Nel più bel della cena, ecco che giugne

Con l'arpa in mano una bella fanciulla,

Che l'auree corde toccando con l'ugne

Diletta sì, che ogni altro gusto annulla:

Quindi al bel suono il dolce canto aggiugne,

E cantando diceva: O dalla culla

Felici avventurose giovinette,

A gran fortune tra' mortali elette!

75

E dopo aver di lor cantato molto,

Tutta si volse, illustre Flavia, a voi;

Chè non è luogo sì remoto e incolto

Tra i freddi Sciti, o i luminosi Eoi,

Che di voi non si parli, in cui raccolto

È quanto ebber valor ninfe ed eroi;

E per senno e per grazia e per bontade

Vincete ogni altra di ciascuna etade.

76

E così dopo voi, passò col canto

A lodar altre donne di valore;

Uso, come vedete, onesto e santo,

Che Grecia un tempo e Roma ebbe in onore;

Chè lodata virtù cresce altrettanto,

E bella invidia il giovinetto core

Stimola e punge, e ad imitare accende

L'opere belle ch'ei lodare intende.

77

Ma tempo egli è di volgere le spalle

Al cafro lido, e di tornare in Spagna,

E seguir Carlo sino a Roncisvalle;

Chè il buon vecchio a ragion di me si lagna

Ch'io stia dove si canti, ove si balle,

E in ozio dolce il sudor si sparagna;

Nè pensi a lui, che del valor suo degno

È presso omai di dar l'ultimo segno.

78

Però chi in Spagna ha di venir desìo,

A me s'accosti, che sciolgo le vele

Per quella volta: nè turbato o rio

Averò il mare, nè il vento crudele;

Chè Apollo, il santo Apollo è il nocchier mio,

E a mia custodia è il coro almo e fedele

Delle Castalie Dee, scorta sicura:

Onde vo lieto, e privo di paura.

79

Non pensate però che tempo lungo

Io voglia stare di Cobona fuora:

Che se da voi per Carlo or mi disgiungo,

Donne gentili, rivedremci or ora;

Chè con troppo dolore io mi dilungo

Da Despina, che piange e s'addolora,

Separata dal suo caro consorte,

E sta in periglio di vergogna e morte.

CANTO VIGESIMOQUARTO

ARGOMENTO

_Gan di Maganza invita Carlo e i suoi_

_Al loco scellerato della mina._

_Parton per Francia i giovinetti eroi._

_Su l'alato destrier vola Lirina;_

_Con Ricciardo in uccel si cangia poi_

_Per liberar la misera Despina._

_Gano rio, per coprir l'empia congiura,_

_Appetta a Carlo mille ciance, e giura._

1

Già liberata dalle man de' Mori

La Spagna, Carlo faceva ritorno

In Francia, carco di lodi e d'onori,

De' quali il viver suo fu sempre adorno.

Ma gli empi Maganzesi e traditori,

Intenti sempre a sua rovina e scorno,

S'eran più volte radunati insieme

Per usar contro lui le forze estreme.

2

Aveva Ganellon, lor capo e guida,

Da Parigi una villa assai lontana.

Quivi fe' radunar sua gente infida,

E disse lor: Fin qui misera e vana

Fu nostra astuzia; ma non fia che rida

Sempre Carlo di noi: facile e piana

Ho trovato una via di rovinarlo;

Però badate bene a quel ch'io parlo.

3

Della milizia sua la miglior parte

Egli ha perduta in Spagna, e molto pochi

Ritornano con lui, e van senz'arte

Di guerreggiar, siccome in fidi lochi.

È ver che ha seco l'uno e l'altro Marte,

Rinaldo e Orlando, a' quali sembran giochi

Le intere armate; e bastan sol lor dui,

Ed anche un sol di lor per vincer nui:

4

Ma ciò non dee distorci dall'impresa;

Che non s'ha da pugnare a viso a viso,

Ma con inganno e senza far contesa.

Che andiamo ai Pirenei io son d'avviso,

E caliam 'n una valle assai distesa

Detta del Ronco; e lì sarà conquiso

Carlo con tutti; e lo tengo per certo,

Se il tradimento non sarà scoperto.

5

Ne' boschi che alla valle son d'attorno,

Ci asconderemo armati tutti quanti,

Nè mai n'uscirem fuor quand'egli è giorno:

La notte poi e cavalieri e fanti

Con zappe e vanghe scaveranno intorno

E nel mezzo la valle; ed in istanti

Nelle già fatte buche farò porre

Quel che dirvi per ora non occorre.

6

Ma sappiate ch'ella è cosa sì fatta,

Che vince il tuono e il fulmine d'assai;

Nè val con essa uom forte che combatta;

Che vince tutti, e non è vinta mai.

Ma il tempo passa, e in van l'opra si tratta,

Se a Roncisvalle non voliamo omai.

Qui tacque Gano; ed ogni Maganzese

Per il vïaggio si mise in arnese.

7

I traditor, tra fanti e cavalieri,

Fur ventimila; e tutti alla sfilata

Giunser ne' boschi taciturni e neri;

E allo sparir della luce dorata

Usciro a far quanto era lor mestieri

Nella gran valle; e fu da lor scavata

Or quinci or quindi: e in numero infiniti

Stavan tinelli e barili allestiti,

8

Quali eran pieni d'una nera polvere,

Che per favilla subito divampa;

Ed ha tal possa, che spezzare e solvere

Può scogli e monti; e così fiera lampa

E fa romor, che par voglia risolvere

Il mondo sottosopra; e niuno scampa

Dal suo furore: or questa essi riposero

Per lo scavato, e poi con terra ascosero.

9

Fecer indi sotterra tante vie,

Quante eran de' barili le cellette;

Acciò venendo il miserabil die,

Gisser le genti a tal mestiero elette

A darvi il fuoco: infami genti e rie!

Ciò fatto, quelle squadre maledette

Ritornaro ne' boschi, e il dì seguente

Fe' i capi a sè venir segretamente.

10

E a piè di un faggio postosi a sedere,

Disse loro: Anderebbe ogni opra in vano,

Se lasciassimo noi di provvedere

A quel che sol può darci Carlo in mano

Con tutte quante le sue brave schiere.

Quest'è, che contro a lui con volto umano

Io vada, e lo conduca in questo prato,

Che tutto vo' che sia di tende ornato.

11

Dov'è la maggior mina, ivi porrassi

Il padiglion per Carlo e suoi cugini.

Mensa real per loro assetterassi,

Nè mancheran vivande e scelti vini.

Restate dunque; e séguiti i miei passi

Pinabello dai rossi e corti crini.

Ciò detto, s'alza, e monta sul destriero,

E gli fa Pinabello da scudiero.

12

Mentre egli a trovar Carlo s'incammina,

La sua gente s'industria di far bella

La trista valle, dove il ciel destina

La gran tragedia scellerata e fella,

Di cui si parlerà sera e mattina

Per cittadi, per ville e per castella;

E forse non sarà creduta ancora

Un'opra così brutta e traditora.

13

Carlo pensando al vicino ritorno,

Co' paladini suoi facea pur tante

Dolci parole, e conteggiava il giorno

Che in Parigi averìen poste le piante.

Vedean di riso e d'allegrezza adorno

Il popol tutto a lor venire avante,

E con voci di giubilo e di festa

Di fior coprirli da' piedi alla testa.

14

Quanti soavi e teneri pensieri

Givan pel capo a Rinaldo e ad Orlando,

Siccome a tutti gli altri cavalieri!

Natural cosa, e che avvien sempre; quando

Ecco venire a lor Gan di Pontieri,

Disarmato, senz'asta e senza brando,

Vestito d'un color candido e schietto,

Quasi di nunzio a trattar pace eletto.

15

Nol conobbero a prima; e soprastiede

Carlo in vederlo; ma giunto più appresso

Lo riconobbe, e di sua falsa fede

Sospettò tosto; chè sempre è lo stesso

Un traditore, e pazzo è chi gli crede.

Però rivolto sorridendo ad esso:

Che ci arrechi, gli disse, e donde vieni?

Chi a noi ti manda? Affanni apporti, o beni?

16

Gano disceso giù dal suo cavallo

Gli baciò il piede ch'era nella staffa,

Poi disse: Se di noi chi mai fa fallo,

La rimembranza unquanco non si arraffa

Dai nostri cuor, conforme Dio pur fàllo;

Chi così ben tanta innocenza aggraffa,

Che dir si debba sì netto e sì puro,

Che d'ogni macchia possa star sicuro?

17

Certo, signor, che molto pochi avresti

Degni dell'amor tuo, della tua stima.

E me felice appien, se tu potesti

Vedermi il cuor c'ho della lingua in cima;

Che certo so ben io, non tarderesti

A ripormi in tua grazia come prima:

Ma se vedermi il cuor, signor, non puoi,

Benigno ascolta almen gli accenti suoi.

18

D'averti offeso nell'età passata

N'è si tapino, che vorrìa morire.

Purchè restasse l'opra scancellata,

O ti piacesse, o n'avessi desire:

Che fare al suo signore opera grata

Mette il conto più morti anco soffrire.

Ma s'egli è tuo voler ch'io resti in vita,

Fammi, signor, la grazia ancor compita;

19

Voglio dir, ch'io per te tutta la spenda,

E tu lo sappia e ne mostri piacere.

L'animo grande spesse volte emenda

Il fallo sì, che se ne può tenere.

Ma non si parli, e all'opra sol si attenda,

Opera figlia del mio buon volere:

E giacchè per l'età non so che farmi,

Ti serva almen fuor del mestier dell'armi.

20

La dura guerra che avesti co' Mori,

Le vigilie, gli affanni e i molti stenti

Abbastanza son chiari e dentro e fuori

Africa e Spagna; e le Francesche genti

Ebber per tua cagion mille timori.

Or io, raccolti tutti i miei parenti,

Ti son venuto incontro, e in un bel prato

Un real padiglione t'ho formato.

21

E da tende e trabacche senza fine

Vedrai l'erba coperta tutta quanta.

Ivi starai più notti e più mattine

Te ristorando, e la tua rotta e infranta

Gente dalle fatiche lor meschine.

Rinaldo al suon della voce furfanta

Grida: Signor, non credere a costui,

Che te vuol morto, e teco tutti nui.

22

Ed Orlando con fosca guardatura

Ripiglia: Chi ti fa tanto cortese?

Come hai mutato sì presto natura,

E fai sì larghe e sì stupende spese?

Ah che quest'acqua, Carlo, non è pura:

Insidie certo il traditor ci ha tese.

In quanto a me, vorrei per gratitudine

Sbacchiarli il capo sopra d'un'incudine.

23

Carlo, che sempre fu di buona pasta,

E a creder mal di rado s'arrecava,

Disse ad Orlando ed a Rinaldo: Basta.

Perchè da quando in qua si è fatta brava

La gente di Maganza, onde loro asta

Muova spavento nel signor di Brava?

Indi rivolto a Gano di Pontieri,

Disse: Presto verremo al tuo quartieri.

24

Ma non vo' già che te ponga in rovina

Per mia cagione. E diede a questo e quello

Ordini espressi infin per la cucina.

Or mentre nel cor suo crudele e fello

Gano contempla la strage vicina,

Io vo' tornar più ratto d'un uccello

A ricercar Despina sventurata,

Che niun sa dove Ulasso l'ha cacciata.

25

Nè perchè forse assai più frettoloso

Di quel che dissi, a lei rivolga il canto,

Sarò per avventura altrui noioso.

A dirla qui tra noi, m'incresce tanto

Del mio buon Carlo, e ne sto sì doglioso,

Che il verseggiar mi vien rotto dal pianto.

Onde per non morir, donne, di pena,

Per qualche poco vo' mutare scena.

26

Finito il ballo, ed andati a dormire

I giovinetti con le lor consorti,

Entrambi prese di Francia il desire;

E la mattina pe' vicini porti

Cercaron navi per presto partire.

Ebbero i Cobonesi a restar morti

Al duro annunzio della lor partenza,

Ed a restar lor fecer vïolenza.

27

Ma i vecchi padri loro e il re cadente

Non comportavan che stesser più fuora.

Lirina strinse al sen teneramente

Le belle donne, e d'affanno s'accora:

Ed esse penan pur similemente,

E fan di pianto tutte e tre una gora,

E voglion dire; ma tanto singhiozzano,

Che insiem col pianto le parole ingozzano.

28

Lirina per fermarli ancora un poco

Motivò, come cosa ingiusta ell'era

Lasciar lei così sola entro a quel loco:

Tanto più che Ricciardo l'altra sera

Tutto avvampando di sdegnoso foco

Andò nel Monotopa di carriera;

Onde restar da tutti abbandonata

Gli era al core un coltello, una stoccata.

29

Ma disse Rinalduccio: Se volete

Venir con esso noi, venite pure,

Che gratissima a tutti ci sarete;

Ma non vogliate che per voi s'oscure

Il nostro nome, se gentil voi siete.

Assai di strane e barbare venture

Abbiam sofferto in benefizio altrui;

E Francia ancor non sa nulla di nui,

30

Quando sotto dell'elmo i crin canuti

Coprono i nostri padri e il nostro sire,

E mille volte il dì si son battuti.

Ora giusto è che pria del lor morire

Li riveggiamo; e forti e nerboruti

Negli ultimi anni li possiam servire:

Ed è mal fatto porre in complimenti

La pietà verso Dio e i suoi parenti.

31

E così detto, si posero in mare,

E in un baleno disparîr dal lito.

Partiti loro, diedesi a pensare

Lirina, e prese subito partito

D'andar nel Monotopa, e di lasciare

Cobona sotto un abito mentito:

E vuole ancor, giacchè lo può volere,

Cangiarsi, come fece, in un scudiere.

32

Non fa che il pensier suo punto trapeli

Agli occhi delle genti di Cobona:

E quando spande i negri orridi veli

La notte, e la figliuola di Latona

Fa divenir d'argento e terra e cieli,

Sopra un destriero alato s'abbandona,

Che a Ricciardo sì presto la conduce,

Che ancor del dì non comparìa la luce.

33

Nè vi stupite se per aria vola

La bella giovinetta: ancor possiede

L'arte che apprese nell'orrenda scuola

D'Origlia, e fu la sua diletta erede.

E sebben ora abbandonata e sola

È la gran selva, appo di lei risiede

Quella virtù per cui ha tal possanza,

Che di gran lunga il pensier nostro avanza.

34

Appiè degli alti monti della Luna

È condotta Lirina dal destriero.

Scende ella tosto tra la chiara e bruna

Aria dell'astro del giorno foriero:

Guarda se vede lì persona alcuna,

E parle di vedere un cavaliero.

S'accosta verso lui, e lo ravvisa

Per Ricciardo al cavallo, alla divisa.

35

In un attimo allora ella ripiglia

L'usato volto, e per nome lo chiama:

E quella voce tosto lo scompiglia,

E il fa temer di alcuna frode o trama:

Pur là si volge, e fissa ben le ciglia

(Già fatto giorno) nella bella dama,

E per Lirina la ravvisa, e grida:

O dolce, o grata, o cara amica e fida,

36

O come a tempo mai tu se' qui giunta

A vedermi morire or or d'affanno!

Chè sì Despina ella è da me disgiunta,

Che più speranza i pensier miei non hanno

Di rivederla. In su quell'erta punta

Della montagna e mostri e furie stanno

In guardia d'una rocca alta alle stelle,

E forse ancora va più in su di quelle.

37

Quivi racchiusa è la fedel mia sposa,

E vi starà fin tanto o che la morte

Trarralla a fine del suo mal pietosa,

O ch'ella ceda per mia dura sorte

Alle voglie d'Ulasso, che non posa

Nell'espugnar la bella anima forte:

E seco stavvi un vecchio negromante,

Che giorno e notte a sè la vuol davante.

38

Di costui non avrei molto pensiero;

Chè a vincer questa sorte di persone

Basta, e tu il sai, il mio bravo destriero:

Ma la mia pena ell'è del torrïone

Fatto di grosso muro, e muro vero;

Onde in van contro lui tutta si oppone

Ogni virtude ed ogni maestrìa

Di qualunque ammirabile magìa.

39

Nè finestre nè porte in lui rimiro;

Onde come salirvi io non rinvengo.

Però son già tre giorni ch'io sospiro

A piè di questa torre; e s'io sostengo

Me stesso in vita, e l'anima non spiro,

È che per anco viva in me mantengo

La speranza di girne un dì là sopra;

Ma non so come dar principio all'opra.

40

Già il negromante sa ch'io giro intorno

A questa rocca, ed a farmi paura

Tutto l'Inferno m'ha messo d'attorno.

Ma questo mio destrier, quest'armatura

Colmo l'han sempre di vergogna e scorno;

Nè pioggia o gelo, od altra cosa dura,

Nè fulmini o voragini di foco

M'hanno rimosso mai da questo loco.

41

Ma ciò che valmi? Or via, disse Lirina,

Non diamoci per vinti così presto:

Cerchiamo alcuna capanna vicina,

E racconsola il tuo spirito mesto;

Perchè da oggi fino a domattina

Di ritrovar tal cosa io mi protesto

Da farti, se non altro, rivedere

La tua Despina, il tuo solo piacere.

42

Come d'estate alla subita piova,

Il fiore che tenea la testa bassa,

S'alza ad un tratto, e suo vigor rinnova;

Così Ricciardo (tanto in lui trapassa

La gran letizia di sì dolce nuova)

Ripiglia lena, e la montagna lassa,

E vanne con Lirina ad un tuguro,

Albergo di pastor fido e sicuro.

43

Quivi ancor Malagigi si ridusse,

Che fa quanto può mai pel suo cugino;

Ma non fa nulla con tutte le busse

Che dà a' demonj ch'egli ha in suo domìno.

Quel giorno trasformato si condusse

Su la rocca, e cangiossi in uccellino:

Il vecchio lo conobbe, e mancò poco

Non lo pelasse e l'arrostisse al foco.

44

E gli scappò di mano per ventura,

Col perdervi la coda ed altre penne;

Che poi tornando nella sua natura,

Per molto tempo il segno ne ritenne;

Perchè fu specie d'una castratura.

Detto egli dunque quanto il dì gli avvenne,

Disse Lirina: Orsù, se piace a Dio,

Doman vi salirem Ricciardo ed io.

45

Badate ben, riprese Malagigi,

Che quel vecchiaccio è un tristo in cremesino.

Gli pelerem la nuca ed i barbigi,

E gli faremo fare un mal cammino,

Disse Lirina, ch'io so far prodigi.

Ciò detto, assisi al focolar vicino

Spengon la fame lor con qualche frutto,

E van rodendo un nero pane asciutto.

46

Poscia su l'alga e su la trista paglia

Si danno al sonno: e sul vicino prato

Stassi il destrier, che ogni cosa sbaraglia,

Nè gli entra che rugiada nel palato,

Se in questo loco il Garbolin non sbaglia;

Perch'io lo tengo per un bel trovato,

E non m'arreco a creder facilmente

Che si cibi un cavallo di nïente.

47

Due ore avanti giorno per lo meno

Si risente Ricciardo e s'alza in piedi,

E si scuote d'attorno l'alga e il fieno.

Lo stesso fa Lirina, e dagli arredi

Che seco porta, in manco d'un baleno

Tira fuora un bellissimo treppiedi,

E vi pon sopra un tegamino d'oro

Scolpito d'un mirabile lavoro.

48

Poi si leva di tasca un'ampollina,

E versa in quello due gocciole sole

D'una cert'acqua che parea turchina,

E fa bollirle infin che nasca il Sole.

Frattanto note arabiche sciorina,

Che non s'apprendon nelle nostre scuole;

E fa col piede scalzo e con le mani

Gesti da fare spiritare i cani.

49

Ma quando vede il Sol che già compare,

Leva dal foco il tegamino, e in giro

Corre d'attorno a Ricciardo, che pare

Per lo stupore omai fatto deliro:

E dopo un lungo e veloce girare

Lo spruzza con quell'acqua, e, o caso miro!

Ei diventa usignuolo, ella smeriglio,

Che tosto nel groppon gli dà di piglio.

50

E in larghe rote per aria dibatte

Le preste penne, e sopra l'alta torre

Si posa; e l'usignuol grida e si sbatte,

E par che dica: Chi mi viene a tôrre

Da questi artigli, e chi per me combatte?

Tosto Despina e tosto il vecchio accorre,

E tolgono dall'ugne del falchetto

Il creduto da lor tristo augelletto.

51

Despina l'accarezza, ed ei risponde

Come sa, come puote; ed or le vola

Sul bianco collo, or su le trecce bionde:

E quanta voce ha dentro della gola,

Tutta dà fuori in armonìe gioconde.

Il vecchio, che stregone era di scuola,

Comincia a sospettar che quell'uccello

Non sia Ricciardo, e si becca il cervello.

52

E alla donzella lo toglie di mano,

E di stiacciargli il capo ancor fa prova:

Ma in questo mentre piomba di lontano

Il falco sopra lui, che gli ritrova

Gli occhi, ed in testa fagli un doppio vano,

Sì che cieco ad un tratto egli si trova.

Grida lo sventurato, e gli domanda

La vita in dono, e ben si raccomanda.

53

In questo mentre ritorna Lirina

Nell'esser suo, e fa che torni ancora

Il buon Ricciardo, che alla sua Despina

Vanne, e par che di gaudio egli si mora.

Ma il nostro Carlo in tanto s'avvicina

Alla terribil valle traditora;

Ond'io voglio lasciare nella torre

Questi, e veder ciò che al buon Carlo occorre.

54

La divina pietà, che non rimane

Da alcuna cosa circondata e stretta,

E tanto stende le braccia lontane,

Che fuor del nostro mondo ancor le getta;

Per salvar Carlo, e render nulle e vane

Le forze del demonio, e pura e netta

Far l'alma sua, e d'Orlando e Rinaldo,

E liberarli dall'eterno caldo,

55

Dispose che passasser da Bajona,

Un dì che v'era appunto il giubbileo,

In cui il Papa a qualunque persona

(Se non era Scismatico od Ebreo)

Che confessato si fosse alla buona,

E pianto ogni suo fallo iniquo e reo,

E fatta qualche po' di penitenza,

Donava una pienissima indulgenza.

56

Carlo per dar esempio a' suoi vassalli

(Che ciò che fa il maggior, fanno i minori)

Portossi in chiesa, e confessò i suoi falli,

E dagli occhi mandò gran pianto fuori.

Rinaldo, ancorchè avesse de' gran calli

Su la coscienza pe' suoi tanti amori,

Pur confessossi anch'egli, e da cinque ore

Stettesi umile a' piè del confessore.

57

Orlando poi soletto umile e pio

Fece del ben per sè; ma fuor di chiesa

Si mise a predicare e lodar Dio:

Ed era la sua faccia tanto accesa

Di santo zelo e celestial desìo,

Che ancor con l'armatura così pesa

Sollevossi da terra un braccio intero;

Tanto era fisso in Dio col suo pensiero.

58

Da che gran tenerezza e maraviglia

Nacque in tutti i soldati; e ognuno a gara

Chi questo frate e chi quel prete piglia,

E mostra nella faccia afflitta e amara

Il duol che di sue colpe il cor gl'impiglia.

L'aria frattanto oltre l'usato chiara

Risplende; e d'una insolita letizia

Si colma Carlo e ognun di sua milizia.

59

Stetter la notte pur nella cittade

Modesti più che gli uomini novizj

In procession non vanno per le strade.

Rinaldo lesse infino gli Esercizj

Di Sant'Ignazio. O divina bontade,

Tu sola estirpar puoi li nostri vizj,

E farci santi di cattivi e tristi,

Purchè del fatto male un si rattristi.

60

Ganellone ancor ei, per non parere

D'aver l'alma di sughero o di fieno,

Diceva borbottando il Miserere,

E si teneva il suo capaccio in seno.

E trattosi da parte, in sul messere

Frustandosi, pregava il Nazzareno

A perdonargli l'opre sue nefande;

Di che Carlo ne aveva un piacer grande.

61

Ma Rinaldo, ancorchè tanto contrito.

Gli disse: Gano, lascia quella frusta;

Chè non hai viso ancor di convertito,

E falsa penitenza Iddio disgusta.

Riprese Orlando: Cugin mio gradito,

Lascialo fare, e menar ben la susta.

O burla, e si fa male daddovero;

O non burla, e dà mano a un buon mestiero.

62

In quanto a me, son io d'una natura

Che a pensar mal, quando vedo far bene,

Non mi so indurre, e parmi cosa dura.

Cugin, tu hai un sangue dolce nelle vene

(Riprese il buon Rinaldo). Io ho più paura

Di costui quando un Cristo in man si tiene,

E bacia terra e biascia Avemmarie,

Che se il trovassi armato per le vie.

63

Io mi son confessato adesso adesso,

Nè dico ciò per mormorar di lui;

Ma chi non sa ch'è gente da processo

La Maganzese, e che un tristo è costui?

E noi gli andremo sconsigliati appresso,

E ci porremo negli agguati sui?

Cugino, andiam da Carlo, se ti aggrada,

E lo preghiamo acciò che muti strada.

64

Riprese Orlando: E che si può temere

Da Gano? Forse insidie e tradimenti?

Mi rido in quanto a me del suo potere;

E faccia pur ciò ch'ei far puote, e tenti

Di mandar noi con Carlo all'aversiere,

E strugger tutte le Francesche genti;

Che, come vuol, non gli anderà già fatto,

E rimarrà da noi vinto e disfatto.

65

Or mentre in guisa tale si ragiona

Da' due guerrieri, il traditor s'infinge

Di non udirli, e frusta sua persona

Sì, che di sangue il duro nerbo tinge.

Carlo in vedere un'opera sì buona,

Abbraccia Gano, e al seno se lo stringe;

Nè vuol che più si batta, e gli comanda

Che ponga il nerbo e ogni rigor da banda.

66

Ma Rinaldo ripiglia: Eccelso sire,

Io forse ti parrò maligno e tristo

A prima faccia, e dannerai 'l mio dire:

Ma del tuo danno troppo mi rattristo;

Perchè costui ti vuole far morire.

Meglio in man gli starebbe di quel Cristo

Un ritratto di Giuda appeso al fico,

O d'altro falso micidiale amico.

67

Questo ribaldo condurracci, dove

Certo a noi non varrà forza o valore.

Già conosciuto abbiamo a mille prove

Quanto egli abbia maligna e mente e cuore:

E spereremo adesso ch'ei ci giove,

E che serbi per noi un vero amore?

Carlo, per Dio non ho timor di morte;

Ma temo sol di non morir da forte.

68

E Carlo a lui con placido e sereno

Volto risponde: Caro il mio Rinaldo,

Medicina talor, talor veleno

Egli è il sospetto; nè sempre ribaldo

Stimar si dee chi pone al fallir freno,

E nel nuovo proposito sta saldo:

E mal per noi, se il giusto offeso Iddio

Fosse del tuo parere, e non del mio.

69

In questo mentre Gano se gli getta

A' piedi, e fra sospiri e fra singhiozzi

Dice: Signor, fa pur la tua vendetta

de' miei delitti così brutti e sozzi;

Che ad arbor guasta non ci vuol che accetta;

E farai opra giusta se tu mozzi

A me questo infedel capo, che spesso

Nutrì pensieri di vederti oppresso.

70

E Rinaldo: Signor, giacchè ti prega

Di morire, soggiunse, non tardare

A consolarlo. Io pigliere' una sega,

E per lo mezzo lo farei segare.

Ma Carlo a' detti suoi nulla si piega;

Anzi a Gano si volta, e fâllo alzare,

E rassicura che il giorno veniente

Verranne a Roncisvalle con sua gente.

71

Indi a cena sen vanno, e poscia a letto.

Ma Rinaldo, ch'è volpe antica e furba,

Scappa di stanza, e fugge via soletto;

Chè non vuole ir per acqua quando è turba:

E pieno di paura e di sospetto,

Che per Carlo l'affanna e lo conturba,

Prende la via della Navarra, e stassi

Nascoso il giorno tra le fronde e i massi.

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E già vicino a Roncisvalle egli era,

E già vedea le tende maganzesi,

E già più d'un di quella infame schiera

Vedea girare intorno a quei paesi:

Ond'egli pensa in sul far della sera

(Perchè niun lo ravvisi e lo palesi)

D'uccidere qualcuno di Maganza,

E mutar veste, e celar sua sembianza:

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E detto fatto, a un cavalier che viene

Incontro a lui, tira un fendente in testa,

E te lo spacca almen fino alle rene;

Indi lo spoglia della sopravvesta,

E se la pone: e gli stava sì bene,

Che pareva per lui quasi contesta;

E poscia va tra' Maganzesi, e quelli

Lo tengono per un de' lor fratelli.

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Quindi or con uno, or con altro discorre,

E addosso a Carlo adopra il forbicione,

E dice: Finalmente io vedrò tôrre

Impero e vita a questo reo ghiottone.

Già gli è in cammino, e già si viene a porre

Ne' nostri lacci; e quel guercio barone

Verrà pur seco, e quel Rinaldo pazzo,

Che hanno fatto di noi tanto strapazzo.

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In sostanza però nulla ricava

In che consista proprio la congiura.

Vede ch'è lieta quella gente prava,

E attende Carlo intrepida e sicura;

Ed in genere sol ripesca e scava

Che il dì veniente daran sepoltura

In Roncisvalle a Carlo e alla sua corte;

Ma gli è nascosto il modo della morte:

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Il Ricciardetto, vol. II · 第 10 / 18 段