Chi gli dicea: Son questi que' calzoni

Che tu calasti in mezzo alla platea?

Chi faceva del palo menzïoni,

E chi gli chiese se dolor n'avea.

Tenevan tutti in somma aghi e spilloni

In bocca, onde l'Inglese ne fremea;

E ciò fu la cagion ch'egli si tolse

Da Carlo, e andar ramingo si risolse.

36

Poi gli venne la febbre pel cammino,

E soffermossi dentro l'osterìa,

Dove quell'oste forse fu indovino

Ch'egli facesse quell'opera ria.

Ma l'ostessa lo nega, ed il divino

Odio si prega, e morte per la via,

Se fe' tal cosa; e Astolfo nol confessa;

Talchè di vento si gonfiò l'ostessa;

37

Ed avrà tutti i torti il suo marito.

La sera dunque, mentre stanno a cena

Astolfo e Ferrautte, e il travestito

Barone ei non conosce ed hanne pena,

E pensa se l'ha visto in alcun sito,

Astolfo che ha di lui notizia piena,

S'infinge non averla, e gli domanda

S'egli è Franzese, oppur nato in Irlanda.

38

Ferraù che non vuolsi discoprire,

Dice ch'è Italiano e Comacchiasco:

Ed Astolfo che vuol farlo mentire,

Per Dio, rispose, a tal voce rinasco,

Chè siamo d'un paese a vero dire.

Cattivo parve il vin di questo fiasco

A Ferrautte, e subito riprese:

Entrambo nati siam 'n un bel paese.

39

Sì, disse l'altro, che l'aria è perfetta,

E vi son frutta e cose delicate.

A quel discorso se ne venne in fretta

Il garzone dell'oste, a cui ben grate

Fur queste voci; chè molto diletta

In terre strane della sua cittate

Veder qualcuno; onde contento fue

D'averne ivi trovati infino a due;

40

De' quali niuno vide mai Comacchio,

E non l'intese nominar neppure.

Diceva Astolfo: Di Santo Eustacchio

La fabbrica non par che tutte oscure

Le antiche? Il Panteonne uno spauracchio

È appresso a quello, sì per le pitture,

Sì per l'alte colonne. E Ferrautte:

Passa, per Dio, dicea, l'opere tutte.

41

E quando fu mai fatta questa chiesa?

(Disse il garzon) che? l'han fatta in un anno?

Perchè prima non ci era; e tanta spesa

Chi potè fare? A sghignazzar si danno

Entrambo; e dice Astolfo: Si palesa

Assai, villan, che parli con inganno;

E Comacchiese certo esser non dêi.

Se sì all'oscuro d'un tal tempio sei.

42

Voi non lo sete affè, disse il garzone,

E in vita vostra non l'avete visto.

A tal risposta diegli uno sgrugnone

Astolfo, che gli fece il viso pisto.

E Ferraù: Per Santo Ilarïone,

Disse, tu certo devi essere un tristo,

Chè mentisci la tua patria, e ti fai

Del mio Comacchio, ove non fosti mai.

43

Come uom che preso sia da mal caduco,

O dal diavolo ossesso, oppur percosso

D'apoplessìa, restò quel mammalucco

Con gli occhi aperti, e il volto or bianco or rosso,

E or verde or giallo, qual si mostra il bruco;

E tal gli entrò stupiditate addosso,

Che per un mese, come mi fu detto,

Non potè ricovrare l'intelletto.

44

E Astolfo, seguitando a darsi spasso,

Diceva a Ferrautte: Paesano,

Fuor di Comacchio è un bello andare a spasso.

Ed egli a lui: Non fe' natura un piano

Di quel più vago, u' non si trova un sasso,

E per trovarlo è d'uopo andar lontano.

Nè disse il falso; chè Comacchio è posto

In mezzo all'acque, ed ha il terren discosto.

45

Così venuta l'ora di dormire,

I Comacchiesi se ne vanno a letto,

Ridendo Astolfo quanto si può dire:

Ma il frate n'andò pieno di sospetto;

Chè assai facile fugli il discoprire

Che del compagno falso era ogni detto.

Il dormitorio egli era uno stanzone

Per tutti, ove dormìa fino il garzone.

46

In un letto era l'oste con l'ostessa,

E dell'oste in un altro era la nonna.

Formava i letti un'alga lunga e spessa,

Su cui oh quanto uom volentier s'assonna!

E v'era ancora dell'ostiera stessa

Una sirocchia, ancor non fatta donna,

Che della stanza dormiva in un canto,

Non lontana da lei, nè troppo accanto.

47

Una lampana in mezzo al dormitorio

Ardeva, e i letti avean la lor trabacca.

Astolfo, che gentil sempre ebbe il corio,

Ove Amor gentilmente i dardi intacca;

L'altro, che innaffiatojo ed aspersorio

Dir si può d'ogni campo, e che l'attacca

Ovunque gli rïesce, ebbero in mente

Entrambo far qualche opera valente.

48

Aspettan dunque che il buon sonno vegna

Con le penne bagnate a dar su gli occhi

Di quella gente, e vi pianti sua insegna:

E venne appena, e appena furon tocchi,

Che sbuca fuora Astolfo, e il letto segna

Della fanciulla, onde poi glie l'accocchi;

E smorza il lume, e subito smorzato,

Il romitello ancora esce d'aguato.

49

L'oste che si svegliò nel punto stesso

Che spenta fu la tutelar lucerna,

Udendo gente camminarsi appresso,

Salta di letto; e ancor che non discerna

Chi sieno, piglia un bacchio di cipresso,

Buono in que' casi quanto una lanterna;

E dove sente camminar bel bello,

Ei mena quanto puote il manganello.

50

La prima botta prese Astolfo in testa,

Che stava giusto per alzar la tenda,

E far oltraggio alla giovin modesta:

Ma l'oste con quel colpo il fallo emenda;

E gli fu tanto nociva e molesta

Quella percossa veramente orrenda,

Che girò sette volte il dormitoro,

Tra sè dicendo: Misero, mi moro.

51

Accortosi il romito del bastone,

Vuol tornare al suo letto, e scambia quello.

Va con la mano sopra esso tentone,

E il trova pieno: séguita bel bello,

E che ivi sia l'ostessa egli suppone,

E v'è colei che già puzza di avello,

Ond'ei senza dir nulla ivi si pianta,

E nel suo cor di gaudio e gioja canta.

52

L'ostessa che sentì questo fracasso,

E non si trova più il marito a lato,

Della suora si crede andato a spasso

L'onore, e pien di corna il parentato;

E salta giù in camicia, e passo passo

Della sirocchia al letticciuolo usato

Tacita s'incammina, e un letto trova;

Ma vuoto affatto e freddo lo ritrova.

53

L'oste frattanto si riporta a letto;

E mentre vuol cercar della consorte,

Si sente un che gli pon la mano al petto.

Questi era Astolfo ivi arrivato a sorte,

Che salì per lo scambio in tal dispetto,

Che gli averebbe dato infin la morte;

Ma soffre per non far ivi romore,

E dal letto dell'oste scappa fuore.

54

La giovinetta al suo covil ritorna,

E ci trova la suora; onde s'allegra.

Astolfo tanto fa che alfin s'inforna

Dove il romito dalla pelle negra

Dell'ostiero con l'avola soggiorna,

La qual rotta dagli anni, afflitta ed egra

Nelle coperte sta tutta raccolta,

Che ancor di luglio ella ha freddezza molta.

55

Alla sinistra sua Ferraù giace,

Ed alla destra l'amoroso Inglese;

E ciascun di suo sito si compiace.

Ma stanno con le voglie ambo sospese,

Ed il respiro quasi anco in lor tace;

Che Ferraù per l'oste Astolfo prese,

E tal di Ferraù fece argomento

Astolfo; onde temevan del cimento.

56

Pure il romito non si può tenere

Che in qualche modo l'amor suo non mostri

Alla vecchia che russa a più potere;

E immaginando bianche perle ed ostri,

Ch'anche all'oscuro pargli di vedere,

Con mani armeggia sì, che par che giostri,

Per discoprirle il dilicato volto,

Che stava tutto ne' lenzuoli avvolto.

57

E Astolfo anch'esso lavora di mano.

In questo mentre della stanza fuore

L'oste era andato, e tornato sì piano,

Che nè pur fece il minimo romore;

E una lanterna avea sotto il gabbano

Chiusa sì ben, che non uscìa splendore;

E dove crocchia alcun letto o tentenna,

Ivi l'ostier tosto d'andare accenna.

58

Ed ecco che s'incontrano a fortuna

Le man d'Astolfo con le benedette

Di Ferraù, che senza flemma alcuna

A dargli delle pugna non si stette.

Parve ad Astolfo la cosa importuna,

Che non vorrebbe snidar su le gazzette:

E credo che fuggito egli sarìa;

Ma l'oste aperse la lanterna ria.

59

Come talor se alcun cencioso involto

Viene in strada da due a un tempo visto,

Che si dan pugna e si graffiano il volto,

Per la gran voglia c'han di farne acquisto;

Ma se da un terzo il cencio vien disciolto,

E ci trova bruttura o carbon pisto,

Sdegno e vergogna tanto li conquide,

Che fuggono, e chi resta se la ride;

60

Così sdegnossi al comparir del lume

Astolfo e Ferrautte, in veder quanto

Orrida ell'era ancor sopra il costume

Delle vecchie che son deformi tanto.

Dalla barba le uscìa proprio bitume;

La sua pelle parea pelle di guanto,

Ma già dismesso, e di quella natura

Che fansi in Francia per maggior frescura.

61

Il resto se l'immagini chi vuole.

Onde avvampando di vergogna e d'ira,

Non vollero aspettar alba nè Sole;

Ma bestemmiata la contraria e dira

Fortuna, vanno via, come andar suole

Ladro scoperto che seco si tira

Voci e sassate. E noi lasciamli andare,

E in Cafria andiam Despina a ritrovare.

62

Durò la meschinella addormentata

Tutta la notte e tutto il giorno appresso;

E appena si riscosse e fu svegliata,

E vide il mare, e sè pur vide in esso,

Che sospettosa intorno intorno guata;

E mandando un sospir dal cuore oppresso,

Chiede del suo Ricciardo; e ciascun tace;

Onde in subito pianto si disface.

63

Il padre la conforta e rassicura

Che fra non molto rivedrallo al certo;

Ma la dolente il suo parlar non cura,

Chè ha il falso animo suo troppo scoperto.

Ma come fu dotata da natura

D'eccelso core e d'intelletto aperto,

Così in mezzo alla doglia e al tradimento

Andò pensando a cento cose e cento.

64

Poscia fermossi in una, e questa fue

Serrare il duolo per allora in seno;

E volta al padre: L'alme voglie tue,

Disse, sono alle mie regola e freno.

Amo Ricciardo, e più le virtù sue,

E quel valor di cui egli è sì pieno;

Ed amo la modestia e il suo bel cuore:

Ma vince amor di padre ogni altro amore.

65

Se a te sarà, come, signor, vorrei,

A grado ch'io lui sia serva e consorte,

Non han più che bramare i desir miei:

Ma se a te ciò non piace, o che la sorte

Così giri e così vogliano i Dei,

Son donna, è ver, ma generosa e forte;

E spero di poter, sebben con stento,

Superar me medesma e il mio tormento.

66

Al suono delle voci inaspettate,

Del vecchio padre rallegrossi il viso,

Come il prato per pioggia nell'estate;

E guardando la figlia fiso fiso,

Oh alma, disse, colma d'onestate!

De' miei grandi avi oh come in te ravviso

Raccolte tutte le virtù più belle,

E ricca di più chiare ancor di quelle!

67

Scherzo del volgo e de' fanciulli Amore

Sarebbe, e non terror d'uomini e Dei,

Se ognuno avesse di Despina il core.

Oh Cafria mia, quanto allegrar ti dêi,

Perch'io di figlia tal sia genitore!

È ver che un figlio, misero! perdei,

Che regger ti dovea dopo mia morte;

Ma in questa avrai sostegno ancor più forte.

68

Così mentre ei ragiona, da lontano

Si vedon comparir di Cafria i monti,

E poi le spiagge, e poi di mano in mano

I porti e luoghi più nomati e conti;

E perchè dispiegato ha il capitano

Il vessillo reale, allegri e pronti

I cittadini son venuti a riva,

Sicuri che a momenti il rege arriva.

69

Già il Sole si piegava alla marina,

E a poco a poco or una, or altra parte

S'ombreggiava del monte; e la divina

Donna che quiete a' mortali comparte,

Dalle spelonche, ove il dì la confina,

Usciva fuora con le chiome sparte;

E i gufi e le civette e gli assïoli

Le facevan d'attorno mille voli;

70

Quando disceser su la patria arena

Il re, la figlia e l'altra gente ancora;

E di tanta allegrezza fu ripiena

La spiaggia e il porto e ciascun Cafro allora,

Che a ridirlo sarebbe troppa pena.

Chi accende i lumi e chi le strade infiora;

E tra voci di gaudio e di diletto

Entrò Despina nel paterno tetto.

71

Quivi la notte tutti i suoi pensieri

Chiama a consiglio; chè morir si sente

Senza la luce di quegli occhi neri,

Onde il suo bel Ricciardo è sì potente,

Che passa tutti i più famosi arcieri,

Vogliate di Levante o di Ponente,

Di Mezzogiorno ovver di Tramontana;

E dalle piaghe lor niuna risana.

72

E ferma nel suo cor grande e virile

Da capo a piede tutta quanta armarsi;

E se dovesse ancor da Battro a Tile

Per trovare il suo sposo incamminarsi,

Non la spaventa l'esser suo gentile,

Che sotto l'armi ha speme d'indurarsi.

Solo le guasta tutto il suo disegno

La gran difficoltà d'uscir del regno:

73

Perchè ciascuno ha gli occhi in lei rivolti,

Speme e conforto del cadente impero;

Ond'è impossibil guardarsi da molti,

Quali abbiano per noi amor sincero.

L'oro più volte ha gli assedj disciolti,

E mite ha fatto ogni guardian più fiero;

E la paura e i vezzi hanno sovente

Messo in scompiglio ogni più franca gente.

74

Ma quella cura che nasce d'amore,

E si nutrica d'onestate e fede,

Niuna cosa di vincere ha valore.

Povertà le par bella; e non la fiede

D'ogni aspra morte il più crudele orrore.

Or ella, come saggia, ben s'avvede

Che non potrà tentar la sua partita,

Da tanti occhi guardata e custodita.

75

Ma quale ingegno Amor non assottiglia,

Quanto sia grosso, e quel più non raffina

Di quei che non han peso in su le ciglia?

Come per certo non l'avea Despina;

Che anzi cagionava maraviglia

Quella prontezza sua quasi divina.

Ora a costei pose Cupido in mente

Un modo d'ingannar tutta la gente.

76

Fece cercare con somma premura

Di cento giovinetti pel suo regno

D'etate, di grossezza e di statura

Eguali affatto; ed ella fe' il disegno

Dell'esser loro in su la sua misura;

E alla bellezza ancor volle che ingegno

Fosse congiunto; e fece far per loro

Belle armature e di gentil lavoro.

77

D'una divisa tutte e d'uno stesso

Color le fece fabbricare; e volle

Che fosse a ognuno un bel destrier concesso;

Nè rosa a rosa porporina e molle

Tanto è simìl, nè bianco gesso a gesso,

Come vuol che il destrier che ognun si tolle,

Alla grandezza e al pelo si assomigli,

E per macchia neppur si dissomigli.

78

Volle ancor che le penne de' cimieri

Fossero tutte di color d'argento.

In somma, tolta la voce e i pensieri,

Fra loro eran simìl tutti que' cento.

Bello il vedere dugent'occhi neri

In cento fronti senza barba al mento;

E se ben differenza era ne' volti,

Talor nelle visiere erano involti.

79

Con questa bella gioventude eletta,

Vestita pure anch'essa al modo stesso,

Pe' campi aperti a timida lepretta

Ed ora a damma iva Despina appresso;

Or sul lido del mar correva in fretta,

Scordata affatto del femmineo sesso:

E così ripigliando il prisco ardire,

Pensava solo ai modi di fuggire.

80

Lunge dal porto almen cinquanta miglia

Principia una gran selva assai famosa

Per l'avventure, onde la fata Origlia

(Il cener della quale ivi riposa)

L'empiette, per custodia della figlia

Che lì trattien, nè vuol che mai sia sposa

D'alcun, se non di quei da cui distrutte

Affatto sieno le avventure tutte.

81

Ma per tanti anni, quanti si provaro

Chiari nell'arme cavalieri o fanti,

Nelle prime avventure o ci restaro,

O sbigottiti non andâr più avanti;

Chè non si trova così fino acciaro

Che possa contrastare con gl'incanti.

Sol si diceva, e si diceva il vero,

Che alle donne era libero il sentiero.

82

Un giorno dunque la bella Despina,

Che seco aveva il nobile drappello,

In cacciando alla selva si avvicina,

Ed indi in quella trapassa bel bello.

Ma distinguer non puossi la regina,

Per quanto un guardi, da questo o da quello;

Onde parte va seco e parte resta,

Per timor che ha d'entrar nella foresta.

83

Avevan fatto trenta passi appena,

Che il ciel s'oscura, e in dispietata foggia

Per ogni banda folgora e balena,

E manda giuso spaventevol pioggia;

Indi una nebbia d'atro odor ripiena

Sorge, che affatto ogni chiaror disloggia;

Onde ognun per la tema vuol fuggire,

Ma non sa, per la nebbia, ove possa ire.

84

Febo a Despina sol di sè fa mostra,

Nè ode il fragore dei tremendi tuoni;

Anzi più dell'usato le si mostra

L'aria benigna in quelle regïoni,

E il suol dove biancheggia, ove s'inostra

Di gigli e rose e di sanguigni adoni,

Ove ella guarda, ove ella pone il piede,

E rinverdirsi ogni albero si vede.

85

O lei felice! quanto afflitti ed egri

Saran fra poco i cavalieri eletti

Alla custodia sua! i quali allegri

D'aver lasciati i boschi maladetti,

E di non più vedere i turbin negri

Che gli empiro d'affanno i forti petti,

Chiusi nella visiera a loro usanza

Facean ritorno alla reale stanza.

86

Ma quando ognun s'accorse che la bella

Despina nella selva restata era,

Piange e s'affanna, e sè infelice appella:

Ma più di tutti il rege si dispera,

Che piange morta ogni sua speme in quella,

O almen che non vedrà più primavera;

Perchè Lirina, figlia della Fata,

Delle donzelle è troppo innamorata.

87

Onde se a sorte ve ne arriva alcuna,

Seco la tiene; ed al primo bicchiero

Che beve di cert'acqua bruna bruna,

Perde ogni antico e più caro pensiero

D'amici, e patria, e sangue; e sol quell'una

Ama quanto può mai con cuor sincero:

E se prima d'amore egra languìa,

Quivi non sa che amor neppur si dia.

88

Ora a costei, cui niuna opra è celata

Del bosco, fu dimostro che Despina

È la donzella in lui di fresco entrata.

Corre a incontrarla subito Lirina

Da mille forosette accompagnata,

Ciascuna delle quali sì cammina,

Che par che voli o che il vento la mene,

Ch'erba col piè non tocca, o segna arene.

89

Ella s'era fermata a piè d'un fonte,

All'ombra d'un antico e verde alloro:

Nude le braccia avea, nuda la fronte,

E all'aure sciolti i suoi capelli d'oro:

Quando calare dal vicino monte

Vide Lirina con l'amabil coro;

E appena appena inverso lor si mosse,

Che arrivata da quella ritrovosse.

90

Come fra lor fosse amicizia antica,

Si baciâr dolcemente e senza fine;

Nè sì forte si stringe ovver s'implica

La pieghevol vitalba in su le spine,

Nè l'edra tanto s'avviticchia e intrica

Dell'olmo vecchio pel fronzuto crine,

Come stanno abbracciate e stanno strette

Fra loro queste due belle angiolette.

91

Zeffiro intanto su le lievi penne

La bella coppia e tutto il coro prese,

Ed al palazzo subito pervenne,

Che fece Origlia; e non ci fece spese,

Che a fabbricarlo i demoni vi tenne

(Come dice l'istoria) più d'un mese:

E lo fecer sì vago e bello tanto,

Ch'altro miglior non fêssi per incanto.

92

In mezzo un verde e spazïoso prato

Stassi l'ampia magione; intorno intorno

Evvi d'aranci e cedri un bosco grato,

Mirabilmente di fontane adorno;

E quanto puote aver l'arte pensato

E la natura, egli era in quel contorno.

Mi duol che Cafria ell'è troppo discosta;

Che per vederlo vorre' andarvi apposta.

93

Nel bel palazzo poi, che pazzo fora

Chi ne volesse altrui mostrar la pianta,

L'allegrezza e il piacere vi dimora,

E si mangia e si beve, e balla e canta,

Starei quasi per dire, a ciascun'ora.

Le giovinette son più di millanta

Senz'uomo alcuno; e gli hanno odio più fiero

Che a timidetta lepre il can levriero.

94

Ma Despina, che ancor non ha gustata

La bevanda nemica al nostro sesso,

Del suo Ricciardo sempre innamorata,

Co' suoi pensier s'aggira intorno ad esso;

E va pensando a quell'ora beata

Che troverallo e l'avrà sempre appresso.

Ma beve appena di quell'acqua bruna,

Che non ha più di lui memoria alcuna.

95

Oh quante donne mai nel mondo sono,

Che bevon di quest'acqua a tutte l'ore,

E i vecchi amor ponendo in abbandono,

Svenan un, per dar vita a un altro amore!

Almeno almen si gettassero al buono,

E posto tutto in libertade il core,

Non si dessero in preda a un nuovo amante:

Ma questo appena lo fanno le Sante.

96

Despina dunque, di Ricciardo spenta

L'amabile memoria, di Lirina

Amica tanto in quel giorno diventa,

Che stan prese per man sera e mattina;

Ed è di quella vita sì contenta,

Che del ciel già si crede cittadina.

Or noi lasciamla lieta in questi chiostri,

E volgiamo a Ricciardo i versi nostri.

97

Sebbene io mi ritrovo ora sì stanco,

Che meglio fia ch'io prenda del riposo,

Per poter poi più vigoroso e franco

Ripigliare il lavoro faticoso,

Pel qual sudo talor, e talor anco

Tremo e m'agghiaccio, e gire oltre non oso:

Chè sebben facil sembra il mio lavoro,

Pur d'ingegno ci spendo ampio tesoro.

98

Chè merita il poeta allor gran lode,

Che l'arte sua ricopre con natura;

E chi legge i suoi versi, ugna non rode

Per indagar qualche sentenza oscura;

Ma li capisce subito che li ode,

E crede l'opra sì piana e sicura,

Che sperar può che quelle cose istesse

Ei le potrebbe dir, quando volesse.

99

Non sia però tra voi, donne, chi pigli

In qualche tristo senso i detti miei;

Quasi voglia di lode sì m'impigli,

Che quel dica di me ch'io non dovrei,

Ed a mio danno fra di sè bisbigli:

Che queste cose ho detto sol per quei

Che nulla fanno e nulla sanno fare,

Ed ogni cosa voglion biasimare.

100

Contro de' quai tal bile in me s'estolle,

Che affatto uscirei fuor del seminato:

Però si spenga, or che gorgoglia e bolle,

Con grato nembo di buon vin gelato;

Di quel buon vino che in aprico colle

Di vecchia vite in Serravalle è nato.

Oh che buon vino! oh villan grazïoso,

Che l'hai pigiato col tuo piè terroso!

CANTO DECIMONONO

ARGOMENTO

_Ricciardo, vinto il mostro, l'armatura_

_E il cavallo incantato alfin si piglia._

_Orlando abbatte l'orribil figura,_

_La quale in pochi passi fa più miglia._

_Ferraù, per condur l'anima dura_

_D'Astolfo a ben morir, l'arte assottiglia._

_I due minor fratelli nel cammino_

_Vedonsi innanzi passeggiare un pino._

1

Muse, se mai mi foste amiche e grate,

E se all'ombra de' vostri incliti allori,

E al mormorìo dell'acque a voi sacrate

Potei gli affanni miei render minori;

Deh per vostra pietà non mi negate

L'usata grazia, acciò ch'io mi ristori

Dal crudo colpo della Morte acerba,

Che mi ha reciso un nipotino in erba.

2

E col picciol nipote ahi quanta speme

L'iniqua ha spento de' parenti suoi!

Onde a ragione s'addolora e geme

L'afflitta madre, e seco tutti noi:

Chè rado mette la natura insieme,

Nè forse allor che genera gli eroi,

Tanta grazia, beltà, vivezza e ingegno,

Come in lui: e la rea ruppe il disegno.

3

Ruppe il disegno di natura e il mio,

Che tutto lieto al benedetto giorno

Giva pensando, ch'ei dal picciol rio

D'Ombron sarìa venuto a far soggiorno

In val di Tebro, u' la terrena a Dio

Stanza è sacrata; e di virtudi adorno

Forse stato sarìa luce e conforto

Di tutti noi che lo pianghiamo or morto.

4

Oh morte! ahi dura e rincrescevol cosa!

Così la gente misera favella,

A cui, Momino mio, tutta è nascosa

La gran felicitade che t'abbella:

Che di cosa mortal, trista e fangosa,

Ti sei cangiato in rilucente stella;

E appena entrato in questo mare infido,

Pietoso vento t'ha rispinto al lido.

5

Ben è crudele e d'invidia ripieno

Chi piange la tua morte, e non comprende

Gli umani affanni e l'amaro veleno

Onde grondanti son nostre vicende:

Chè tutto questo misero terreno

Egli è coperto di nimiche tende

Per trucidarci; ed oltre a queste ancora,

Abbiam dentro di noi chi ci divora.

6

Però statti felice, e Dio ringrazia

Dell'immensa mercede che t'ha fatta;

E di quel bene immortale ti sazia,

Onde la fonte d'ogni bene è tratta;

E pel sereno ciel lieto ti spazia,

E qualche volta le tue luci imbratta

In guardar le miserie de' mortali,

Nell'onde avvolti de' perpetui mali.

7

Che se forse ancor tu venivi grande,

Forse anco un giorno tu averesti pianto,

Come Ricciardo, che una fonte spande

Di lagrime dagli occhi acerba tanto,

E così piena di miseria grande.

La doglia ell'è di non vedersi accanto

La sua Despina e il suo diletto amore,

Che gli rubò dormendo il genitore.

8

Quando svegliossi il mesto giovinetto,

E seppe che Despina era partita,

D'affanno e di vergogna e di dispetto

Poco mancò che non uscì di vita;

E balzato in un subito di letto

Col cuor doglioso e la mente stordita,

Armato tutto se ne corre al mare,

E senza indugio vollesi imbarcare.

9

Gli dissero i nocchieri: Il mare è grosso,

E soffia un vento che ci fa temere.

Disse Ricciardo: Io vi stritolo ogni osso,

Se seguitate a farmi dispiacere.

Su la terra vedermi più non posso,

E non mi ci terrebbe l'aversiere.

Vo' andare in Cafria, e voi mi ci merrete,

O tutti quanti di mia man morrete.

10

Questo parlare altero e risoluto,

E quel saper ch'egli era uomo da farlo,

Fe' che ciascuno rimanesse muto,

Nè dicesse più cosa da irritarlo.

Anzi il lor capo, ch'era un uomo astuto,

Con lieti detti prese a lusingarlo,

E disse: Contro il mare e contro il vento

Ci siam più volte trovati a cimento;

11

E la nostra arte ha vinto il loro orgoglio.

La terra e il fuoco fan paura a noi,

Ignote secche e sconosciuto scoglio;

Eolo non già con tutti i venti suoi,

Benchè non manchi lor forza e rigoglio:

Ed or che abbiamo il fiore degli eroi

Sul nostro legno, le stesse tempeste

Noi piglieremo, come fosser feste.

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E in così dire, abbandonaro il porto;

E Ricciardetto se ne sta pensoso:

E tanta fu la fretta ed il trasporto,

E l'amore fortissimo di sposo,

Che per molte ore e molte ancora accorto

Non si fu che partiva di nascoso

Da' suoi cugini e dalle donne loro;

E rossor n'ebbe, e n'ebbe anche martoro.

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Ma non volle perciò romper sua via,

E tirò innanzi con molta speranza

Di trovare appo loro cortesìa:

Chè Amor non guarda alla buona creanza,

Ch'è più villano della carestìa;

La qual 'n una città quando s'avanza,

Non solo altrui non vuol che s'offra il pane,

Ma vuol si rubi con maniere strane.

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Andò cinque o sei giorni sempre bene;

Ma turbatosi il cielo in su la sera,

Disse il piloto: Di banchi d'arene

Qui c'è gran copia; e se fosse men fiera

Quell'isoletta ove gir non conviene

(E lui mostrava un'isoletta nera

Per lo gran bosco che in essa apparía,

Albergo antico d'una belva ria),

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Il Ricciardetto, vol. II · 第 3 / 18 段