Ed un quarto di miglio appena han fatto,
Che veggon camminarsi avanti un pino,
E sopra il pino miagolava un gatto
Che avea la pancia grossa come un tino.
Disse Orlandino tutto stupefatto:
Che domin mai di strana cosa è questa?
Volan le donne, e corre la foresta.
97
E senz'altro cominciano ambidue
Con le spade a percuotere la pianta;
E tosto il gatto se ne salta giùe,
E sopra l'elmo d'Orlandin si pianta,
E tra lor fanno a chi ne puote piùe:
Chè il gatto l'elmo con l'ugne gli agguanta
Per disarmarlo; ed ei gli stringe il collo
Per istrozzarlo, come fassi a un pollo.
98
Nalduccio con la lancia il gatto investe,
E te lo passa a un colpo banda banda:
Quel cade al suolo, e tosto si riveste
D'altra figura strana ed ammiranda.
Drago diventa, che dall'ampie creste
Un mongibello di fuoco tramanda;
E il pino scuote il suo fronzuto crine,
E di bronzo su lor piove sue pine.
99
E come i lanzi, per tener lontano
Il popol, van battendo la labarda
Su' piedi dell'attonito villano,
Che attento il papa e i cardinali guarda;
Così quel pino anch'esso in modo umano
Di dar su' piedi ai paladin non tarda.
Si guardano i meschini; ma son troppi
Gli avversarj ad un tempo e gli aspri intoppi:
100
Chè di qua il drago, e il pin di là li batte,
E di sopra la grandine pesante:
Ma non però la virtù lor s'abbatte;
Chè sanno l'arme loro esser bastante
Contro ogni forza, e che saranno intatte
Le lor persone, se avesser davante
La stessa Morte. Onde, fatti sicuri,
Dan colpi con le spade, acerbi e duri.
101
Ed ecco il pino che si capovolge;
I rami si fan lago, ed ogni pina
Vaga barchetta, che una ninfa volge,
Come ella vuol, per l'onda cristallina:
Si piega il fusto in giro e si ravvolge,
Ed ancor esso per l'onda cammina.
Vi seggon sopra i giovinetti umani,
E son portati via da venti strani.
102
E appena appena quelli son partiti,
Che sopra il lago Ricciardetto arriva;
E i zeffiretti placidi e graditi
Spingon le ninfe con le barche a riva.
Non vi so dire i bei modi e compiti
Che avea ciascuna, bella come diva.
Ma lasciam le barchette e le donzelle;
Ch'egli è già sera, e già vedo le stelle.
CANTO VIGESIMO
ARGOMENTO
_Ricciardo e Malagigi alla ventura_ _Sen van per entro il regno delle
donne._ _Al morto Astolfo dando sepoltura,_ _Canta il buon Ferraù
l'eleisonne._ _Ei dal convento una monaca fura;_ _Onde sì guasto
all'altro mondo andonne;_ _Chè mentre in agonia col diavol giostra,_
_Le recise anguinaglie uno gli mostra._
1
Il diavol, donne mie, può far gran cose:
Basta solo che Dio lo lasci fare.
Però non siate punto dubitose
Di ciò che udiste ed udrete cantare
Dell'opere di lui maravigliose;
Chè sebbene il tristaccio non appare,
E su le Fate si versa la broda,
Ei però vi pon sempre e corna e coda.
2
So ben che ci son molti, come voi,
Che credono romanzi e favolette
Le cose delle Fate; ma son buoi,
Nè sanno che il demonio non perdette
In uno con la grazia i pregi suoi,
E le virtù che Dio gli concedette,
Le quali tante sono, che potría
Guastare il mondo in un'Avemmaria.
3
E poi le Sacre Carte non son piene
Di maghi e streghe, e cose somiglianti?
E in chiesa l'acqua santa a che si tiene?
E a che si fanno tanti preghi e tanti
Su le campane? Perchè suonin bene,
E la fune e il battaglio non si schianti?
Si fanno solo per guastar con esse
Le traversìe che il diavol ci facesse.
4
Mi spiace che non ho tempo abbastanza;
Chè l'incantata selva a sè mi chiama,
E Ricciardetto, che leggiadra stanza
Have sul lido, ed altro più non brama;
Che vorrei trarvi fuora d'ignoranza.
Ma tanto è chiaro che il pesce ha la squama,
La lepre il pelo, e i melloni la state,
Quanto egli è vero che si dan le Fate.
5
Si dan pur troppo; e così fosse spento
Il seme loro, come ancora è vivo.
Ricciardo dunque se ne stava attento,
Mirando il volto ed il petto lascivo
Delle donzelle, e il vago portamento
Che sopra ogni credenza era festivo;
Quando ciascuna esce da' legni sui,
E si ferma ridendo avanti a lui.
6
Il buon Ricciardo in compagnìa sì grata
Or questa ninfa, or quell'altra rimira;
E gli sembra ciascuna sì garbata,
Ch'arde per tutte, e per tutte sospira.
Quando una la più scaltra fiso il guata
Alcuno spazio, e poi prende la lira;
E dopo cento ricercate e cento
Cantò, che parve cosa di portento;
7
E disse: Cavalier, non ti rincresca
Spogliarti di quest'armi, e starti nosco;
Chè amor di gloria i semplicetti adesca,
Che bevon fele ne' verd'anni e tosco.
Soffrendo aspro digiuno per lieve esca,
E fame e sete all'aer chiaro e fosco,
Solo perchè di lor, quando son morti,
Resti fama tra noi d'illustri e forti.
8
Il fiero Marte e la crudel sua suora
Son l'affanno del mondo e la ruina;
E sol si gode infra i mortali allora,
Che quegli tace, e questa si tapina
Per l'ozio che la guasta e la divora.
Avventuroso quei cui sua regina
È l'alma Pace, dal cui sen fecondo
Tutto deriva ciò che abbella il mondo!
9
O delle Grazie e di Venere amica,
Diletta Pace, a noi data da Giove
Perchè biondeggi su' campi la spica,
Onde l'uom si rinfranchi e si rinnove,
Da sè scacciando la fame nemica;
Deh fa che costui veggia a mille prove,
Quanto il mestier dell'armi si disdice
A chi vita desìa lieta e felice.
10
Mostra a questo ingannato giovinetto
Le tue bellezze, il biondo crin ricciuto
Da verde ulivo circondato e stretto,
E il volto che disprezza ogni altro ajuto,
Per esser bello cotanto e perfetto;
E fagli udire il dolce suono arguto
Degli angelici tuoi soavi accenti,
Da volgere in piacere anche i tormenti.
11
E se la tua beltà non lo riscalda,
Nè lo sanno addolcir le tue parole,
Fagli vedere la guerra ribalda,
Che d'atro sangue tutta quanta cole:
Che alla stagion gelata ed alla calda
Spinge la turba che l'adora e cole;
E a cui le trombe e i timpani feroci
Servon di cetre e di soavi voci.
12
E mentre ella sì canta, ecco ad un tratto
Che gli son sopra tutte le donzelle
Per disarmarlo; e ben l'avrebber fatto,
Se il suo destriero non temea di quelle:
Perchè da quel romore sopraffatto,
Fe' lor co' calci rimirar le stelle;
Per modo che ciascuna in fretta in fretta
Si ridusse fuggendo alla barchetta.
13
E contro il cavalier prendon tant'ira,
Che l'avrebber voluto fare in brani.
Così vediamo, se ben si ritira
Da toro o da cinghial turba di cani,
Che il corno o il dente furibondo gira,
Che per poco da lui stanno lontani,
Ma ritornan più fieri e più possenti
A lacerarlo con gli acuti denti.
14
Così ciascuna d'esse una saetta
Prende, ed incurva il suo bell'arco d'oro;
E nell'esser la prima ognuna ha fretta
A far nel bel Ricciardo il reo lavoro;
E la pioggia di strali maladetta
Tutto il coperse, e non gli fece un foro;
Ch'eran quell'armi così ben temprate,
Che un fulmine nè pur le avrìa spezzate.
15
A cotal vista spalancaron gli occhi
Attonite le ninfe, e immantinente
Saltâr nell'acqua a guisa di ranocchi
Ch'abbiano udito strepito di gente.
Fa Ricciardetto entrar fino a' ginocchi
Il suo caval nell'onda rilucente;
Poi più s'inoltra, e dassi al nuoto, e spera
Di giunger presto all'opposta riviera.
16
Ma come quando fassi a becca l'uovo,
Che sta il villano con la bocca aperta
Per trangugiarlo, e l'infiammato rovo
In quel mentre l'arriva e lo diserta,
Talchè egli fugge qual lepre dal covo;
Così Ricciardo allor, che si tien certa
La ripa, e già il destrier quasi la tocca,
E foco e fiamma dalla ripa sbocca.
17
Onde ritorna spaventato al nuoto
Il cavallo, e Ricciardo in altro lato
Lo spinge; e quei, che non è tardo al moto,
In un momento v'è quasi arrivato,
Talchè tocca la sabbia e il lito ignoto:
Ma sorge un vento così infurïato,
Che lo ributta indietro, e lo rimanda
Poco men che del lago all'altra banda.
18
Non però si spaventa il giovin fiero,
E tenta nuovo grado e nuova sorte;
Ma sempre gli vien guasto il suo pensiero.
Ond'egli, che temer non sa la morte,
Fascia con drappo gli occhi al suo destriero,
Acciò il timor non lo faccia men forte;
Poi là torna, ove il fuoco e il fumo fitto
Faceano orribil siepe al suo tragitto.
19
E quivi giunto, all'alto incendio in mezzo
Si getta; e stride la fiamma vorace;
Ma lui non tocca, e non riscalda a un pezzo;
Onde tutta si spegne e affatto tace,
E lascia cotal puzza e cotal lezzo,
Che dell'inferno par proprio la brace.
Sbenda Ricciardo il suo destriero, e poscia
Lo punge con lo spron sopra la coscia.
20
E quegli fugge d'un bel colle in cima,
Vaga sede, cred'io, di primavera,
Che dalla somma parte infino all'ima
Tutto quanto di fior vestito egli era;
Ed ogni fiore era di somma stima,
Chè la natura madre e giardiniera
Li produceva insieme e coltivava:
Tanto di que' bei fior si dilettava.
21
Gli anemoni, le rose e le giunchiglie,
E gli odorosi bianchi gelsomini,
Che tra noi son de' fior le maraviglie,
Gloria degli orti, fama de' giardini,
Là detto avresti: Chi li vuol, li piglie:
Ne daresti una soma a due quattrini;
Cotanto ella è de' nostri fior maggiore
La bellezza di quelli e il loro odore.
22
V'era un mughetto (almen mi parve tale)
Alto quanto un cipresso; e campanelli,
Candidi più del latte verginale,
Pendevan tutti in modi così belli,
Che mai vista non fu bellezza eguale.
Stavan sopra essi poi diversi uccelli
Cantando; e quelli mossi poi dal vento
Facean con loro un mirabil concento.
23
Da questo fior chi ha un'oncia di cervello
Può immaginarsi facilmente il resto.
A tal fior dunque lega Ricciardello
Il buon cavallo; ed ei doglioso e mesto
Della sua donna pensa al volto bello,
E fra sè dice: In questo luogo, in questo,
Ove albergan le Grazie, e forse Amore,
Senza Despina io muojo di dolore.
24
Ed oh quanto da lei diviso io sono!
Ed ella forse s'è di me scordata;
Chè donna facilmente in abbandono
Pone il suo amante, quando non lo guata.
Che sebben l'arricchì d'ogni suo dono
Natura, e la formò bella e garbata,
Non l'avrà fatta certo differente
Dall'altre che han volubile la mente.
25
Chè, come io piacqui a lei, così potrìa
Piacerle un altro; e però si dipinge
Amor con l'ali, che viene e va via.
Chè nodo mai sì forte non si stringe,
Che sciolto e rotto a lungo andar non sia;
E la costanza è un nome che si finge
E non si trova, e massime tra quelle
C'hanno la fama di leggiadre e belle.
26
Chè sebbene sprezzò di Serpedonte
Le nozze, e viva andar sotterra volle,
Piuttosto che con esso ornar la fronte
Di regal serto; non pero s'estolle
Sì la mia speme, che il timor sormonte.
Forse allor lo credette iniquo e folle,
E forse le dispiacque e l'ebbe a sdegno,
E fu ancor forse un femminile impegno.
27
Nè si può dir fedele una donzella,
Che non si trovi molto combattuta:
E molto combattuta, qual è quella
Che il novello amator caccia e rifiuta?
Ed una donna, quando è troppo bella,
Dovunque guarda, sempre fa feruta:
Onde a quest'ora avrà mille amatori,
E discacciato me del suo cor fuori.
28
Mentre così fra sè piange e ragiona,
Ecco un vecchio apparir di faccia onesta,
Diritto e maestoso di persona,
Che l'appella per nome, e quasi il desta;
E un non so che nel parlar suo risuona
Di famigliar, che fagli alzar la testa;
E in lui s'affissa, e subito il ravvisa
Per Malagigi al volto, alla divisa.
29
Lettor, non ti so dir quanta allegrezza
Inondò il seno al mesto giovinetto,
Perchè spera da lui aver contezza
Della sua donna che gli scalda il petto:
E glie ne chiese con tanta prestezza,
Che ben fe' chiaro il naturale affetto;
E perch'ei non risponde prestamente,
Si agghiaccia e trema, e fassi egro e languente;
30
E con tremula voce lo richiede
Che dica pur quel che di lei può dire.
Ed egli a lui: La non ti tien più fede,
E ben potresti avanti a lei morire,
Che ne godrebbe; sì in odiarti eccede.
'N una fanciulla ha posto il suo desire;
Quella sol ama, e sol per lei si sente
Pieno d'amore il cor, piena la mente.
31
Disse Ricciardo allor meno affannato:
Se lasciommi per donna, io non mi lagno.
Temeva d'un garzon bello e garbato;
Ma averà fatto un misero guadagno;
Chè val più un uomo guercio ed istroppiato
Avere per marito e per compagno
Ad una donna, che vedersi attorno
Venere e Giuno di notte e di giorno.
32
Ma sta pur di buon animo, riprese
Malagigi, che sol forza d'incanto
Nell'amor di Lirina sì l'accese,
Che sempre stàlle innamorata accanto.
Ma non passerà tutto questo mese,
Che di tornarla all'amor tuo mi vanto;
Ma ci vuol molta e fatica e disagio,
Chè le grand'opre si fan sempre adagio.
33
Io già so tutto; e gran fortuna avesti
A trovar armi tali e tal destriero;
Chè nulla oprare senza essi potresti:
E il mio sapere, per narrarti il vero,
Qui poco vale; e tu poco faresti,
Senza un che ti spiegasse il gran mistero
Di questa selva, detta l'Incantata,
Che Pluto istesso la difende e guata.
34
Ma monta in sul destriero, e statti in sella,
Nè discenderne mai per caso alcuno;
Chè se perdi il destriero, la tua stella
Di chiara e lieta vestirassi a bruno,
Nè rïavrai la tua Despina bella;
Ma ignoto a lei, ignoto a ciascheduno
Qui invecchierai; e qui pur sarai côlto
Dall'aspra morte, e qui sarai sepolto.
35
Questo destrier nelle zampe davanti
Ha virtù di disfar gl'incantamenti;
Onde torri vedrai e monti infranti
Da lui, ed asciugar fiumi e torrenti;
Smorzar gl'incendi, e le profonde innanti
Voragini ripiene di serpenti
Passar da lui nella stessa maniera
Ch'altri sul ponte passa la riviera.
36
E se mostra talvolta aver paura,
E torna indietro, lascialo pur fare,
Che fuggendo fa l'opra più sicura:
Perchè tra l'altre doti sue sì rare,
È quella del giudizio; tanta cura
Poser le Fate in far lui singolare.
Però gli vedrai far nelle bisogna
Cose che a un mastro farebber vergogna.
37
Dell'armatura poco io ti favello,
Ch'è cosa impenetrabile e sicura:
Marte non ha nè spade nè coltello
Da trapassarla, cotanto ella è dura;
E Giove col suo fulmine, con quello
Che spezzò i monti, e fenne sepoltura
A' superbi giganti, non potrìa
In cotesta arme tua farsi la via.
38
La spada poi e la lancia son tali,
Che non v'è cosa che loro resista.
Tu poi, si sa quanto nell'armi vali;
Sicchè sta lieto, e nuova gloria acquista,
E per adesso t'indura ne' mali;
Chè senza pena il ben non si conquista.
Passati questi, avrai dal ciel benigno
Favor ben grande, e a' sudor tuoi condigno.
39
Mentre così Malagigi ragiona,
Ricciardo sul cavallo è già montato,
E dice a lui: Sì la mente m'introna
Il pensier di Despina, e sì turbato
Sto in lontananza della sua persona,
Che vorrei pur da te, cugin pregiato,
La grazia di vederla. Ed egli: Or ora
A lei ti condurrò che t'innamora.
40
E qui prende egli figura di nano,
E si mette a cavallo d'un ronzino.
Che fece comparire in modo strano;
E prendon vêr Despina il lor cammino.
Ma qui mi sento richiamar lontano;
Onde lascio costoro, e mi strascino
In altra parte: mi strascino, ho detto,
Chè voleva ancor dir di Ricciardetto.
41
Ma il tacerne ora, sebben v'è molesto,
Spero che poscia vi sarà più grato,
Quando riparleronne; e sarà presto.
La maestra natura ci ha insegnato
Quanto sia rincrescevole e molesto
Tener le cose in un medesmo stato:
Però sempre ella varia e sempre piace;
E questa non è regola fallace.
42
Una tal cosa vorrei ben tra noi
Che non fosse mutabile tuttora;
E questa voglia mia, donne, è per voi,
Che trapassate la natura ancora
Nell'incostanza e cangiamenti suoi:
Chè se voi foste un po' più ferme, allora
Sareste l'allegrezza de' mortali;
Or siete la cagion di tutti i mali.
43
Se Iddio faceva senza donne il mondo,
E che si generasse con le stampe,
Stato sarebbe il vivere giocondo,
Nè guasto mai dall'amorose vampe,
Che tanti e tanti ne mandano a fondo.
Ma giusto perchè qua vuol che si campe
Sempre in sospiri, e che sempre si piagna,
Diede all'uomo la donna per compagna.
44
E glie la diede sì maligna e ria,
Che l'affanna e l'affligge ogni momento.
In quanto a me n'ebbi la parte mia,
Quando mi tenne Amore a suo talento.
Ma tempo egli è che di Spagna la via
Riprenda, e lasci un tal ragionamento;
Chè, sebben dico il vero, a qualcheduno
Parrò maligno, ingrato ed importuno.
45
Carlo con tutto il resto dell'armata
In verso i Pirenei prese la via;
E la bara d'Astolfo vien portata
Da' due giganti, il che non dissi in pria.
Ferrautte la Croce ha inalberata,
E va dicendo qualche Avemmaria
Al povero defunto che sta male,
S'altra per lui a Dio prece non sale.
46
Giunser di notte ad un certo castello
Che di Granata proprio è sul confine:
Lo bagna un chiaro e limpido ruscello,
Ch'ivi incomincia, detto Guadaline,
Che presto cresce, e col piè scalzo e snello
Non lo guadano più le contadine.
Quivi Carlo si ferma, e tutto il loco
Ne va per l'allegrezza a fiamma e foco.
47
Il diavol che non mai si dà per vinto,
E le tristizie sue cresce a misura
Che noi reggiamo il naturale istinto,
Vedendo Ferrautte che procura,
Di pietà tutto e di dolor dipinto,
Lavar col pianto ogni atra sua bruttura,
Una frode gli ordisce così furba,
Che fuor di modo lo contrista e turba.
48
Al luogo dove Carlo era alloggiato,
Stava vicino un celebre convento
Di vergini, che quivi d'ogni lato
Venivano di Spagna, ed eran cento.
Nel tempio loro Astolfo fu locato,
Chè Carlo il vuol dappresso ogni momento:
E riman Ferraù con don Fracassa
E don Tempesta a guardia della cassa.
49
Le verginelle che lì stanno chiuse,
Vanno vestite d'un color modesto.
Non son per voti dalle nozze escluse,
Ma di rado da lor marito è chiesto;
Chè all'ago, al fuso, al ricamar ben use,
A niuna sembra quel loco molesto.
Escon talvolta, e van per lo castello,
E qualche volta ancor fuori di quello.
50
Quivi del Saracino era una figlia
Bella così, che un angelo parea;
Ch'egli ebbe d'una dama di Siviglia,
Allor che mezza Spagna egli reggea.
Nè già deve recarvi maraviglia
Come quel luogo ad un Pagan piacea;
Chè il tener custodite le figliuole
Piace a ciascuno, anzi ciascun lo vuole.
51
Chè come nobil pianta giovinetta
Cinge d'intorno il villanel di spine,
Acciocchè qualche fera maladetta
Non la guasti col dente o la ruine;
Così donzella in sua magion ristretta
Star deve, onde nessun se le avvicine;
Chè, perduto il buon nome, una fanciulla
Per bella che si sia, non val più nulla.
52
La giovine chiamata era Almerina,
La quale a Carlo con altre donzelle
Venne a far riverenza la mattina:
E come appar la luna infra le stelle,
O pur tra' fior la rosa porporina,
Così Almerina si mostrò tra quelle.
Sì come il padre, già bruna non sembra,
Ma pare che di latte abbia le membra.
53
Rinaldo, Orlando e il vecchio Carlo ancora
In vederla si sentono nel petto
Un non so che, che tutti li accalora.
Ma Carlo, pien di senno e di rispetto,
Spegne quel foco che nasceva allora;
E Orlando, per timor che l'intelletto
Un'altra volta non gli venga guasto,
Al novello desìo fece contrasto.
54
Rinaldo pur, contro sua vecchia usanza,
Non stimò ben di dare esca alla fiamma:
Onde uscita ella dalla regia stanza,
Come levrier che persa abbia la damma
O lepre, più nel corso non s'avanza;
Così costor non sentono più dramma
Di fuoco; e benchè sia cotanto bella,
Di Almerina fra lor non si favella.
55
Ma non così successe a Ferrautte;
Chè nel passar che fece ella pel tempio,
Gli arse la carne, i nervi e l'ossa tutte;
Sicchè fulmine mai non feo tal scempio,
Quando egli cadde su le paglie asciutte.
Ond'egli pien d'audacia senza esempio
Pensò di trarla da quel loco, e poi
Saziar con essa tutti i desir suoi.
56
E perchè vestito era da romito,
Lo lasciavano entrar le giovinette
Nel chiostro loro. Oh povero vestito!
Oh funi! oh chierche! oh barbe maledette!
Quanto il mondo da voi viene tradito!
Che credendole mostre pure e schiette
D'anime sante, si fida di loro,
E dàgli in mano ciascun suo tesoro.
57
So ben che in tanti sacchi e sì diversi
Qualcuno è pieno di buona farina;
Ma questi stan ne' chiostri, e non dispersi
Per le contrade. Oh giustizia divina!
Che ti trattien contro questi perversi,
Che non li ammacchi e non ne fai tonnina?
Ma se non sbaglio, tu vuoi tardar poco
A non mandarli tutti a fiamma e foco.
58
E con essi arderai l'empia avarizia,
E la superbia e la sporca lussuria,
La frode, l'ignoranza e la malizia,
L'ipocrisia e la fraterna ingiuria,
Ed in somma ogni sorte di nequizia,
Di che i cappucci non han mai penuria;
E purgato da peste così ria,
Il mondo tornerà miglior di pria.
59
Nè meco v'adirate, anime sante,
S'io me la piglio con la gente vostra.
Vi giuro per quel Dio che avete avante,
E di sè v'empie, e ognora a voi si mostra,
Che umile io bacerei le nude piante
De' vostri figli, e tacerei lor chiostra;
Non dico già se fosser come voi,
Ma fossero men tristi e meno buoi.
60
Vede il buon frate adunque che vicina
Ad un'grand'orto ell'era la celletta
Della leggiadra amabile Almerina;
Onde la notte a' suoi disegni aspetta;
E questa giunta, all'orto s'incammina,
E un piccol uscio spezza con l'accetta:
Entra nell'orto, ed alla stanza vola,
Ov'ella stava addormentata e sola.
61
Aperse l'uscio, che mal chiuso egli era;
E messole una mano in su la bocca,
Con fuga speditissima e leggiera
Con essa in collo fuor dell'orto sbocca,
Ed entra in una selva orrida e nera.
Ma questo fatto sì l'alma mi tocca
E sì m'offende, che lo vo' lasciare
Dentro alla selva, ed al castel tornare.
62
Già la notte fuggiva a tutta briglia
Con l'ombre grate e con l'amiche stelle,
E con tutta l'oscura sua famiglia;
E già già l'alba di rose novelle
S'ornava il seno e si facea vermiglia;
E i pastor su le candide scodelle
Poneano il latte, ed in diversi modi
Ne feano poi giuncate e caci sodi;
63
Quando s'alza un rumore pel convento,
Che il simil non cred'io che udito fosse
Là del grand'Ilio nel comun spavento,
E nell'alzarsi delle fiamme rosse,
Onde cenere fêssi in un momento:
Da tanto duol, da tanta ira commosse
Fur le donzelle in veder la mattina,
Che stata tolta loro era Almerina.
64
Giuntane a Carlo la trista novella,
Manda gente a cavallo e gente a piede
Per ogni parte a ricercar di quella.
Ma quando più nel tempio non si vede
Il romitaccio, Orlando monta in sella,
E il suo cavallo ancor Rinaldo chiede,
Ed entran nella selva, e stanno attenti
S'odono pianti, o miseri lamenti.
65
Il buon romito intanto sopra un prato
La giovinetta ne' lenzuoli involta
Pone, del gran cammino omai stancato;
E con voce pietosa a lei si volta,
Fingendo esser afflitto e sconsolato;
E le chiede pietà, s'egli l'ha tolta
Dal suo convento, e quivi l'ha condutta:
Chè Amor lo spinse a fare opra sì brutta.
66
Amore (le dicea), bella fanciulla,
Ha più potere in noi, che non si dice.
Egli si prende spasso e si trastulla
Di Giove istesso; ed or lo fa felice,
Ed or tapino, conforme gli frulla.
Però ne incolpa lui, come radice
Di tutto il male, e solo lui minaccia;
E a me perdona, e come amico abbraccia.
67
E mentre così parla e si riposa,
E con quel che far vuole si ristora;
Si sta la verginella vergognosa
E afflitta sì, che par che allor si muora.
Stende il romito la man furïosa
In verso lei che trema e s'ange e plora;
Ma in quel punto fatale Orlando arriva,
Che la languida giovane ravviva.
68
Come quando d'amor tutto divampa
Il cervo, e viene alla sua cerva avanti,
Che occhio non muove, non fronte, non zampa,
Ma in essa ferma tanto i suoi sembianti,
Che il cacciator se in lui per sorte inciampa
Con la turba de' suoi cani latranti,
Tutta obbliando la natìa paura,
Nulla ode, nulla vede e nulla cura;
69
Così quel romitello benedetto
S'era tanto ingolfato nel piacere,
Che perduta la vista e l'intelletto,
Non vide aversi sopra il cavaliere,
Che colmo d'ira per lo collo stretto
Levollo presto presto da sedere;
E presa la donzella in su la groppa,
Strascina il frate, ed al castel galoppa.
70
Al mezzo di sua lucida carriera
Giunto era il Sole; e le fronzute piante
Non più spargevan la lor ombra nera;
E del cantare la cicala amante
L'aria assordiva di strana maniera;
E disteso pel bosco e ruminante
Stavasi il gregge, e dibattendo i fianchi
I cani attorno dal gran caldo stanchi.
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Quando rivolta la donzella al conte,
Lo prega a soffermarsi; tanto stracca
Si sente, e di dolor colma la fronte,
Che senza posa al certo si distacca
Dal mondo. Orlando, che le voglie ha pronte
Di compiacerla, il frate a un olmo attacca;
Indi discende, e sopra un verde prato
Pon la fanciulla, ed ei le siede a lato.
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Quindi di tasca tragge un temperino,
E dice alla donzella: In questo mentre
Che noi ci difendiam dal Sol vicino,
Io voglio un poco a sto frate valentre
Levar la pelle e farne un otricino,
E se vi pare, incominciar dal ventre.
Fate voi, disse la bella fanciulla,
Che in quanto a me, m'importa poco o nulla.
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Ciò detto, s'alza, e Ferraù legato
Dispoglia affatto, in fuor delle mutande;
E dice: Adesso d'ogni tuo peccato
Ti vo' far far la penitenza grande;
Chè così vivo vivo scorticato,
Le tue carnacce saranno vivande
Di barbagianni, di gufi e d'allocchi,
Che le prime beccate dan negli occhi.
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