Chè a pochi il disse, e in gran segreto, Gano;

Chè non son cose da bandirsi in piazza.

Onde dolente il sir di Montalbano

Lascia le tende e la ribalda razza,

E ratto corre inverso Carlo Mano,

Che a lui non crede, e quasi lo strapazza;

E lo ritrova appunto che venìa

Di Roncisvalle per la dritta via.

77

E messosi di fronte al suo destriero,

Grida: Signore, non andar più avanti.

Roncisvalle per Carlo è un cimitero,

E v'andremo sotterra tutti quanti.

Io di là vengo, e ti racconto il vero,

Chè udito ho ragionare quei furfanti;

Udita ho la lor gioja, il lor conforto,

Con la speme che in breve sarai morto.

78

È certa la congiura, e sol nascosa

È la maniera onde dobbiam perire.

L'esercito franzese a questa cosa

Tutto s'accende di gran sdegni ed ire.

Carlo con faccia torbida e pensosa

Si volta a Gano, e sì gli prende a dire:

Quando il sospetto non ha fondamento,

È un'ombra vana, e la dilegua il vento:

79

Ma quando a sospicar move ragione,

Chi dorme in sul sospetto, è un uomo stolto.

Però a quel che Rinaldo ora ti oppone,

Rispondi; e se in errore sarai côlto,

All'opra uguale attendi il guiderdone;

Ma se ogni dubbio ne verrà disciolto,

Come io voglio sperare, avrà Rinaldo

Pena d'averti preso per ribaldo.

80

Egli con fronte intrepida e sicura

Ti guarda, e dice ch'entro alle tue tende

Si ragiona da' tuoi d'alta congiura

Contro di noi; e che da lor s'attende

Nostra venuta, e che non han paura

Delle nostre armi, ancorchè sì tremende

Al mondo tutto. Or tu qual dài risposta

A così grave e orribile proposta?

81

Gano senza mutar colore in viso,

Col ciglio basso e le mani incrociate,

Disse: Signor, mi moverebbe a riso

Sì pazza accusa, se di fedeltate

Non si trattasse, e non restasse intriso

D'obbrobrio il mio candore e lealtate;

Chè in certe cose, ancorchè non sien vere,

Un'ombra, un filo, un neo dà dispiacere.

82

Egli parla di ciò che si favella

Nelle mie tende, e dice orrende cose

Di tradimenti e congiura aspra e fella;

E fama e voce pubblica anco espose

Esser colà della fatal procella.

Or s'egli è ver che fra le più gelose

Opre si ponga un regio tradimento,

Come ei l'udì da cento bocche e cento?

83

La voce, signor mio, vola pur troppo,

Massime allor che libera si getta;

Nè lido in mar, nè monte a lei fa intoppo,

Ma lieve passa a guisa di saetta

Per ogni banda: e nunzio muto e zoppo

Sarà stata per Carlo, e chiusa e stretta

Avrà volato sol fra le mie genti,

Invaghita de' nostri alloggiamenti?

84

O non dice, signor, Rinaldo il vero,

O s'ei lo dice, avranno, me lontano,

Fatto coloro un disegno sì fiero.

Ma ciò non credo; e ogni intelletto sano

Sarà del mio parer, del mio pensiero.

Ov'è mai fra di loro e mente e mano

Da tanta impresa? Forse a lor si copre

Quali sieno di Carlo e l'armi e l'opre?

85

E dove lascio il gran signor d'Anglante,

E te, Rinaldo, fulmini di guerra,

Che stando sempre al gran Carlo davante,

Da ogni oltraggio lo scampate in terra?

Ma tu ben sai come di risse amante

Egli è Rinaldo, e qual odio lo afferra

Contro il mio sangue, e con ragione ancora;

Ma io e i miei non siam più quei d'allora.

86

Pur veggo ben che per la colpa antica

Trova l'accusa mia facil credenza

Nell'alma tua, benchè del giusto amica.

Però lontane dalla tua presenza

Vadan le genti mie; e acciò si dica

Che a offender Carlo Maganza non penza,

Lascin l'armi e i cavalli, e disarmati

Errin come gli armenti in mezzo ai prati.

87

E perchè non si pon fine al sospetto,

E d'ogni cosa s'ombra facilmente;

Forse, chi sa? d'alcun veleno eletto

Sarà qualche timor nella tua mente;

E di quanto averai veduto o letto

Di gente estinta così bruttamente,

Ti sovverrà. Non fia bevanda o cibo,

Che tu tocchi, se prima io non la libo;

88

E poi, giacchè Rinaldo ardito e franco

Dice che la congiura è assai palese,

Prendi, signor, della mia gente un branco,

Qual più ti piace, e con facelle accese

Ora sotto alle braccia, or sopra il fianco

Fa che da' tuoi sieno lor voci intese;

E se diran che traditor son io,

Rassereni il tuo core il sangue mio.

89

Ma tu vanne spedito, o Pinabello,

A dir loro che senza armi e destrieri

Vadan fuor delle tende. Intanto appello

In mio favore i Numi eterni e veri:

E s'io nutro pensiero iniquo e fello

Contro di Carlo e de' suoi cavalieri,

Signor, li prego, che avanti a' tuoi lumi

Fulmin dal ciel discenda, e mi consumi.

90

Rinaldo non potè stare alle mosse,

E incominciò: Signor, stiam bene all'erta;

E se punto esto furbo ti commosse,

Non dubitar, perchè la cosa è certa.

Ma disse Carlo: Ancorchè vero fosse

Ciò che tu dici, se vuota e deserta

De' Maganzesi la campagna resta,

Qual cosa a noi esser potrà molesta?

91

E il ver diceva il povero signore,

Che non sapeva e non aveva udito

Della terribil polvere il furore,

Che insegnò Satanasso ad un romito,

Che poi la diede a Gano traditore.

Ma giacchè ho da vedere incenerito

Così buon vecchio, vo' prima cercare

Di gente che lo possa vendicare.

92

Nalduccio ed Orlandino in tempo corto,

Se si misura il gran vïaggio e strano,

Giunser di Burdigala entro al bel porto,

Che fe' natura e non ingegno umano;

E lo formò così piegato e torto,

Che sembra un arco che riposi in piano:

E dicon di quell'arco esser la corda

La Garonna, che in mar corre sì ingorda.

93

Quivi si soffermaro un giorno solo,

Poi presero il cammin verso Bajona;

E nel calcare il desïato suolo

Sentivan tal piacer nella persona,

Che il ritrovare il perduto figliuolo

Cotanto in sen di madre non cagiona:

E le lor donne anch'esse per consenso

Mostravano allegrezza in ogni senso.

94

Ma lasciamoli stare in allegrìa,

Che tra poco averan tormento e pena;

E noi frattanto pigliamo altra via:

Quella non già che a Roncisval ne mena,

Che m'empie troppo di malinconìa;

Ma un'altra ne cerchiam grata ed amena;

E forse troveremla. Ma per poco

Or vo' posar, che già son fatto roco.

CANTO VIGESIMOQUINTO

ARGOMENTO

_Lirina del suo crin, come di stoppa,_

_Forma una corda e il girifalco lega._

_A quel si pon con i compagni in groppa,_

_E in aria a voglia sua lo spinge e piega._

_Su quello il vecchio in Egitto galoppa,_

_Per farsi erede della morta strega._

_Resta uccisa una vecchia in mezzo a un calle._

_Muore Carlo abbruciato in Roncisvalle._

1

Se quando incominciai questo lavoro,

Che fu per gioco, e poi bel bello crebbe,

E crebbe sì, mercè l'Aonio Coro,

Che finito oramai dir si potrebbe,

_Vittoria_ illustre, che ora tanto onoro

Quanto mai regal donna in pregio s'ebbe,

V'avessi visto e conosciuto prima,

D'altri versi il tesseva e d'altra rima.

2

E giacerìano in un silenzio oscuro

Despina bella e il prode Ricciardetto;

Che di voi sola avrei cantato: e giuro

Che il buon voler, di cui ricolmo ho il petto,

Di timido m'avrìa fatto sicuro;

Ed il vasto argomento, e sì perfetto,

Onore e lode senza alcun lavoro

Acquistato m'avrìa dall'Indo al Moro.

3

Ma l'esser voi sì grande e sì sublime

Per virtù, per natali, e per quei doni

Che Dio talor nelle grand'alme imprime,

Per noi mostrare quanta lui coroni

Luce e bellezza nell'eccelse cime

Del monte ove gli Dei han lor magioni;

Ed io sì basso e oscuro, che a fatica

Si sa che viva dalla gente amica;

4

Fu la cagion che non alzassi mai

La debil vista a quell'immensa luce

Che vi circonda, e vince il Sol d'assai.

Ma giacchè la fortuna ora m'è duce

A tanto bene, e da' be' vostri rai

In me spirto novello si produce,

Chi sa che un giorno del Permesso in riva

Alto di voi non canti, alto non scriva?

5

E dica come in voi hanno lor sede

Le grazie tutte e le virtù più belle:

E come trasparir chiaro si vede

Per lieve nube il lume delle stelle;

Sì l'innocenza, l'onestà, la fede,

E i pensier saggi che nutrican quelle,

Van trasparendo dalla vostra fronte

Per luce che non fia che mai tramonte.

6

Nè tacerò que' modi almi e cortesi

Che son catene agli animi gentili;

E dirò anche ove gli avete appresi,

E da qual madre. Così meno umìli

Fosser miei versi, o di quel foco accesi

Che far li suole al buon Febo simìli.

Che vorrei dir di voi e del consorte

Cose da farvi viver dopo morte.

7

Ma tempo è omai di ritornar là donde

M'era partito, e seguitar l'istoria;

Perchè male si mescola e confonde

D'ogni altra il pregio con la vostra gloria.

Che come de' gran fiumi le grand'onde

Perdono in mar lor nome e lor memoria;

Così quando di voi prendo a cantare,

S'oscura ogni altra, e l'opera dispare.

8

Restato cieco il misero custode

Della bella Despina, e ritornato

In sua sembianza il buon Ricciardo e prode,

E nella sua Lirina, se beato

Fu il cor d'entrambi, dicalo chi l'ode.

Ma perchè poco dura un lieto stato,

Sepper come per sempre era impedita

A tutti lor della torre l'uscita.

9

Che l'accecato vecchio in volto afflitto,

Volesse il cielo, disse, ch'io potessi

Di qui fuggire, e sì del mio delitto

Scampar la pena; chè senza processi

Su questa torre rimarrò confitto;

E soffrirete ancor gli affanni stessi,

O voi, ch'ora godete e fate festa

D'avermi tratti gli occhi dalla testa.

10

Qui non c'è scala che abbasso conduca,

E non son funi da calare a terra;

E quello che si beve e si manuca,

Ci vien d'Egitto, e col becco l'afferra

Un grande uccel, che prima ancor che luca

Il giorno, dal gabbione lo disserra,

Ove lo tien la maga Arimodìa,

E per cibarci a noi quassù l'invìa.

11

E questo uccello ancor lettere porta

A me della sua maga, e vuol risposta:

Or che degli occhi in me la luce è morta,

Tornerà indietro con la sua proposta:

E Arimodìa, fata tanto accorta,

S'accorgerà che qui frode è nascosta;

E fatto ciò che l'arte le dimostra,

Verranne in fretta alla ruina nostra.

12

Costei d'Ulasso ella è parente stretta,

E per Africa tutta è sì possente,

Che il sommo Giove infino la rispetta:

Ed ama tanto questo suo parente,

Che giorno e notte quanto può si affretta,

Perchè sieno in Despina affatto spente

Le prime fiamme, e perchè volga in ira

L'amore onde per altri ella sospira.

13

Ed io che fui antico suo scolare,

Ed imparai molte gran cose e belle

(Che lieto me, se or le potessi fare!),

Qua venni per cammino alto alle stelle

A custodire le sembianze rare

Di questa giovinetta inerme e imbelle:

E perchè niun me la portasse via,

Sommo poter mi diede Arimodìa.

14

Nel mentre che in tal guisa egli ragiona,

Ecco s'oscura il Sole, e strepitoso

Delle grand'ali il battere risuona.

Tremò il vecchio al rimbombo, e doloroso

Disse: Doman non giungeremo a nona,

Che sarem morti in modo obbrobrïoso.

Guarda Lirina la volatil fera,

Che assai più grossa d'un giovenco ell'era.

15

E le penne grandissime dell'ali

Eran sicuro (a dirla schiettamente)

Per fino al mezzo, come sono i pali

Che dansi in piano a gran vite cadente;

Gli artigli acuti assai più de' pugnali;

Il petto, il collo, ed il rostro valente,

E la coda, ed infin ciò ch'egli avea,

Alla grossezza sua corrispondea.

16

E vede come il becco ha traforato,

E in quel forame è un bell'anello d'oro:

Onde un pensier le venne disperato,

Per isfuggire il vicino martoro;

Giacchè lo poter suo è in lei cessato,

Nè qui può far con l'arte sua lavoro,

Si taglia a un tratto la sua treccia bella,

E fanne una ben lunga cordicella;

17

E va d'attorno al girifalco strano

Per infilar la corda nell'anello,

E gli liscia le penne con la mano,

Tenendo l'occhio al becco ed all'ugnello;

Ma quegli se ne va da lei lontano:

Ella sel chiama, e dice: Bello, bello;

Ma non per questo ei si sofferma punto,

Nè puote esser da lei giammai raggiunto.

18

Il cieco, che non sa ciò che far vuole

Lirina, e crede che gli voglia tôrre

Il foglio che gli porta le parole

Che a lui manda la maga entro la torre;

Dice: Fanciulla, altrui lasciar non suole

La carta questo uccello, e non occorre

Che ti ci provi: solo in mano mia

Porralla; chè sì vuol chi a me l'invìa.

19

Ed ella: Dal suo rostro un cerchio pende,

Dice, e vorre' infilarlo a tutti i modi.

E il cieco a lei: Da te che si pretende

Con quella infilatura? che lo annodi?

Oh come mal da te, donna, s'intende

Quanto gli artigli e il becco suo sien sodi!

E a lui la giovin bella: Cieco mio,

Infilalo, e poi lascia fare a Dio.

20

Sapea Lirina che fatal catena

È bionda treccia di donzella pura,

Per legare un dragone, una balena,

O qualunque altra fera orrenda e dura:

E volve in suo pensier, se questo affrena

Uccel di sì mirabile figura,

Di poter quinci facilmente uscire;

Che tutto s'ha a tentar per non morire:

21

E perchè il vecchio ninnola e balocca,

E non s'induce a far ciò ch'ella brama,

Con man Lirina gentilmente il tocca,

E dice: Se la vista da te s'ama,

Anzi la vita, in lasciar questa rocca

Seconda allegramente la mia trama;

Ch'io voglio uscir con tutti dalla torre,

E ti vo' in testa gli occhi tuoi riporre.

22

A tal promessa rallegrossi tanto

Il cieco vecchio, ch'ebbe ad impazzare;

E fattosi all'uccel condurre accanto,

Prese con man l'anello, ed infilare

Lo potè con quel crin dorato e santo.

Infilato l'anel, volle beccare

L'uccello il freno; ma quando s'accorse

Ch'era crin di fanciulla, più nol morse.

23

Ed ella su l'ampissimo verone

Della torre scoperta, a suo piacere

Lo maneggiava; ed ora cavalcione

Gli stava sopra, ed or posta a sedere.

E fatta spesso questa funzïone,

Misura il dorso di sì gran sparviere,

E da sei braccia lungo esser comprende;

Onde a' compagni a sì parlare imprende:

24

Se vi dà il cuor su lui meco salire,

E gir per l'aere vano in larghe rote,

O morte o servitù potrem fuggire.

Le vie del cielo a me non sono ignote,

E non mi manca ingegno e franco ardire;

Nè questo uccel, ma il carro di Boote

Saprei guidare, e quel del Sole ancora;

Ma bisogna troncare ogni dimora.

25

Su la sua schiena io salirò primiera,

Se così parvi; e presso a me verranne

Despina, e agli occhi avrà una benda nera,

Acciò che il giracapo non la inganne:

Dopo Ricciardo; e perchè qui non pera

Di fame il vecchio, e solo non s'affanne,

Ponetevi lui pure. E così detto,

In sul falcone ella salì di netto.

26

Ricciardetto bendò la sua Despina,

E bendata così la mise appresso

Della leggiadra intrepida Lirina;

E preso il vecchio, gli fe' far l'istesso.

Egli pure vi sale, e la divina

Prega bontà perchè non resti oppresso,

E non faccia con tutta la brigata

Qualche solenne orribile cascata.

27

Sprona col piè Lirina il grande uccello,

Ed il rostro col suo crin biondo scuote.

L'ali immense allor quei batte bel bello,

E si rincora, e per le vaste e vuote

Strade del ciel s'invìa leggiero e snello.

Ella fa ch'egli vole in larghe ruote,

E ch'egli muova in guisa le grand'ali,

Che a poco a poco e sempre abbasso cali.

28

Ricciardo appresso il suo dolce tesoro,

Che gli tremava in braccio di spavento,

Sentiva del tardar sì gran martoro,

Che un anno gli pareva ogni momento.

Venne il tempo alla fin sì grato a loro

Di toccar terra; e n'ebber tal contento,

Che fûro vicinissimi a morire.

Or quanto fosse e chi potrà ridire?

29

Calaro appunto in su quel verde prato,

Dove errava disciolto a suo piacere

Del buon Ricciardo il cavallo incantato.

Diede Lirina il grifon suo a tenere

Al vecchio che degli occhi era privato;

E corre alla capanna, e dal forziere,

Dove serbava le virtù mirande.

Di bel zaffiro trasse fuor due ghiande.

30

E l'una e l'altra pose entro de' cavi

Della fronte del vecchio, e, Questi in vece

D'occhi saranti luminosi e bravi

(Gli disse; ed egli diece volte e diece

Ringraziolla): ma vuolci o delle navi

Cercar tenace indissolubil pece,

O della colla, soggiunge Lirina;

Chè perder gli potresti una mattina.

31

E Malagigi si trasse di tasca

Un scatolino pien di certa cera

Del colore di cerasa amarasca,

Che terrebbe ad uno scoglio una galera

In tempo di fierissima burrasca.

Di questa empì dove incavato egli era;

Poi quelle ghiande ella vi pose in modo,

Che vi stavano bene, e stavan sodo.

32

Ed eran d'una vista così fina,

Che il buon vecchio dicea: Là su quel monte

Io veggo una formica che cammina,

E veggo tra le frondi un chiaro fonte,

Ed un cardello che vi si spollina;

Veggo un lepre che dorme, e nella fronte

Havvi una mosca con l'ali dorate:

Tanto far ponno, e tanto dar le Fate.

33

Or mentre questi stanno in allegrìa,

Fuori d'ogni timor, d'ogni periglio,

Sospettosa in Egitto Arimodìa,

Non vedendo tornare il suo famiglio

(Dico l'uccel ch'a portar fogli invia),

Temè di frode, e mise in iscompiglio

Tutta la casa; e getta l'arte, e vede

La cagion perchè il falco a lei non riede.

34

E si pon l'ugna in su i capelli bianchi,

E se li va strappando a ciocche a ciocche;

E si sbatte pe' muri e per i banchi:

Cotanta rabbia avvien che il cuor le tocche.

Forza è che il viso a ciaschedun s'imbianchi

De' suoi serventi; e stansi a chiuse bocche

Ed occhi aperti, e non sanno capire

Da che tanta ira in lei possa venire.

35

In questa rabbia, in questo crepacuore

Arimodìa si stette, a farla corta,

Il tempo giusto di ventiquattr'ore:

Poi sola uscì, simile a donna morta,

E l'aria empì di spaventoso orrore;

Indi per una via nascosta e torta

Andò del Nilo alla settima foce,

E mandò fuori una terribil voce:

36

E fa precetto a quanti erran per l'acque,

E van per l'aria demoni scaltriti,

E a quanti a Dio d'innabissar giù piacque

Ai sempre neri e lagrimosi liti.

Quindi ciò fatto, crollò il capo, e tacque,

Girando attorno gli occhi inferociti;

Quando ecco il mar s'estolle, il ciel s'oscura,

E si sconvolge tutta la natura.

37

Fendon l'aria stridendo allocchi e gufi,

E strane arpìe ed aquile grifagne;

E come porco che per fango grufi,

Così pare ciascuna che si lagne:

E qual di lor su gl'incavati tufi

Si pone, e accoglie le stese ali e magne;

E qual su' tronchi, e qual con tardo volo

Or s'erge in alto, or va radendo il suolo.

38

E per lo mare foche vaste e porche

E pistrici si veggono venire,

Tutte in sembianze mostruose e sporche;

E come monti su l'onde apparire

Le sterminate orribilissime orche,

E fuor dell'acqua si veggono uscire,

E far corona attorno della Fata,

Che tutte con piacere osserva e guata.

39

Gran polvere innalzar si vede al cielo

Dall'ugne fesse de' centauri strani;

Ed ecco fere che han serpi per pelo,

E tigri e lupi e grossissimi cani.

In somma di là, dove è sempre gelo

E sempre è caldo, orrendi mostri immani

Apparver, non so come, in un istante,

E in copia molta ad Arimodia innante.

40

Tutta questa gran turba di bestiame

Da spiriti maligni era abitata,

Che a inganni, a frodi, a cavallette, a trame

Era fuor d'ogni credere addestrata.

Prese Arimodia alga marina e strame,

E in mezzo a loro sopra esso assettata,

Con i capelli scarmigliati ed irti,

Tal mandò voce ai maledetti spirti:

41

Io qua, mercè della fatal mia verga,

Furie d'Averno, ho convocate tutte,

Perchè da voi s'abbatta e si disperga

Un uomo solo che ha guaste e distrutte

Le mie fatiche; e vo' che si sommerga

In mare, od in guerriere acerbe lutte

Rimanga estinto, o almanco a mia magione

Mel conduciate in pochi dì prigione.

42

Questi è Ricciardo, il Franco paladino,

Che mi rubò la donna col custode,

E il girifalco, sul quale io cammino;

E quel che più l'alma mi punge e rode,

Or si ride d'Ulasso mio cugino,

Da cui finora ebbi di grazie e lode

Messe non scarsa; sì ben custodita

Era da me la donna sua gradita.

43

Udite dunque ciò che bramo e voglio.

Morto Ricciardo, o preso, mio pensiero

Fia di domar di Despina l'orgoglio.

Qui tacque, e guardò il cerchio in atto altero.

L'orca più grande allor sopra uno scoglio

Alzossi, e disse: Donna, il vostro impero

Non possiamo eseguir; chè di Ricciardo

Il potere del nostro è più gagliardo.

44

E riprese un'arpìa di sopra un tronco:

E chi di noi toccar può il suo cavallo,

Appo di cui nostro valore è cionco?

E un centauro gridò senza intervallo:

Non vo' restar d'un braccio o d'un piè monco;

Nè tu mi forzerai unqua a tal fallo.

E ciò detto, si sciolse il concistoro,

E tutti andâr dove più parve a loro.

45

Arimodìa si svoltola rabbiosa

Sopra l'arena, ed urla come matta;

E di morire fatta desïosa,

Con l'ugne il viso e il petto così gratta,

Che divien tutta quanta sanguinosa:

Poi d'ir 'n un scoglio tanto s'arrabatta,

Che vi giunge, e il possente crin si taglia,

Poi disperata entro del mar si scaglia.

46

E perchè non avea pur un capello

Che delle Fate il vivere assicura,

Se entrasser pur 'n un acceso fornello,

O in altro luogo che la vita fura,

Morì ad un tratto, e di marin vitello,

Che la mirò cadere, fu pastura.

Tal fatto a Malagigi ed a Lirina

Fu noto la stessissima mattina.

47

Eppur dal Nilo ai monti della Luna

Non si poteva dir la via dell'orto;

Ma senza l'ossa e senza carne alcuna

Si va pur presto dall'occaso all'orto!

Chè passa per le siepi e non le spruna,

Pe' muri, e non vi fa lungo nè corto

Forame ogni demonio, e senza penne

Fa mille miglia in meno d'un Amenne.

48

Il vecchio che avea gli occhi di zaffiro,

Udito il tristo fin d'Arimodìa,

Diede per la pietade un gran sospiro;

Che obblighi molti e grandi ad essa avìa.

Poi disse: Io vorrei far, madonne, un giro

Fino in Egitto, e girne a casa mia;

Poi della Fata prender cento cose

Nell'arte nostra assai maravigliose.

49

E monterò, se voi mel permettete,

Su questo girifalco sì valente;

Nè del ritorno mio punto temete,

Chè sarò quanto prima certamente

A ritrovarvi. Del gir suo fur liete

Le donne, e il buon Ricciardo non dissente:

Ond'ei si pon sul dorso allo sparviero,

E quei si move al vol presto e leggiero.

50

Or mentre per Egitto egli cavalca,

E va per l'aria lucida e serena,

E le gran valli e i monti alti travalca,

Despina di soave amor ripiena

Dice a Ricciardo, cui pur preme e calca

Robusto amore, e con più forte lena:

Dopo tanti sospiri e tanto pianto

Pur ti ritorno, amato sposo, accanto.

51

Oh venisse quel giorno, e questo fosse,

Ch'io sempre tua, tu sempre fossi mio!

E qui le gote sue si fecer rosse,

E vero foco da' suoi lumi uscìo.

Ricciardo a quel parlar nulla si mosse,

Che per dolcezza quasi s'impietrìo;

Pur si riebbe, e dissele: Mia vita,

Nostra sventura ancor non è compita.

52

Ma veggo ben che averà fine in breve,

E veggo che lassù cura è di noi.

D'aprile ancor cade la bianca neve,

E Borea sparge i freddi geli suoi;

Ma spavento di ciò nullo riceve

Il bifolco, nè avvien che se ne annoi;

Chè molto ben conosce che in poche ore,

Dov'è la neve spunteranne il fiore.

53

Noi quinci uscir non potrem mai, Despina.

Senza contrasto avere orrendo e fiero

Con Ulasso e sua gente malandrina:

Che come a noi volò presto e leggiero

Lo spiritel d'Egitto stamattina,

Così che andato ei sia io fo pensiero

Ad Ulasso, ed avrà d'uomini armati

Piene le strade e tutti quanti i lati.

54

Di me non temo; chè mi fa sicuro

Di laccio e morte il mio bravo cavallo.

E te in groppa portar non m'assicuro,

E farne prova egli sarìa gran fallo.

Ma giusti preghi mai vani non fûro:

Però non mi conturbo e non mi avvallo;

Ed ogni mia fiducia, ogni speranza

Ripongo in Dio e nella sua possanza.

55

Frattanto ai fianchi tuoi starà Lirina

E Malagigi, ed io monterò in sella,

E sopra vi starò sera e mattina;

Chè sciocco al sommo e ignorante s'appella

Chi in terra ostil spensierato cammina:

Chè come in mar la subita procella

Alza tempesta e fa perir la nave,

Se il piloto riposa in sonno grave;

56

Così in terra nimica, ancorchè segno

Nullo si vegga di cavalli o fanti,

Può ad un tratto apparir. Noi stiam 'n un regno

Dove a me braman morte tutti quanti,

E di rubar te sola hanno disegno:

Però stiamo guardinghi e vigilanti,

E ragioniam d'amore un'altra volta,

Quando di cure avrem l'alma disciolta.

57

Sì disse, ed a Lirina e a Malagigi

Diede in custodia la gentil donzella.

Ed essi, Teco andrem fino a Parigi,

Disser ridendo. Ed egli montò in sella,

E lor soggiunse: Di tanti servigi

Che mi faceste e fate, amica stella

Vi guiderdoni; e massime se fia

Salva per voi costei ch'è l'alma mia.

58

Già le fatiche lunghe de' mortali

Avean commossa la pietà divina,

E comandava che affrettando l'ali

La notte ne venisse, e alla marina

Gisser di Febo i cavalli immortali;

E a larga mano infino alla mattina

Spargea dono di sonni e di ristoro

Sopra i viventi, che val più dell'oro;

59

Quando Ulasso, a cui noto era già tutto,

In largo cerchio avea cinta la valle

Di gente armata; e come bene instrutto

D'ogni più stretto e più nascosto calle,

Mise insidie ed agguati da per tutto:

Talchè alla fronte, a' fianchi ed alle spalle

Avea Ricciardo tanti uomini armati,

Che in ciel non sono stelle, o fior ne' prati.

60

E già sapeva il sito per l'appunto,

Dove stava Despina e il suo Ricciardo:

E come suol con spine a spine aggiunto

Tesser villano un riparo gagliardo

A qualche frutto, acciò non sia consunto;

Così cerchiato con sommo riguardo

Aveva Ulasso lei col suo consorte,

Per prender l'una, e all'altro dar la morte.

61

La notte dunque, allor ch'ella più incalza

Le negre sue donzelle incontro al lume,

E sì lo vince e sì da noi lo sbalza,

Che par che addoppi al suo fuggir le piume;

Corre pel piano, e sdrucciola per balza,

Nè monte la ritarda o largo fiume,

La gente d'arme contro il paladino,

E Ulasso è sempre il primo nel cammino.

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Il Ricciardetto, vol. II · 第 11 / 18 段