Che fa Ricciardo, e contro se gli scaglia,
Che par che a un tratto lo voglia inghiottire:
Ma non è mica il cavalier di paglia;
Anzi l'incontra, e la prende a ferire
Ora nel collo ed or nell'anguinaglia;
E presto presto, per farvela corta,
Dalla sua spada quella bestia è morta.
104
E in un balen diventa un serpentello,
Che raccoglier giammai non può Ricciardo;
Sì perchè minutissimo egli è quello,
Sì perchè dal cavallo suo gagliardo
Scender non puote, e si becca il cervello:
E quello intanto a ingrossar non è tardo,
Ed eccolo già fatto grande e grosso,
Ecco che torna al cavaliero addosso.
105
E per non ve la far troppo storiare,
Sei volte almeno fu la bestia estinta,
E si fe' serpe, e tornossi a imbestiare:
E l'avrebbe colei pur troppo vinta,
Se Ricciardo l'aveva da pigliare,
Nè dava all'opra il buon destrier la spinta;
Che in bocca se la prese, e tenne forte,
Finchè Ricciardo non le diè la morte.
106
Il sottil collo fu reciso appena,
Che il palagio va in fumo, e il bosco tutto;
E in un bel prato, in una spiaggia amena
Si trova di donzelle un buon ridutto
E di guerrieri con fronte serena:
Ed Orlandin dalla fame distrutto
Con Nalduccio e le donne pur compare
Sopra quell'erba, che stan per passare.
107
Ma Lirina pietosa in questo mentre
È gita, ed è tornata col mangiare.
Dalle donne incomincia, e vuol che gli entre
Il cibo poco a poco: e così fare
Si dee con quei che ha vuoto affatto il ventre:
Chè in altro modo si farìa crepare.
Dopo le donne ciba i paladini,
Indi lor reca degli ottimi vini.
108
E perch'ella ama d'un amor gagliardo
Despina bella, con amore eguale
Ama lo sposo suo, ch'è il buon Ricciardo;
Nè in questo amor c'era punto di male;
E chi ne mormorò fu un gran bugiardo,
O fu qualche babbion dolce di sale:
E giura il Garbolino in più d'un foglio,
Che tra Lirina e lui non ci fu imbroglio.
109
Il veder tolte di bocca alla morte
Le due leggiadre donne e i giovinetti,
In gran parte addolcìo la dura sorte
Di Ricciardo, che vuol dagli alti tetti
Fino al suolo disfare irato e forte
Cobona e i cittadini maladetti.
E lo farà, conforme ascolterete
Nell'altro canto, quando l'udirete.
CANTO VIGESIMOTERZO
ARGOMENTO
_Despina in moglie è destinata a Ulasso,_
_Che poco o nulla ha d'uomo, e assai di fiera;_
_Onde ne fa Ricciardo un gran fracasso,_
_E solo abbatte una cittade intera._
_Si fa di balli e cene un lieto chiasso;_
_Ed assai ben si loda un'ampia schiera_
_Di gran donne, che al nome e alla beltade_
_Sembrano alcune della nostra etade._
1
Se si potesser far due volte almeno
Le cose che una sol volta si fanno,
Averemmo del mal tanto di meno,
Che sto per dir, saremmo senz'affanno;
E il viver nostro di pianto ora pieno
E di miserie e di continuo danno,
O sarebbe felice, o il lagrimare
Si conterebbe tra le cose rare.
2
Allor sarebber santi tutti i frati,
E sarìeno le monache contente,
Ed averebber pace i maritati;
Che lascerìano il chiostro prontamente
I monachi, le monache e gli abati;
E lascerìan le mogli parimente
Quelli che l'hanno, e frati si farebbero,
E gli sfratati allor s'ammoglierebbero,
3
E avendo a mente gl'impeti e le furie
Del guardiano indiscreto ed incivile.
Non sentirìen delle mogli l'ingiurie;
E il marito infratato avrebbe a vile
I cilizj, le lane e le penurie
Che porta seco quella vita umìle,
Pensando molto peggio aver patito,
Quando faceva il miser da marito.
4
Ma queste cose, come ben sapete.
Fatte che son, non si ponno disfare;
O almen ci vuole il reverendo prete
Che canti ad un la requie dall'altare.
Parlo di quei che incappan nella rete
Di prender moglie, e si fanno legare;
Perchè degli altri che frati si fanno,
Dura fino alla morte il bene o il danno.
5
Così lo Scricca le dita si morde
D'aver tolta sua figlia a Ricciardetto;
Chè pericol non è ch'egli si scorde
Di tanta ingiuria, e non si pigli a petto
Di vendicarla: ond'è ben che si accorde
D'abbandonar la Cafria e il patrio tetto,
E ritirarsi anch'ei nel Monotopa;
Chè teme altro castigo che di scopa.
6
Però ridendo dice al fiero Ulasso:
Vo' venir teco, e accompagnar mia figlia,
Perchè ho sommo piacer d'andare a spasso:
E poi tu vedi come si scarmiglia
Questa fanciulla, e dassi a Satanasso,
Perchè contro il suo genio ella ti piglia;
Onde io potrò ridurla a tuo potere
Or con minacce ed ora con preghiere.
7
Ed in fatti la povera Despina
Piangeva e sospirava in guisa tale,
Che un'anima di pietra adamantina
Si sare' fatta, come in acqua il sale,
Per la pietà di donna sì meschina.
Ma nulla cura lo Scricca il suo male,
E vuol che moglie d'Ulasso ella sia,
Come signor di tanta monarchia;
8
E le dice: Tu sei senza cervello
A lasciare costui per un spiantato,
Che ha poco più della spada e il cappello,
Ed in tasca non ha forse un ducato.
Il marito che importa che sia bello?
Che bello egli è quando non è storpiato;
Ma se non ha quattrini, è brutto molto,
Sebbene avesse gigli e rose in volto.
9
Fra pochi mesi la bellezza passa,
E passa anche l'amore; e sono radi
Gli amanti maritati, e non s'ingrassa
D'amplessi e vezzi, se ben tu ci badi.
Ma chi si trova gran contanti in cassa,
E comanda a castella ed a cittadi,
Anzi a provincie e regni, ogni ragazza
Se nol volesse, si direbbe pazza.
10
Non è però, Despina, ch'io non senta
Pena del tuo dolore, e me ne scoppia
Il core in petto, tanto mi tormenta;
Chè giovinetta donna è come stoppia,
A cui il villano accesa stipa avventa,
Quando di genio e d'animo s'accoppia
Con qualche bel garzone, onde a gran forza
E a lungo andare la fiamma si smorza.
11
Ma la ragione in ben nata fanciulla
Ha da far quello che l'età non puote,
Ed il piacer non vuole: dalla culla
Che altre ascoltasti, se non queste note?
Or non le curi, e forse l'hai per nulla?
Mentre ei così ragiona, in su le gote
Di Despina apparisce un tal rossore,
Che la rosa appo lui non ha colore.
12
E con gli occhi fissati in sul terreno,
Con le mani fra loro complicate,
E col bel mento posato in sul seno,
Disse: Signor, delle cose passate
Ov'è la rimembranza? Ancora io peno
Pensando a quella orrenda crudeltate
Che il re di Nubia, il fiero Serpedonte,
Voleva adoperar su la tua fronte.
13
Non ti ricordi come il mio Ricciardo
(Che mio sarà per sempre) e ruppe e vinse
Tanta masnada, e fervido e gagliardo
In pochi colpi Serpedonte estinse?
Che pur non era un cavalier codardo;
Anzi sovente il crine anch'ei si cinse
Di verde alloro, e per la forza e l'arte
Dir si potea d'Africa nostra il Marte?
14
E te dall'ugne della Morte tolse,
E me pur anco. Ma di me non dico;
Di te ragiono, di te, ch'ei disciolse
Dai duri lacci, e il reo ferro nemico,
Che ti dovea dar morte, altrove volse.
Allor tu l'abbracciasti, e come amico,
E come tutelare Angiol di Dio,
Venuto in tempo a tuo soccorso e mio.
15
Ma quando tu di ciò non ti rammente,
Almeno avrai memoria di quel giorno
Che ferito sul suolo, egro e languente
Tu te ne stavi, e avevi sol d'attorno
Le mute selve; e ch'ei pietosamente
Ti tolse in braccio, e di tal peso adorno
Andò più miglia, e ti condusse al porto
Di Nubia; e senza lui saresti morto.
16
Ma perchè questo a mente io ti rivoco,
Se tu fosti crudele e fosti ingrato
Al suo valore in quello stesso loco,
Col torgli me per cui t'avea salvato?
Ma quello che già fu stimisi poco:
Ciò che di fresco il mio Ricciardo amato
Ha per me fatto, non ha ricompensa;
Cotanto l'opra ella è ammiranda e immensa:
17
Ch'Africa tutta e tutto il mondo insieme
(Nè dico ciò per certo mo' di dire,
Ma perchè è vero) con sue forze estreme
Dal bosco non m'avrìan mai fatto uscire.
Ma il mio Ricciardo che morte non teme,
E a valor sommo unito ha sommo ardire,
Fuor me ne trasse, e a te di più mi rese:
E tu tanto favor paghi d'offese?
18
Tu sai pur quanti forti cavalieri
Entrâr nel bosco, e mai non sonne usciti;
E d'uscirne giammai verun non speri;
Chè son troppo guardati e custoditi
Tutte le notti e tutti i giorni interi
Da draghi e furie e spiriti infiniti.
Ora in che stima sarà quella spada
Che in uscirne si feo cotanta strada?
19
Ah padre mio, se l'unica tua figlia
Brami felice, e solo a questo oggetto
Di darla a Ulasso amore ti consiglia,
Sappi che prima passerassi il petto
Con un coltello, e renderà vermiglia
La cafria terra ed il paterno tetto,
Che soffrire altro sposo avere accanto,
Che il suo Ricciardo. E qui diè loco al pianto.
20
E crebbe tanto il duol, che di repente
Le tolse i sensi, e restò come morta.
Ma il duro padre, che l'impero ha in mente,
In braccio se l'arreca, e se la porta
Sul cocchio, dove Ulasso impazïente
Il più lungo indugiare non sopporta.
Così fugge lo Scricca, e fugge Ulasso
Con Despina, che par mutata in sasso.
21
S'io potessi impedir questa partita,
Donne mie, lo farei pur volentieri;
Chè son d'una natura sì indolcita,
Che non posso veder dai can levrieri
Prender la lepre, nè veder ghermita
Starna o colomba dai presti sparvieri:
Ora pensate voi come io mi stia
In veder tal fanciulla portar via.
22
E sono sì voglioso di sapere
Conforme finir debba questo imbroglio,
Che s'egli stesse in mio pieno potere,
Salterei dell'istoria più d'un foglio:
Ma il timor che ho di farvi dispiacere,
Più modesto mi fa ch'esser non soglio:
Però non s'interrompa a tal riguardo,
E là si torni, ov'io lasciai Ricciardo.
23
Se vi sovvien, disfatto il grande incanto,
E divenuto amico di Lirina,
Che quasi sempre se la vuole accanto,
Acciò gli parli della sua Despina,
E gli accresca parlando, o scemi il pianto,
Va co' cugini verso la marina,
Ove si vede ancora alto fumare
La villa, il porto, e quasi dissi il mare.
24
Quivi giunto, il suo sdegno oltre misura
S'inacerbisce; e giacchè tutto è guasto,
Altier minaccia da lontan le mura
Di Cobona, che a lui verun contrasto
Non potran fare. Oimè, che rea sventura
Ella è della città divenir pasto
Di ferro e fuoco per l'error d'un solo,
E senza colpa sentir tutto il duolo!
25
Non voglio entrare in quello che fa Dio;
Ch'egli fa bene, ed io sono un stivale:
Ma se potessi fare a modo mio,
Vorrei punire solo chi fa male:
E se il principe fosse un uomo rio,
Un compra brighe, un pezzo d'animale,
Di propria mano lo vorrei impiccare,
Ancorchè amico mi fosse, o compare.
26
Oh quanto starìa bene a quello Scricca
Un bel capestro! Non vedete come
Il suo mostaccio grida: Impicca, impicca!
Che a sua cagion non solo vinte e dome
Saran sue genti, ma di bella e ricca,
E di sì chiaro e glorïoso nome,
La Cafria diverrà misera cosa,
Conforme è in oggi orrenda e mostruosa.
27
Lungo il lido del mar, che sempre stride,
A tutti corre il buon Ricciardo avante;
Anzi sembra che vole, e che disfide
L'Aquilon freddo e l'umido Levante.
La sentinella, che da lunge il vide,
Fa chiudere le porte in uno istante;
E presto presto per tutta Cobona
Si sparge quella nuova poco buona.
28
La gioventù bizzarra, e che valuta
Il suo valor più che non vale assai,
D'andargli incontro è così risoluta,
Che di fermarla alcun non pensi mai.
Pur quel vecchio, che in terra avea veduta
La gran porta di bronzo, A comprar guai,
Lor grida, andate; ed io ve n'assicuro;
Chè contro lui neppur varracci il muro.
29
Il vero modo, l'unica maniera
Di campar voi e noi da crudel morte,
È andargli incontro senza elmo e visiera,
Ed aprir lui della città le porte.
Un di coloro con turbata cera
Disse: O ve' che parer d'animo forte!
Per un sol, dunque, vecchio traditore,
Di' cose tali e fai tanto rumore?
30
S'ei fosse fatto, sto per dir, di getto,
E fosse bronzo, e ancor cosa più dura,
Io ti giuro pel nostro Macometto,
Che a tutti noi ei non porrìa paura.
A dieci, a venti può passare il petto;
Ma infin sarà poi sua la ria ventura.
Ciò detto, va che il diavol se lo porta
Avanti a tutti, ed aprir fa la porta.
31
Si chiamava Dragù questo pollastro,
Che fu il primiero ad incontrar Ricciardo.
Ei tagliollo per mezzo come un nastro,
O come un citrïolo, o come un cardo.
A vista di sì orribile disastro
Il portinajo per suo buon riguardo
Serra la porta, ed ogni altro guerriero
Per quel gran colpo sta sopra pensiero.
32
E sopra i merli dell'eccelse mura
Si fanno forti con pietre e saette;
Ma quivi lo stupor passa in paura,
Che par che ognun di lor sopra a lui gette
Giunchiglie e rose e tenera verdura;
Cotanto l'armi sue eran perfette.
Ma pur succede a questa maraviglia
Altra, che la sorpassa cento miglia.
33
E questa fu, quand'ei ben stretto in sella
Prese la lancia, e la porta percosse;
E vider 'n un baleno aprirsi quella,
Come se stata sol socchiusa fosse;
E il chiavaccio e la toppa e in un le anella
Non sol forzate, non solo rimosse,
Ma videro ir lontano mille passi:
Onde non sembran uomini, ma sassi.
34
Entra per la città non altrimenti
Il feroce guerrier, ch'entra il leone
O la tigre affamata infra gli armenti;
E senza un'oncia di discrezïone
N'ammazzò presto presto più di venti.
Gli altri che veggon questa funzïone,
Fuggono in casa e vi si stangan drento,
Ripieni di dolore e di spavento.
35
Corre egli furibondo per le strade,
E d'alto incendio la città minaccia;
Che di mano a non so qual deitade
Rubato ha il fuoco in una moscheaccia.
Onde del mal comun mosso a pietade
Il vecchio della villa, alfin s'affaccia
A una finestra sua che stava a tetto,
E chiama singhiozzando Ricciardetto.
36
E gli dice: Signor, se tu assicuri
Cobona e me dall'ultima ruina,
Ma con solenni e sagrosanti giuri,
Io ti dirò dov'è la tua Despina,
Che col mal nostro in van trovar procuri.
Anzi mentre noi guasti, ella cammina;
O, per dir meglio, a forza è strascinata
Da molta gente, e tutta quanta armata.
37
Acchetossi Ricciardo a quel bel nome,
Come per pioggia il tempestoso mare;
E gittò il fuoco in terra, e chiese come
Era a lui noto un così grande affare.
Il vecchio accorto le canute chiome
Mosse un tal poco, e poi prese a parlare,
E gli disse: Signor, saper tu dêi
Che ho spesi in questa corte i giorni miei;
38
E quegli io son che fin da fanciulletto
Della gran villa che sul mar risiede,
Fui dal re cafro alla custodia eletto,
Dove tu con l'illustre e bella erede
Del regno ne venisti, e poi nel letto
Fu dal padre sorpresa. Or di mia fede
Non dubitar, ma dài credenza al resto;
E se colei t'è a cuor, credimi presto.
39
Sbatte i piè, crolla il capo, e ad alta voce
Grida Ricciardo: Oda Cobona tutta:
Io perdono alla Cafria; e chi a lei nuoce,
O nuocer vuole, a dura e mortal lutta
Io lo sfido: ma tu parla veloce,
Buon vecchio, e dimmi dove s'è ridutta
La mia Despina. Ed egli: Ella è in potere
Del maggior uom che su la terra impere.
40
Del sir di Monotopa il primo figlio
L'ha chiesta in moglie, e il padre glie l'ha data;
Ed ha tenuto per savio consiglio
Di qui levarla, ancorchè addolorata,
Ancorchè della vita in gran periglio:
Tanto del tuo valor qui s'è innalzata
La nominanza che lo Scricca stesso
Per lo spavento è voluto irle appresso.
41
Mostrami con la man, disse Ricciardo,
La via del Monotopa; altro non chero.
Alzolla il vecchio, e la seguì col guardo,
E il Mezzodì gli dimostrò sincero.
A quella volta senza altro riguardo
Sprona Ricciardo il suo nobil destriero.
Ora mentre galoppa, ecco che arriva
Lirina con la bella comitiva.
42
Nel palazzo reale accolti sono
Dai Cobonesi, e lor fanno gran festa,
E tutti quanti lor s'offrono in dono;
Nè più si pensa all'orrida tempesta
Dianzi sofferta. Fan salir sul trono
Le tre gran donne con corone in testa.
Ogni gentil fanciulla a più potere
Corre a palazzo, che le vuol vedere.
43
E già mille e dugento avanti sera
Erano giunte nella regia sala;
Onde Lirina a dir fu la primiera:
Giacchè son tante, e sono in sì gran gala,
Di sonatori alcuna scelta schiera
Si chiami. E in un baleno si propala
Per tutto, come nel real palazzo
S'ha da fare una festa di sollazzo.
44
Come i nostri non sono i balli loro,
Che non han rigodoni o minuette;
Ma pur son balli c'hanno del decoro,
Chè van su l'aria delle spagnolette.
De' sonatori fu diviso il coro:
Parte crotali usava e naccherette,
Parte zampogne, zufoli e vïole;
E furon principiate le carole.
45
Molti i giovani fûro e le donzelle
Che ballaron per certo a maraviglia;
Ma tra le più gentili e le più belle
Una a sè trasse di ciascun le ciglia;
Chè tanto apparve superior tra quelle,
Quanto tra i fior del prato la vermiglia
Rosa, oppure tra l'umili mirici
Il platano dai rami sì felici.
46
Era del cafro re costei cugina,
A nobil prence già promessa in moglie,
D'una beltà sì rara e peregrina,
Che libertade e pace a ciascun toglie.
Ne' suoi begli occhi Amor tien la fucina,
E tante grazie nel viso raccoglie,
Che pensosa o ridente, altera o pia,
Chi la riguarda sè medesmo obblìa.
47
Alta è poi di statura e signorile,
Ed ha nel favellar grazia sì grande,
Che men soave al cominciar d'aprile
I suoi bei versi Filomena spande:
In somma in ogni cosa era gentile;
Si dicea Marïanna; e in quelle bande
Vecchio non v'era che si ricordasse
D'altra che la vincesse od uguagliasse.
48
Quando costei comparve, ed alla danza
Diede principio, gran rumore in prima
Udissi, perchè ognuno urta e s'avanza
Per lei vedere, e sta de' piedi in cima.
Poi tal silenzio fu per quella stanza,
Che vuota di persone esser si stima.
Solo talora in certi atteggiamenti
Mostravan d'aver voce e sentimenti.
49
Io nel vederla tra me stesso dissi:
Il ciel, bella fanciulla, ti consoli;
E tutti gli astri, o sieno erranti o fissi,
Ti guardino benigni; e lunge voli
Da te ogni affanno, e giuso s'innabissi.
Incanutisci con i tuoi figliuoli
E col dolce tuo sposo, e fra voi due
Stenda la pace ognor le braccia suie.
50
Non molto dopo a lei nel cerchio venne
Non men bella di lei, nè gentil meno,
Una cognata sua, di bianche penne
La testa ornata, e di bei fiori il seno.
In Cafria la portaro etrusche antenne,
Come nata nel bel Tosco terreno:
Faustina era il suo nome; e quando sciolse
Il piede al ballo, ognuno a lei si volse.
51
Io non so dir quel che paresse allora;
Ma certo non sembrò cosa mortale.
Così di maggio l'odorosa Flora
Su' verdi prati or muove i piedi, or l'ale;
O delle sfere all'armonìa sonora
Così del biondo Apollo ed immortale
Danzan le figlie; o avvolte in aureo velo
Così forse le Dee ballano in cielo.
52
Delle bellezze sue meglio è non dire,
Che dirne poco, e poco ancora è il molto;
Chè non posson le rime colorire
Le tante grazie che le ornano il volto.
O vuol piagare, o vuole incenerire,
Questo poter ne' suoi occhi è raccolto;
E tanti ne conosco, anzi infiniti,
Che piangono per lei arsi o feriti.
53
Finito ch'ebbe di danzar costei,
Ecco che s'apre il cerchio alla man destra,
Ed entra un'altra donna; e tutti a lei
Si volgon, che del ballo era maestra.
Al capo aveva avvolti i suoi capei,
E frammischiate con l'aurea ginestra
Eran perle e zaffiri, onde contesta
Bella corona ornavale la testa.
54
In mezzo alla corona un velo bianco
Era fermato, e vi facea la punta,
Che poi largo scendeale sul bel fianco.
La sottil tela d'oro era trapunta;
E le pendean dal braccio destro e manco
Candidi lini, a cui era congiunta
Della Belgica Aragne il più sottile,
Il più nobil lavoro, il più gentile.
55
Sua veste ell'era del color del prato,
Allorchè il verno rigido s'accosta;
Lunga sol dietro, e ugual per ogni lato,
Uso trovato a crescer pregio apposta:
Stretta in cintura, e il petto rilevato
Coprìale il busto. Così ben disposta
Diede principio a carolar costei,
E ricolmò d'invidia uomini e Dei.
56
Costei di Marïanna era sorella,
Donna di sempre chiaro e immortal nome;
E cotante virtù chiudeansi in ella,
Che le sì chiare un tempo Ateni e Rome
Ebber forse di lei donna più bella,
Non già più saggia; ed era non so come
Quivi venuta al ballo quella sera;
Che per uso lo sfugge aspra e severa.
57
Nè tacerò le lodi ampie e sincere
Che date fûro alla vaga Isabella,
Nata del Tebro in su le sponde altere.
Ell'era accorta estremamente e bella:
Nere le chiome e le pupille nere
Aveva; ed era così destra e snella,
E sì ben fatta della sua persona,
Che fe' invaghir di sè tutta Cobona.
58
Io credo che di Vener la famiglia
Tutta le stesse affaccendata intorno;
Chè ogni suo moto, ogni batter di ciglia
Era di grazie e gentilezze adorno;
Onde amore destava e maraviglia
In quanti aveva spettatori attorno:
Quindi s'udiva il nome d'Isabella
Risonar lieto in questa parte e in quella.
59
E di lei nata presso all'Appennino,
Onde Bologna in maggior pregio sale,
Nulla dirò? anzi io dironne infino
Che terrò l'alma in questo carcer frale:
Perchè il suo ingegno e spirito divino,
E il suo cor che vie più d'ogni auro vale
E d'ogni argento, m'hanno preso in modo,
Che parlar non ne so, s'io non la lodo.
60
Costei Ipolitina ella è nomata,
Che nel ballare eguale era a ciascuna,
E d'un viso sì vago era dotata,
Ch'altro simìl non mai vidi in veruna.
Fece una danza nuova; e fu sì grata,
Che il popol tutto intorno a lei s'aduna;
E non aspetta dal ballar che reste,
Ma batte palma a palma, e le fa feste.
61
Le lodi che a lor diero le regine,
Nalduccio ed Orlandino, immense fûro.
Quindi venuta la gran festa a fine,
Il che parve a più d'uno acerbo e duro,
Massime per le giovani divine,
Gloria del tempo nostro, e del futuro
Invidia eterna, incominciò la cena,
D'ogni grazia di Dio colma e ripiena.
62
Le starne, le pernici, i francolini,
I tordi che parean fatti di cera,
I pollastri e i piccioni tenerini
V'erano a monti; siccome la sera
Di carnevale ho visto dai Corsini.
V'eran pasticci poi d'ogni maniera:
Di vini non vi parlo; v'eran tutti,
Dolci, abboccati, tondarelli, asciutti.
63
Chi il crederebbe? in lido così strano
Giunta era pur la ghiottornìa franzese;
Perchè, come cancrena in corpo umano,
Il vizio corre per ogni paese.
Vizio crudele e insiememente insano,
Che il viver scema, ed accresce le spese;
E tanto offusca ed aggrava la mente,
Che per lo più fa gli uomini da niente.
64
Perchè non solo la sfrenata e pazza
Gioventude oggidì crapula ognora,
Ma quelli ancor cui la dorata mazza
Precede, e il mondo come Numi onora.
E sol di gran signore ha nome in piazza
Chi più ghiotti bocconi si divora;
E quei che si contiene ed è frugale,
È creduto un spilorcio, un animale.
65
Ma tra costoro il cardinal Corsino
(Adesso Papa per grazia di Dio)
Io non ripongo; chè di grano e vino,
Di ville, di poderi, e che so io,
N'ha più, che non ha penne un uccellino,
L'illustre casa sua d'onde egli uscìo.
E se facea talor qualche allegrìa,
Era sua roba, e non di sacrestìa.
66
E questa è la ragion ch'i suoi nipoti
Fanno sì bella e sì rara figura:
Che non comincian mica ad esser noti
Dal dì che il zio giunse alla somma altura;
Ma pieni tutti delle vere doti
Che possa dare l'arte e la natura,
Ricevono dal zio gran lustro, è vero,
Ma non fanno per Dio torto a San Piero.
67
Io parlo solamente di coloro
Che senza un poderin, senza contanti,
Non, come si suol dir, vivean del loro,
Ma nudi, crudi, cenciosi, birbanti
Solo a forza di bolle si fêr d'oro:
Ed arricchiti, alteri ed arroganti,
Colmi d'iniquità, colmi di vizi,
Non pensano a far altro che stravizi.
68
O San Piero, San Pier! la tua gratella,
Ove insieme con Giacomo e Giovanni
Abbrustolivi muggine o sardella,
Ove n'è gita? Da' celesti scanni,
Sopra cui stai, deh gira un'occhiatella
A' grassi eredi de' tuoi tanti affanni;
E vedi un po' lor cucine e dispense,
Le lor cantine e spazïose mense.
69
Quel che tu non avesti oro ed argento
(Come dicesti allo storpio del tempio),
Essi hanno in copia: e a cento doppi e cento
Iddio l'accresca lor; ma buon esempio
Dieno e conforto a chi si muor di stento;
Nè le ricchezze lor dien forza all'empio,
Ma di fanciulle e di poveri ingegni
Sien riparo ad ognora, e sien sostegni.
70
In un sol pranzo, in una sola cena
Si getta quel che dato a una famiglia,
Di trista la farìa lieta e serena.
Però a costoro raccorcia la briglia,
San Pietro mio, e sì gran lusso affrena;
E a tal, che per mangiar troppo sbadiglia,
Leva pensioni e leva benefizi,
E dàlli a quelli c'hanno meno vizj.
71
E ben tu vedi ch'astio non mi move,
Nè voglia di dir mal de' fatti loro:
Parlo per zelo, e perchè taccia altrove
Anglia ed Olanda, e tutto il concistoro
Di lor, che l'eresia da noi rimove;
Perchè ben sai che questo argento ed oro,
Che in tanto sterco va giù per il cesso,
Egli è di Cristo alfine il sangue stesso:
72
È patrimonio ancora e capitale
De' poverelli. O felici, o beati
Quelli che in testa hanno un poco di sale,
E son di santa carità ammantati!
E acciò i tesori lor non vadan male,
Li danno a' ciechi, a' languidi e storpiati,
Onde ne' giorni poscia estremi e duri,
Nel gran tragitto si trovin sicuri.
73
Ma dove domin mai m'hai tu condotto,
Musa leggiera come piuma o foglia,
Che or quinci, or quindi, or di sopra, or di sotto
Tu batti l'ali, come più n'hai voglia?
Materia ciò non è da farne motto;
E chi meno ne parla, men s'imbroglia:
Però ritorna d'onde sei partita,
E questa istoria facciasi finita.
74