prendersi gusto, dal cavallo

Discese, e avanti la donzella stette,

E gridò: Questa non ha fatto fallo;

E chi vorrà toccarle le scarpette,

Non che la vita, il vo' senza intervallo

Tagliare a pezzi, e poi farne polpette.

Però donde partiste ritornate,

E Dio ne guardi a chi trarrà sassate.

71

Coloro non gli fero altra risposta,

Ma di pietre un gran nembo gli tiraro,

E tutti dier nell'armatura tosta,

E tosta tanto, che vi si spezzaro.

Orlandino in quel mentre a lor s'accosta,

E disnudato il rilucente acciaro,

N'uccise alcuni, e ne ferì ben cento:

Gli altri fuggiro per lo gran spavento.

72

Corese e Argéa frattanto avean disciolta

La prigioniera, che appena sel crede

Vedersi a morte sì terribil tolta:

E cortese Nalduccio la richiede,

Chi sì l'avesse entro que' lacci avvolta,

E di qual colpa ciò fosse mercede;

E s'ella avea fallato, o veramente,

Come egli si credeva, era innocente.

73

Con bassa voce, languida e tremante

Rispose la donzella: Se vi piace,

Venite meco pochi passi avante,

Ov'è una villa mia assai capace,

Bella pel sito e per le spesse piante;

E lì vi narrerò forse con pace

Le mie sventure, e quel che più vorrete;

E so che nell'udirmi piangerete.

74

Andianne pur, soggiunse Rinaldino,

Che mi muojo di voglia d'ascoltarti.

E si misero appena nel cammino,

Che si trovâr nelle accennate parti.

Stava in un colle il ben fatto casino;

E cotanti lavori intorno sparti

Vi si vedean di fonti e di verzieri,

Che ne stupîr le donne e i cavalieri.

75

Entrati dentro alla gentil villetta,

E assisi tutti ad una mensa in giro,

Incominciaro a sbadigliare in fretta,

E così fortemente s'addormiro,

Che non gli avrìa svegliati una trombetta.

In somma il tasso, la marmotta, il ghiro

Rispetto a loro il sonno hanno leggiero.

Oh vedi se dormivan daddovero!

76

Due giorni interi ed altrettante notti,

Reggendosi la testa con le mani,

Dormiro, e i lor riposi unqua interrotti

Fur da rumori vicini o lontani.

Or mentre questi sonnacchiosi e chiotti

Si stanno, io scendo a' lagrimosi piani

Di Roncisvalle, ove già Carlo è giunto,

E dove in breve rimarrà consunto.

77

All'entrar della valle traditora,

Il buon destrier di Carlo all'improvviso

Si volse indietro, e star volea di fuora;

E scolorissi al vecchio Orlando il viso,

E il pro' Rinaldo indebolissi ancora.

Poco mancò che non restasse ucciso

Dall'esercito Gano; e supplicante

Gridava a Carlo che non gisse avante.

78

Ma quando è giunto quel fatal momento,

Le parole, i consigli e le preghiere

Sono gettate tutte quante al vento:

Ond'è che Carlo mostra dispiacere

Che l'esercito suo non sia contento,

E che cerchi di opporsi al suo volere;

E riguardollo con turbato ciglio,

Talchè fermossi il militar bisbiglio.

79

Ciò fatto, alla real tenda s'accosta,

E parte dell'esercito entra pure

Nell'altre tende, conforme disposta

Era la trama. Le gravi armature

E la celata da ciascun deposta,

Fatte le genti omai chete e sicure,

Diero un assalto alle vivande rare,

Ai fiaschi, alle boccette, alle anguistare.

80

E Carlo in mezzo a' forti paladini,

Ancorchè vecchio, trangugiava bene

I pollastrelli arrosto e i piccioncini;

E Orlando pur con le mascelle piene

A Rinaldo dicea: Sono piccini.

Gemo s'infinge non sentirsi bene,

E che il corpo gli cigoli e gorgoglie,

Ed insensibilmente se la coglie.

81

E dopo una mezz'ora e forse manco,

Ecco avvampar le maladette mine,

E Carlo e i paladini e le tende anco

Gir in alto con fumo senza fine:

E uscir di fronte, di dietro e di fianco

Le maganzesi genti malandrine,

E percossero i Franchi, che all'intorno

Facevan della valle il lor soggiorno.

82

Allo scoppio terribile e sonoro

Si risvegliaro i quattro addormentati,

Nè altro mirâr che un vecchio barbassoro,

Che stava in mezzo a due garzoni alati;

Il quale dolcemente disse loro

Come li avea, la Dio mercè, salvati

Dal tradimento che l'iniquo Gano

Fece a' lor padri, e insieme a Carlo Mano.

83

E per far meno acerbo il giusto affanno,

Che della morte de' lor padri avièno,

Disse lor: Non piangete; ch'essi stanno

Lieti e contenti al Padre Eterno in seno;

Nè sanno più cosa è dolor, nè sanno

Cosa è fatica; ma dolce e sereno

Per loro è il giorno, che non mai s'oscura

Per notte, o nebbia tenebrosa e impura:

84

A cui pur sospirando i giovinetti

Dissero: Deh ci narra, o vecchio santo,

Come moriro i cavalieri eletti

E il forte Orlando, quale aveva il vanto

D'uomo immortale, e quali fur lor detti?

Temêr la morte e s'avvilîr col pianto?

Oppur le andaro incontro, e gli atti estremi

Fur generosi e di virtù non scemi?

85

E il vecchio a loro: Il tradimento, o figli,

Non lascia loco a dimostrar valore.

Fatte sotterra a guisa di conigli

Avea più fosse Gano traditore;

E con crudeli orribili consigli,

Tutto ripieno d'infernal furore,

Le ricolmò di polvere sì fatta,

Che accesa avvien che ogni gran torre abbatta.

86

Or mentre se ne stavano scherzando

A lauta mensa gl'incliti guerrieri,

Gano diè foco al polvere nefando,

E andâr per aria e tende e cavalieri,

Come le foglie di dicembre, quando

Soffiano gli Aquiloni orridi e fieri:

Ma Rinaldo ed Orlando e Carlo Mano

Volavan tutti e tre presi per mano.

87

E tanto in suso e così presto andaro,

Che per voler del sempiterno Iddio

Del ciel la porta co' lor capi urtaro,

E l'Apostolo Pietro glie l'aprìo,

Il qual non era del gran fatto ignaro;

E disse lor tutto benigno e pio:

Giacchè giunti voi siete a questo passo,

Non vuole Iddio che più torniate a basso.

88

Erano vivi, e solo abbrustoliti

Avevano i capelli ed i barbigi;

Ma a dirla giusta, egli erano storditi:

Onde disse San Pietro: Assai litigi

Qua movereste di carne vestiti;

Però morite, e portati a Parigi

I corpi vostri averan sepoltura

Tutta di marmo rilucente e pura.

89

Come augellin che alcuno stecco rotto

Ritrovi nella gabbia, fugge via;

Così quell'alme scapparo di botto

Dalla terrestre lor prigion natìa:

I cadaveri caddero al di sotto,

E li vedrete in mezzo della via

Insieme stretti. Or voi, a cui s'aspetta

L'ingiuria loro, itene a far vendetta.

90

Sbranate Gano e tutti i Maganzesi,

E gli estinti parenti in su le bare

Riconducete ne' vostri paesi.

Ciò detto, il vecchio subito dispare.

Di duolo e sdegno i giovinetti accesi

Fremono a guisa di turbato mare,

E corrono alla valle traditora,

Gridando: Gano di Maganza muora.

91

Già s'erano ristretti in un drappello

Gli avanzi dell'esercito sconfitto,

Che forti resisteano a Pinabello;

E qual de' Maganzesi al suol trafitto

Giaceva, e quale timoroso e snello

Dalla pugna fuggiva zitto zitto;

Quando ecco a venir Gano a dargli aita

Con tanta gente che parea infinita.

92

I soldati di Carlo a quella vista

Dimostrar o allegrezza; chè volièno

Uscir di vita sì dolente e trista,

Giacch'era il signor lor venuto meno;

E tal signor che mai non si racquista

In questo basso misero terreno:

E disperati incontro a lor si fêro

Con volto rabbuffato, orrido e nero.

93

E cominciossi un tal combattimento,

Che al sol pensarvi mi sento basire.

Appena questi arrivavano a cento,

E quelli quanti fosser chi può dire?

Ma lasciamli pugnare a lor talento,

E sfogare gli sdegni e sfogar l'ire;

Che voglio andar a letto a riposarmi:

Domani poi ritorneremo all'armi.

CANTO VIGESIMOSESTO

ARGOMENTO

_Dai due minor cugini in un gabbiotto_

_Di ferro è tratto Gano traditore._

_In Parigi sua casa arsa è di botto;_

_E Ricciardo è creato imperatore._

_Il re de' Cafri mette il capo sotto_

_Al Battesimo santo, e il fa di cuore._

_Entro la gabbia va Gano in faville._

_Cercan Ricciardo per cittadi e ville._

1

Chi semina del male, e che si crede

Raccor del bene, è temerario e stolto;

Chè di mal'opra il gastigo è mercede.

E se talor nel fatto non è côlto,

Nè subito la pena al mal succede,

Non ha di ciò da rallegrarsi molto;

Chè l'eterna giustizia, allor che tarda,

Piomba su' rei più cruda e più gagliarda.

2

Oh, se piacesse alla bontà divina

Squarciar il velo che gli occhi ricopre

Di tal, che per sentier largo cammina

Carco d'iniquitade e di triste opre,

E sempre gode da sera a mattina,

E vedesse il flagel che or gli si copre,

Io credo che morrebbe in quel momento

Di tristezza, d'affanno e di spavento.

3

Così, se quando l'empissimo Gano

Fece in aria volar Carlo co' suoi,

Veduto avesse qual coltello in mano

Era di Dio per lui punir dappoi,

Tenuta avrebbe la miccia lontano

Da' barilozzi; e que' sublimi eroi

Non sarìen morti di sì tristo fato,

Che fino ai Saracin dolse e fu ingrato.

4

Già poco fa cantando io vi dicea

Come Nalduccio ed il forte Orlandino

La turba maganzese percotea;

E benchè fosse in numero piccino

Lo stuolo Franco, di tal ira ardea

Contro di Gano perfido assassino

E la sua gente, che sopra il lor dosso

Menavano le mani a più non posso.

5

Ma quando fra di lor voce si sparse

Che i due guerrieri che facean prodigi,

D'Orlando e di Rinaldo, che il foco arse,

Erano i figli che uscir da Parigi

Nella età loro di giudizio scarse,

Perchè a Carlo non vollero esser ligi,

Preser tanto coraggio e tanto ardire,

Che Gano stesso si mise a fuggire.

6

Era vestito il traditor di nero,

E del bosco cacciossi entro il più folto;

E quivi dismontato dal destriero,

Tutto di fango si coperse il volto.

Ma Rinalduccio con occhio cerviero

Gli tenne appresso, e lo raggiunse; e involto

In duri lacci, e timido e piangente

Lo strascinò tra la Francesca gente.

7

Chi immaginar può mai le strida e gli urli,

E il continuo gridare: Impicca, impicca?

Onde a silenzio non ponno ridurli;

Del che Nalduccio quasi se ne picca,

Ma nol dimostra, e par che se ne burli.

Pur, che tacciano omai, col volto ammicca;

E fattosi silenzio, prese a dire,

Come giusto era il far costui morire,

8

Ma in mezzo di Parigi, e non in quella

Romita valle, e solo al mondo chiara

Per l'opra sua tanto spietata e fella.

Ed una gabbia intanto si prepara

Tutta di ferro, ed ivi si suggella

Il traditore, a cui par cosa amara;

Tanto più che l'aveano dispogliato,

E stava in gabbia come egli era nato.

9

E perchè non dibatta il capo iniquo

Ne' duri staggi, e se lo rompa o schiacci,

Di sopra i ferri ed anche per obliquo

Lo fascian bene di lanuti stracci:

E bench'ei fosse per etade antiquo,

Bisogna ci si accomodi e là stiacci

Com'egli puote. Intanto ognun che vuole,

Lo tormenta con fatti e con parole.

10

Vi fûro alcuni che saliron sopra

A quel gabbione, e vi fecero stabio;

Altri di sputi avvien che lo ricopra:

Nè per questo il meschin pur apre labio,

Ma tutti i suoi pensier mette sossopra;

Chè vede bene senz'altro astrolabio,

Che questa è la vigilia d'una festa

Vergognosa per lui, dura e funesta.

11

E vuol provar, s'egli piangendo possa

Intenerire i cuori inferociti;

E dice lor che in una oscura fossa

Lo gettino tra i corpi abbrustoliti;

Chè giusto è ben che lì la carne e l'ossa

Lasci ancor ei, ove i baron traditi

Lasciâr le loro per la sua tristizia:

Che di ciò in ciel forse n'avran letizia.

12

Ma scuote il capo Rinalduccio, e grida:

Fuor di Parigi non s'ha a far la festa;

E lì farem che Carlo in cielo rida

Con la sua gente che ti fu sì infesta,

Quando vedrà che un canapo t'uccida,

O il boja ti dia un maglio in su la testa,

O t'arda vivo, o ti tragga le cuoja,

E poscia t'unga con la salamoja.

13

Ed Orlandino: Dentro a questa gabbia

(Ripiglia, e tutto per l'ira tentenna)

Verrai con tuo dispetto e con tua rabbia

Ad essere il trastullo della Senna:

Nè forse in mare sarà tanta sabbia,

Quanti avrai tu sopra la tua cotenna

E pugni e calci e sassate e strapazzi

Dagli uomini, dai vecchi e dai ragazzi.

14

La Fama intanto senza mai fermarsi

Ita da Roncisvalle era a Parigi,

E detto avea come traditi ed arsi

Erano i Franchi, e che pure i vestigi

Di Carlo e Orlando non potean trovarsi;

E che Rinaldo, che tanti servigi

Prestati a Carlo e a tutto il mondo avea,

Esser morto egli pure ognun credea;

15

E che di questo tradimento infame

Erano stati Gano e i Maganzesi

Gli empj architetti, per torre il reame

A Carlo, e regnar egli in que' paesi:

E disse ancor le scellerate trame

De' padiglioni e de' barili accesi;

E infin concluse che ciascun soldato

Era con Carlo per aria volato.

16

A questo spaventevole romore

Tutta Parigi si colmò di pianto;

E il palagio assalîr del traditore,

Gli diero fuoco, e l'arser tutto quanto

Con la moglie, co' figli e con le nuore:

E poi per ogni via, per ogni canto,

Per ogni luogo con ira e baldanza

Cercavano la gente di Maganza;

17

E quanti ne incontravano a ventura,

Tanti eran morti. Or mentre il popolazzo

Si vendica di Carlo a dirittura,

Chiamò Ulivieri nel regal palazzo

I nobili a consiglio, che procura

Levar la Francia d'un grave imbarazzo:

E giunti che vi fûro, in suon modesto

Prese a parlare, e il suo parlar fu questo:

18

Il solo biancheggiar de' miei capelli,

Che fa ch'io passi tutti voi negli anni,

È la cagion che a consiglio vi appelli

Per dar rimedio a' sovrastanti danni;

E fa che ancor primiero io vi favelli,

Se ben vegg'io sopra cotesti scanni

Molti seder, che dalle bocche loro

So certo che uscirìan torrenti d'oro.

19

Ma per seguir l'usanza, e perchè sia

Pace tra noi, e l'invidia non guasti

Dell'opra il meglio, io dirò dunque in pria.

Noi siamo, o Franchi, senza re rimasti,

E senza il fior della cavallerìa.

Gan di Maganza, senza usar contrasti,

Ma con astuzia ancora non udita,

Come sapete, li privò di vita.

20

Se il forte Orlando non restava estinto,

O se Rinaldo ancor fosse tra' vivi,

Ognun di voi per naturale istinto

Gli andrebbe incontro con rami d'ulivi,

E lo vorrebbe di corona cinto,

Perchè non sol di Carlo si ravvivi

Ne' suoi cugini il nome e la memoria,

Ma il senno ancor, la maestà, la gloria.

21

Or questi già son morti, e non rimane

D'Orlando altro che un figlio; e questo figlio

È giovin troppo, ed in terre lontane

Fa belle prove, e non teme periglio.

Un figlio ancor v'è di Rinaldo; e in strane

Guerre si trova, e il core ha fermo e il ciglio;

Ma la guerra altro vuole, altro l'impero:

Quella vuol braccio, e questo vuol pensiero.

22

La troppa giovinezza non è atta,

Non che a reggere altrui, neppur sè stessa;

Chè volentieri quell'età s'adatta

A cacciar fere nella macchia spessa,

E di sudore e polvere s'imbratta

Nelle palestre; ed è sovente oppressa

Da crudo amore, e piena di speranza

Non guarda mai le cose in lontananza.

23

Nè la molta vecchiezza pure è buona

Per sostenere un così grave incarco;

Chè il vecchio s'avvilisce e s'abbandona

Ne' casi avversi; e, nello spender parco,

Fugge le guerre: a chi più porta e dona,

Vende i favori; e di miserie carco

Vie più che d'anni, lascia del reame

Le briglie a qualche reo ministro infame.

24

In quanto a me (se debbo, come soglio,

Dir quel che sento) pel pubblico bene,

La corona di Francia a dar m'invoglio

A Ricciardetto, in cui tutto conviene

Ciò che si cerca. In lui fasto nè orgoglio

Alberga, e l'ira a ragion parte e viene:

È giusto, è generoso, ed ha nel core

Per Francia e tutti noi un sommo amore.

25

Le belle imprese poi, e la costante

Data fede da lui e conservata

Alla Cafra donzella in tante e tante

Battaglie e affanni, son cagion che grata

La sua persona ella m'è più, tra quante

N'abbia la terra quanto è lunga e lata;

Chè l'animo gentil suole di raro,

Anzi non mai, altrui mostrarsi amaro.

26

S'aggiunge ancor la voce che si è sparsa

Guari non è per queste nostre bande,

Che Cafria tutta (e non è mica scarsa

Parte di Libia, e cose ha memorande)

Gli sia soggetta, e la bollente ed arsa

Mauritania, ed il Nilo che si spande

Per sette vie, e l'Etïopia intera:

Nè credo esser la Fama menzognera.

27

Ma perchè non si vuole fare in fretta

Una grand'opra, la qual fatta poi

Non può disfarsi, la più chiara e schietta

Cosa che fare adesso dobbiam noi,

Credo che sia spedire una staffetta

In quelle parti, o qualcuno di voi;

E mostrare per ora al buon Ricciardo,

Quale abbiamo per lui stima e riguardo.

28

Qui si tacque Ulivieri; e gran bisbiglio

Quinci s'udì per tutta la gran sala,

E ad una voce proruppe il Consiglio:

Nostro re sia Ricciardo. E si propala

Tosto la nuova, e va di padre in figlio,

E l'afflitta città si mette in gala;

Ma più s'accrebbe l'allegrezza, quando

Giunse Nalduccio ed il figliuol d'Orlando.

29

E dietro lor veniva strascinato

L'iniquo Gano; e dietro a Gano involti

In nero manto d'argento trinato

Carlo e i due paladini arsi ne' volti.

Ma vo' colà tornar, dove lasciato

Ho Ricciardo ed Ulasso d'ira stolti,

Che disfidati si sono a duello,

Ed avvi a restar morto o questo o quello;

30

E di chi vince fia Despina il premio.

Ora pensate voi con che bravura

Alla lor pugna essi daran proemio.

Già fortissimi egli eran per natura;

Ma come il vino avvalora l'astemio,

Se ne beve talor per avventura;

Così l'amor, che instiga entrambo a morte,

Fa l'uno e l'altro più feroce e forte.

31

Era Ulasso di razza di giganti,

Ma non di quelli così lunghi e grossi

Che udiste, donne, nei passati canti:

Avea la barba ed i capelli rossi

(Color non visto in quei paesi avanti,

Dove son neri infino i pettirossi),

Piccioli gli occhi ed ischiacciato il naso,

E i labbri come gli orli d'un gran vaso.

32

La sua statura ella era poco meno

Di dieci braccia; e quattro uomini insieme

Appena appena cinger lo potrièno.

Sommo era il suo valor, sue forze estreme:

Svelleva i pini come fosser fieno;

E a grossa pietra, quasi a picciol seme,

Dando un buffetto, la faceva andare

Di là da' monti, e ancor di là dal mare.

33

Arimodìa di poi (quella meschina

Che si gettò nell'acque, e che fu pasto

Di bue, oppur di vitella marina)

Fe' di metalli un così forte impasto,

Ch'è duro più di pietra diamantina,

E ne coprì quel corpo suo sì vasto

Da capo a piedi; e gli diè lancia e spada,

Che Dio ne guardi dove avvien che cada.

34

Ed all'incontro il nostro Ricciardetto

Era di bella e di giusta misura;

Ma la sua spada ha il taglio più perfetto,

Ed ha fatata tutta l'armatura

(Conforme molte volte v'ho già detto)

Con tale incanto, che la fa sicura

Da qualunque arma e qualunque percossa;

E venga pur con impeto e con possa.

35

Gettan le lancie, perchè sono a piedi,

E dan di mano alle spade taglienti.

Chi ha gusto allo schermir, legga Tancredi

Nel Tasso, allora che punte e fendenti

Tira ad Argante, e a lui grida: A me cedi.

Perchè questo mio par di combattenti

Si batton nella forma che il villano

Batte su l'aja la saggina o il grano.

36

E a dirla schietta, allor vale la scherma,

Che cosa non abbiam che ci ricopra,

Onde passa la spada e non si ferma.

Ma quando tanto ferro abbiam di sopra,

Che una spingarda è debole ed inferma

Per farci male, chi la scherma adopra,

Non ha cervello, e danno non vuol fare

Al suo nemico, e lo lascia campare.

37

Ma questi due che pugnan per amore,

Che fa far cose strane agli animali,

E li empie d'un insolito furore,

Botte si danno dure e bestïali,

Che metton tutto il paese a romore.

Dove hanno fine i ferrati stivali

D'Ulasso mena il ferro Ricciardetto,

Che vuol troncargli le gambe di netto.

38

E Ulasso mena a lui sopra la testa,

E fabbro pare che batte la mazza.

Ogni percossa a Despina è molesta,

E grida: Adesso il traditor l'ammazza.

Ma Ricciardo ancor ei pur suona a festa,

E dagli una percossa così pazza,

Che lo disgamba in men d'un batter d'occhio,

E resta Ulasso misero in ginocchio.

39

D'aver perdute ei già non si credette

Le gambe; ma che il suol smottato fosse:

Onde d'animo nulla si perdette,

E seguitava a dar nuove percosse.

Ma quando vide che le verdi erbette

Per molto sangue si facevan rosse,

E vide al suol recise le sue gambe,

Urlò per ira, e disse cose strambe.

40

In questo mentre segue Ricciardetto

A martellarlo, e non piglia respiro:

E perchè non può giungerlo all'elmetto,

Lo percuote ne' fianchi acerbo e diro,

E già gli ha rotto il ferro sì perfetto:

Onde di punta con un colpo miro

Lo fere, e il cor gli passa; e il disgraziato

Cade, e resta senz'anima sul prato.

41

Al suo cader, senza guardare a' patti,

Salta addosso a Ricciardo ogni Pagano.

Malagigi e Despina già ritratti

Si son nel chiuso, e Lirina han per mano.

Ricciardo tira rovesci da matti,

E monta sopra il suo destrier sovrano,

E fa cose sì rare, che in poche ore

Resta di tutto il campo vincitore,

42

In quel numero grande, anzi infinito

Di combattenti che gli fûro addosso

E restâr morti, si trovò ferito

Lo Scricca, e del suo sangue tutto rosso.

Onde Ricciardo, cavalier compito,

Sol per Despina alla pietà commosso,

Prender lo fece, e in dono a lei lo diede,

Benchè la morte fosse sua mercede.

43

Despina nelle sue candide braccia

L'accoglie, gli fa cuore e lo consola,

E gli cura le piaghe e glie le allaccia:

Ed egli a lei fa giuro e dà parola

Di purgar tutta la passata taccia

Nell'avvenire; e un laccio nella gola

Si prega, s'egli manca a' detti suoi,

O che il mar l'assorbisca, o il suol l'ingoi:

44

E la parola fu, che a Ricciardetto

La dava in moglie, e la sua Cafria in dote.

Frattanto viene sonando un trombetto,

E chiede udienza, e dice in tali note:

Signor, vi ha tutta l'Etiopia eletto

In suo monarca; e le genti devote

Vengono per vedervi e farvi omaggio,

Come a prode guerriero e baron saggio.

45

Ricciardetto sorride, e gli comanda

Che dica pure a' popoli soggetti,

Che quel che in dono a lui da lor si manda,

Era già suo; e che ne' regj tetti

Sarìa venuto; e lor si raccomanda

Con dolci modi e con soavi detti.

Parte l'araldo, e spande in quanti trova

Una sì lieta ed impensata nuova.

46

Frattanto il padre di Despina bella

Ritorna in forze, e del tutto risana,

Ed in tal modo a Ricciardo favella:

Signor, v'offesi con la mente insana,

Che un'opra mi fe' far cotanto fella;

Ma per essere voi di Fè cristiana,

Io Saracino, usai tutto l'ingegno

Per tôrvi il caro mio unico pegno:

47

Chè mi credea tirarmi addosso l'ira

de' nostri Dei con questo parentato.

Ma veggio adesso come si delira

Da chi venir non vuol dal vostro lato.

Il vostro Dio è di potenza mira;

I nostri sono vili e senza fiato.

Però non sol vo' darvi il sangue mio,

Ma voglio in breve battezzarmi anch'io.

48

Sia benedetto Cristo in sempiterno,

Dice Ricciardo, che ci fa tal grazia;

Ma guarda che si accordi con l'interno

Ciò che tu parli. E quegli lo ringrazia,

E giura che non mênte; e che d'Averno

Una Furia di quelle che più strazia,

Gli venga sopra e lo mandi in rovina,

Se col suo cuor la lingua non confina.

49

Dal Monotopa erano già venuti

Ragazzi e vecchi e belle giovinette;

Chi con crotali, cetere e lïuti,

Chi con chitarre, vïole e spinette.

Avevan fiori sopra i crin ricciuti,

Nudi del tutto, e sol certe fascette

Avevano davanti, per coprire

Quello che abbiamo, e che non s'ha da dire.

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Il Ricciardetto, vol. II · 第 12 / 18 段