Che assalgan que' malvagi; ma nessuno
Più non si vede. Ond'io là drizzo i piei,
Tacito e sconsolato all'aer bruno,
Ove pensai trovar morta costei;
Ma il buon vecchio riveggo, e senza alcuno
Che lei lava dal sangue, e me la rende
Viva dopo cotante aspre vicende.
48
Il dì di poi ci perdemmo nel bosco,
Nè d'uscire trovammo più la via;
Talchè in quell'antro tenebroso e fosco
Entrammo a caso per fuggir la ria
Stagione, e i serpi dall'orribil tosco;
Quando d'empj ladroni aspra genìa
Un giorno all'improvviso ci vien sopra,
E a farci schiavi quanto può s'adopra.
49
Dopo lunga difesa e strage molta
Cediamo al fato, e rimanghiam prigioni.
Quanto soffrimmo poi dal dì che tolta
Ci fu la libertà da quei ladroni,
Dir non ti posso. E a lui Clarina vôlta,
Disse: Signor, deh tronca i tuoi sermoni,
Nè favelliamo più del mal passato
Sciolti e contenti, e a tal campione a lato.
50
E perchè il caldo egli era assai cresciuto,
Mercè che a mezzo il cerchio il Sol giunto era,
Dove il bosco più spesso era e fronzuto,
Si fermaro vicini a una riviera;
Dove, fatto lor prima un bel saluto,
Un villanello di buona maniera
Diè lor dei fichi ed altre dolci frutta,
Che rallegrò la brigatella tutta.
51
E richiesto di dove egli veniva,
Rispose che abitava ivi vicino,
Dov'era la cittade che ubbidiva
Al re Grandonio, detta Sadolino.
Disse Rinaldo, se parlar si udiva
Là fra lor d'un famoso paladino.
Rispose: Se ne parla; anzi domani
Fama è che se gli mozzino le mani.
52
Rise Rinaldo, e disse: A questa festa,
Se piace al ciel, mi vo' trovare anch'io.
Ma perchè non gli tagliano la testa?
Ch'egli è un guerciaccio, nimico di Dio.
Così fingea per non far manifesta
Col dolor sua persona, e il destin rio
Via più instigare sul misero conte;
Perchè disgrazie e spie sempre son pronte.
53
Or mentre sedon questi alla fontana
Aspettando che l'aria si rinfresche,
Torniamo a Ferrautte, a cui par strana
Cosa in vedersi tra genti Francesche
Da un'isola portato sì lontana,
Senza ch'egli ritrove e che ripesche
Chi gli fe' tanta grazia; ed ammirato
Quel più rimane nel vedersi armato;
54
E dice: Affè non Tobbia o Gabriele
Son stati, oppur Francesco od Agostino,
Che m'abbian tratto fuor del mar crudele;
Ch'io sono un furbo tinto in cremesino.
Ma non intendo perchè mi si cele
Chi mi diede soccorso, e tal cammino
Mi fece fare oltre ogni umana speme:
Onde d'un qualche demonietto teme.
55
E tra questi pensieri il cammin prende
Verso Parigi; e dopo alcune miglia,
Da varia gente che riscontra, intende
Come Carlo per Spagna il sentier piglia;
Chè Alfonso oppresso da' Mori l'attende.
Ond'egli allenta al corridor la briglia
Per trovarsi più presto a Carlo appresso.
Ed offerirgli di buon cuor sè stesso.
56
E frattanto s'immagina, anzi crede
Che Malagigi l'abbia lì condutto
Con la tanta virtù ch'egli possede;
E si lusinga ch'ei diragli il tutto
La prima prima volta che lo vede;
O almen ne caverà tanto costrutto
Che basteragli: e mentre così seco
Discorre, incontra un poverello cieco,
57
Che in carità gli domanda una piastra;
A cui rispose Ferraù: Va in pace,
Chè asciutto sono assai più d'una lastra.
E il cieco a lui: Deh guarda, se ti piace,
Nella saccoccia, e il tuo borsello castra;
Altrimenti sarò sì pertinace
Nel seguitarti, che ovunque anderai,
Me così cieco sempre al fianco avrai.
58
Ferraù ride, e sprona il suo ronzino;
E dopo un lungo e rinforzato trotto
Si volta a dietro, e si vede vicino
Il cieco che lo segue chiotto chiotto.
Perchè gli dice: Orbaccio malandrino,
Se più mi vieni appresso, io ti forbotto.
Il cieco a questo dire alza il bastone,
E glie lo mena sopra del giubbone.
59
Ferraù che si sente maltrattare,
Dà di mano alla spada, e lui percuote;
Ma il cieco col suo bussol da accattare
Si copre, e le percosse sue fa vuote;
Ed intanto lo segue a bastonare,
Tal ch'ei si tinge di rossor le gote
Per la vergogna di dover morire
Così vilmente; onde gli prende a dire:
60
O cieco, tu, che gli occhi hai nelle mani,
E nel bastone che non falla mai,
Lasciami stare, e dà fastidio ai cani,
O a quegli che ti vogliono dar guai.
Io son senza danari; onde son vani
I voti tuoi, e s'ingannan d'assai:
E mi potresti batter tutto un mese,
Che non ti potrei dar pure un tornese.
61
Fermossi il cieco allora, e disse: Frate,
T'ho bastonato per correzïone,
Chè m'è nota la tua iniquitate.
Tu sei e fosti il più tristo e briccone
Che abbia o avesse mai alcuna etate.
Le mani al volto Ferraù si pone
In sentirlo parlar di tal maniera,
Chè gli par poco la sola visiera.
62
In questo mentre il buon cieco ripiglia
La solita figura, e più benigno
Gli parla, e dice: A me volgi le ciglia,
Ch'io non son, come credi, uomo maligno;
Ma sono un della nobile famiglia
Di quei di Montalbano; ed or m'accigno
Al tuo favore ed al favor di Carlo,
Chè fra tutti è ben giusto d'ajutarlo.
63
Quando s'accorse il mesto Ferrautte
Che il finto cieco Malagigi egli era,
Che gli batteva addosso il solreutte,
Oh, disse, figurino di galera,
Già che ti muti nelle forme tutte,
Che ti possi mutare avanti sera
In un sacco di paglia o ver di fieno,
E un fulmine dal ciel ti colga in pieno.
64
E Malagigi a lui: Romito porco,
C'hai tu fatto in quell'isola lontana?
Ti credi tu che un fattaccio sì sporco
Se lo porti di Lete la fiumana?
Della tua sposa con la faccia d'orco,
Di quella tua bruttissima befana
Io so la vita, e so la morte ancora,
E voglio dar tutta la istoria fuora.
65
A tal sermone Ferrautte inchina
La faccia a terra, e sospirando il prega
Che questa opera sua tanto meschina
Non voglia propalare; ed ei si piega
A compiacerlo, e intanto s'avvicina
Al padiglion di Carlo, che una lega
Poteva esser discosto, e in compagnìa
Vanno facendo il resto della via.
66
Già il Sol, deposti i dorati capelli,
S'attuffava nel mare e dispariva;
E co' suoi raggi scintillanti e belli
Espero adorno al suo partir veniva.
Tacean su i rami i coloriti augelli,
E dolce il bosco mormorar s'udiva
Tocco dall'aure, che dal mare ai monti
Volavan per lambir l'acque de' fonti;
67
Quando si presentaro i due guerrieri
Avanti a Carlo e a tutto il concistoro;
E fûr tante le gioje ed i piaceri,
Che si mostraro quei campion fra loro,
Che a dirli ci vorrìano i giorni interi.
Carlo, pieno di grazia e di decoro,
Non sol li fe' sedere a sè vicino,
Ma li volle fin sotto al baldacchino.
68
Nè questo è maraviglia; chè i signori
Quando han bisogno, fanno ancor di peggio:
Dan baci e danno abbracci a' servitori,
E dan lor borsa e mogliera in maneggio,
E quanto essi hanno in casa e quanto fuori;
Anzi di più lor fanno anche corteggio;
Ma avuto il loro intento; i manigoldi
Più non darìan per camparli due soldi.
69
A Ferrautte molte cose chiede
Carlo d'Orlando e di Rinaldo, ed anco
De' figli loro, e del mondo in qual sede
Si trovino; e il romito: È assai che manco
Da un'isola, signor, che ogni altra eccede
Per maraviglie, dove rotto e stanco
Giunsi dalle tempeste; ed è sì lunge,
Che fama pur di lei qui a noi non giunge.
70
I paladini tuoi là pure spinse
Lo stesso vento e la tempesta stessa.
E poi con agio Ferraù distinse
Cosa per cosa che gli era successa;
Ma tacque, come Amor piagollo e vinse
Per un demon, per una furia espressa;
E disse il ratto di Despina, e come
Strappossi per dolor le bionde chiome:
71
E che Ricciardo e ogni altro paladino,
Chi in qua, chi in là, sopra varj navigli
S'eran gittati a tentar lor destino;
E che presto sperava che co' figli
I due guerrieri ei si vedrìa vicino,
Che tosto lo trarrebber di perigli:
E intanto ei s'offeriva a sua difesa,
E della Spagna e della santa Chiesa.
72
Lo ringrazia il buon Carlo, e vanno a cena,
Indi a dormire: e al primo primo albore
Si muove il campo e marcia con gran lena;
Chè ognuno è punto da desìo d'onore.
Già di Provenza in su l'estrema arena
Han posto il piede, e sperano in poche ore
Passar la Linguadoca, ed a Narbona
Arrivar l'altro giorno in su la nona.
73
Ferraù prende il sentier di Tolosa
Per avvisar quel duca e suoi baroni
(Chè una figlia di Carlo era sua sposa),
Acciocchè con cavalli e con pedoni
Soccorra a tempo Spagna bisognosa;
E camminato avea due giorni buoni,
Quando in un bosco trova un'osterìa,
E un cavalier che con l'oste piatìa,
74
E gli diceva: Tu m'hai preso in cambio;
Chè sol qui mi fermai dall'altra sera.
E l'oste a lui: Per Dio, io non ti scambio,
Sei quel che passò qui di primavera.
Ci stesti un mese, e poi pigliasti l'ambio,
E gravida facesti mia mogliera.
Tua donna non conobbi, egli riprese,
E mi sembri un ingiusto, uno scortese.
75
E l'oste a lui: Tu fai come il cucúlo,
Che beve l'uova della caponera,
E poi si fa le sue uscir dal culo;
Onde quella ingannata in tal maniera,
Cova i figliuoli altrui. Furfante e mulo
(Riprese il cavalier con aspra cera),
Di tua mogliera non ebbi desìo;
E s'ella è pregna, non sono stat'io.
76
Con le più belle e dilicate dame
Che siano al mondo, ho vïaggiato a solo,
Ed ho d'amore sofferta la fame.
Or vedi un poco, il mio brutto fagiuolo,
Che forza potea farmi il tuo tegame,
Sol buono da sfamare un marïuolo.
Disse l'ostiero: Io vi concedo toto;
Ma il corpo di mia moglie non è vôto.
77
E si acceser parlando a tanto sdegno,
Che l'oste preso in mano un gran forcone,
Di forargli la pancia ebbe disegno;
Ma il cavaliero avvezzo alla tenzone
Lieve saltò come caval di regno;
E l'oste ebbe a ferire un suo garzone,
Che con gli altri garzoni immantinente
A sassi lo pigliaro crudelmente.
78
E se non era che spedito e presto
Fuggì in casa l'ostiero, e serrò l'uscio,
Lo averebber ridotto a pollo pesto,
E forse morto; chè rotto, qual guscio
D'ovo, il cranio gli avrìano. Onde modesto
Disse alla donna: Io di qui più non sguscio,
Se non fo pace con li miei garzoni,
A' quai per me dar puoi mille perdoni.
79
E l'ostessa, che bella era e garbata,
Sopra di sè si prese questa pace;
E perchè da' garzoni ell'era amata,
Spense dell'odio la rabbiosa face,
E fe' far loro una bella frittata
Con un presciutto rosso come brace;
E portato un boccal di vin squisito,
Li pose a mensa, e vi chiamò il marito.
80
Ferraù disse: Io vo' star qui stanotte,
In fin che il Sole non iscappa fuora;
Chè l'osterie son meglio delle grotte,
E l'acqua delle fonti e della gora
È buona pe' ranocchi e per le botte:
Il vino mi conforta ed avvalora.
Ma di fermarsi la cagione espressa
Io mi credo che sol fosse l'ostessa.
81
Vi si trattenne ancora quel soldato
Che aveva preso a litigar con l'oste.
Chi sia costui, dirollo in altro lato;
Chè or son chiamato in parti assai discoste.
Le donne e i cavalieri che sul prato
Lasciai di Nubia all'aura e al sole esposte,
Cenno mi fan che di lor mi ricordi,
E che mia cetra anco per lor s'accordi.
82
Orlanduccio, Naldino, Argéa, Corese,
E la bella Despina e Ricciardetto
(Disfatto il reo castello, ove stier prese
E scorticata a guisa di capretto
La strega che fe' lor cotante offese)
Restaro, come assai di sopra ho detto,
In un bel prato con molte brigate,
Che fûro tutte insieme liberate.
83
Rimasero al principio stupefatti
In veder disparito quel castello;
Ma poi sicuri di lor scampo fatti,
Lieti a ballar si misero su quello:
Poi tutti insieme al porto si fur tratti,
Ove lasciaro afflitto e tapinello
Il Cavalier del Pianto, e mal conciato
Dal giorno che da' Mori fu piagato.
84
Questi era il genitore di Despina
(Come mi penso che vi ricordiate),
Che non fu sera mai, non fu mattina,
Dal dì che da color gli fur rubate
Le belle donne intorno alla marina,
Che non mostrasse le luci bagnate
Di caldo pianto: e ben ragion n'avea,
Ch'egli era padre proprio d'una Dea.
85
Io taccio le allegrezze e i dolci amplessi
Che fece alla figliuola e all'altre donne,
E a' cavalieri pur di gaudio oppressi;
E lor chiamando di valor colonne,
Del grato cuore i sentimenti espressi,
Con la figliuola in una stanza andonne,
E lì pregolla in Cafria a far ritorno
Al primo comparir del nuovo giorno.
86
E se figlia esser vuole ubbidïente,
La prega non condurvi Ricciardetto,
Perchè ha timore che la Cafria gente
Per sua cagion non gli perda il rispetto:
Che poi là giunti, quasi immantinente
Farà sì che a lei venga il giovinetto,
E sia suo sposo, e della Cafria erede;
E v'impegna la sua parola e fede.
87
Despina a quel parlar cangiossi in viso,
E parve il Sol che allora che più splende,
Lo veli alcuna nube d'improvviso.
Pur, come saggia, d'ubbidirlo intende,
E gli dice: Signor, da me diviso
Se vuoi l'almo garzon che sì m'accende
Sia fatto il tuo voler; ma sappi ancora
Che senza lui converrà poi ch'io mora.
88
Ed egli a lei: Tu non morrai d'amore;
Ma guarda di non dirgli una parola
Della partenza nostra. Assai rigore
È questo, o padre; e piuttosto la gola
Mi passa con un ferro, o passa il core
(Rispose lui la misera figliuola),
Che doverlo lasciare e non dir nulla:
Ah di me come sorte si trastulla!
89
Amor che fa gli amanti sospettosi,
Fe' che Ricciardo alla porta pian piano
S'accostò con gli orecchi desïosi
Di saper lor discorsi; e non fu vano
Il suo sospetto; e sì da furïosi
Impeti preso fu d'un duolo insano,
Che senza favellar la porta rompe,
E in questi detti sdegnato prorompe:
90
Così tu paghi le fatiche altrui,
Ingrato, senza onore e senza fede?
Guardami in volto: io sono, io son colui
Che per aver la tua figlia in mercede
Diedi la morte agl'inimici tui,
E trassi lei dalla profonda sede
Dell'avello spietato; ed oltre a questo,
Te tolsi al tuo pericol manifesto.
91
Che non feci per lei? Ella tel dica,
E ancor ti narri quell'amor sincero,
Con cui in amarla si serbò pudica;
Miracolo che altrui non parrà vero.
E intanto la mia vita si nutrica,
Nè cede della morte all'aspro impero;
In quanto spesse volte ella mi diede
D'essermi sposa giuramento e fede.
92
E mentre ei sì ragiona, ambidue gli occhi
Fissi tiene in Despina, e non li move;
E a lei, che non sa qual sorte le tocchi,
Rivo di pianto da' bei lumi piove:
E par che l'alma per quel rivo sbocchi,
E fa di ragionar ben mille prove;
Ma ell'è tanta l'ambascia che l'opprime,
Che non ritrova le parole prime.
93
Lo Scricca che conosce discoperto
Il suo disegno, finge pentimento
Del già preso consiglio; e come esperto
Nocchier che il legno regola col vento,
Con soave parlar cerca far certo
Ricciardo del mutato suo talento,
E che non partirà se non con esso.
Ma quel che avvenne, udirete in appresso.
CANTO DECIMOTTAVO
ARGOMENTO
_Lo Scricca da Ricciardo porta via_
_L'infelice Despina addormentata._
_Scampato è Orlando da fortuna ria._
_Dall'Inglese l'ostessa è ingravidata._
_Ferraù sbaglia letto all'osteria,_
_E giace colla vecchia sganganata._
_Despina in casa della fata Origlia_
_L'amato suo Ricciardo in odio piglia._
1
Se ci avesse formato la natura
Il petto di cristallo o di diamante,
O d'altra cosa trasparente e pura,
Tal che si rimirasse in un istante
Il nostro cuore ed ogni sua figura,
Ciascuno da sè sol fora bastante
A guardarsi dall'altro; e non sarìa
Frode alcuna nel mondo, o pur bugìa.
2
Allor vedrebbe ogni amante perfetto,
Se la sua donna gli ragiona il vero,
Quando giura esser lui il suo diletto,
E che stima appo lui ogni altro un zero:
E quel signor che si vede soggetto
E umile a' piedi suoi un mondo intero,
E che s'ode pregar lunghi e begli anni,
Ed un imperio spogliato d'affanni;
3
Se potesse ancor egli veder chiaro
L'odio, la rabbia ed i voti crudeli
Che il popol serra nel suo cuore amaro,
E che le voci amorose e fedeli
Solo in mezzo al palato si crearo,
La gran superbia onde s'innalza a' cieli,
Forse che deporrebbe, e, fatto umìle,
Si mostrerebbe a' popoli gentile.
4
Ma pure ancor, come è chiuso e coperto
Di carne e d'ossa e di nervi e di vene,
Esser doveva per natura aperto,
Così creato dall'eterno Bene:
Ma quei che fe' tragitto al gran deserto
Dal Paradiso, e ci diè tante pene,
Egli sconvolse col suo fatto indegno
La bella simetrìa e il gran disegno;
5
E commessa la rea colpa fatale,
Ci aperse il varco ad ogni aspra sventura.
Morte la falce, e prese il Tempo l'ale,
E niuna cosa in avvenir fu pura.
Il bene allora cedè il loco al male;
E dove l'innocenza era sicura,
Ivi la frode e l'inganno perverso
Miser piede, e corrupper l'universo.
6
Ond'è che il padre più non crede al figlio,
La consorte al marito; e sospettoso
Ci è biasmo, lode, stimolo e consiglio.
Che altri del nostro mal stassi doglioso,
Il qual ride in segreto; e lieto ciglio
Altri ti mostra in stato prosperoso,
Mentre invidia lo strugge e lo divora,
E ti vorrebbe misero in quell'ora.
7
E questa è la ragion che poi deluso
Restò, come udirete, Ricciardetto,
Che ingenuo essendo, e non conforme è l'uso,
Diede facil credenza a ogni suo detto.
Ma di semplicitade io non lo scuso;
Chè depor così presto il suo sospetto
In una cosa di tanta importanza,
Colpa ella fu di giovenil baldanza.
8
Lo Scricca (mentre egli abbadava in porto
Alla sua cura, e l'esito attendea
de' paladini, che voleano morto
Nicota e la mogliera iniqua e rea,
E di lor donne vendicare il torto)
Della sua casa una finestra avea,
Che il mar guardava, ond'ei convalescente
A quella s'affacciava assai sovente.
9
Ed ora uno giungendo, or altro legno,
A sè chiamar soleva i marinari,
E udir novelle di questo e quel regno,
Ed i gran casi e i movimenti vari,
Di che n'è il mondo in ogni loco pregno.
Due legni un giorno per grandezza rari
Vi giunsero, ed appieno corredati
Eran di marinai e di soldati.
10
E lo scudiero suo subito invìa
A sapere chi sieno e di qual parte;
Ed egli torna pieno d'allegrìa,
E dice lui: Il tuo ammiraglio Alarte
Quegli è, signor, che la marina via
Solcando va per voglia di trovarte;
Chè Cafria lagrimosa e supplicante
Da sè non ti può più soffrir distante.
11
E mentre così dice, Alarte giugne,
A cui lo Scricca fa tosto comando
Che torni al porto; ed oltre a ciò gl'ingiugne
Che l'esser Cafro occulti, e solo quando
Venisse il caso di sconcerti e pugne,
Egli si scopra, e lui venga ajutando.
E poi consegna un foglio allo scudiero,
Che a lui lo porti all'aer più fosco e nero.
12
Per l'osterìa già divulgato il fatto
S'era della partenza di Despina;
E che questo consiglio avea disfatto
Il buon Ricciardo, che sì dura spina
S'era di mezzo al core a tempo tratto:
E Corese ed Argéa di tal rapina
Ne fecero doglianze e gran lamento
Col vecchio che mostronne pentimento.
13
Cenano tutti insieme, e poi sen vanno
A riposar ciascuno alla sua stanza.
Dormono con le mogli quei che l'hanno;
E chi non l'ha, stassi a grattar la panza.
La figlia e il padre in un quarto si stanno:
L'albergo di Ricciardo in lontananza
Egli è molto da quello; ma si pone
Pure a dormir senza sospezïone.
14
Lo Scricca, mentre dorme la figliuola,
Brucia certe erbe, al fumo delle quali
L'umido sonno intorno agli occhi vola
Con forza non creduta da' mortali;
Tal ch'ella col suo letto e le lenzuola
Fa portar da quattro uomini bestiali,
Forti così, che avrìen portato via,
S'egli voleva, ancora l'osterìa:
15
E ascesi su la nave cheti cheti,
Danno a' venti le vele; ed in brev'ora
Solcan sì presto la marina Teti,
Che son del porto omai di vista fuora.
Le cime intanto de' sublimi abeti
Si mostran d'oro; chè sì le colora
La bella luce che il Sole nascente
Spruzzava sopra lor vago e ridente.
16
Quel che dicesse il mesto Ricciardetto,
Quando s'accorse della sua partenza,
Dirollo altrove; chè Orlando ristretto
Da duri lacci, e della rea sentenza
Omai vicino a provare l'effetto,
A sè mi chiama. Ei dunque alla presenza
Condotto del tiranno aspro e villano,
Perder doveva l'una e l'altra mano.
17
E di già sopra il ceppo un mannajone
Stava sì grosso da tagliare un bue;
Quando Rinaldo tra 'l popol si pone,
E a lui s'accosta quanto che può piùe:
Ed ecco che ne viene il gran campione
Di Francia afflitto, e con le luci in giùe.
Le man gli prende il boja, ed in quel mentre
Gli pon Rinaldo la spada nel ventre;
18
E senza dirgli pur mezza parola,
Comincia nella turba un tal fracasso,
Che a nessun sembra una persona sola:
Una Furia pareva, un Satanasso.
A chi taglia le braccia, a chi la gola;
Ciascheduno da lui dilunga il passo:
Ond'egli scioglie il suo cugino Orlando,
Che svelle il ceppo, giacchè non ha brando;
19
E con quella colonna di legname
Stritola i Mori con tanto furore,
Ch'empie di strida tutto quel reame.
Il re frattanto comparisce fuore,
Vestito tutto quanto di corame
Di draghi; e seco mostrando valore
Gente compare in numero infinito,
Con diverse armi e con sembiante ardito.
20
Orlando lega al mezzo il grosso ceppo
Con la fune con cui legato egli era;
Poi colà dove il popolo è più zeppo,
Lo ruota d'una frombola in maniera.
Tristo chi giunge con quel suo giuleppo,
Chè si sente arrivar l'ultima sera;
Ma nè meno la sente, ch'egli è morto
Avanti che si sia del colpo accorto.
21
Rinaldo fora e taglia; e in un momento
Fatti attorno si sono una gran piazza.
Il re sdegnato grida, e tutto intento
Alla vendetta vien con una mazza
Di ferro, che a vederla fa spavento;
Ed una danne sì sfatata e pazza
Sul capo di Rinaldo, che lo getta
Al suol, qual tronco per colpo d'accetta.
22
E come quando si dà la mazzuola
A' rei, che al primo botto altro s'aggiugne,
Come de' Boii dimostra la scuola,
Così colla gran mazza ei lo raggiugne
Con altro colpo sì, che lo consola.
Orlando a questo fatto sopraggiugne;
E credendo il cugino fracassato,
Mena col ceppo come un disperato;
23
E te lo piglia in mezzo delle schiene,
Sì che lo getta a terra; e furïoso
Gli batte il ceppo in testa bene bene,
E per sempre gli dà pace e riposo.
Il rege ucciso, il popol non si tiene
Più fermo; ma fuggiasco e timoroso
Vanne così, che par che sciolga il volo.
Restò nel campo Orlando afflitto e solo;
24
E del cugino l'elmetto disciolto,
Gli vede uscito in molta copia il sangue
Dal naso, onde imbrattato ha tutto il volto.
Gli tasta il polso; e se ben basso langue,
Pur vede ancor che in lui lo spirto è accolto;
Onde così qual era mezzo esangue,
In spalla se l'arreca, e lo conduce
A un fonte che assai fresca acqua produce.
25
Quivi Clarina col dolce consorte
Van richiamando in vita il buon guerriero,
Che tolse entrambo di bocca alla morte:
Nè molto andò che si rinvenne, e fiero
Col re voleva ritentar sua sorte;
Ma disse Orlando: Quei morto è da vero,
Non come tu che hai finto di morire
(Dicea scherzando), per falta d'ardire.
26
E fattisi fra lor mille cortesi
Atti d'amore e di vera amicizia,
Risolsero condurre a' lor paesi
Gli sposi, e un clima di tanta nequizia
Abbandonar, dove sì fûro offesi;
E andar poi in Francia, e goder la dovizia
De' beni che natura a larga mano
Piove su monti suoi e sul suo piano.
27
Vanno diritti al porto, e quasi vuoto
Lo vedon di navigli, per la tema
Ch'ebber del gran valore e affatto ignoto
De' due che fêro d'abitanti scema
L'isola: e tutti i marinari a nuoto
Si diero allor che su l'arena estrema
Videro comparire i due guerrieri,
E tremolar le penne de' cimieri.
28
Sol non temette un piccolo naviglio
Dall'isola partito di Clarina,
Venuto carco di pel di coniglio,
Che là si tesse in maniera sì fina
Che sembra tela: e di sua balia un figlio
Era il padrone; onde a lei s'avvicina,
E la prega a imbarcarsi, e far ritorno
Al delicato suo natìo soggiorno.
29
Accettano l'offerta, e immantinente
Montan sopra esso, e sciolgono quante have
Vele la barca, e vanno allegramente,
E fanno più d'un miglio in men d'un'Ave;
Garbin sì le gonfiava fortemente;
E senza incontrar mai nimica nave,
Od altro incontro, giunsero al bramato
Loco in tre giorni, il quarto incominciato.
30
Qui si fermaro i valorosi eroi
In circa un mese, e fûro ben trattati.
Ma (disse Orlando), alma Clarina, a noi
Conviene andar in Francia, ove soldati
Siamo di Carlo e capitani suoi.
La gola e il sonno e gli agi dilicati
Ci arrecan più paura e maggior danno,
Che tigri ed orsi e draghi non ci fanno.
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Il mestier della guerra non comporta
Spesso spogliarsi e spesso rivestirsi,
E mangiare pasticci e mangiar torta,
E dopo mensa i denti ripulirsi,
E quello far che il vostro stato porta.
Indurar ci bisogna ed inasprirsi;
E soffrendo ora fame, or caldo, or gelo,
Incanutir nella fatica il pelo.
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Clarina ha dispiacer di lor partenza;
Ma giacchè non li puote trattenere,
Lor prepara con molta diligenza
Una nave che va come sparviere.
Essi, presa da lei grata licenza,
E dati mille abbracci al cavaliere,
Entraro in barca verso mattutino.
Or noi lasciamli andare a buon cammino;
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E ritorniamo un poco all'osterìa
Dove lasciammo Ferrautte, e quello
Uomo armato che con l'oste piatìa.
Sapete chi è costui? è Astolfo il bello,
Che sconosciuto andava per la via.
Tinto ha di nero il biondo suo capello,
E ancor si è posto una barba posticcia,
E così me' che puote l'impasticcia.
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Quando egli ritornò dall'isoletta,
Del palo liberato dal periglio,
E fu mandato come per staffetta
Da Orlando a Carlo, a cagion di suo figlio
E di quel di Rinaldo, cui il trombetta
Aveva dato già bando d'esiglio;
Saputosi il suo caso nella corte,
Per le gran burle gli ebbero a dar morte.
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