Là ci potremmo, soggiungea, salvare;

Chè in altra forma morir ci bisogna.

A cui Ricciardo: Io temo più del mare,

Che di quel mostro; e già il mio core agogna

D'esser su l'isoletta a travagliare.

Ed egli a lui: Non ti vo' dir menzogna:

La bestia che ti narro è sì spietata,

Che l'affogar mi sembra cosa grata.

16

Questa è una fiera d'estrema grandezza:

Ha il volto di fanciulla, il collo e il petto;

Ed in quel volto alberga gran bellezza.

Le mani ha d'orso, il resto è serpe schietto;

Ed ha la pelle di tanta durezza,

Che non la passa colpo di moschetto;

E nella coda ha forza così strana,

Che quando vuol, le annose quercie appiana.

17

Di poi, siccome il ragnolo che tesse

Di fila sottilissime sua rete,

Ed in tal modo quelle son connesse,

Che pioggia o vento non fia che l'inquiete;

Ed egli in mezzo s'equilibra d'esse,

Talchè se alcuna di quelle sue sete

Tocca l'incauta mosca, egli repente

V'accorre, indi l'uccide crudelmente:

18

Così questa crudele ha tutta quanta

Di reti l'isoletta ricoperta;

Ma per esse la sabbia non s'ammanta,

Tanto son fine; e la spiaggia deserta

Un tocca appena, che la rea l'agguanta,

Nè per forza esser può la rete aperta.

Giganti orrendi, sopr'essa discesi,

Vi ho visti a un tempo restar morti e presi.

19

Solo una volta un certo cavaliero

Del vostro clima è fama che rompesse

La forte rete; ma non so se è vero:

E dicon che con essa combattesse

Tutta una notte e tutto un giorno intero,

E ch'ella poi nel mar si nascondesse;

E mostrandogli il crine e il volto bello,

Ingannato restasse il cattivello.

20

Però, signor, fuggiam l'isola indegna

E la sicura morte; e se non sbaglio,

E se lo vero l'arte mia m'insegna,

Dal mare non pavento più travaglio:

Prospero vento sopra l'onde regna.

A cui Ricciardo: Io sol sarò il bersaglio

Di questa fiera; e voi dall'alto mare

Vedrete un poco quello che so fare.

21

Nè perchè il preghi il sagace piloto,

Puote impetrar che all'isola non scenda:

Ma pria che ponga in sul terreno ignoto

Il piede, con la sua spada tremenda,

Che in vita sua non diè mai colpo a vuoto

(Se di Ricciardo è vera la leggenda),

Batte la rena, che pare un villano

Che meni il correggiato sopra il grano.

22

E fu buona per lui questa ricetta;

Altrimenti restava egli burlato,

Siccome un pettirosso alla civetta.

L'orrendo mostro che stava in agguato,

E nel tempo medesmo alla vedetta,

Stimando il pro' Ricciardo impastoiato,

Salta del bosco fuora, e vagli addosso,

Per divorarlo vivo in carne e in osso.

23

Ma appena egli lo vede in libertade,

Che ferma il corso e si ritorna al bosco,

Ove a far pompa della sua beltade

Intento è tutto: il ventre orrido e fosco,

E i curvi artigli, onde usa crudeltade,

Copre di frasche, e la piena di tosco

Orribil coda nell'arena asconde,

E mostra il volto con le trecce bionde;

24

E muove gli occhi con tanta dolcezza.

Che il buon Ricciardo comincia a dubbiare

Che a tanta ferità tanta bellezza

Per modo alcun non si possa accoppiare:

E la vista da lui squama e bruttezza,

E i gravi scempj uditi raccontare,

Crede che sieno favole e romanzi

D'uomini pazzi, od ebbri come lanzi.

25

In questo mentre dalla bella bocca

Del mostro traditore esce una voce

Soave sì, che l'anima gli tocca,

E il cor gli scalda, anzi gl'infiamma e cuoce

Ed ei frattanto la sua rete scocca

Sopra di lui, quale era fatta a croce;

E nel tempo medesmo furibonda

Esce dal bosco l'atra bestia immonda.

26

Ma della rete eran le maglie rotte;

Chè Ricciardo non diede passo mai,

Che con la spada non tirasse botte

Sopra il renaccio, e fece bene assai.

Or qui le zuffe, or qui le acerbe lotte

Ebber principio, e gli affanni ed i guai

Del pro' Ricciardo, che veduto il mostro

Si fe' dall'ira negro come inchiostro.

27

E come nella settimana santa

Vanno a' vespri i fanciulli co' martelli,

E, dato il segno da colui che canta,

Scarican su le panche i lor flagelli;

Così Ricciardo, in su la bestia tanta

Mena la spada, ed ora i bei capelli

Le taglia, or parte della coda brutta,

Con cui ella or lo stringe, or lo ributta.

28

Dopo lungo contrasto e lievi offese,

La spada al cavalier rompe la fera

In mezzo, e in bocca la punta si prese,

E di nuove armi si guarnì l'altera,

E il cavalier con sua difesa offese:

Che sebben la ferita fu leggiera,

Perchè ferillo d'una spalla in cima,

Fu ferita per lui, e fu la prima.

29

Disperato Ricciardo questa volta

Non sa più che si fare o che si dire.

Dassi alla fuga con prestezza molta,

Giacchè non può guardarsi, nè ferire.

E fatto avrebbe una cosaccia stolta,

Se per vergogna sprezzava il fuggire,

E si lasciava far dal mostro in brani,

Siccome dal cinghiai si fanno i cani.

30

E sì fuggendo sgambettava via

Il disperato giovane franzese,

Che rondinella propio esser parìa,

Quando su l'erbe va con l'ali stese;

E fe' fuggendo la medesma via

Che fatta aveva. Dietro lui si stese

L'orribil fera, che cieca di sdegno

Si feo gran danno col suo proprio ingegno:

31

Perchè correndo affatto all'impazzata,

Si trovò sopra ad una buca cieca,

Che non ha fondo ed ha una larga entrata,

Che a sol vederla un gelo all'ossa arreca.

La bestia appena su vi fu montata,

Che ogni riparo col peso riseca,

E giù vi piomba, ed urla in tal maniera,

Che l'isola ne trema e la riviera.

32

All'urlo strano Ricciardo voltosse,

E giunto alla gran buca, ancora udiva

Cadere quella fiera, e dare scosse

Per lo gran pozzo; ed ancor la sentiva

Gridar, benchè lontana molto fosse.

Anzi disse egli, giunto che fu a riva,

A' marinari, che stiè più d'un'ora

Sul pozzo, e ch'ella rotolava ancora.

33

O questa sì, che si può dir fortuna,

Ricciardo mio, e me n'allegro teco;

Chè a dirla giusta, tu n'hai scampata una

Che l'egual non avrai, se ancor dal cieco

Inferno uscisse Pluto con la bruna

Famiglia, e avesse tutti i draghi seco,

E questi e lui ti ritrovassi addosso:

Sicchè ringrazia Dio, e poi quel fosso.

34

Morta e sepolta l'orrida bestiaccia,

Trovò Ricciardo una lunga catena,

Che servì lui di ben sicura traccia

Per ritrovar la rete in su l'arena,

Che intorno intorno l'isoletta abbraccia.

È sì sottile, che si scorge appena;

Ma tanto dura, che appunto ci volle

Il brando di Ricciardo, e allor fu molle.

35

Di questa rete cinquecento canne

Egli si prese, e se la mise in tasca;

E poi soletto per l'isola vanne,

Frugando ogni cespuglio ed ogni frasca:

Quando tra certe giovinette canne

Vede un splendor, che par che il Sol vi nasca.

S'accosta, e mira una tale armatura

Fatta di cosa trasparente e pura.

36

D'un acceso rubino era il cimiero,

Lo scudo e il resto pareva diamante;

E appiè dell'armi giaceva un destriero

Bello così, ch'ei ne divenne amante.

Era di pelo tutto quanto nero;

L'ugna d'argento avea dietro e d'avante;

La sella d'oro, le briglie di perle.

Pagherei quasi un occhio per vederle.

37

Appresso l'armatura era una spada,

Di cui l'arte fra noi non sa formarne

Una simìle, che così ben rada,

E tagli il ferro come fosse carne;

Ed una lancia al mondo sola e rada,

Che in ogni petto forza è che s'incarne,

Se avesse un masso ancor per petto a botta,

Senza periglio che rimanga rotta.

38

Ha d'oro il calcio, e dïamante è il resto:

E sebben forse altrui parrò bugiardo,

Non me ne curo, e ciò non m'è molesto;

Ch'io credo tutto e senza alcun riguardo

A mastro Garbolino ch'è il mio testo.

Vedute dunque queste armi Ricciardo,

Tutto allegrossi, e stese a lor la mano;

Ma rïuscigli il pensamento vano:

39

Chè destossi il Cavallo immantinente,

Ed annitrendo si voltò co' calci;

Onde per tema di non far niente

Tirossi indietro, e disse: Qui non valci

Scherzar; chè l'animal troppo è possente,

E veggo ben che mangia altro che tralci.

lo dubito, anzi credo senza fallo,

Che questo sia di Marte il gran cavallo.

40

E mentre così dice, in su l'erbetta

Torna di novo a stendersi il destriero.

Ricciardo, che quell'arme pur l'alletta,

Per averla vi pon tutto il pensiero:

Quando vede una pietra alquanto stretta

Posta sopra un avello oscuro e nero;

E v'era scritto: Chi l'armi desía,

Prenda il cavallo, e se lo domi pria.

41

In pochi versi qui molto si narra,

Sospirando ripiglia il paladino;

Chè quei co' calci rade volte sgarra,

E coglierebbe in mezzo d'un quattrino:

E di sua forza già mi ha dato l'arra;

Onde per Dio non gli vo più vicino.

Pur si mette a pensare e ripensare

Al modo di poterselo pigliare;

42

E assottiglia cotanto il suo cervello,

Che della forte rete gli sovvenne;

E ritornò veloce come uccello,

Ed ancor più, sebben privo di penne,

Al loco dove stava il capannello,

Staggi e catene, e il canapo solenne,

E altre cose che passano il migliajo,

Che avea la fera pel suo paretaio.

43

E con esse tornossene al canneto,

E con le reti prese un par di miglia;

Indi tirolle pianamente e cheto,

E copriro il cavallo a maraviglia:

Sicchè ben stretto davanti e di dreto

Alzossi in fretta e stralunò le ciglia.

Ricciardo addosso gli salta ad un tratto,

E nella sella si pone di fatto.

44

Le gran pazzìe che fece quel cavallo,

Non si possono dire in verso o in prosa.

Ma Ricciardo sta fermo, ch'egli ha il callo

Nelle ginocchia, e ha l'alma generosa;

Talchè lo rese a' voler suoi vassallo:

Onde discende, e alquanto si riposa;

E dopo torna a cavalcar di novo,

E gli rïesce, come bere un ovo:

45

Ch'egli non solo non è più bizzarro,

Ma sotto il forbicion par pecorella,

O vecchio bue quando egli è posto al carro;

Talchè Ricciardo l'armatura bella

Si veste (e non è falso quel ch'io narro),

E quindi sale allegramente in sella,

Prima presa la spada e poi la lancia,

A cui non fu l'eguale al mondo e in Francia:

46

Ed alzata la rete gentilmente,

Tutto lieto sen corre alla riviera,

Ove ciascun nocchiero era dolente;

Tanto spavento avea di quella fera:

Ma visto lui con l'arme rilucente,

Spinse il naviglio colà dove egli era.

Giunto alla riva, il forte paladino

Vi montò sopra, e vel portò il ronzino.

47

E quindi narrò loro ad una ad una

Le traversìe e l'orride avventure;

E come in fine l'ajutò Fortuna,

Grande amica dell'anime sicure,

E che de' vili non ha stima alcuna.

Attoniti in guardare l'armature

Tutti si stanno, e lor par di sognare,

Vedendo cose tanto belle e rare.

48

In questo mentre vede Ricciardetto

Che pende dall'arcione della sella

Di maglia d'oro un picciolo sacchetto:

L'apre egli tosto, ed evvi una cartella

Scritta d'un bel carattere e perfetto

In lingua turca: ma di tal favella

Ricciardo n'è maestro, che sapea

Tutte le lingue, fuor che la caldea.

49

E il breve contenea queste parole:

Sì buon cavallo e sì ricca armatura

Opera son delle più sagge scuole

Di Fate che han soggetta la natura:

Chè intorno a cento in quest'isola sole

Si ritrovaro, e non mica a ventura,

Per fare arme sì fatte e tal cavallo,

Da por d'Origlia l'arti tutte in fallo.

50

E qui narrava tutta per disteso

L'inimicizia d'Origlia fra loro,

E l'incantato bosco e il vilipeso

Amore, e tutto in somma il reo lavoro,

Per cui ogni campion restava preso,

Che a narrarlo ne avrei noja e martoro.

E in fine concludeva: O te beato,

Che avrai queste armi e caval sì pregiato!

51

E in fin del breve v'era ancora scritto

In caratter minuto e assai diverso,

Per qual ragion s'avessero prescritto,

Quel luogo all'opra, e il diceva in un verso;

Perchè se l'abbia alcun campione invitto,

Non qualche vile ne' piaceri immerso;

E quegli sarà bene invitto e forte,

Da cui il mostro dell'isola avrà morte.

52

E di più v'era ancora il formulario

D'un certo giuramento, senza il quale

Gli si farebbe il cavallo contrario,

E l'armi proprie gli farebber male:

D'andar nel bosco, non già per divario,

Ma per finir con quell'arme fatale

Ogni avventura ed ogn'incantagione,

Che di tante miserie era cagione.

53

Onde Ricciardo pieno di contento

Fece in presenza a tutti i marinari,

Nel modo ch'era scritto, il giuramento.

E da sinistra si sentîr gli spari

Di molti tuoni, e ne contaron cento;

I fuochi fûro allegri e fûro chiari;

E concludono le genti sensate

Che fur gli spari delle cento Fate.

54

Però prega il piloto che lo voglia

Presto condurre alla selva d'Origlia;

E quegli lo fa star di buona voglia,

Col dirgli ch'è lontana cento miglia.

E tanto d'arrivarvi egli s'invoglia,

Che mette insino al corridor la briglia;

E vuol che in cima all'albero alcun saglia,

Per veder s'anco scopre la boscaglia.

55

Vanne felice, o generoso amante:

Non ti muovano guerra il cielo e il mare.

Io ti lascio per poco; e se alle tante

Cose e diverse che ho prese a trattare,

Potrò dar luogo con ordin bastante,

Ti vo' venir nel bosco a ritrovare.

Frattanto a Orlando ed a Rinaldo io torno,

Che hanno già in Francia fatto il lor ritorno;

56

E udito appena come Carlo è in Spagna,

Che vanno a quella volta in dirittura.

Un ronzino ha ciascun, che il suol si magna;

E tanto è il zelo e la loro premura

Di far per Carlo qualche opera magna,

Degna di lui e della lor bravura,

Che vorrebbero avere ali alle piante

Per esser dentro in Spagna in un istante.

57

E in otto giorni giunsero a Granata,

Il giorno giusto della gran battaglia;

Che poca de' Cristiani era l'armata,

E infinita de' Mori la canaglia.

Orlando il padiglion di Carlo guata,

E vistolo, a quel va come zagaglia

Che sia vibrata da robusto braccio,

E lui saluta, e dàgli un grato abbraccio.

58

Lo stesso fa Rinaldo: e noto appena

Egli è a' soldati che Rinaldo è in campo,

E il forte Orlando dalla dura schiena,

Che niun più teme alla vittoria inciampo;

E con fronte allegrissima e serena

Corrono addosso a' Mori come lampo,

E ne fanno una strage così strana,

Che a voler dirla fora impresa vana.

59

Qui si potrebbe dir di molte cose,

Eccelse tutte e di stima infinita,

Che ad una ad una in ordine dispose

Il Garbolino, e l'indice l'addita.

Ma le donne son troppo timorose;

E quella istoria solo è a lor gradita,

Che favella d'amanti o in guerra o in pace,

E la strage ed il sangue a lor dispiace.

60

Ma sceglieronne alcuna nondimeno,

Per non parer maligno o trascurato.

Nell'esercito Moro un Saraceno

Era sì grande e grosso e smisurato,

Che in moversi scotea tutto il terreno:

Avea le braccia in modo disusato,

Perchè eran così lunghe, che l'altiero

Potea toccar la terra, e stare intero.

61

Più lunghe ancora avea di mezza canna

Le dita, e le copría d'un forte guanto,

Che avea l'ugne di ferro; ond'egli scanna

Qualunque acciuffa; e lì non vale incanto:

Ed ha per lancia così fatta canna,

Che un grosso pino non può starle accanto.

Ove arriva con essa il malandrino,

Fa da boja in un tempo e da becchino.

62

Corse costui, cioè fece tre passi,

E que' tre passi furon più d'un miglio.

Cose per Dio da sbalordire i sassi;

Ma di ciò punto non mi maraviglio:

Chè se proporzïone al mondo dassi,

Mettiamo caso, per divin consiglio

Che nascessero i piedi all'Apennino,

Quanto fora in tre passi il suo cammino?

63

Or questa bestia, questo monte strano

Di carne e d'ossa, creato da Dio

Sol per gastigo del popol cristiano,

Giunto là dove udiva il ramaccìo,

Anzi il vedeva, che troppo lontano

Aveva l'orecchiaccio al parer mio,

Girò la canna con la mano destra,

Che pe' Cristiani fu trista minestra.

64

Con la sinistra poi fece tal opra,

Che scannò più migliaja in un momento.

Or qui la bella tua luce si scopra,

Apollo amico, e nello scuro e spento

Ingegno mio tutta l'infondi, ed opra

Sì, ch'io possa un sì nobile argomento

Trattar con la dovuta dignitade,

Per farlo noto alla futura etade.

65

L'intero padiglione, ove era Carlo,

Astolfo, Ferrautte, ed altri mille

Campioni lì venuti ad ajutarlo,

Prese colui; e come fosser spille

Le travi e gli assi che misero a farlo,

Lo svelse, ed appressollo a sue pupille:

Ma mentre che ha le mani alte da terra,

Una Rinaldo, e l'altra Orlando afferra.

66

E vi montano sopra a cavalcione,

E con la spada taglian l'armatura,

Che sebben era di tempere buone,

Non resistette in quella congiuntura:

O perchè ebbe Dio compassïone

Di Carlo, oppure per la gran bravura

De' paladini: in somma fu tagliata

La maglia, e già la carne è denudata.

67

Da quella parte ove il braccio si piega,

Incominciaro i colpi alla distesa.

Ma disse Orlando: Qui ci vuol la sega;

Se no, chi porrà fine a tale impresa?

Rinaldo anch'esso sbigottito prega

Ad un per uno i Santi della Chiesa,

Che vogliano ajutarlo, acciocchè possa

Tagliar quel trave di carnaccia e d'ossa.

68

Il mostro intanto che ferir si sente

Ne' bracci, e vede il sangue che sciorina,

Vuol liberarsi dal ferro tagliente:

Ma invan bestemmia, e invano si tapina;

Chè l'uno e l'altro egli è troppo valente,

Ed hanno i ferri lor tempra sì fina,

Che non si guasta mai. Or dàgli, dàgli,

Finiro entrambi a un tempo i lor travagli:

69

Perchè recise al suol caddero in fine

Mezze le braccia con le mani intere

Di quella furia, e furon tre ruine;

Perchè insiem con le man dell'aversiere

Cadde Carlo e sue genti paladine:

E allor fu un lieto e misero vedere;

Chè di tanto alto cadde il padiglione,

Che morto Carlo credêr le persone.

70

Ma cadde capivolto, ed urtò prima

L'alta colonna che in mezzo lo regge;

Onde trovossi in piede, e su la cima

Carlo, cui tanto l'Angel suo protegge.

Ma non conosce ancora e non istima

Il passato periglio, e par che ondegge

In mille dubbi; e fuora della tenda

Si getta, e vede la cosa tremenda:

71

Vede, dico, le due carnose travi

Giacere a terra, e vede in su le spalle

Del mostro orrendo i paladini bravi

Che con le spade lor vi fanno valle:

Ma per molto che ognun di loro scavi

In quel carname, e la mano v'incalle,

V'è tanto da tagliar prima che muora,

Che temono che il dì non basti ancora.

72

Onde Carlo convòca i suoi soldati,

Ed alle gambe fa dargli alla peggio.

Che dal sangue di lui sono affogati;

Ma non per questo levano l'asseggio;

I due guerrieri intanto disperati

Gli facevan nel collo un bel maneggio.

La fiera, che così tagliar si sente,

Grida che par un diavol veramente.

73

Tentenna il mostro, e quercia annosa sembra,

Quando la scure ha trapassato il mezzo:

Ma questa somiglianza non rassembra

A quel che dico, e non lo mostra a un pezzo.

Pur piega alfine con tutte le membra,

E a ruinar comincia; e in quel tramezzo,

Cioè in quel tempo che durò a cadere,

Vi mise più d'un lungo miserere.

74

Caduto il gran gigante, non v'è Moro

Che si stimi più salvo, e via si fugge:

E come il sole co' bei raggi d'oro

Bianca neve d'april sface e distrugge,

Così fece la tema in tutti loro.

Il rege solo sbuffa, smania e rugge

A guisa di leon che sia ferito,

E non si move per nulla di sito;

75

E sfida ad uno ad uno alla battaglia:

Ed Astolfo voll'essere il primiero;

Ma l'aurea lancia che colpo non sbaglia,

Seco non have; onde va meno altero.

Il rege si chiamava lo Sbaraglia;

Ma quel non era già il suo nome vero,

Chè chiamavasi Alasso; ma la gente

Gli diè tal nome perchè era valente.

76

Incominciano a darsi con le spade,

E si dan colpi da mozzare abeti.

Diceva Alasso: E quando costui cade?

E l'altro: Son men dure le pareti,

Diceva, e i ciottoloni delle strade,

Di questa bestia. E pazzi ed indiscreti

Si dan puntate con rabbia sì grande,

Che l'uno e l'altro molto sangue spande.

77

E a farla breve, andò la cosa in modo,

Che cadde morto il tristo Saracino.

Ma dell'alma d'Astolfo ancora il nodo,

Se non sbaglio, di sciogliersi è vicino;

Perchè piagato tutto egli è oltre modo:

Ha una ferita nell'occhio mancino,

Un'altra nella gola e tre nel petto;

Sicchè puzza oramai di cataletto.

78

Ciascuno accorre al moribondo Inglese,

E gli ricorda Orlando ad alta voce,

Che non disperi delle tante offese

Che ha fatto a Dio; ma speri nella Croce,

Ove egli tiene ambo le braccia stese

Per abbracciarlo; e che colpa sì atroce

Non v'è che sia di perdonanza indegna,

Se al suo voler di core un si rassegna.

79

E Ferrautte soggiungeva anch'esso

Parole sante e proprio da romito.

Ma disse Astolfo: Non mi stare appresso,

Chè sei un uomo dal cielo bandito,

Ed ha il diavolo in mano il tuo processo.

Disse Orlando: Sta umile e pentito,

E del prossimo tuo non creder male,

Benchè sia stato un empio, un micidiale.

80

Il giudicar s'è riserbato Iddio;

Onde a lui tocca, e non a te il giudizio.

Ma, disse Astolfo, e che male fo io

In dir che in Ferraù regna ogni vizio?

In così dire, io credo, cugin mio,

Di fare al vero un santo sagrifizio.

E Ferraù, con voce bassa e pia,

Diceva: Astolfo non dice bugìa:

81

Ma non per questo ch'io son peccatore,

M'hai da sprezzar, quando t'esorto al bene.

E giacchè qui non veggo confessore,

Dimmi i tuoi falli, e fuggi l'aspre pene;

Chè senza confession male si muore.

Riprese Orlando: Al certo ciò conviene,

E poco importa se il romito è tristo;

Chè non a lui, ma ti confessi a Cristo.

82

E trattosi in disparte, lasciò dire

Tutti i suoi falli al moribondo duca,

Che presto presto poi venne a morire;

E morto non fu posto in una buca,

Ma con incenso, mirra ed elisire

Fu imbalsamato, acciò si riconduca

Intero in Francia; e di nero cipresso

Fêro una cassa, e sel portaro appresso;

83

E vi scrissero sopra: Qui racchiuso

È il cadaver d'Astolfo, che fu in vita

Amico della spada, e più del fuso,

Perchè ogni donna assai gli fu gradita.

Pugnò sovente, e gli fu rotto il muso;

Il ruppe ancora: l'anima salita

Si crede al ciel; che pel santo Vangelo

Uccise Alasso, ed ei restò di gelo.

84

Gli fur fatte l'esequie: e Ferrautte

Cantò la messa, e Carlo fe' un discorso

A' paladini e alle milizie tutte,

Lodando il duca, e come in suo soccorso

Venne egli sempre; e le pupille asciutte

Non tenne per pietà del caso occorso:

E dopo questo, come si suol fare,

Andaron tutti quanti a desinare.

85

E nel mentre che stanno allegramente,

Del regio padiglion la sentinella

Grida: Verso di noi vien nuova gente.

S'affaccia Carlo ad una finestrella,

E dice: Son giganti veramente,

Figli forse di quella bagattella

Che ci mise in pericolo di morte;

Ma i due cugini ci mutâr la sorte.

86

Ancora Ferraù mette la testa

Al finestrino, e grida come un pazzo:

O don Fracassa caro, o don Tempesta,

Donde venite? E tal ne fea schiamazzo,

Che gli orecchi di Carlo alquanto infesta;

Sicchè fattosi in volto pavonazzo,

Gli disse: Parla un poco sotto voce,

Che all'orecchie de' vecchi il raglio nuoce.

87

E in così dire, alla finestra apponto

(Chè nella casa non possono entrare

Per lor grandezza) don Tempesta è gionto,

E a viso a viso a Carlo può parlare:

Il quale agli atti gentileschi pronto

Li prese con parole a carezzare;

E richiesti di donde eran partiti,

Disser: Di Roma da' superbi liti;

88

E che dal dì che in Nubia essi arrivaro,

E saltò su la spiaggia Ricciardetto

Con Nalduccio e Orlandino illustre e chiaro,

E che il nocchiero infido e maledetto

Fe' loro un scherzo veramente amaro;

Perchè stando ambidue dormendo in letto

Non li volle svegliare, per timore

Che non dessero morte al suo signore:

89

Da quel dì sempre pel vasto Oceáno

Erraro soli; che il nocchiero accorto

Sciolse le vele, e poi sbarcò pian piano,

Finchè arrivaro un giorno a prender porto,

Se non mi sbaglio, alla città d'Orano;

E che di là per lor santo conforto

Navigâr per l'Italia, e finalmente

Giunsero a Roma il dì di San Clemente.

90

Orsù, rispose Carlo, un'altra volta

Direte il resto; adesso ite a mangiare;

Lo che da entrambo volentier si ascolta.

Intanto Carlo si mette a pensare

Con l'esercito suo di dar la volta

In Francia; e si va tosto a congedare

Dal rege Alfonso, che ha letizia magna

In veder vôta di Mori la Spagna.

91

E pensa seco andar cinque giornate;

Ma Carlo non lo vuole, e via si parte

Con le sue genti e sue forti brigate.

Ma facciam punto omai, e mutiam carte;

E delle vaghe due donne pregiate,

E de' mariti loro eguali a Marte

(Voglio dir di Nalduccio e d'Orlandino)

Si parli, e torni l'opra al suo cammino.

92

Partito Ricciardetto, immantinente

Saltaro in barca, e a Cafria si portaro;

E scesero alla selva drittamente

Delle avventure, e tosto in essa entraro:

E Lirina e Despina unitamente

Lor fûro incontro, e strette l'abbracciaro;

E portate da' zeffiri graditi,

Perser di vista i lor dolci mariti.

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Nel vederle andar via per tal maniera,

Disse Nalduccio: O questa sì ch'è bella!

In ciel che s'ha da far di mia mogliera?

Disse Orlandin: M'ingrossan le cervella,

E mi par che di buoi abbiam la cera;

Chè di Giove gran male si favella;

E gli altri Dei (se bene tu ci guardi)

Hanno piene le stelle di bastardi.

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Disse Nalduccio: Ma noi siam Cristiani,

E non crediamo tali scioccheríe.

Ah che saranno incantatori strani,

Che van facendo queste porcheríe.

E in ciò dire batteva ambe le mani,

E principiava a far delle pazzíe.

Ed Orlandino a lui: Cattive nuove!

Il diavol ci fa becchi, e non più Giove.

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Ma là in quel verso dove son volate,

Andiam, fratello, e lasciamvi la vita,

O ritroviam le nostre spose amate;

Chè senza la compagna mia gradita

M'ên, più del viver, care le sassate.

E Nalduccio faceva una stampita,

Un piagnisteo, un sospirar sì spesso,

Che sta più allegro un reo col boja appresso.

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Il Ricciardetto, vol. II · 第 4 / 18 段