Non vi crediate già che il saggio Orlando

Volesse scorticare un cavaliero;

Ma lo diceva il buon uomo scherzando.

In questo mentre rovinoso e fero

Entra nel prato col fulmineo brando

Rinaldo, e là si ferma col destriero,

Dove si stava il signore d'Anglante

Col ferro in mano al frate ignudo avante;

75

E tosto grida: Forse questi è quello

Che rubò la fanciulla dal convento?

Rispose Orlando: Questi è il santerello,

Questi è l'eroe del nuovo Testamento,

Che fece atto sì brutto, indegno e fello.

Rinaldo allor gli pon la mano al mento,

E lo scuote e lo sgrida, e dice: Ancora

Vuoi trar de' chiostri le monache fuora?

76

Ribaldo, iniquo, schiuma de' furfanti,

Quando porrai tu fine a' tristi fatti?

Sempre peggiori, quanto più vai avanti:

Ma tante volte al lardo vanno i gatti,

Che ci son côlti e pesti tutti quanti:

Ed or la pagherai a tutt'i patti.

Orlando disse: Io lo vo' scorticare

Così vivo, ed a' corvi abbandonare.

77

Rinaldo sorridendo: Assai fatica

Questa sarebbe, e pena troppo acerba;

E poi biasmo ti fora, che si dica

Che la destra d'Orlando, che superba

Strinse più palme di gente nemica

Che bosco foglie e il prato non ha erba,

Or abbia tratto ad un uomo la pelle,

Benchè il più tristo sia sotto alle stelle.

78

In così dire giunge don Fracassa,

E poco dopo ancora don Tempesta;

E visto il frate con la fronte bassa,

E saputa la fuga disonesta,

E la rapina che ogni colpa passa,

Crucciosi alquanto crollaro la testa;

E dopo aver taciuto un qualche poco,

Parlò il Fracassa in suono grave e fioco,

79

E disse: Io so che ogni mal'opra merta

Il suo gastigo; e il non punir chi pecca,

Offende tutti, e il pubblico diserta;

Che il mal esempio è fuoco in paglia secca,

Che al vento stia nella campagna aperta;

E quel chirurgo che le piaghe lecca,

E col ferro e col fuoco non le invade,

Apre e non serra del morbo le strade.

80

Ma la somma giustizia ognun comprende

Ch'è somma ingiuria ancora; e non si debbe

Però seguirla, come il testo intende.

Talora a men fallir pena s'accrebbe,

E fu scemata alle maggiori mende,

Secondo che al peccar maggiore egli ebbe

Oppur minore spinta il nostro core,

Che a male oprare inclina a tutte l'ore.

81

Bellezza e Amore han fatto ne' mortali

Sempre gran stragi; e misero colui

Che cade in braccio ad un di questi mali,

E più se cade in braccio ad ambidui.

Però se côlto da cocenti strali

Di bella giovinetta fu costui,

E se la prese e si fuggì con essa,

Ch'egli operasse male ognun confessa.

82

Ma non per questo egli ha mancato in guisa,

Che il debba o possa ognuno a morte porre,

Com'uomo ch'abbia la sua madre uccisa,

O della patria sua castello o torre

Data a' nemici. Egli d'amor conquisa

L'alma sentendo, s'è provato a côrre

Quel frutto che potea trarlo d'affanno

Con quel piacere, come molti sanno.

83

Al giudice severo, e non a noi,

Tocca a lui destinar la pena estrema;

Nè lessi mai che alcuno degli eroi

Facesse un'opra sì di laude scema:

Perciò si sciolga, e sciolto che fia poi,

Si mandi alla sua cella; e quivi gema,

E perdon chiegga a Dio del suo fallire.

E qui il Fracassa terminò il suo dire.

84

Rinaldo tentennò la testa un pezzo,

Poi disse: Il rimandarlo alla sua cella

Non mi dispiace; che cotanto è il lezzo

D'ogni opra sua sì scellerata e fella,

Che se l'ossa e la testa non gli spezzo,

Nè gli traggo di ventre le budella,

Lo fo per dar nel genio a don Fracassa:

Ma sì liscia per Dio non se la passa.

85

Io vo' che gli facciamo un tagliettino

Un palmo buono sotto all'ombilico;

Che se bene non feci mai il norcino,

Nulladimen lo servirò da amico.

Ivi sta il male di questo assassino,

E quel velen che fàllo a Dio nimico.

Grattossi Orlando, sorridendo, il naso;

E per me, disse, ne son persuaso.

86

E a don Tempesta pur ciò non dispiacque;

Chè tolta la cagion, manca l'effetto.

Ma Ferraù che fino allora tacque,

Scossa da sè la vergogna e il rispetto,

Gridò: Prima del mar m'affoghin l'acque,

E mi sia il collo da un canapo stretto,

Che far mi veda affronto sì villano,

Rinaldo traditor, dalla tua mano.

87

Ma al suo gridar non v'è chi presti orecchia;

E preso il temperin che aveva Orlando,

Rinaldo all'opra santa s'apparecchia:

Ed ogni cosa insieme affastellando

Con tutta quanta la boscaglia vecchia,

Dice: Fratello, perdon ti domando,

Se ti fo male. E con queste proteste,

Ziffe; e l'aggiusta pel dì delle feste.

88

Vien meno Ferraù pel duolo strano,

Ma restano a curarlo i suoi giganti;

Ed i due Franchi di valor sovrano

Con la bella fanciulla vanno avanti,

Ragionando fra lor di mano in mano

Del male oprar degl'ipocriti santi;

E concludon tra lor che i colli torti

Lascian sol di far mal quando son morti.

89

Almerina che nulla sa del frate,

Se l'abbian scorticato, oppure ucciso,

Fa lor mille domande e ricercate

Per saperlo; e Rinaldo con sorriso

Dice: Fanciulla mia, non vi curate

Sapere di costui veruno avviso.

Vi basti, ch'egli è vivo ed ha la pelle,

Ma gli mancano certe bagattelle.

90

Orlando si contorce, arrabbia e stizza,

Egli fa cenno che taccia, e s'ingolle

Il gran volere ch'a parlar l'attizza;

Ma la ragazza più s'invoglia, e colle

Mani congiunte, al contrario l'aizza.

Rinaldo, come pentola che bolle,

E versa per la troppa bollitura,

Le narra il fatto della castratura.

91

Non capì tutto la fanciulla il fatto,

Ma capì tanto, che si fece rossa.

Chinò la testa ed ammutissi a un tratto,

E fe' vista d'avere una gran tossa,

Acciò che quel colore di scarlatto

A quello sforzo ascrivere si possa,

Che si suol far tossendo, e che talora

Par che vi faccia sbalzar gli occhi fuora.

92

In questo mentre del castello in vista

Eccoli giunti; e da mille persone

Già si divulga la nobil conquista

Della fanciulla, e niuno in dubbio pone

Ch'ella ritorni svergognata e trista:

Nè gli era un creder tal senza ragione;

Chè prima scanna la pecora il lupo,

E poi la trae nel bosco orrido e cupo.

93

E se nol fece il romitaccio infame,

Fu dell'ordine suo strana appendice.

O mondo sciocco, che questo letame,

Questo veleno d'ogni mal radice

Ti stringi al petto e satolli sua fame!

Quando sarà quel tempo sì felice,

Ch'io vegga i romitorj arsi e distrutti,

Ed impiccati i lor romiti tutti?

94

Tempo fu già che gli uomini dabbene

Col piede scalzo e con la testa rasa

Fornivan d'erbe i lor pranzi e le cene,

E un'elce cava prendevan per casa;

E vôlte al mondo davvero le schiene,

Magri, languenti e con la barba spasa

Fuggivano le genti, e sopra tutte

Le donne, ancorchè vecchie, ancorchè brutte.

95

Ed oltre a questo, nelle spine acute

Si gettavano ignudi o in mezzo al gelo;

E rozze vesti dentro, e fuori irsute

Stringeansi addosso, sol pensando al cielo.

Genti beate ch'or godon salute,

E veggion Dio qual è, senza alcun velo;

E colme di piacer, vuote d'affanno

Senton gioir d'ogni sofferto danno!

96

Ma i successori lor, corpo di Giuda!

Sono tutt'altro: mangian, come porci,

Starne e fagiani, ed alla carne cruda

Tirano più che al marzolino i sorci;

E il villanello che s'affanna e suda

Per aver grano che sua fame accorci,

Appena l'ha battuto, che ne dona

Al romitaccio qualche parte buona.

97

E chi gli porta il vino, e chi i pollastri,

E chi i piccioni, onde s'impingui, e vaglia

Resistere agl'incomodi e disastri

Dell'aspra vita: ed ei tornisce e intaglia

Corna frattanto, e fa lavori mastri

Alla devota credula marmaglia.

O viver dolce de' nostri romiti,

C'hanno le mogli e po' il pan da' mariti!

98

Nè ti stupire, lettor mio benigno,

Se quando posso, io l'accocco a costoro;

Che so il romito quanto egli è maligno,

Che da per tutto fa tristo lavoro.

Nè udirai mai alcuno fatto indigno,

Dove non entri qualchedun di loro:

Le rapine, le morti e gli adulterj

Sono le lor corone e i lor salterj.

99

Ma ritorniamo alla nostra Almerina,

Che ha ripieno il castello d'allegrezza.

La incontra Carlo, e a Orlando s'avvicina,

Acciò del fatto gli arrechi contezza;

Ed Orlando la storia gli sciorina

Con sermon breve e con somma chiarezza.

Sol di quel tagliettin non disse nulla,

E ciò fece a cagion della fanciulla;

100

La quale ritornò tosto al convento;

E ciò che se ne fosse, non è scritto.

Rinaldo intanto pieno di contento

Racconta a Carlo qual fece despitto

A Ferraù, che più rasojo al mento

Non menerassi; e come ei l'ha relitto

In mano de' giganti: e quel buon vecchio

Lieto piegava a tal parlar l'orecchio.

101

Quindi del pranzo già venuta l'ora,

Suonan le trombe e i musici strumenti;

E seco vuole i paladini ancora

A mensa Carlo, ed altri uomin valenti:

Chè quanto la virtude più s'onora,

Più si fa grande e bella infra le genti.

Ma mentre questi se ne stanno a pranzo,

Ritorniam, se vi piace, al nostro manzo.

102

A forza d'erbe già gli avean fermato

Il sangue, e del dolor gran parte tolta:

Ma egli era Ferraù sì infurïato,

Che comincia bel bello a dar di volta;

E così ignudo dentro il bosco entrato,

Fugge per quello, e mai non si rivolta.

Gli corron dietro i pietosi giganti;

Ma più d'un miglio egli è già corso avanti.

105

E ravvïato già nel corso s'era

Il sangue, ed inaspritosi il dolore:

Onde cadde svenuto in su la sera;

E a caso ritrovato da un pastore

Ch'ivi passava con la sua mogliera,

Fu preso, e fu portato con amore

Al convento de' Padri Certosini,

Che da per tutto sono uomin divini;

104

Che gli scaldaro in un subito il letto,

E lo bagnar ben ben con l'acquavite;

Talchè riprese lena il poveretto:

Ma fuor del suo costume umile e mite,

Tacito stava, e si batteva il petto;

Indi a lavar le sue colpe infinite

Chiese d'un confessore, e tutto ansando

Venne correndo il Padre Fidelbrando.

105

Questi era un vecchio settuagenario.

Si diede in giovinezza alla milizia;

Indi lasciolla, e il viver suo fu vario;

Vo' dire or buono, or pieno di malizia:

Finchè racchiuso dentro del sacrario,

Mutò costumi, ed acquistò dovizia

Di virtù tali, che divenne un santo.

Or questi a Ferraù si mise accanto

106

E presolo per man: Figlio, gli disse,

Dura cosa è la morte; ma quel Dio

Che si fece uomo, e Giuda il crocifisse,

Dolcissima la rese al parer mio.

Ma in lui i pensieri, in lui le luci fisse

Tener bisogna, e d'ogni fallo rio

Dimandargli perdono, ed umilmente

Pregarlo acciò ci sia dolce e clemente.

107

Nè perchè forse la marina sabbia

Esser possa minor de' falli tuoi,

Non ti lasciar da disperata rabbia

Opprimer sì, che l'inferno t'ingoi.

Nessuno sa qual sia, che termine abbia

La divina pietà verso di noi;

Perch'ella è immensa, e men si può peccare

Di quello ch'ella possa perdonare.

108

Ferrautte a quel dir s'alza sul letto,

E sul gomito manco sostenuto,

Si leva con la destra il suo berretto,

E pietà chiede a Dio, e chiede ajuto

Al Padre in quell'orrendo passo stretto:

E segnatosi in fronte, alquanto muto

Si stette, e poi tra lagrime e lamenti

Incominciò le note penitenti:

109

E seguitò più di quattr'ore a dire;

E fece spesso bofonchiare il frate,

Che molte colpe si pensava udire,

Ma non già tante e così scellerate.

Pur lo consola e gli ministra ardire,

E gli promette dall'alta bontate

Perdonanza, e l'assolve; e gli Angel santi

Fanno udir suoni d'allegrezza e canti.

110

Ma non si stette con le mani in mano

Il demoniaccio in questa congiuntura;

Chè fece ivi venire da lontano

I diavoletti di maggior bravura.

Chi prese di Climene il volto umano,

E a lui mostrollo in dolce positura;

Chi le sue grazie e i vaghi atteggiamenti;

Chi il grato suon de' suoi leggiadri accenti.

111

Chi gli mostrò la giovin da lui tolta;

Chi gli amor del Catai: in somma cento

Demonj travestiti in fretta molta

Entraro repentini nel convento,

E della cella corsero alla volta,

E zitti zitti vi passaron drento.

A quella vista Ferraù meschino

Si rallegrò, benchè a morir vicino.

112

Ma il Padre Fidelbrando, che l'osserva

Minutamente, di quell'allegrezza

Insospettissi, e della rea caterva

Ebbe timore, e disse con prestezza:

Il riso, figlio, nel cielo riserva;

E piangi adesso, e esala con tristezza

L'anima addolorata. Indi lo segna

Con l'acqua santa e il diavol se ne sdegna;

113

E dispariro quelle cose belle.

Allora Ferraù maravigliato

Ringrazia il facitore delle stelle,

Che sia da tal periglio liberato;

E narra al confessor le inique e felle

Arti d'inferno, e di pianto bagnato

Rinforza il suo dolore, e pien di fede

Nuove arme a Dio contro il nemico chiede.

114

Quando ad un tratto ecco che smania e grida

Sì, che par toro da' cani ferito;

E chiede il ferro, ed a battaglia sfida

Un non so chi, talchè sembra impazzito.

Indi soggiunge: Si sbrani e s'uccida

Costui che sì m'ha concio e m'ha tradito.

Fidelbrando lo prega che s'accheti;

Ma parla agli usci e parla alle pareti.

115

Di queste strida e di questo furore

Cagion fu un diavoletto de' più tristi,

E di cui forse non ve n'è un peggiore;

Che con modi furbeschi e non previsti

Da Rinaldo gli apparve; e il feritore

Coltello avea, che fece il repulisti,

In una mano, e nell'altra le cose

Che gli recise, ed anco sanguinose.

116

Onde a tal vista manda fuor la bava

Per la grand'ira; ed il Padre schiamazza

Che gli perdoni, mentre il mal s'aggrava:

Ma invano s'affatica, invan s'ammazza.

Tanto l'invade la rabbia sua prava,

Che d'atra bile già la mente pazza

Altro non pensa più che a far vendetta

Del suo nemico, e in quella si diletta.

117

Un Crocifisso prende il Padre santo,

E gli dice: Figliuolo, hai tu nemici

Che t'abbiano piagato e offeso tanto,

Quanto fu questo, che co' benefìci

Trattògli sempre, e se li tenne a canto?

Eppur per lor, come fossero amici,

Pregò l'eterno Padre, e di buon core,

A perdonarli un così grave errore.

118

Ferraù, che non sa ciò che si gracchia,

Dice: Rinaldo mi fe' peggio assai.

Fidelbrando a tal voce si sbatacchia,

E grida: Figliuol mio, che di' tu mai?

Ed egli: Padre, il tristo in una macchia

Castrommi con un ferro da beccai;

E quasi poco gli paresse questo,

Ci fece piazza con tagliare il resto.

119

Fidelbrando gli disse: O via figliuolo,

Tu gli vuoi mal, perchè t'ha fatto bene.

Bene m'intasca, con voce di duolo

Egli riprese; e dentro delle vene

Gli bollì il sangue, come in un pajuolo,

Quando di sotto le secche vermene

Van divampando: ed in quel gorgoglìo

Attaccò i Santi, e disse mal di Dio.

120

Me' che può il frate a lui conforto porge;

Ma non trova la via di ripigliarlo.

Pur dolcemente lo riprende, e scorge

Pel buon cammino, e cerca d'ajutarlo:

Ma l'ira non iscema, anzi più sorge

In lui, che omai dal velenoso tarlo

Nel core è roso; e morto impenitente

Fora, se non giungeva ivi altra gente.

121

I due giganti dalla vasta chierca

Entrâr carponi dentro della cella;

E udito come il diavolo sel merca

Con quel rancor che tanto lo martella,

Gli disser: Ferraù, così si cerca

Perdon da Dio dell'opera tua fella?

E non sai tu che l'anima sdegnosa

In ciel non sale, e in grembo a Dio non posa?

122

Se dall'offeso Dio vuoi perdonanza,

E tu perdona a chi ti fece male,

Perchè vuole il Signor questa uguaglianza;

Altrimenti, non fare capitale

Del ciel; chè nell'abisso avrai tua stanza,

Dove diventerai tizzo eternale.

Ferraù s'addolcisce a quella voce,

E mitiga lo spirito feroce.

123

E tornato di nuovo a confessarsi,

Sentendosi oramai presso al morire,

Pregò i giganti a volere accostarsi

A lui, che un non so che volea lor dire;

E disse: Se non son sepolti od arsi

Que' cosi, me li fate ricucire;

O me li fate, se non v'è molesto,

Di cera o stracci, o pur di carton pesto.

124

Perchè se morto qualchedun mi vede,

Non mi faccia a tal vista onta o vergogna.

Lo che raccomandato alla lor fede,

Perde la voce, e si affanna ed agogna,

Ed assoluzïon col capo chiede.

Gli bagnano la bocca con la spogna

Zeppa di vino, perchè si ristore;

Ma in un tratto boccheggia e se ne muore.

125

Pianser la morte sua teneramente

I pietosi giganti e Fidelbrando;

E portatolo in chiesa, prestamente

Gli andaro molte Messe celebrando.

V'era un vuoto sepolcro nobilmente

Fatto, ed a niuno sovvenìa del quando

Fosse stato formato, ond'è che in esso

Da quei buon Padri Ferraù fu messo.

126

E don Tempesta con la spada scrisse:

«Fermati, passeggiero. In questo avello

«Riposa Ferraù, che mentre visse

«Saracin, de' Cristiani fu flagello:

«Fatto Cristiano, i Saracin sconfisse.

«Si fe' frate, e riprese poi 'l cappello:

«Fu Amor suo beccamorto e suo norcino.

«Pregagli pace, e segui il tuo cammino.»

127

E don Fracassa poi scrisse sul muro

Tutta l'istoria e tutta la sua vita,

Perchè n'andasse dall'obblìo sicuro

Il nome di sì celebre eremita;

Della cui morte, donne mie, vi giuro

Che ne ho pena acerbissima sentita;

E maledico quel giorno fatale

Che fe' Rinaldo un taglio sì brutale.

128

Perchè se ogni uomo che in tal cosa manca,

Dovesse rimaner così infelice,

La barba nera, oppur la barba bianca

Sarebbe rara come la fenice;

E più che altrove, tra la gente Franca,

Ch'è sì donnesca, come il mondo dice.

Ma Rinaldo scordossi di sè stesso,

E però diede in così strano eccesso.

129

Di che ne pianse poi sera e mattina,

Come sta scritto in un foglio vetusto,

Il quale narra ancora che Almerina,

Quando lo seppe, ne sentì disgusto;

Benchè non ben capisse la meschina

La gran virtù del mozzo mazzafrusto;

Che se per sorte la sapeva tutta,

L'avrebbe al certo il giusto duol distrutta.

130

Ma tempo è omai di rivoltare altrove

Gli afflitti carmi, e rallegrar chi m'ode;

E nella selva ritornar, là dove

Pieno d'amore e di desìo di lode

Insiem con Malagigi il passo move

Il mio Ricciardo, il cavalier sì prode.

Colà dunque venite, e vi prometto

Di colmarvi l'orecchie di diletto.

CANTO VIGESIMOPRIMO

ARGOMENTO

_Fatta per incantesimo Despina_

_Cruda a Ricciardo, il pone in gran periglio;_

_Ma Malagigi da quella rovina_

_Lo scampa col poter del suo consiglio._

_I duo minor cugin seguon Lirina,_

_E restan nell'orrendo nascondiglio._

_Con tante streghe Ricciardo s'affronta,_

_Che tante Benevento non ne conta._

1

Il creder, donne vaghe, è cortesìa,

Quando colui che scrive o che favella,

Possa essere sospetto di bugìa,

Per dir qualcosa troppo rara e bella.

Dunque chi ascolta questa istoria mia,

E non la crede frottola o novella,

Ma cosa vera, come ella è di fatto,

Fa che di lui mi chiami soddisfatto.

2

E pure che mi diate piena fede,

Della dubbiezza altrui poco mi cale.

Quest'opera per voi da capo a piede

Ella è formata; e se punto ella vale,

È tutto il suo valor vostra mercede.

Chi sa che un giorno ancor non metta l'ale,

E il mar trapassi? Io non sono indovino;

Ma prevedo felice il suo destino.

3

Or si torni all'istoria. Sul ronzino

Andava il nano, vo' dir Malagigi,

E Ricciardo a cavallo a lui vicino;

Quando sopra il terren veggion vestigi

D'un piè che il fondo sembrava d'un tino.

Dice Ricciardo: Oh questi son prodigi!

E se al piè corrisponde anche il restante,

Sarà pur questi che grosso gigante!

4

Nè avevan fatti ancor cinquanta passi,

Che nel voltare che facea la strada,

Veggono un giganton, ma di que' grassi,

Che d'altro si pascea che di rugiada.

Nelle mani egli aveva un par di sassi

Di mole immensa, e quelli son sua spada:

Con essi al buon Ricciardo s'appresenta,

Che nel vederli quasi si sgomenta;

5

E gli dice: Chiunque tu ti sia,

O scendi prontamente da cavallo,

O torna addietro per la stessa via.

E Ricciardetto a lui: M'hai preso in fallo;

Chè vo' gir oltre a ritrovar la mia

Diletta sposa, senza cui m'avvallo

E vengo meno. E troncato il parlare,

Sprona il cavallo, e te lo fa volare.

6

Il gigantaccio allor con strane note

Urla, e il gran sasso in aria fa rotare.

Non minore di quel ch'a Polibote

Trasse Nettuno; e conficcollo in mare;

Da cui poi nacque (e dico cose note)

Un'isoletta di bellezze rare,

Nisiro detta: ma il nostro Ricciardo

Di Polibote s'ebbe più riguardo.

7

Ma s'io v'avessi a dire il modo appunto

Che nel fuggir quel colpo egli si tenne,

M'imbroglierei: so ben che non fu giunto:

O che 'l masso per aria Iddio trattenne,

O che 'l cavallo a tempo egli ebbe punto,

O che 'l gran vento che dal colpo venne,

Come esser può, lo tenesse lontano:

E questo parmi il discorso più sano.

8

Quando s'accorse l'orrido gigante

Che aveva tratta la sassata a vuoto,

L'altra tirò; ma egli era tanto avante

Il cavaliero per lo bosco ignoto,

Che la gran possa sua non fu bastante

Di secondare il suo maligno voto.

Indi gli corre appresso; e ancorchè grasso,

Parea levriero allor sciolto dal lasso.

9

Ricciardo si rivolta al calpestìo,

Che le miglia lontano si sentiva;

Onde si ferma, e con molto desìo

L'attende; e quegli non sì tosto arriva,

Ch'ei gli dice: Ti vo' per lacchè mio,

Ovvero per la mia leggiadra diva;

Ma non ti vo' far mica i calzoncini,

Chè vi vorrieno tutti i panni lini.

10

E il nano soggiungea: Se non mi sdegni,

Staremo sempre insieme. Adesso adesso

Ci starete voi due, poltroni indegni,

Disse il gigante, in un sepolcro istesso.

Chè se, lasciati i fortunati regni,

Gli Dei dell'uno e ancor dell'altro sesso

Venissero per tôrvi all'ira mia,

Non so quello che a lor rïuscirìa.

11

E ciò detto, abbracciare a un tempo vuole

Ricciardo e il nano e l'una e l'altra bestia;

Ma presto ben li lascia, e assai si duole;

Ch'egli ebbe un calcio, dove la modestia

Nel nominarlo arrossire si suole;

Il che gli arreca sì strana molestia,

Che cade a terra. Ricciardo non bada,

E séguita a gir oltre per la strada.

12

Quando senton più dolce dell'usato

L'aria d'intorno, e tutto quanto il suolo

Veggon di fior vestirsi in ogni lato,

E poco dopo un leggiadretto stuolo

Veggon di ninfe sì bello e garbato,

Che si può dir nel mondo o raro o solo.

Il nano dice allora a Ricciardetto:

Abbi gran senno, e duro cor nel petto.

13

Guari non anderà che tu vedrai

La bramata Despina; ma se l'ami,

Di ciò ch'ella vorrà, nulla farai.

Le sue parole or sono esca con gli ami,

E fraudolenti; chè, come ben sai,

Non è più dessa. I possenti legami,

Con cui Lirina all'amor suo la strinse,

In lei di te la rimembranza estinse.

14

E perchè vecchia fama è tra di loro

Che un cavalier su fatato destriero

Ha da disfar l'incantato lavoro,

Ogni lor cura, tutto il lor pensiero

È di dar morte con strano martoro

A qualunque innocente cavaliero

Che trovin per la selva: ond'è che piena

Ell'è di ossa insepolte questa arena.

15

In così dire, da un verde boschetto

Esce la bella coppia, e bella tanto,

Che riman senza moto Ricciardetto.

Al venir lor, danno principio al canto

Le ninfe, e le accompagna ogni augelletto:

Lirina sola con segreto pianto

Sospira nel veder quell'uomo armato,

E sopra d'un destrier tanto pregiato.

16

Ed a Despina sua si volta e dice:

Fingiam d'amar costui per trarlo a morte;

Che senza frode fia l'opra infelice;

Chè troppo parmi rigoglioso e forte.

E la bella fanciulla non disdice;

Ma con parole dolcemente accorte

S'accosta a Ricciardetto, e lo saluta,

E gli chiede ragion di sua venuta.

17

E prima che risponda, dolcemente

Gli domanda del nome e del paese;

E se d'amor piagato il cor si sente,

Oppur l'ha sano, e sol di belle imprese

Ha desïoso il cor, vaga la mente.

Indi lo prega del guerriero arnese

A volersi spogliare, e dal cavallo

Scendere, e seco incominciare un ballo.

18

Come tenera madre guardar suole

Il figlio fatto ad un tratto deliro,

Che assai stupire sul primo si suole,

Come di sè del tutto in lui svaniro

Le idee, e guasto è il suon di sue parole;

Indi disciolto il core in un sospiro,

L'abbraccia e piange; ed egli ride, e intanto

Non sa che quello è di sua madre il pianto;

19

Così colmo riman di maraviglia

Su le prime Ricciardo, e non si puote

Dar pace che a quegli occhi, a quelle ciglia

Le sue sembianze un dì cotanto note

Or sieno oscure; e poi tal duol ne piglia,

Che il petto, il volto, i fianchi si percuote,

E grida: Anima mia, e come mai

Son fatto sconosciuto a' tuoi bei rai?

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Despina sorridendo: A dirti il vero,

Riprese, io giuro avanti a tutti i numi,

Che adesso sol ti veggo, o cavaliero.

Ed egli: Io ben sapeva i rei costumi

Del vostro sesso, che non è sincero;

Ma negarmi che il Sole non allumi,

E il dirmi che mai più non m'hai veduto,

Lo stesso parmi, e va del par creduto.

21

Lirina, che sentìa questo contrasto,

S'accosta al cavaliero, ed all'orecchio

Gli dice: Se i disegni tuoi non guasto,

Dimmi chi sei, e fin d'or m'apparecchio

A farti lieto; ed a ciò far ben basto.

Già veggo che in te bolle un amor vecchio,

C'hai tu per questa ingrata giovinetta,

E che or sol del tuo pianto si diletta.

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Ricciardo, che di frode non paventa,

Le narra tutta la storia amorosa,

E la trista Lirina n'è contenta;

E seco tratta a piè d'un'elce ombrosa

Despina, dice: In poco d'ora spenta

Sarà quest'alma altera e disdegnosa,

Purchè tu finga e mostri che altre volte

Amor ti diè per lui ferite molte.

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Ricciardo egli s'appella, e tu talora

Per nome il chiama, e inventa ciò che vuoi;

Che il vero amante crede il falso ancora.

Ride Despina, ed, I consigli tuoi

Vado, mia cara, a porre in opra or ora,

Soggiunge; e a lui tornata che fu poi,

Dice: Ricciardo mio, lo sdegno ammorza:

Non mi occulto per genio, ma per forza.

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Il Ricciardetto, vol. II · 第 6 / 18 段