Ed essi incontro a lui ratti ne andaro:

Ma l'alte piante e gl'intrigati rami

Gl'impedivano il passo; onde tagliaro

E quelle e questi, e monti di legnami,

Prima d'uscir, nella gran selva alzaro.

Usciti alfine, tapinelli e grami

Stavan, chè non avean di che cibarsi;

Onde insieme si misero a guardarsi.

38

Ed oh! l'è cosa pure acerba e strana,

E dura molto e tormentosa e ria

(Disse Nalduccio in voce fioca e piana),

Fratel, la fame! e ti direi bugìa,

S'io ti negassi che il ventre mi sbrana

Questa crudele. Ed ei: Come la mia

S'ell'è la tua, rispose, in men d'un'ora

Farà che tu di fame ed io mi mora.

39

Ed oh miseri noi, se in questa guisa

La dolce vita abbandonar dovremo!

Io mangerei di quella bestia uccisa,

Riprese l'altro, ma con ragion temo

Che tutta sia d'atro veleno intrisa.

Far dobbiamo però lo sforzo estremo

Per trovar case, o pur capanne o grotte,

Prima che venga tutta fuor la notte.

40

Giacchè ancor ci si vede, andiamo in fretta

Su quella assai piacevole collina.

Così dice egli; e van per linea retta

A quella volta, ed odono vicina

Cantar con voce boschereccia e schietta,

Non san se villanello o contadina.

Vanno inverso la voce, e di repente

Una donzella si fa lor presente.

41

Quale appena gli vide, che si ascose

In una tana, e non uscì più fuora,

Ed al forame della tana pose

Un ampio sasso; a cui Nalduccio allora:

Apri, disse, fanciulla. Non son cose

Queste da farsi a chi strugge e divora

L'acerba fame; e l'armi c'hai veduto,

Non ti saran d'oltraggio, ma d'ajuto.

42

Ed Orlandino: Giovinetta bella,

Apri, soggiunse, e non temer d'affronti.

E con la lancia sul sasso martella;

Ma sua ragione dice a' boschi, a' fonti;

Perchè la timidetta villanella

Faceva altri pensieri ed altri conti:

Che seco non aveva altri che un uomo,

E quello ancor per troppa età già domo.

43

Onde dentro al suo cor fermato avea

Di lasciar che abbajassero alla luna.

Ma giacchè quivi il pregar non valea,

Mosse Naldin senza fatica alcuna

La pietra, e disse: Come a immortal Dea,

A te vegniamo, e non temer di niuna

Opra sinistra. E fêr tal giuramento,

Ch'ella e il buon vecchio ne mostrâr contento.

44

Dentro la tana ella vi aveva un gregge

Di pecore e di capre; e prontamente

Un bel capretto tra i più grassi elegge,

E ne fa quattro parti immantinente.

Il vecchio intanto ammassa aride schegge,

Indi le accende; e stridere si sente

La grata fiamma; e i quarti deretani

Del capro infila, e volge con le mani.

45

Il resto dentro d'una gran pignatta

Pone la giovinetta, e mette al fuoco;

E vi mescola erbette di tal fatta,

Che passano le industrie d'ogni cuoco.

E mentre il pranzo cuoce, si arrabatta

La giovin della tana in ogni loco

Per trovar qualche seggiola o sgabello,

Onde possa sedere e questi e quello:

46

E di salci pieghevoli tessuti

Loro portò due comodi sedili.

Trattisi gli elmi, i bei capei ricciuti

Mostravano, e i lor visi almi e gentili

I due guerrieri al mondo sì temuti;

Onde il vecchio in vederli: O voi simìli

Siete agli Dei, o Dei a dirittura;

Chè non fa queste cose la natura.

47

Uomini siam pur troppo, amico vecchio;

E se non era la tua cortesìa,

Già Morte si poneva in apparecchio

Fuora del mondo di mandarci via,

Disse Orlandino; e con acuto orecchio

La giovinetta i lor discorsi udìa;

E benchè fosse semplice ragazza,

Della bellezza loro andava pazza.

48

Chè mastra d'ogni cosa la natura,

Quel che noi non sappiamo ella c'insegna;

Onde è che a nozze femmina matura,

Se vede un uomo, a lui piacer s'ingegna.

E che non fa la vacca e non procura,

Acciò il torello sopra lei si vegna?

E come smania, subito che il vede,

Dalla cornuta fronte al fesso piede?

49

Fatta l'ora di cena, e dato fondo

In men d'un batter d'occhio a quanto v'era,

La giovinetta dal capello biondo

Alzossi, e diede lor la buona sera,

E della grotta se ne andò nel fondo:

E i due garzoni fecero preghiera

Al vecchio, acciò volesse lor mostrare

Se c'era qualche bella opra da fare.

50

Tempo già fu che in questo eccelso monte,

Rispose il vecchio, vi fur tante e tante

Bestie e giganti che a prato nè a fonte

Pastor per condur gregge era bastante:

Ma venne all'improvviso un certo conte,

Che Orlando si chiamava e sir d'Aglante,

Da cui furono i mostri tutti estinti,

E i giganti quai morti e quai fur vinti.

51

Questo d'Atlante è il monte sì famoso,

Di cui libro non è che non ne dica.

Qui pure uno spettacolo grazioso

È da vedersi; ma ci vuol fatica.

Egli va tanto in alto, che non oso

Dir quanto; chè la mente mi s'intrica.

V'ha chi dice, col capo ch'egli tocchi

Le stelle, che del ciel sono tanti occhi.

52

Nella robusta mia gran giovinezza

In su le cime sue giunsi talora,

Dove da un mago pieno di saviezza

Molti precetti appresi; e fin d'allora

Li misi in uso, e gli opro in mia vecchiezza:

E discender vedeva in su l'aurora

La Fortuna in quel monte, ov'ella tiene

Un bel palazzo, e vi fa pranzi e cene.

53

Caso che abbiate voglia d'ir lassuso,

Io vi dirò quel che dovete fare.

Passato il mezzo, vi sarebbe chiuso

Lo spirto e il modo più di respirare;

Chè l'aere è sì sottile, che al nostro uso

Non è più buono, e ne convien mancare.

Però darovvi un otro per ciascuno,

Tutto ripien d'una più crassa Giuno.

54

Poi vi dirò qual via tener dovete

Per favellar con quella Dea sì stolta

E instabil tanto, come voi vedrete;

Che or quinci or quindi si muove e si volta;

Inimica mortale della quiete.

Ella sempre ha d'attorno gente molta,

E tutta pazza e strana al par di lei,

E che disprezza sempre uomini e Dei.

55

Ma la notte s'inoltra, e di riposo

(Io per l'etade, e voi per le fatiche)

Abbiam bisogno. E qui il pastore annoso

Alzossi in piedi, e di paglie mendiche

Formò gran letto in un angolo ascoso

Della spelonca, e lor, Fra genti amiche,

Disse, voi siete, e dormite sicuri,

Finchè il Sol giunga in questi luoghi oscuri.

56

La buona notte a lui pregâr di cuore

I giovinetti; e su la stesa paglia

Si agiâr vestiti, e con tanto sapore

Presero il sonno, che a ghiro s'agguaglia

Ognun di loro: e volâr presto l'ore,

Che son sì pigre allor ch'uno travaglia;

E il Sole apparve, che debole e tronca

Spinse la luce sua nella spelonca.

57

Già il saggio vecchio avea gli otri ammanniti,

E l'altre cose necessarie al vitto,

E presentolle a' paladini arditi,

Che di troppo dormire ebber despitto,

Chè già vorrìan sul monte esser saliti.

E qui dal vecchio venne lor prescritto

Il modo di parlare all'incostante

Nume, se mai gli giungono davante.

58

Giunti del monte che sarete in cima,

Vedrete un gran palagio, egli dicea,

Che sembra d'oro alla veduta prima,

Ma sempre nuovo in lui color si crea;

Chè or d'ostro, ora d'argento esser si stima,

Or d'altra cosa: e qui dal ciel la Dea

Discende. E' non ha tetto, e senza fine

Son le finestre fra grandi e piccine.

59

Un'ampia porta egli ha verso Levante,

Che non ha legni, e giammai non si chiude.

Grand'ali su le spalle ed alle piante

Ha poi la Dea, e sue membra son nude;

Ma d'un cert'olio colan tutte quante,

Che la man di ciascun sempre delude,

Che la voglia afferrare; e fino adesso

Di fermarla ad alcun non fu permesso.

60

Però prendete (e di caprina pelle

Diè loro una sacchetta) questa nera

Polve tenace, che a veder le stelle

Xantia portò dalla stigia riviera,

Di Bacco il servo; come le novelle

Cantan di Grecia, e forse è cosa vera.

Di questa le man vostre intriderete,

E la veloce Dea forse terrete.

61

Così disse egli; e lieti i due cugini

Uscîr dell'antro, e del selvoso Atlante

Salîr sul dorso; e quando fur vicini

Al mezzo, i tuoni e la grandin sonante,

E gli aquiloni ed i venti marini

Nascevan sotto assai delle lor piante;

E l'etere lievissimo e sereno

Già cagion era che venisser meno.

62

Onde a' lor otri ognun la bocca pose,

E così gìan salendo il monte alpestre:

Quando a veder le mura luminose

Incominciaro, e le tante finestre

Di quel palazzo, come il vecchio espose;

Ch'opera al certo non parea terrestre;

Sebbene degli Dei nel prandio strano

Dicon che Atlante il fêsse di sua mano.

63

Giunti che fûro al destinato loco,

Posero arditi il piè nella gran porta,

E giraro il palazzo a poco a poco,

Il qual taceva come cosa morta.

Onde Orlando a Naldin disse per gioco:

Ritorniamcene via per la più corta;

Chè questa pazza chi sa quando viene,

E se venendo ci farà del bene.

64

Ma rispose Naldin: Di lei più pazzi

Parremo noi a ritornare a basso,

E stimati saremo due ragazzi

Da quel buon vecchio; ond'io non te la passo

Per questa volta, e soffrirò strapazzi,

E fame e sete e qualunque sconquasso,

Per vedere costei che ha tanta fama

Infra di noi, e da noi tanto s'ama.

65

Or mentre sì dicevan tra di loro,

Ecco venir per l'aria a tutto volo

L'ignuda Diva co' capelli d'oro:

E seco v'era un numeroso stuolo

Di garzoncelli alati, e di costoro

Ognuno in mano avea come un orciuolo;

Ma largo in cima e chiaro e trasparente,

E pien ciascun di merce differente.

66

Ove eran perle, ove monete, ed ove

Lotti diversi, e Pagherò felici

D'Ambi parecchi, che quell'orcio piove;

Ma pochi Terni; e come le fenici

Erano le Cinquine, che al buon Giove

Potrebbero eguagliare i più mendici:

E negli altri orci eran varie saette,

Quali ad odiar, quali ad amare elette.

67

Ma la Fortuna sotto il braccio manco

Aveva un cornucopia smisurato,

Che come fiume, in gittar non vien manco;

E quando da' fanciulli era vuotato

Il vaso, alcun se l'appendeva al fianco,

Altri lo rïempiva al corno usato:

E questi fanciulletti eran senz'occhi,

Parte vivaci e parte pigri e sciocchi.

68

Capricci eran chiamati, alma e diletta

Famiglia di Fortuna; e a loro in mezzo

Stava una vecchia grinza maladetta,

Livida e nera, che facea gran lezzo

Per ogni banda, ed Invidia era detta,

Ch'altra vecchiaccia degna di disprezzo

Per man teneva e ragionava seco,

Secca, sparuta, e d'occhio torvo e bieco.

69

La rea Malvagitade era costei,

Che unita all'atra Invidia, a tempo e loco

Volgea gli occhi su gli uomini più rei,

E li faceva stare in festa e in gioco.

Naldin prese un garzon per i capei,

Per torgli l'orcio e scherzar seco un poco;

Ma tira tira, si ruppe l'orciuolo,

E qui piangendo seguitò il suo volo.

70

Frattanto Orlando le mani s'intrise

Nella polvere stigia, e il destro braccio

Strinse a Fortuna, che a gridar si mise,

E si scoteva, come presa a laccio

Semplice cerva; e grave se ne rise

Uomo di bianco pelo sul mostaccio,

Che, preso il tempo, il cornucopio tolse

Alla Fortuna, che in pianto si sciolse;

71

E giù dal monte si fuggì con esso,

E girò il mondo: ed allor fu di certo

Che l'uom dabbene, misero e depresso

Vide una volta premiato il suo merto;

E le bell'arti allor vider lo stesso,

E fiorîr tutte, e fu l'ingresso aperto

Delle gran corti agli uomini di stima,

E chiuse alla gentaglia indotta ed ima.

72

Questo vecchione egli era il Buon-giudizio,

Che ognun crede d'avere, e non è vero;

E questa è la ragion ch'a precipizio

Vanno le cose, ov'egli non ha impero.

Ei ben distingue la virtù dal vizio,

E il falso bene dal bene sincero;

E non confonde i premj con le pene,

E dà a ciascuno ciò che gli conviene.

73

Dopo aver pianto la Fortuna molto,

Tanto si dimenò, che fuggì via

Dalle man d'Orlandino; e poi con volto

Pieno di sdegno e d'ira acerba e ria,

A sè il drappel de' fanciulli raccolto,

Disse: Fia cura della suora mia,

Che si domanda Fortuna infelice,

Farsi de' torti miei un giorno ultrice.

74

Disse Nalduccio: Non c'importa un'ette

Che tu ci abbracci, o che ci sia nimica.

Noi seguitiam Virtude: il ciel ci dette

Questa per guida, ed Onore e Fatica

Sono le nostre deitadi elette.

Te cerchi sol chi d'ozio si nutrica.

Ha Virtude i suoi doni, che de' tuoi

Tanto più vaglion, quanto in lor men puoi.

75

Per la rabbia si morse ambe le mani,

E tornò in cielo; e i due forti guerrieri

Riser fra lor degli atti sconci e strani

Che fe' la Dea, qual presa da' sparvieri

L'anitrella far suole ne' pantani.

Poi si fermaro entrambi volentieri

A veder le muraglie e le pitture

Ch'erano in esse, e tutte con scritture.

76

Mostravano altre le cose passate,

Le presenti altre, e le future ancora;

E si vedevan teste coronate

Che dall'aratro ne venìano allora;

E puttanelle nel chiasso allevate

Salire al trono, e discacciarne fuora

Le illustri e caste; e mitere e cappelli

Vedeansi dati ad uomin tristi e felli.

77

Là si vedeva l'Ignoranza in sedia

Cibi gustare e vini saporiti;

E qua Virtude morirsi d'inedia,

Ed esser giuoco degli scimuniti.

In somma egli era un spasso da commedia:

Ma i giovani si fûro infastiditi,

Che avevano altro in testa; e poco o nulla

Guardâr le imprese della rea fanciulla.

78

O, se stato foss'io con loro insieme,

Avrei veduto pur con mio contento,

Non le cose passate e non l'estreme,

Ma quelle sol del mille settecento:

In cui il Vizio sì trïonfa, e geme

Virtude, e piange Apollo, e fan lamento

Le Muse; e la Malizia e l'Ignoranza

Stanno nel lardo, e si grattan la panza.

79

O se potessi qui sciorre i miei bracchi,

Vorrei dir cose da fare stordire!

Nell'Aventin son ritornati i Cacchi,

E tanti son, che non si posson dire:

Nè si ritrova un Ercol che gli acciacchi

Il tristo capo, e li faccia morire?

Questi Fortuna se li tiene in seno,

E i nostri greggi ognor ci vengon meno.

80

Delle rapite lane i traditori

Su gli occhi nostri le cappe si fanno,

E restan nudi i miseri pastori.

Ma se i Numi di noi pensiero egli hanno,

E del mal nostro e de' nostri dolori,

Sempiterno non fia il nostro affanno;

Chè tra poco vedrem costoro spenti,

Salve le nostre lane e i nostri armenti.

81

Ma seguitiam gli arditi giovinetti,

Che van scendendo il monte con tal furia,

Che sembran damme o leggieri cervetti

Co' cani appresso, e temono d'ingiuria.

Già l'aere meno grave entro i lor petti

Di respirar lor toglie la penuria.

Eccoli al piano, e su l'angusto foro

Della spelonca; e il vecchio è già con loro.

82

Rise il buon uomo, ed ammirò in segreto

Il soprumano ardir de' due guerrieri,

E diede lor cortesemente e lieto

Povera cena, e diella volentieri.

Indi disse Orlandin: Nostro decreto

È di passar nel paese de' Neri,

Vo' dir nell'Etïopia, ove Ricciardo

Soggiorna, il fior d'ogni campion gagliardo.

83

Però ci mostra il più corto cammino,

E che più colmo sia di belle imprese.

Quel giorno egli è per noi tristo e meschino,

Che ci son l'armi d'inutile arnese.

E il vecchio a loro: Un bosco è qui vicino,

Dove alberga una donna discortese,

Che alletta prima i passeggieri, e poi

Li fa scannare da' giganti suoi.

84

E son dieci anni che uccise un mio figlio,

Che alla vecchiezza mia fora sostegno;

Ma più che non credete v'è periglio,

Ch'ella ha tropp'arte e troppo iniquo ingegno.

È bella assai, e innamora col ciglio;

Ed è lasciva sì, che passa il segno.

Miseri voi, s'ella vi tocca il core,

E ve l'infiamma del suo falso amore.

85

Ella vince nel canto le sirene;

E se talor si mette a carolare,

Il vento per mirarla si trattiene,

E gli uccelletti lascian di cantare.

I gesti e le parole son catene

Che ogni libero cuor sanno fermare.

In somma ella è la Dea della bellezza,

Ed ho timor di vostra giovinezza.

86

O questa impresa sì, disse Nalduccio,

Mi cava il cuore, e dammi gusto estremo;

E sol mi duole di dover dar cruccio

A questa bella donna, e fare scemo

Di tanta grazia il mondo, che corruccio

Porrà per lei. Di questo io già non temo,

Disse Orlandin; che per fera che sia,

Non le farò giammai tal villanìa.

87

Ma non si perda tempo. E di buon passo,

Sbrigatisi dal vecchio, camminaro

Inverso il bosco. E quivi ora li lasso,

Chè vo' tornare a Ricciardo mio caro,

Qual destato si diede a Satanasso,

E proruppe in lamenti e in pianto amaro,

Quando s'accorse che gli fu rubata,

Mentre dormiva, la sua donna amata.

88

Altri qui narrerebbe il piagnisteo,

E le parole tragiche e dolenti

Che allora disse, ed i gesti che feo;

Ed aprirebbe i fonti ed i torrenti

Del più forbito immaginare Acheo.

Ma qui noi siamo tra amici e parenti,

E si raccontan le cose alla buona,

Senza tanti Permesso od Elicona.

89

Quel ch'egli è vero, la stiacciò sì male,

Che senza dire a' suoi compagni addio,

Montò a cavallo, e gli fe' metter l'ale,

E bestemmiando da lor si partìo.

Or dove andasse, ed in che verso e in quale

Terra si ritrovasse, il pensier mio

È di dirlo domani; se pur anco

La memoria di ciò non mi vien manco.

CANTO VIGESIMOTTAVO

ARGOMENTO

_Nalduccio vinto dal piacer fallace,_

_Poco mancò che non gisse in malora._

_Orlandino l'incanto alfin disface,_

_Ed escon ambo da' perigli fuora._

_Trovan Ricciardo; a lui Nalduccio face_

_L'imbasciata, che Re Francia l'adora._

_Degna d'ira, di riso e di memoria_

_D'un Grassaccio furfante è qui l'istoria._

1

L'Amore non so già quel che si sia,

Nè quel ch'egli si faccia entro di noi;

Ma credo che s'accosti alla pazzìa,

E lo comprendo dagli effetti suoi.

Il pazzo quel ch'egli ha, lo butta via:

Alla diletta sua, Quel che tu vuoi,

Prendi, dice l'amante; e non gli cale

Di ridursi a morir 'n uno spedale.

2

Il pazzo non si sa mai quel che vuole:

Ed un amante, chi l'intende è bravo.

S'egli è d'estate, il pazzo stassi al Sole,

Com'ei sia dell'inverno il babbo o l'avo;

E l'amante, per dir quattro parole

A lei che dentro al cuor gli ha fatto il cavo,

Nell'estivo meriggio sopra un tetto

Starìa senza cappel, senza berretto.

3

S'infuria il pazzo e s'infuria l'amante:

Quegli non guarda a vita, e nè men questi.

Arde dell'uno e dell'altro il sembiante,

E i fatti lor son tragici e funesti.

In questo sol mi pare uno distante

Dall'altro, e che d'assai diviso resti,

Che rinsavisce alcun pazzo talora,

Ma il cervel dell'amante ognor peggiora.

4

E in fatti chi vedesse Ricciardetto

Come va stralunato e fuor di mente,

Costui, direbbe, egli è pazzo in effetto,

O spiritato. Passa tra la gente

Senza guardarla; e fuori dell'elmetto

E fumo e fiamma gli esce veramente;

E s'ode tanto da lontano urlare,

Che s'assomiglia al brontolìo del mare.

5

Corre in verso Ponente, e ad alta voce

Chiama Despina; ma chiama e rispondi:

E intanto sveglia ogni belva feroce

Che sta a dormir negli antri suoi profondi.

A lui van sopra con un ceffo atroce,

Per farlo in brani con gli artigli immondi;

Ma il suo destrier dà lor calci sì strani,

Che li sconquassa e manda via mal sani.

6

Punto non mangia il meschinel nè beve,

E il terzo giorno è omai del gran digiuno;

Talchè del viver suo il tempo è breve:

E non incontra il misero veruno

Che lo conforti in duol sì acerbo e greve.

E gli tolga dal cuor sì fatto pruno;

Onde più non si regge, e s'abbandona

In sul caval con tutta la persona.

7

E mentre in cotal guisa egli è condotto

Dell'Atlantico mare in su la spiaggia,

Di sua vita all'estremo omai ridotto,

Quel buon vecchion che su l'uccel vïaggia,

Quel che fu cieco, e a veder ricondotto

Mercè le grazie di Lirina saggia,

Quegli d'alto lo vide, e ravvisollo,

E sopra lui piombonne a rompicollo.

8

Egli s'era partito al far del giorno

D'Egitto, per serbar la sua parola

Che diede a Ricciardetto del ritorno.

Or mentre in quella erma campagna e sola

Vede in tal guisa il cavaliero adorno,

Pensò, siccome mago era di scuola,

Che la figlia sicur d'Arimodìa

Gli avesse fatta qualche furberìa;

9

E sceso dal grifon, lo chiama e abbraccia,

E gli fa cuore, e a sperar ben l'invita,

E l'elmo intanto e la visiera slaccia;

Ma segni il tapinel non dà di vita:

Ond'egli presto stura una borraccia

Che seco aveva piena di acquavita,

E con essa l'asperge e lo ravviva,

Come languido fior la pioggia estiva.

10

Aprì gli occhi Ricciardo, e ben ravvisa

Il vecchio, e il suo dolor più crebbe allora,

Dicendo lui: Da me stata è divisa

La mia Despina, onde convien ch'io mora;

E forse forse l'averanno uccisa.

Beato me, se si trovava ancora

In quella rocca da te custodita,

Chè dolce speme or mi terrebbe in vita!

11

Oh come, vecchio mio, si son mutate

Le dolci cose, e di tranquille e liete

Si sono fatte afflitte e sventurate!

E il vecchio a lui: Signor, per vie segrete,

Disse, il Fato conduce sue pedate,

Nè menti son sì accorte e sì discrete,

Che le possan comprendere; e bisogna

Chiamarci ciechi, e non n'aver vergogna.

12

Ma perchè gran sapienza e gran consiglio

Egli è nell'opre dell'eterno Sire,

Rasserena, signor, la mente e il ciglio,

Ch'io ti vo' gran fortuna presagire.

In qualunque tuo grave aspro periglio

(Che tanti fur, che non si posson dire)

Te sempre un tutelar Nume difese,

E vincitore insuperabil rese.

13

Ora a qual fine aver tanto pensiero

Di tua persona? Acciò che tu perisca

In un deserto? Ciò non fia mai vero.

Ma lascia ch'io con l'arte sopperisca

A ciò che di saper fa di mestiero.

E qui fa che in un subito apparisca

Un spiritello; e il precetta di posta,

Che dica ove Despina sta nascosta.

14

Il tristo si volea far trar le calze,

E te l'infrancescava malamente,

Dicendo: Ella sta in mezzo all'onde salze;

Ma di qual mar, non sollo certamente.

Ed or dice: Ella va per certe balze

Cangiata in orsa, ed isbrana la gente.

Ed ora: Sta rinchiusa entro d'un pozzo,

Dove l'acqua le arriva fino al gozzo.

15

Ma il vecchio gli rinnova lo scongiuro,

Il quale fu sì forte e tanto strano,

Che te lo mise ben tra l'uscio e il muro;

E bisognò che fosse chiaro e piano

Quel che finora avea tenuto oscuro;

E disse, come in un lido lontano

Nel mar del Congo stava la donzella,

E che Tristan quell'isola si appella;

16

E che Melena, d'Arimodia figlia,

L'avea furata; e disse il quando e il come;

E che in fera che a tigre s'assomiglia

L'avea cangiata; e le sue bionde chiome,

E la sua faccia candida e vermiglia

Non più si conosceva; e al volto e al nome

Terribil cosa e barbara parea,

Di che la sventurata ognor piangea.

17

Indi soggiunse che un fiero gigante

La guida sempre: e qui si tacque e sparve.

Non così l'egro misero ed ansante,

Nel sonno oppresso da fantasme e larve,

Tranquillo destò il fosco suo sembiante,

Come sul volto di Ricciardo apparve

Il gaudio e il riso, quando udì che in vita

Era Despina, e il loco ove era gita.

18

E a ristorar le forze sue perdute

Tardo non fu con cibi e dolce vino,

Del qual ne fece cinque o sei bevute;

Onde all'ebrezza quasi fu vicino.

Poi disse al vecchio: Queste sole mute

Spiagge lasciamo, e prendasi il cammino

Verso Ponente al mar del Congo, dove

Stassi il mio ben cangiato in forme nuove.

19

Il vecchio sul grifon sale di botto,

E Ricciardetto sprona il suo destriero.

Vola il falcone, e va il caval di trotto,

Tanto era presto e tanto era leggiero.

Di sopra il vecchio a lui, ch'era di sotto,

Parlava, e gli mostrava il buon sentiero.

Or lasciamoli andare allegramente,

E il ciel si mostri lor sempre ridente.

20

Quindi, se parvi, ritorniamo in fretta

A ritrovare i due forti cugini,

A quella coppia di valore eletta,

Gloria ed onor de' Franchi paladini,

Ch'iva a quel bosco, ove una donna alletta,

E dopo uccide tutti i pellegrini:

E presto v'arrivaro; e fu nell'ora

Che terra e cielo e mare il Sole indora.

21

Il bosco in sul principio egli era oscuro

Per le gran piante e i rami alti e fronzuti;

Quindi insensibilmente aere più puro

Lo rischiarava, infin che fur venuti

In un bel prato, più vago sicuro

Di quanti gregge alcuno abbia pasciuti;

E in mezzo al prato eran giardini e fonti,

E laghi e stagni, e colonnati e ponti.

22

I bianchi cigni e l'anitre cianciere

Si stavano per l'acque; e i caprioli

Su l'erbetta facean le lor carriere.

Su' cedri e su gli aranci mille voli

Degli uccelli movean le alate schiere:

Ed i soavi e dolci rosignoli

Non desistevan mai dal canto usato,

E si sentìa per tutto un odor grato:

23

Chè il fiore arancio e la giunchiglia doppia,

E il nostro gelsomino e il catalano,

E il mugherino che con lor s'accoppia,

Spingeano il loro odor tanto lontano,

Che in estasi sen gìa la bella coppia;

E già passava entro di lor pian piano

Un non so che di molle e di gentile,

Che gl'infiacchiva l'animo virile.

24

Dove termina il prato ampio e famoso

Era il palagio ove abita colei

Che dà agli amanti suoi tristo riposo.

Qual sia, non ve lo dico; che starei

Tutt'oggi a dirne, e diverrei nojoso.

Vi dico sol ch'un tale a' giorni miei

Non ho veduto, e non si può vedere,

E di vederlo alcuno mai non spere.

25

Per cinque porte a quel s'apre l'entrata,

E per tutte son giovani e donzelle.

Chi ride e canta, e chi carola e guata

Di questa o quello le sembianze belle.

Altri s'abbraccia, altri gioconda e grata

Bevanda sugge, e mangia a crepapelle.

In somma da per tutto e in ogni loco

Albergava il piacere, il riso e il giuoco.

26

Fratel, disse Orlandino, io non vorrei

Che ci accadesse, come ha detto il vecchio.

Non abbiamo veduto ancor costei,

Ed a volerle ben già m'apparecchio.

Per me, Nalduccio, addietro io tornerei,

Chè di noi temo. Femmina è capecchio,

E l'uomo è foco, ed il demonio è il vento,

Il qual li accoppia, e poi ci soffia drento.

27

Nelle guerre d'Amor (proverbio è trito)

Vince chi fugge, e non chi si cimenta;

E duro mi sarebbe in sì romito

Luogo che fosse nostra vita spenta,

E sol per un brutal sozzo appetito,

Onde nostra bassezza si argomenta.

Deh torniamcene via, e ci sovvegna

Che Cristo è il nostro duce e nostra insegna.

28

Il Ricciardetto, vol. II · 第 14 / 18 段