Qui l'amare è negato alle zitelle,

Che amar solo si possono fra loro;

E triste molto e sventurate quelle

Che d'alcun giovinetto prese fôro.

Nulladimeno le benigne stelle

Ci han riguardato con influsso d'oro,

Che ti ha fatto scoprire il nostro amore

A Lirina, che ha meco e mente e core.

25

Però nosco ne vieni alla lontana;

E quando il Sole attufferassi in mare,

Tu ti sofferma a piè della fontana,

Che chiara e bella nel gran prato appare

Presso all'ampia magione e sovrumana,

Dove tu mi vedrai stasera entrare.

Quivi solo m'attendi, e il tuo destriero

Lascia nel bosco in mano allo scudiero:

26

E ti sovvenga che le dure maglie,

E il forte scudo, e l'acciar che ti copre,

Poco atti sono alle nostre battaglie.

E qui si tace, e il volto suo ricopre

Un bel rossor; nè mai per secche paglie

Foco s'accese, come agli occhi scopre

Ricciardo il grande incendio che il divora:

Cotanto l'amor suo crebbe in quell'ora.

27

E prega il Sole che presto tramonti,

E si lamenta assai di sua tardanza.

O miser, se ti fosser noti e conti

Gl'inganni, e come a' danni tuoi s'avanza

Affanno e morte, o almeno onte ed affronti,

Avresti in ira la bella sembianza

Di lei, che per incanto or t'odia a morte,

E ti prepara al piè ceppi e ritorte.

28

Ma pur troppo cominciano a cadere

L'ombre da' monti; e pur troppo si vede

Il palazzo fatale, e a schiere a schiere

Già le donzelle in lui pongono il piede.

Vel pon Despina ancora, e le sue nere

Luci volge a Ricciardo, e or entra, or riede,

E più cenni gli fa che si ricordi

De' fermati fra lor patti ed accordi.

29

S'inselva Ricciardetto, e si discioglie

L'elmo, e pon mano ancora a scior l'usbergo;

Quando a por freno alle sue stolte voglie

Lo sgrida il nano che gli stava a tergo,

E gli dice: Così da te s'accoglie

Lo mio parlar, che di prudenza aspergo?

Così d'una donzella i finti vezzi,

Miser, tu fuggi, e così tu disprezzi?

30

Non tel dissi pur ora? e non vedesti

Con gli occhi proprj che la tua Despina

Ha spento il foco che in essa accendesti?

E che sol vaga della tua ruina

Mostra d'amarti con finti pretesti,

Come a lei detta la cruda Lirina?

E tu le parli appena e la saluti,

Che di pensier 'n un subito ti muti?

31

Non ti rimembra che il primo precetto

Ch'io ti diedi, fu quello di star saldo

Sopra il destriero; e che l'acciajo eletto

Che ti ricopre, e fàtti andar sì baldo,

Non dovessi lasciar, che tristo effetto

N'avresti visto? Or l'amoroso caldo

Ti ha tratto così fuora di te stesso,

Che vuoi il cavallo, e lasciar l'armi appresso?

32

La tua donna ti avvisa che meschino

È l'uomo amante e la donzella amata;

E poi ti vuole e ti brama vicino,

Solo ed a piè, con la man disarmata?

E non comprendi ancor questo latino?

Deh, Ricciardetto mio, deh meglio guata

A quel gran mal che la corteccia or copre,

Prima che indarno tu il comprenda all'opre.

33

Ricciardetto sogghigna e non risponde;

Ma pieno di desìo, vuoto di tema,

Va pettinando le sue chiome bionde,

Ed or divampa, ora agghiacciato trema;

E guarda spesso di mezzo alle fronde

Del verde prato in su la sponda estrema,

Dov'è il palazzo, se vede per sorte

Aprirsi alcuna delle tante porte.

34

Malagigi ripiglia sua figura,

Poichè lo vede in male oprar sì fermo,

Nè seco usar dolcezza più si cura;

Ma come fassi a furïoso infermo

Dal fisico perito che lo cura,

Con fronte corrugata e volto fermo

Lo guarda e grida; Già che non ti cale

Vita, nè fama, nè gloria immortale;

35

E risoluto sei che qui ti copra,

Giovin meschino, un vergognoso obblìo.

Vanne alla fonte, ove avverrà che all'opra

Stimerai troppo vero il detto mio;

E lei che del tuo cor s'asside or sopra,

E che sospiri con tanto desìo,

Teco dell'empie Belidi sorelle

Vedrai fatta una, e assai peggior di quelle.

36

E quando avvenga per maggior tuo danno

Che in vita ella ti serbi, ogni speranza

Perdi di libertà; chè pien d'affanno

Vivrai tra ceppi in tenebrosa stanza;

Laddove, se tu schivi questo inganno

Col non andarvi, o col mostrar costanza,

Sta pur sicuro, disfarai l'incanto

In poco tempo, e avrai Despina accanto.

37

La virtù, figliuol mio, poggia su l'erto,

E non vi giunge chi non suda e gela.

Ella poi dona ampia mercede al merto,

E sue bellezze da vicin gli svela

Più luminose assai d'un cielo aperto.

Ma chi della salita si querela,

E guarda il monte, e si stende sul piano,

Può dir ch'egli ebbe ed alma e mente in vano.

38

Ricciardo nell'udire un tal parlare,

Come talor nel cielo nubiloso

Fra nube e nube alcun sereno appare,

Così della ragione un luminoso

Lampo lo fa da capo a piè tremare;

E meno acceso e meno coraggioso

Dice: Cugino mio, tu narri il vero;

Ma sono amante, e più dirti non chero.

39

E Malagigi allora: In me confida,

E coteste rivesti armi lucenti.

Io farò sì che una larva s'uccida

Dalla tua donna, e noi sarem presenti;

Chè una leggiera nuvoletta fida

Involeracci agli occhi delle genti.

Ciò detto, ei comparir fa d'improvviso

Un che tutto è Ricciardo ai moti, al viso;

40

Qual se ne va diritto alla fontana:

Essi non visti appresso a lui sen vanno.

Nè guari andò che la donna inumana,

Ma cruda sol per lo bevuto inganno,

Lieta, vezzosa e fuor dell'uso umana

Apparve, avvolta in un purpureo panno;

Ch'ivi la luna tanto risplendeva,

Che al par del giorno e più vi si vedeva.

41

E giunta appena in su l'erbose sponde

Della fontana, che Ricciardo chiama,

E il finto e il vero ad un tempo risponde.

Ella gli chiede se di cor più l'ama;

Perchè saldate crede le profonde

Antiche piaghe, onde ne sta sì grama.

Risponde il finto: Son le stesse. E il vero

Vi aggiunge: Or son maggiori, e han duol più fiero.

42

E in questo dire in sul collo di neve

Della bella fanciulla l'ombra vana

Getta le braccia; e vero assenzio beve

Ricciardo, l'opra lui parve sì strana.

Ma gelosìa fuggissi in tempo breve;

Chè la scaltra donzella aspra, inumana,

Prima nel collo e poi nel petto spinse

Dell'ombra il ferro, e al parer suo l'estinse.

43

Indi la testa gli recide, e corre

Verso il palazzo, e va gridando: Aprite.

Ogni uscio s'apre, ogni finestra; e accorre

Lirina, e seco femmine infinite,

Che la vogliono tutte in mezzo porre;

Ma rimasero a un tratto sbalordite,

E rientrâr nel palazzo in un istante

Afflitte, mute, e col piede tremante:

44

Chè volendo mostrar l'inferocita

Despina il tronco capo del garzone,

Mostrò di paglia ed alga inaridita

Un ammasso su tal proporzïone;

Di che sentinne una doglia infinita.

Lirina spaventata, e con ragione,

D'Origlia sua ricorre a' scartafacci,

Per veder ciò che quel mostro minacci.

45

Ma lasciamola pur che scartabelli

Nel segreto scrittoio a suo piacere,

E torniamo a Ricciardo, che i capelli

Ha ritti sì, che gli alzano il cimiere:

Non per timore, chè non è di quelli

In cui mostri viltade il suo potere;

Ma per l'inganno e il tradimento strano

Che fe' Despina sua di propria mano.

46

E disse a Malagigi: In fede mia,

Ho fatto bene a non fare a mio modo;

Ma credi tu che quell'opra sì ria

Ell'abbia fatto per forza di brodo,

O d'altro beveraggio che si sia,

Per cui fu sciolto l'amoroso nodo,

Con cui meco si strinse, e fu sconvolta

La sua memoria, ed in fumo disciolta?

47

E Malagigi a lui: L'incantamento

Le feo far quello che far le vedesti.

Però sèguita pure a stare attento,

Nè per casi terribili e funesti,

Nè per casi di lieto avvenimento

Muta consiglio mai, finchè non resti

Vincitor dell'impresa, ch'è più dura

Di quello ancor che altrui non si figura.

48

Mentre così favellan fra lor due,

Odon pel bosco gente che cammina,

E mostra quasi non poterne piùe.

Ricciardo verso loro s'avvicina,

Già rivestite le bell'armi sue;

Nella figura pristina piccina

Malagigi lo segue, e in pochi istanti

Raggiungono gli stracchi vïandanti.

49

Splendea la luna, è ver, splendean le stelle,

E pioveva da lor luce sì grande,

Che forse con le tante sue facelle

In minor copia il biondo Sol ne spande;

E le famose risplendenti e belle

Armi de' due guerrieri memorande

Cresceano il lume: eppur con tutto questo

A niun di lor fu l'altro manifesto.

50

Onde disse Ricciardo: Il nome vostro

Datemi, o meco a pugnar v'accingete.

Orlandino rispose: L'uso nostro

È di tacerlo; e se tu pur n'hai sete,

Aspetta, chè non siam frati di chiostro,

Che ti saprem cambiare le monete.

Ma tu devi esser qualche uomo poltrone,

Che i cavalieri a piè sfidi in arcione.

51

Di Ricciardetto al naso la mostarda

Venne sì acuta, che la lancia impugna,

E grida: Vili, canaglia bastarda,

E gente da pestarsi con le pugna;

Sì poco alle parole si riguarda?

Ma se avviene che con questa vi giugna,

Vi vo' infilare a foggia di ranocchi,

E lasciarvi per pasto degli allocchi.

52

Erano stanchi i due bravi cugini;

Ma come quando si torna da caccia,

Che i cani sono sì lassi e tapini,

Che alcuno per la via se ne accovaccia;

Pure, se avvien da' cespugli vicini

Che scappi un lepre, a seguitar sua traccia

Si pongon tutti con sì forte lena,

Che par ch'escano allor dalla catena;

53

Così lo sdegno e la subita rabbia

Le forze ravvivâr de' giovinetti,

Siccome il vento suole alzar la sabbia,

E spingerla da terra sopra i tetti.

Onde senza più movere le labbia,

Traggon fuora le spade, e chiusi e stretti

Ne' loro scudi aspettan che Ricciardo

Venga sopra essi, e venga pur gagliardo.

54

E venne egli di fatto, e in guisa venne

Con quella lancia sua nuova di zecca,

Che rotte avrìa le querce come penne:

Ma su quell'armi, che la Morte secca

Diè loro, il fin bramato non ottenne;

Che sì lo scudo il gran colpo rimbecca,

Che mancò poco che al ripicco strano

Non gli scappasse la lancia di mano.

55

Ricciardo resta attonito e stordito,

Chè simil caso mai non gli successe.

E Rinalduccio giovinetto ardito

Lo picca, e dice che quindici Messe

Gli vuol far dire, all'altar di San Vito,

A cui non so che papa avea concesse

Molte indulgenze all'anime purganti,

Dopo che sel sarà tolto davanti:

56

Ed Orlandino suo prega che voglia

Lasciarlo solo a quella lieve impresa.

Ricciardo nel suo cuor molto s'imbroglia,

E di far pensa dal caval discesa;

Chè assai crede d'onor che se gli toglia,

Se ancor finisce bene la contesa;

Chè troppo chiaro il suo vantaggio vede

Combattendo a cavallo, e quelli a piede.

57

Il nano che s'accorge dell'intoppo,

Si pone in mezzo, e dice: Cavalieri,

Noi siamo in terra scellerata troppo,

Dove il guardarci insieme fa mestieri,

Non disertarci. E lor disse in un groppo,

Perchè non può discender dal destrieri

Il campion che vi siede, e tutto il resto;

E fecero la pace, udito questo.

58

E fu tanto il piacere e l'allegrezza

Di ritrovarsi insieme in tempo tale,

Che si scordaro i due di lor stanchezza;

E Ricciardo non n'ebbe un'altra eguale,

Com'egli disse poscia in sua vecchiezza,

Narrando a' figli suoi quel dì fatale.

Ma mentre essi si danno mille abbracci,

Esce Lirina fuor co' scartafacci:

59

E sciolta i biondi crini, in gonna corta,

Nuda il bel piede, corre alla fontana,

E con la verga che in mano ella porta,

Fa un cerchio in terra, ed un nell'aria vana:

Ed ogni stella e la luna s'ammorta,

Ed atra nube pel cielo si spiana,

E giù tramanda in spaventevol foggia

Di grandine grossissima una pioggia.

60

Chi ha veduto giuocare al pallon grosso,

Può dir d'aver veduta la tempesta

Che a' forti cavalier cadeva addosso:

Perchè la grandin che lor dava in testa,

Era rispinta in alto a più non posso,

Talchè per loro fu cosa di festa.

Sol Malagigi avrìa pericolato;

Ma sotto del caval stette celato.

61

Finita la terribile procella,

Che stritolò le querce e gli alti faggi,

Ma il buon Ricciardo non mosse di sella,

E agli altri due non potè fare oltraggi,

Ecco che il cielo di nuovo s'abbella,

E si veggon del Sole i chiari raggi,

E venir loro incontro con gran fretta

Una leggiadra e lieta giovinetta;

62

La quale a nome della bella Argea

E di Corese saluta piangendo

I due pedoni; e in sostanza chiedea

Da loro ajuto nel periglio orrendo

Di vita, in cui ponevale la rea

Donna che quivi ha l'impero tremendo:

E se l'ajuto non veniva presto,

L'avrìa tratte di vita un vil capresto.

63

Ad una voce gridano ambidue:

Eccoci pronti. Ed ella: Vi conviene

Entrare in una grotta, e calar giùe,

Dov'esse stanno avvinte tra catene.

Ed essi: Andiamo, e non si tardi piùe

A trar le nostre consorti di pene.

Ricciardo li sconsiglia, e ancora il nano;

Ma gettan tutti le parole in vano.

64

Ella va innanzi, e quei le vanno appresso;

Entran nel prato, e vicino alla fonte

Si ferma a piede d'un alto cipresso:

Ed ecco (dice con dimessa fronte)

Lo speco, ove il miglior del nostro sesso

Fatto è bersaglio di disprezzi e d'onte.

Orlandino in un tratto vi si getta;

L'altro lo segue a modo di saetta.

65

Sonosi appena in lui precipitati,

Che si riserra il diviso terreno;

E la fanciulla per i verdi prati

Se ne dilegua via come baleno.

In vedere sì male capitati

Ricciardo i due garzoni, venne meno;

E rïavuto pianse amaramente

L'inopinato misero accidente.

66

Quando un dragone d'immensa figura

Si vede in faccia, e da man destra un toro,

E alla sinistra di strana misura

Un gigantaccio ignudo, ispido e moro;

Di dietro una voragine sì oscura,

Che a sol pensarvi d'affanno mi muoro.

L'aria s'oscura, e quelle orride furie

Gli vanno addosso a un tempo a fargli ingiurie.

67

Con le zampe davanti il buon destriero

Lo difende dal drago, e con la spada,

Ch'ei gira a tondo veloce e leggiero,

Si difende dagli altri, e fassi strada

Per dilungarsi da quel pozzo nero,

Dove, misero lui, s'avvien che cada;

Quando per l'aria battendo le penne

Un strano augello addosso a lui pervenne.

68

Sì grosso egli era, e avea sì lunghi artigli,

Che un elefante avrìa portato in alto,

Come portano l'aquile i conigli.

Ricciardo, ancorchè avesse il cor di smalto,

E si ridesse di tutt'i perigli,

Qui gli diede il timore un po' d'assalto;

E Malagigi misero ed afflitto

Stava sotto il cavallo, e stava zitto;

69

E fece mille prove e mille incanti

Per disparire con Ricciardo insieme;

Ma i diavoletti suoi sono birbanti,

E con forti scongiuri in van li preme:

Perchè a farsi ubbidir non son bastanti;

Chè il demonio del loco non lo teme,

Il quale ha maggior forza; onde il meschino

Sta sempre lagrimando e a capo chino.

70

Ed ecco che ad un tratto in sul cimiero

Un artiglio egli stende, e l'altro caccia

Sopra del collo al nobile destriero,

E su li tira; e lieto della caccia

Rota per l'aria libero e leggiero,

E gettarlo nel pozzo ognor minaccia:

Ricciardo impugna la possente lancia,

E glie la ficca in mezzo della pancia.

71

Un miglio buono alzato in alto s'era,

Quando sentissi dentro le budella,

E passar oltre in misera maniera

L'asta fatal, che omai la coratella

Gli passa, e già gli dà l'ultima sera;

E tanto egli è il dolor che lo martella,

Che lascia il cavalier, lascia il ronzino,

Il quale cade al gran pozzo vicino.

72

Ma l'uccellaccio morto veramente

Vi cadde in mezzo; e al suo cader si chiuse

Il vano orrendo, e il drago immantenente

Disparve, ed il gigante si confuse.

Or qui ti prego, Apollo, caldamente,

E teco prego il coro delle Muse,

Che mi diate conforto e diate forza,

Perchè l'opra più cresce e si rinforza.

73

Visto Lirina il caso disperato,

Torna a tentar di nuovo la sua sorte;

E vedendolo tanto innamorato

Di Despina promessagli in consorte,

La fa venire sopra il verde prato,

E comanda ad un mostro che la porte

Avanti a Ricciardetto, e fugga via,

Acciò ch'egli la séguiti per via.

74

Il mostro in braccio se la prende, e passa

Davanti a Ricciardetto, il quale appena

L'ha vista, che la lancia a un tratto abbassa,

E il segue col destrier con molta lena,

Che gl'intricati rami apre e fracassa.

Ma vada pure. Or se dolore e pena,

Donne, vi prese dal caso crudele

Di quella coppia di sposi fedele;

75

Deh non v'incresca che a cercar di loro

Io rivolga il mio canto, perchè almeno

Saprem qual fine egli ebbe il lor martoro.

Ma fate pur il bel viso sereno,

Ch'essi stan bene, e stanno in mezzo a un coro

Di donzellette su verde terreno;

Mangian del buono, e bevon del migliore,

E si ridon del vostro e mio dolore.

76

Chè quella grotta e quel gran precipizio

Non era cosa vera, ma apparente,

Atta però a ingannar nostro giudizio,

Ed in questo il demonio è assai valente;

Ma le donzelle e il fortunato ospizio

Fantastico non era certamente.

Quivi Lirina chiudere facea

I cavalier che uccider non potea;

77

Ed in una nefanda capponaja

Li tratteneva, acciò si fesser grassi.

V'eran strumenti musici a migliaja,

E vi dormivan come ghiri e tassi.

V'era fino del vin di Germinaja,

Di che in terra il miglior certo non dassi;

E v'era il Faraon, v'era il San Pavolo,

Che a' Pistojesi avea rubato il diavolo.

78

Perchè dal vino e da lussuria oppressi

Non alzasser la mente a belle imprese,

Ma scordati del tutto di sè stessi,

Con l'alme a terra piegate e distese,

E co' pensieri tarpati e dimessi

Vivesser come bestie al ventre intese,

Ed a null'altro; e in sì sporca maniera

Passasser la lor vita e giorno e sera.

79

Orlandino non più pensa ad Argea,

Nè Nalduccio a Corese; anzi d'accordo

D'esser senza consorte ognun dicea.

Ma tacciasi oramai d'un così lordo

Ostello, e d'una vita tanto rea;

Perchè troppo flagello e troppo io mordo

I garzon che a mal far voglia non mosse,

Ma il senno per incanto a lor guastosse.

80

Tempo verrà che di nobil rossore

Ne saran tinti, e n'averanno affanno;

E riscaldati da desìo d'onore

La perduta lor fama accresceranno.

Così casca talora il corridore

Per non suo fallo, e si rammenda il danno;

Chè l'animo gentil, sebbene intoppa

Alcuna volta, non però si azzoppa.

81

Questo bordello e queste cose strane,

Di cui la selva è piena tutta quanta,

M'hanno fatto scordar delle lontane

Armi e di Carlo mio. Ma pur, se tanta

Grazia averò di giungere a domane,

Non lascerollo: sebben canta canta,

Mi scaldo assai, e guastomi il cervello,

E m'esce poi di mente e questo e quello.

82

Però, se voi mi amate, come spero,

Mi dovete soffrir nel modo stesso

Ch'uom soffriamo per troppi anni leggiero,

Che or principia un racconto, e quello smesso,

Altro ne prende, e smarrisce il sentiero:

Chè il vecchio parla assai, nè corre appresso

Della lingua, veloce com'ei vuole,

La memoria, e van sole le parole.

83

Onde s'è breve il canto questa volta,

Non vi rincresca; che s'io resto in vita,

Ne averete de' lunghi; perchè molta

È la materia, ed anzi ella è infinita:

Ed avanti ch'io l'abbia ben raccolta,

Ben collocata e meglio digerita,

Talchè si possa dir: Noi siamo al fine,

Quante dovran passare estati e brine?

CANTO VIGESIMOSECONDO

ARGOMENTO

_Dopo molta fatica e guerra molta_

_Torna Despina all'amorose brame._

_Lirina maga, per lo sdegno stolta,_

_Fa i duo minor cugin cascar di fame._

_È rubata Despina un'altra volta_

_Per l'empie insidie del vecchiaccio infame;_

_Ma a Dio piacendo ne successe bene,_

_Perchè i compagni liberò di pene._

1

Sempre ho creduto, e or più mi ci confermo,

Che fare a modo suo spesso è ben fatto.

Così vediamo risanar l'infermo

Che medico non volle a verun patto.

Perchè sebben ne' dubbj è un forte schermo

Un buon consiglio a prenderlo in astratto,

Però di molte volte accader suole

Che del preso consiglio un poi si duole.

2

Perchè bisogna secondar sovente

Certi impeti improvvisi di natura;

Ch'essi son quei che presi prontamente

Ci fanno avventurosi a dirittura.

Ma se uno è punto punto negligente

Nell'eseguirli, addio buona ventura;

Nè per molto che poi le corra appresso,

Di ritrovarla mai gli fia concesso.

3

E questo tanto più far ci conviene,

Quanto che la natura, che benigna

Ne' mali nostri ci aita e sovviene,

Quando si tratta di cosa maligna,

Ci sparge un non so che dentro le vene,

Che par che ci rigetti e ci respigna

Dall'abbracciarla: s'è cosa gradita,

In mille guise ad averla c'invita.

4

E di qui nascon quelle voci pazze:

Beato me se avessi fatto e detto!

Che s'odon tutto il giorno per le piazze.

Per questo io lodo molto Ricciardetto,

E tutti quei che son di tali razze:

Vo' dire c'hanno un simile intelletto,

Che senza porla molto in sul lïuto,

Fan quel che in capo a un tratto è lor venuto.

5

Se vi sovviene, il diavol maledetto

In figura terribile e feroce

Passò davanti al nostro Ricciardetto

Con la sua donna in collo, che a gran voce

Chiamava aita, e si batteva il petto;

Onde a seguirla si mise veloce;

Nè ascolta Malagigi, e non lo cura,

Vago d'uscire d'una tal ventura.

6

Il destrier di Ricciardo era sì fatto,

Che avrìa passato il cervo e il caprïolo,

Anzi che il corso suo per nïun patto

Vinto sarìa dall'aquilino volo;

Lo stesso vento avuto avrìa dicatto,

Ch'ei l'avanzasse a poco spazio solo:

In somma egli correva forte tanto,

Che il diavol sempre sel vedeva accanto.

7

Or mentre così volan questi due,

Giungono in mezzo ad un'ampia pianura,

Ove fingendo non poterne piùe,

Si ferma quell'orribile figura,

E dice a Ricciardetto: Odimi tue:

Io non ti fuggo mica per paura,

Ma per comando del mio sommo sire;

E tristo te, se ancor mi vuoi seguire.

8

Perchè costei non m'uscirà di mano

Per modo alcuno; e tu pazzo ben sei,

Se tanto speri. Eh io non pugno invano,

Riprese Ricciardetto; e se gli Dei

Vorran ch'io muoja in questo aperto piano

Senza ch'io possa ricovrar costei,

Per sì bella cagion muojo contento:

Sol che resti in man tua, mi dà tormento.

9

Ciò detto, impugna la sua lancia d'oro,

E contra il mostro orribile si caccia.

Ma quei che ha di tristizia ampio tesoro,

Prende Despina sotto ambe le braccia;

E come in Vaticano con decoro

Un canonico suol mostrar la faccia

Del Nazzareno ne' giorni più santi,

Così Despina ei si teneva avanti.

10

Ove drizza la lancia Ricciardetto,

In quel verso Despina egli rivolta;

Sicchè deluso il forte giovinetto

Per l'ira è quasi presso a dar la volta:

Ch'ei vede ben che aver non puote effetto

La sua vendetta; chè difesa molta

Fa al brutto mostro la bella fanciulla,

E ch'ei per sua cagion non può far nulla.

11

Salta talora subito e leggiero

Per ferirlo ne' fianchi o nelle reni;

Ma della donna il volto lusinghiero

Trova per tutto, e fa che il colpo affreni.

Pensa ei talor, se fantastico o vero

Sia quel bel corpo e quegli occhi sereni;

Ma comunque si sia poi, non gli basta

L'animo di ferirla, e abbassa l'asta.

12

Solo l'accorto e nobile cavallo

Offende il mostro, e non fere Despina;

Che co' piedi davanti senza fallo

Diserta le sue zampe, anzi rovina.

Grandi ugne egli ci aveva, e antico callo

Per ripararle da gelo e da brina,

Ma non dalle terribili zampate

Di quel destriero fatto dalle Fate.

13

Or mentre in questa guisa se ne stanno,

Ecco venire per l'ampia pianura

Gran serpe, che a vederlo mette affanno.

Come un toro grosso è nella cintura,

E lungo un miglio, se pur non m'inganno;

Chè ingrandisce le cose la paura.

La testa è poco meno d'una botte,

E getta fuoco di giorno e di notte.

14

Vicino al cavaliero un trar di mano

Mezza si rizza, e un campanil rassembra.

Indi si lancia in modo acerbo e strano

Verso di lui; e triste le sue membra,

Se non andava il suo desire in vano

Mercè il cavallo, che, se vi rimembra,

Sapea far tutto, e lo poteva fare,

Onde potè quella serpe burlare;

15

La quale non potendosi tenere,

Si discostò dal cavaliero assai.

Pur con la coda, in cui tanto potere

Aveva che non può pensarsi mai,

Cinse in modo il cavallo e il cavaliere,

Che mise entrambo negli ultimi guai.

Ma la fortuna, di Ricciardo amica,

Il braccio destro a tempo gli districa;

16

E con esso impugnata la famosa

Spada che tutto rompe e tutto fende,

La serpentina fascia aspra e scagliosa

Col resto ancide, e libero si rende:

Non altrimenti che tagliar festosa

Suole la plebe nelle sue merende

Il dì di San Lorenzo a casa mia

Que' gran cocomeroni per la via.

17

Ma in quella guisa che vediam ripieno

Il ventre de' mosconi di vermetti,

Così del serpe dal reciso seno

Usciron più migliaja di serpetti,

Sottili in prima come giunchi o fieno;

Ma sì crebbero in breve e fur perfetti,

Che crescon meno all'agostina piova

Le botticelle uscite allor dell'uova.

18

Di teste e colli d'orridi serpenti

Ondeggia tutto quanto il largo prato,

Come di giugno a' zeffiri clementi

Si muove il grano tra verde e seccato.

I fischi strani e l'aspre fiamme ardenti,

Che gettavan le ree per ogni lato,

Recavano alla vista ed all'udito

Uno spavento, un affanno infinito.

19

Queste d'intorno al forte cavaliere

Si van mettendo a foggia di palizzo,

D'onde uscire non abbia ei più potere.

Ma mentre ognuna pensa allo stravizzo

Che spera far di lui e del destriere,

Egli al cavallo, ch'era saltarizzo,

Feo far tal salto, che uscì fuor del cerchio;

Ma non vi fu già punto di soverchio;

20

E fattolo fuggire, anzi volare,

In poco tempo uscì del prato fuora.

Il giorno intanto comincia a mancare,

E qua parte del monte si scolora,

E là del piano; e già rosseggia il mare,

E poi si sbianca, e s'annerisce ancora

Col resto delle cose; e in tempo breve

A lui si toglie il Sole, altri il riceve.

21

Il cavallo non mangia; chè si pasce

D'aria, e v'ingrassa come il porco a ghiande.

Ma Ricciardo si trova in dure ambasce,

Mercè la fame tormentosa e grande;

E nulla cosa entro quel bosco nasce

Da farne benchè misere vivande;

Onde molto s'affanna e si dispera,

E crede di morire in quella sera.

22

Il Ricciardetto, vol. II · 第 7 / 18 段