Volle, dico, che il diavol si ponesse

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CLASSICI ITALIANI

NOVISSIMA BIBLIOTECA

DIRETTA DA

FERDINANDO MARTINI

SERIE III

VOLUME LVIII

FORTEGUERRI

IL RICCIARDETTO

CON UNO STUDIO DI GIOVANNI PROCACCI

ISTITUTO EDITORIALE ITALIANO

MILANO

_Il favore che ottenne dal pubblico la prima serie della nostra

BIBLIOTECA DI CLASSICI, sì da richiederne una seconda edizione già

sotto ai torchi, e gli incoraggiamenti che da ogni parte ne vennero al

nostro Istituto, ci inducono a proseguire nella impresa, guidandoci

con più larghi criteri a maggiori intendimenti. I quali forse non

consentirebbero che alla raccolta si mantenesse l'antico titolo di

BIBLIOTECA DI CLASSICI; ma noi lo manterremo: chè se non a tutti gli

scrittori ai quali daremo luogo, si conviene quell'appellativo com'è

comunemente inteso, tutti meritano d'essere divulgati e ancor letti. E

la Biblioteca nostra se non di classici, certo di scrittori eccellenti,

conterrà così quanto la letteratura italiana ha in tutti i secoli di

più pregiato e famoso._

L'ISTITUTO EDITORIALE ITALIANO

NICCOLÒ FORTEGUERRI

IL RICCIARDETTO

(VOLUME II)

CANTO DECIMOSESTO

ARGOMENTO

_I paladini ascoltano il discorso_

_Del tavernaro con pallida gota:_

_Pur coraggiosi con le zampe d'orso_

_Salgono il monte del crudel Nicota._

_Gli gonfiano la moglie, e dan soccorso_

_Alle lor donne, nè temono un jota:_

_E Rinaldo ed Orlando in compagnia_

_S'ubbrïacan ben bene all'osteria._

1

Io credo, donne, a cicalar da insano,

Quando veggo le cose de' mortali

Talor soggette a qualche caso strano,

Che al vecchio Giove si rompan gli occhiali,

O che in quel punto gli cadan di mano,

E che allora ci assalgan tutti i mali:

Come fa il lupo che al destriero sbruffa

L'acqua negli occhi, e nel collo l'acciuffa.

2

Perchè non so capir che gusto s'abbia

Egli, che tanto amico è del piacere,

D'amaro fiele bagnarci le labbia,

Perchè il buon vino non si possa bere;

E dove è pace, seminar la rabbia;

E di cavalli e d'aste e di bandiere

Coprire i piani; e le messi bramate

Vedere ove percosse, ove bruciate.

3

E le procelle e l'altre traversìe,

Che ci vengono sopra a tutte l'ore,

Calcoli, gotte, ed altre malattìe

Che c'empiono d'affanno e di dolore,

Creder dovrò ch'egli dal ciel c'invìe?

E pur le manda per segno d'amore;

Anzi che sono agli uomini da bene

Sospette l'allegrezze e non le pene.

4

Perchè a guisa di quei che fan gli arazzi,

A chi vede il rovescio, e non il dritto,

E' par che faccian cosacce da pazzi.

Qua miri un storpio che di là sta ritto;

Qua carboni, e di là sono topazzi;

Qua un occhio brutto, un mostaccio sconfitto,

Di là begli occhi, bel viso, bel labro:

Tali son l'opre dell'eterno Fabro.

5

E intanto ho detto qualche scioccherìa,

Perchè troppo dispiacquemi il frastuono

Che turbò la dolcissima allegrìa

De' fidi amanti. Avrìa voluto un suono

D'arpe e di cetre, e simile armonìa,

Di che le Grazie fanno largo dono

A chi gliel chiede; e non trombe e timballi,

O feroce nitrito di cavalli.

6

Nicota, il padre del guerriero ucciso,

Ebbe da quei che in fuga furon posti

Dai tre Franchi guerrier, subito avviso

Com'essi erano forti e ben disposti;

E come avevan del lor sangue intriso

Il suolo; e che non è uom che si accosti

A loro; tanto grande è la paura;

E che fuggendo solo uom s'assicura.

7

Temette il vecchio del suo Serpedonte;

E messi insieme seimila destrieri,

Egli per duce lor si mise a fronte:

E come fendon l'aria gli sparvieri,

O come sasso che cade dal monte,

O come volan li nostri pensieri;

Così van quelli in su la molle arena,

E presti sì che la segnano appena.

8

E questo ne avvenìa, perchè stregone

Esimio era Nicota, e la mogliera

Faceva la medesma professione;

Chè in quei paesi la magïa nera

Ha spaccio assai, e se ne dà lezione;

E v'è una scuola di buona maniera

Più vasta ancor del Collegio Romano,

E vi s'affolla il popolo africano.

9

Ricciardetto, Nalduccio ed Orlandino

Si scossero a quel suono, e in là rivolti

Videro il polverone assai vicino;

Ma benchè quasi all'improvviso còlti,

Non si smarriro neppure un tantino,

Ma tutti e tre insieme insieme accolti

Andaro incontro al corso de' destrieri

Col ferro ignudo, dispettosi e fieri:

10

E le lor donne al Cavalier del Pianto

Diero in custodia, e insieme lo pregaro

Ch'egli con esse s'invïasse intanto

Verso del porto: e ciò gli fu discaro;

Chè avrìa voluto a' tre guerrieri accanto

Fare ancor egli alcuno atto preclaro;

Ma pur s'acqueta, chè chiaro comprende

Che alcun non v'è che le donne difende.

11

Ma fatti non avea dugento passi,

Che mille gli son sopra coi cavalli;

E chi con spade e chi con dardi e sassi

Lo fere, e va gridando: Dàlli, dàlli.

E mentre che da lui difesa fassi,

Ed al colpir non si pone intervalli,

Le tre donne son prese, e via portate

Sovra i destrier con gran velocitate.

12

I paladini intanto fanno cose

Non più vedute o più sentite dire.

Fatte le arene son sì sanguinose,

Che una barchetta sopra vi può ire.

Nè sono queste iperboli ampollose,

Che soglion dirsi affine d'ingrandire;

È mera storia, ed io punto non dubito

Che il sangue s'era alzato più d'un cubito.

13

Già di cavalli e più di cavalieri

Tagliati e morti v'è copia sì grande,

Che alzar se ne potrìano i monti intieri;

Onde convien che il resto si disbande,

Ed alla fuga dassi volentieri.

Ricciardo di piacer lagrime spande,

E seco gli altri due fanno lo stesso,

E van correndo alle lor dame appresso

14

Ma non sì tosto giunsero là dove

Il Cavalier del Pianto egro giacea,

Che seppero l'acerbe e triste nuove,

E chiamaron Fortuna iniqua e rea,

Tiranno il Fato, e dispietato Giove.

Prese Ricciardo, conforme potea,

Il cavalier ferito e mezzo morto

In su le spalle, e lo condusse al porto;

15

E mentre un buon cerusico lo cura,

Domanda all'oste il mesto Ricciardetto,

Qual sia del vecchio rege la natura,

Per sapere qual possa avere effetto

Delle tre donne l'acerba cattura.

Rispose l'oste: Egli è un uom maladetto

Che sta con gli demonj e gli aversieri

Tutte le notti e tutti i giorni intieri:

16

Ed ora li fa fare il muratore,

Ed ora il fabbro, ed ora il legnajuolo;

Chè fabbricar gli ho visto in sol due ore

Torre tant'alta, che d'aquila il volo

Vi giunge appena; e dico il ver, signore:

Ed ho veduto ancor, sendo egli solo,

Far nascer 'n un balen fanti e cavalli,

E mutar l'acque in lucidi cristalli.

17

Ma la sua moglie è più dotta di lui,

E tristo chi le càpita alle mani.

Io lo so più d'ogni altro, il quale fui

Da lei trattato in modi acerbi e strani;

Perchè, mercede a' brutti incanti sui,

Cangiò me insieme con certi villani

In mastino, e ci fe' poi tutti porre,

Miseri, a guardia dell'orrenda torre:

18

Dove son tante donne e cavalieri,

Che in essa quasi non hanno più loco.

Tal racconto non odon volentieri

I paladini; e con tremante e fioco

Accento Naldin dice: E v'è chi speri

Lassuso entrare? E se' così da poco,

Ricciardetto ripiglia, che ti vegna

Dubbio d'entrare in quella torre indegna?

19

Io là solo vogl'ire, e solo voglio

Tutta disfar la fabbrica crudele.

Sarà più dura d'adamante o scoglio?

Ma sia come si voglia, un cor fedele

Pieno d'amor si ride d'ogni orgoglio

Di rea fortuna; e il suo tossico e fele

Volge in dolce bevanda a suo talento,

Se la sprezza, e non ha di lei spavento.

20

Mi duole sol che nell'oscura grotta

Dell'isola perdei le virtù tante

Che mi lasciò Despina; chè avrei rotta

Tutta la porta e il cardine sonante,

Ed in cener la torre ancor ridotta.

Ma da me solo sarò io bastante

A trar Despina e le vostre consorti

Da quella torre e que' luoghi sì forti.

21

Sorridendo Orlandin riprese allora:

A cuor, cugino mio, tutti stiam bene;

Ma se niun della torre uscirà fuora,

Che far potremo? seminar le arene,

E tendere le reti alla fresca ôra.

Disse l'ostier: Costui ragiona bene;

Chè non ha porta, come questi crede,

La torre, e a lei non si va già col piede.

22

Draghilla, la mogliera di Nicota,

Tutti i prigioni a volo vi conduce.

Una strada v'è solo a tutti ignota,

Che potreste tentare; ma v'è duce

A certa morte. Non m'importa un jota

Perder del giorno questa odiata luce

(Ricciardetto soggiunge), se l'amata

Vista del mio bel sole or m'è celata.

23

E pregan tutti e tre quel più che sanno

L'ostier, che mostri loro la maniera

Di sè trarre e le lor donne d'affanno.

Ond'egli vôlto a lor con trista cera

Disse: Giacchè vi piace il vostro danno,

Nè vi spaventa quell'ultima sera,

Dico la certa morte non temete,

L'orecchie attente al mio parlar porgete.

24

Lungi da questa torre un miglio e mezzo

Evvi un gran monte, tutto quanto ignudo,

Di vivo sasso, e n'è scabroso un pezzo,

Un pezzo rotto; e qui tremendo e crudo

Precipizio è, che a dirlo n'ho ribrezzo;

Qua liscio è sì, che splende come scudo:

E striscian per quei sassi a mille a mille

Draghi, che hanno carboni per pupille.

25

Ma il peggio egli è, che il monte tutto quanto

Bagnato è da una fonte cristallina;

E quell'acqua si gela e indura tanto,

Che una formica su non vi cammina.

Ed è ciò fatto tutto per incanto

Da quella strega perfida assassina;

Onde non so come salir possiate

Sopra il monte, se voi non ci volate.

26

Ma dato ancor che voi salghiate suso,

Dell'opera vi resta a fare il meglio.

Voi troverete di gran ferri un chiuso,

Alla cui porta incontrerete un veglio,

Non già fatto di carne, e armato all'uso

D'altro guerrier; ma tiene in mano un speglio,

Che chi lo mira divien sasso vero;

Ed egli è schietto bronzo tutto intero.

27

Con la man destra ei ruota un suo flagello,

Che in fine ha cento palle da cannone:

Dà morte, ed in un tempo fa l'avello;

Tanto va sotto terra quel frustone.

Con la sinistra tien l'orrido e fello

Specchio che fa la gran mutazïone.

Vincer si deve ed atterrar costui,

Col far che l'occhio destro gli s'abbui:

28

Chè quel solo ha di carne; ma lo tiene

Difeso sì, che l'opera ella è vana.

Ucciso questo, passar vi conviene

Nel chiuso, e trapassare una fiumana

D'ardente pece, ove nuotan balene

C'hanno mostaccio di figura umana.

Di questo passo non so che mi dire,

Se non che vi farà certo morire.

29

Ma vo' che lo passiate, e che benigna

Insino a lì vi conduca la sorte.

Che fia di voi, allor che alla maligna

Stalla anderete, e su le dure porte

Vedrete un mostro con la faccia arcigna,

Di cui il mondo non ha bestia più forte,

Fido guardiano de' cavalli alati,

Che quivi per la strega stan legati?

30

Se l'atterrate, fortunati voi:

Montate su gli aligeri destrieri,

E su la rocca trapassate poi;

E datevi que' spassi e que' piaceri

Che dona Amore a' fidi servi suoi.

Ma voi vedete, oimè, per quai sentieri

Correr v'è d'uopo; e mi dispiace molto

Averveli mostrati, e fui ben stolto.

31

Non si rallegra tanto il cacciatore

Che perduta abbia la bramata fera,

Se qualche villanello traditore

Gl'insegna il bosco ove fuggita ell'era;

Sì come manda ognun per gli occhi fuore

Segni di gioja e d'allegrezza vera;

E si abbracciano insieme e si fan festa,

E la tardanza solo è lor molesta.

32

Quindi al ferito, che già meglio stava,

Chiedon licenza, e il pregan che si fermi

Nel porto almen per tutta quella ottava,

Acciò che ben conforti i membri infermi.

Un po' quegli li prega, un po' li brava;

Ma a lungo andar non può tenerli fermi;

Si parton dunque i tre pregiati eroi;

Ma quanto se n'avranno a pentir poi!

33

In questo mentre donate a Draghilla

Avea Nicota le belle fanciulle

(Di che s'ella ne gode e n'è tranquilla,

Pensatel voi) acciò che si trastulle,

E il duolo acqueti onde s'affligge e strilla,

Perchè il caro figliuolo ucciso fulle:

Ma guai a loro se pensato avesse

Che mogli agli uccisori eran le stesse.

34

Nulla di meno per più sicurezza

Le fa salir sopra i cavalli alati,

E seco le tragitta alla fortezza,

Ed ha paura che l'aria le guati.

Più di ciascuna ella Despina apprezza,

E le fa de' discorsi amici e grati

Per addolcir la doglia che l'accora;

Indi le lascia, e se ne torna fuora.

35

Un bel giardino in quella torre v'era,

Che delle stanze lor veniva al piano,

Bello così, ch'eterna primavera

Tutto il copriva: il vago tulipano

V'era e la rosa, e la bellezza intera

Degli orti, la giunchiglia; e v'era il vano

Narciso, ed a turchin tutto dipinto,

Le delizie d'Apollo, il bel giacinto.

36

Di bianchi gelsomini e d'amaranti,

E d'anemoli varj e di vïole

Tanta ell'era la copia; ed eran tanti

I vasi dove l'odorosa prole

Stava raccolta, che sol per incanti

Tanta abbondanza può vederne il Sole.

Ma che dirò degli alberi, che tutti

Stavan piegati per soverchi frutti?

37

Le belle fonti e l'acque cristalline,

Che uscivano da loro in tante guise,

Chi potrà dire e pervenirne al fine?

Là sembran fiumi, e qua tanto divise,

Che pajon nebbia, oppur minute brine.

Là con tal arte la maga le mise,

Che tuonano, e poi qua meno severe

Danno con varj suoni almo piacere.

38

In somma di rossor coprasi il volto

Tivoli altero pe' giardini Estensi;

E il mio Frascati non parli più molto

De' suoi; chè un bel tacere a lui conviensi

In paragon di quello, ove raccolto

È quanto piacer puote all'alma e a' sensi.

Non l'ho visto; ma a quel ch'io mi figuro,

Giove un più bello in ciel non l'ha sicuro.

39

Quivi le tre donzelle lagrimose,

Ragionando di loro aspra fortuna,

De' loro amanti sempre pensierose

Givano all'aria chiara e all'aria bruna:

E per quante dolcezze in esse pose

L'incantatrice, non ve n'ha pur una

Che le riscuota, e dal pianger le toglia;

Tanto era grande ne' lor cuor la doglia.

40

Passati alcuni giorni, ecco ritorna

La maga, ma cangiata assai d'aspetto;

Torbida, oscura, e gli occhi suoi contorna

Un lividume, che di quel che ha in petto

Odio e rancor, che tutta la frastorna,

È segno: e ben ciò videsi in effetto,

Chè in un tratto da' suoi spirti infernali

Le fa nudare, e batter con de' pali;

41

E con catene a' piedi ed alle mani

Le fa legare a questa e a quella pianta:

Poi dice loro che cibo de' cani

Vuol farle il dì seguente; e ancor si vanta

Che l'ossa loro ed i minuti brani

Vuol recar là, dove recisa e infranta

È del caro figliuol la salma amata.

E mentre sì ragiona, aspra le guata.

42

Indi ripiglia: De' vostri mariti

A tempo suo avrò le pene ancora.

E i bei giardini e i begli orti fioriti

Cangia in dirupi, e poi vassene fuora.

Le giovinette co' volti smarriti

Aspettan timorose il punto e l'ora

Che vengano i mastini a farne brani,

E danno pianti disperati e vani.

43

I cavalieri intanto a tutto corso

Vanno cercando l'incantata torre:

Quando ecco pel cammin trovano un orso

Che li assale rabbioso. A lui ne corre

Orlandino, e la fera con un morso

Pensa atterrarlo; ma gli sa ben porre

La spada il buon garzon tra il capo e il collo,

Sì che l'uccide come fosse un pollo.

44

Ed eccone altri due dalla foresta

Per vendicare l'ucciso compagno;

Ma gli altri due lor dieder su la testa,

E lor fecero far tristo guadagno.

Degli orsi uccisi ebber gran gioja e festa,

Tanto più che di sangue fu sparagno:

Ma quegli orsi non son già come i nostri;

Nè come sieno, è facil ch'io vi mostri.

45

Hanno le zampe lor sessanta artigli,

Ed ogni artiglio è siccome un uncino;

Nè acciajo avvien che mai sì s'assottigli,

Come son le lor punte; onde Naldino

Disse: Compagni, è ben ch'io vi consigli

Ad abbracciar questo ajuto divino.

Io dico, scortichiam questi animali,

E vestiamcene a guisa di piviali;

46

Ch'io tengo certo che il gelato monte

Noi saliremo assai piacevolmente

Con queste ugnacce. Chinaro la fronte

Gli altri approvando il detto, e prestamente

Comincian l'opra con le mani pronte;

E vestiti da orsi realmente

Seguono la lor via, e spesso spesso

Van camminando con altri orsi appresso.

47

Anzi dice l'istoria una pazzìa,

E forse sarà vero: che un orsaccio,

Che l'orsa amò che Nalduccio coprìa,

Baciò più volte il peloso mostaccio,

E il dorso con le granfie gli ghermìa,

E che voleva fare un suo fattaccio;

E che Nalduccio preso in quella guisa

Facea morir quegli altri dalle risa.

48

E soggiunge di più, che gli convenne

L'estro soffrir della lussuria orsina.

Ma questi sono scherzi delle penne,

Che scrivon ciò che in lor testa cammina.

Ma se il fatto fu falso, o pur se avvenne,

A me che importa? Ma ella è già vicina

L'aspra montagna, e si vede la torre,

Dove han desìo color d'andarsi a porre.

49

E salgono quel monte così presto,

E facile così, ch'egli è un portento;

Nè veruno animale ebber molesto,

Chè contro l'uomo solo han rio talento.

Salito il monte, ecco il chiuso funesto

De' ferri, e il varco pieno di spavento,

Ove sta il veglio col flagello in mano,

E lo specchio che impietra da lontano.

50

Ma gli orsi accorti camminan bel bello

Pel bosco, ove son pur tigri e leoni;

Ed Orlandino s'accosta al cancello

Da quella parte ove stan penzoloni

Le grosse palle del duro flagello:

E perchè è ripieno d'invenzioni,

Gittò un poco di tabacco spagnuolo

Dalla parte ove il veglio ha l'occhio solo.

51

E gli fu il vento cotanto cortese,

Che glie lo ricoperse tutto quanto.

Ond'ei getta lo speglio, e le difese

Che ha intorno all'occhio, allor mette da canto,

E lo stropiccia e stira, e fa palese

Che assai gli duole, e versa giù gran pianto:

Ed Orlandino allora il tempo prende,

E con la spada quel sol occhio offende.

52

Onde l'uomo di bronzo a terra cade,

E al suo cadere ogni fiera dispare.

Allor disse Nalduccio: E che più accade

L'uso di queste pelli da conciare?

D'uopo è nell'avvenir menar le spade,

Non salir monti ed un uomo acciecare.

Risposer gli altri: Tu favelli bene,

Tanto più che ci scaldano le rene.

53

E trattasi di dosso ognun sua pelle,

Vanno a cercar l'orribile fiumana,

Dove a guisa di gamberi e sardelle

Son le balene dalla faccia umana.

Già il fumo e il puzzo di quell'onde felle

Si vede e sente; e dell'impresa strana

I paladini stanno con pensiero,

E con qualche timore, a dir il vero.

54

Perch'io non son di quei capi sventati,

Che per mostrare il militar valore

Faccia senza cervello i miei soldati;

Perchè questa è sciocchezza e sommo errore:

Ch'altro egli è l'esser vili e spaventati,

Ed altra cosa un discreto timore.

I primi son poltroni; e sono gli altri

Arditi e forti, e insieme saggi e scaltri.

55

Vêr la fiumana dunque van bel bello,

Pensando in tanto al modo di guadarla.

Dice Nalduccio ad Orlandin: Fratello,

La pece quando bolle, è un mal toccarla;

Nè le balene sono un ravanello.

Disse Orlandino: Chi non vede e parla,

Spesso s'inganna; giunghiam prima al fiume,

E poi consiglieremci a miglior lume.

56

In così dir son giunti alla riviera,

E parea la fiumana un caldajone,

Così forte bolliva; e per la nera

Pece sfatta nuotava un milïone

Di balene, che ognuna lunga ell'era

E grossa poco men d'un galeone.

Disse Ricciardo: Un miracol di Dio

Vuolci a guadar fiume sì tristo e rio.

57

E van correndo per la riva infame,

Per veder se trovassero altro passo;

Ma non trovan conforto le lor brame,

Chè lo stesso è nel mezzo, in alto e a basso.

Dice Nalduccio: O ve' che belle dame!

(Guardando le balene) o ve' che spasso

È andar con esse a cena ed a dormire!

E s'accosta alla riva in così dire.

58

Ed ecco una di loro che vien via

Con un mostaccio che pare una botte,

E lui saluta con gran cortesìa.

Disse Nalduccio: Dovreste esser cotte

Al gran bollir di questa pece ria.

E con la spada le dà delle botte;

Ma non fa nulla, e il pesce non si move,

Siccome esposta a' venti arbor di Giove.

59

Corpo di Giuda, disse Ricciardetto,

Qui noi non farem nulla: un modo solo

C'è da tentare, e ne spero l'effetto.

Ma perchè non n'abbiam vergogna e duolo,

È forza che ubbidiate ambi al mio detto.

Disse Orlandino: Poco mi consolo

Di quanto ci prometti; chè non veggio

Conforto alcuno, e temo ognor di peggio.

60

Io penso, Ricciardetto allor riprese,

Colà tornare, dove giace il morto,

E meco qua condurre quell'arnese

Che impietra ognuno, e per tal via conforto

Recarvi e terminar queste contese:

Ma vi consiglio, vi prego e vi esorto

A volervi bendare, acciò non sia

Vostra sventura la prudenza mia.

61

E per più sicurezza di sua mano

Benda prima Orlandino, e l'altro poi;

Ed esso se ne va da lor lontano,

E guarda più che puote a' fatti suoi.

Vede lo speglio, ch'era intero e sano,

Tutto fasciato di ben grossi cuoi

Giacer su l'erba; ond'ei lo prende, e vola

A' suoi compagni, e parla e li consola;

62

E dice che stien fermi ancora un poco:

Ed egli su la riva intanto sale,

E di que' pesci si prende un bel giuoco,

Ch'ora lor tira un sasso, ora uno strale;

E tutto fa, perchè di sdegno il foco

Le accenda, e invogli a fargli qualche male:

E in fatti non andò guari, che tutte

S'alzâr sul fiume minacciose e brutte,

63

Ricciardo allor, siccome il cacciatore

Che va d'inverno a frugnolar pel bosco,

Che offende con quel subito splendore

L'augelletto che dorme all'aer fosco,

Indi a sua posta se ne fa signore:

Così per quella pece e per quel tosco

Frugnolava Ricciardo le balene;

Onde impietrirsi a ciascuna conviene.

64

E perchè qualche caso non succeda,

Che alcun di lor si guardi nello speglio,

All'atro fiume egli lo diede in preda:

E questo, al parer mio, certo fu meglio.

Sbenda poscia i cugini, e che s'inceda

Per la fiumana, alla barba del veglio,

Comanda; e primo scende allegramente

Su' pesci, fatti sasso veramente.

65

E andando d'uno in altro, presto presto

Giunsero all'altra riva assai contenti.

Or qui (disse Ricciardo) a fare il resto

Rimanci, ed uscirem poscia di stenti.

Qui poco lungi è quel mostro funesto,

Di cui l'oste narrò tanti spaventi,

Fido guardiano de' cavalli alati;

Che se l'uccideremo, o noi beati!

66

Così dicendo, giungono a un bel prato

Tutto coperto di minute erbette:

Indi a non molto veggono un steccato,

E in mezzo a quello cinque capannette.

Vanno oltre arditi, e del mostro spietato

Ricercano col guardo; e par si affrette

Ognun più dell'usato a quella volta,

Ove la speme lor tutta è raccolta.

67

Ed ecco urlar la spaventosa fera,

Che ha sembianza di scimmia; ma sì grossa,

Che un topo appresso a lui è una pantera.

Di fuoco ha gli occhi, ed ha sanguigna e rossa

La faccia, ed ha la pelle irsuta e nera.

Ha mani ed ugne da fare una fossa

Di cento braccia in men d'un quarto d'ora;

Ed un codone che pare una gora.

68

Disse Ricciardo: Io sono di parere

Che tutti e tre noi l'attacchiamo insieme:

Le vada uno di noi dietro al messere,

Gli altri da' fianchi; ed ho ben certa speme

Che finiremla in men d'un miserere.

Eccoci giunti alle fatiche estreme;

Dopo queste vedrem le nostre spose,

Che nella torre stanno egre e dogliose.

69

Ciò detto, tutti e tre vanno di botto

Chi a' fianchi e chi alle spalle della bestia.

Orlandino sta dietro chiotto chiotto,

Ed è cagione ch'ella più s'imbestia;

Perchè, siccome s'affetta il biscotto,

Così tagliava a quella con molestia

Ora un pezzo di coda, or altro pezzo;

Tal che il codon s'era ridotto a mezzo.

70

E qualche volta su per l'orifizio

Or poneva la spada, ora la lancia;

Che, a vero dir, non gli facea servizio:

Ma avea sì lunga e così larga pancia,

Che ad uno stollo avrìa pur dato ospizio.

Da' fianchi poi i due fulmin di Francia

Gli davan colpi tali da per tutto,

Che a buon termine omai l'hanno ridutto.

71

Onde Naldino corre a una capanna,

E prende le pastoje e le catene,

Che a caso egli trovò sopra una scranna

Di quelle stalle; e con esse sen viene

Al mostro, e per di dietro egli s'affanna

Di legargli le zampe bene bene:

Il che gli venne fatto; e tira tira,

Tanto fe' che atterrato egli lo mira.

72

Di dietro allor le branche egli gli pone,

E glie le lega quanto sa più forte.

Ricciardo dice: A che farlo prigione?

Meglio è che lo finiamo, e gli diam morte.

Disse Orlandino: Per confusïone

Di quella strega che il diavol si porte,

Io vo' che veggia incatenato il mostro,

Ed abbia più terror del valor nostro.

73

Ciò detto e fatto, corrono alla stalla,

E trovanvi un garzon, che stupefatto

Resta in vederli, e con la faccia gialla;

Pur preso spirto: E come avete fatto,

Disse, a qui penetrar, che una farfalla

Non vi potrìa passar per verun patto?

Disse Ricciardo: Un uomo di valore

Il tutto vince, o generoso muore.

74

Or ci consegna gli alati destrieri;

E se tu vuoi venir nosco, pur vieni,

Chè forse avremo ancor di te mestieri.

Disse il garzone: I cieli alfin sereni,

Dopo esser stati nubilosi e neri.

Pur comincio a vedere! E selle e freni

Pone a' cavalli, e lor dà buona biada,

Perchè non si rallentin per la strada.

75

Ma prima che salghiate, dice loro,

Convien ch'io v'avvertisca d'una cosa.

La strega che finor fu il mio martoro,

Di queste bestie ell'è così gelosa,

Ch'oltre alle guardie che poste lor fôro,

Volle (vedete s'è malizïosa!)

Per esser certa non perderli mai,

O persi ritrovarli presto assai:

76

Volle, dico, che il diavol si ponesse

D'una cavalla sua sotto la coda;

E quell'odore ogni giorno spargesse,

Che dal destrier sentito, fa che il roda

Un forte amore, e per tal via corresse

Colà, dov'ella la giumenta annoda.

E di fatto, qualor m'escon di mano,

Veloci a lei sen van per l'aer vano.

77

Onde non so come potrem noi fare

A dominarli a nostro piacimento.

Disse Nalduccio: Li vogliam castrare?

Orlandino riprese: Io son contento;

Anzi questo è il rimedio singolare.

Ed in quel punto stesso, in quel momento

Vanno alla stalla, e fanno un serra serra,

E buttan le pallottole per terra.

78

Ed Orlandino fanne una collana,

E ponla al collo del mostro legato,

E scrive in una foglia di borrana:

Questo regalo a Draghilla han lasciato

I tre guerrieri della Tramontana.

Fanne salsiccia o fanne soppressato,

O ponli per gioielli a tua corona,

Chè stranti bene, perfida poltrona.

79

In questo mentre l'accorto garzone

Un cencio prende che serba l'odore

Della cavalla, ed al naso lo pone

De' destrieri privati dell'onore;

Nè fanno moto in nïuna regione.

Ond'egli disse con allegro core:

Salghiamo pure, e non temiam più nulla;

Chè son modesti come una fanciulla.

80

Erano cinque i bei destrieri alati:

Su tre saliro i forti cavalieri,

Sovra l'altro il garzone, e ad un de' lati

A lungo fren tenea l'altro destrieri.

Ed alla torre così indirizzati,

Vi pervenner più presto che sparvieri;

E videro legate, ignude e peste

Le donne loro, e dolorose e meste.

81

Discendono, e al garzon danno i cavalli;

E sciolte le dolcissime consorti,

De' lor vestiti quali azzurri e gialli

Le ricopriro; e degli avuti torti,

Tratte che sian da quegli angusti calli,

Sperano che vedran vendette e morti:

E in questo mentre sentono Draghilla,

Che vien per l'aria, e bestemmiando strilla.

82

Cela i cavalli, dice Ricciardetto

Al garzone; ed agli altri ancora impera

Che s'ascondano dentro a un fosso stretto,

Il quale appiè d'una gran pietra ivi era.

Ed egli stassi attento e circospetto

Per veder quando quella brutta fiera

Sta per calar nell'incantata torre;

Chè addosso certo l'ugna le vuol porre.

83

Ed ecco che veniva ignuda ignuda

Con le zinnacce sopra del bellìco;

E tanto s'affatica, che ancor suda,

E dice: Io vi vo' trarre oggi d'intrico,

Femmine sporche, puttanelle e drude

Di quei che han fede in Santo Lodovico.

Ed in ciò dir vuol discendere a terra,

E Ricciardetto pe' crini l'afferra,

84

E la lega per essi ad un macigno,

E allegro appella le donne cortesi,

E dice loro: A sto corpo maligno

Vo' trar viva la pelle; non intesi

Cosa peggior di lei. Con volto arcigno

Li riguarda la strega, e con accesi

Occhi di sdegno e d'ira; ma il vicino

Fuggir non puote suo giusto destino.

85

E chiamano il garzone, ed un cannello

Gli fanno fare; e sopra del tallone

Le danno un tagliettin con un coltello;

E postolo in quel taglio, qual pallone

Gonfiâr la strega, ovver come otricello:

Ch'era una cosa da ricreazione

Veder la rabbia e vedere il dispetto

Di lei gonfiata a guisa di capretto.

86

Ma la cosa da rider veramente

Fu, quando ora Orlanduccio, ora Naldino,

Montati sopra d'un sasso eminente,

Saltavan su quel misero otricino

A piedi pari; talchè finalmente

Scoppiò la botte, e andò per terra il vino:

Ed allora il garzone scorticolla,

Come fosse una rezza di cipolla.

87

La misera chiamava a centinaia

I diavoli a venire in suo soccorso.

Ma come il cane che alla luna abbaja,

Che il suo latrar non teme nè il suo morso,

Così di quella si prendevan baja

Le donne; ed alla fin ne fanno un torso

Col tagliarle la testa e braccia e cosce;

Ond'è ch'io stimo chi la riconosce.

88

Morta la strega, la torre dispare;

E gli alati destrieri tanto belli,

E che parvero a lor cose sì rare,

Con le ceste eran asini, e di quelli

Che l'insalata sogliono portare.

Donne leggiadre e cavalieri snelli,

Che stavan chiusi nel carcer spietato,

Si ritrovaron tutti in un bel prato.

89

Da qualcun mi potrebbe esser qui detto,

Di quei che stanno attenti alle minuzie,

Perchè la strega non ponesse a effetto

Le sue ribalderie, le sue versuzie?

Rispondo, perchè ignuda uscì del letto,

E si scordò, benchè piena d'astuzie,

Nella gonnella sotto i guardinfanti

Il libriccino de' tremendi incanti.

90

Ma non vo' mica render d'ogni cosa

Un'esatta ragione a tutte l'ore;

Nè fare a lui che questo scrisse in prosa,

Per certo mo' di dire, il glossatore;

E poi se questa volta fo la chiosa,

La fo perchè mi trovo oggi d'umore.

Un altro giorno mi sarò mutato,

E dirò il fatto come l'ho trovato.

91

Ma giacchè questi stanno allegramente,

Ricerchiam, se vi pare, un po' del conte

E di Rinaldo; e vi ritorni a mente

Come imbarcaron con le voghe pronte

Di vendicare col ferro tagliente

Il torto fatto a lor da Serpedonte,

Quando rapì Despina a Ricciardetto,

E via fuggissi con suo gran diletto.

92

Dice l'istoria ch'ebber tal tempesta,

Che trenta giorni e trenta notti intere

Corser per mare, e sempre la funesta

Morte in mezzo a quell'onde acerbe e nere

Videro; e in fine con gran gaudio e festa

Un giorno incominciaronsi a riavere,

Che scopersero terra, ove voltaro

La prora, e finalmente vi arrivaro.

93

Ma se altri che que' due fosser là giunti,

Arebbon sospirato le procelle,

E bramato dal mare esser consunti.

Imperocchè son l'isole più felle

Che siano in mare: ma que' due congiunti

Di sangue, di valore e d'opre belle

Non n'ebbero non solo alcun spavento,

Ma piuttosto allegrezza, anzi contento.

94

Questa è l'isola grande della Luna,

Madagascar nomata dagli antichi,

Dove un misto di gente si raduna,

Di cui non fia la terra che nutrichi

La più feroce. Presso al mare è bruna,

E bianca dentro: ladroni e mendichi

Tutti sono, e crudeli e micidiali,

E nati al mondo per far tutti i mali.

95

Nel porto dunque detto Machicore,

Che sta verso la Cafria, entraro un giorno;

E scesi appena, che di genti More

Si vider fatto un largo cerchio attorno.

Li guarda Orlando, e lor fa poco onore,

E cenno fa che gli eschino d'intorno;

Ma quelli con maniere assai villane

Gli tiran sassi, come fosse un cane.

96

Ma il conte, che non vuole usar la spada

Con gente tanto vile e sì plebea,

Prende un di quella barbara masnada

Pel destro piè, che fuggir non potea,

E gli fa far per l'aria tanta strada,

Che mutato in uccello altrui parea;

E cadde in somma lontano tre miglia.

Pensate voi se n'ebber maraviglia:

97

E disparvero tutti in un baleno.

Disse Rinaldo: Caro cugin mio,

Se fosse stato di paglia o di fieno

Quel disgraziato e nimico di Dio,

A star per aria avrìa durato meno.

Rispose il conte: Mi stupìi ancor io,

Ch'io lo sbalzassi in aria e sì lontano;

Chè andar tre miglia egli è un bel trar di mano.

98

Ma ricerchiamo un po' dell'osterìa,

Che ho fame e sete, e mi muojo di sonno.

Disse Rinaldo: Questa gente ria

La ci vuol far come il delfino al tonno:

Io voglio dire qualche furberìa.

Lasciali fare: chè se ben son nonno

(Rispose il conte) ed ho le luci strambe,

Grazie al Signor, mi trovo bene in gambe.

99

E in questo dire vanno a un casamento,

Che aveva dell'alloro su la porta,

Segnale d'osterìa, e v'entran drento.

L'oste li guarda con la faccia smorta,

E vuol fuggir, perchè ha di lor spavento;

Ma il conte l'assicura e lo conforta,

E gli domanda se ci ha buoni letti,

Buon pane, e vini generosi e schietti.

100

Rispose l'oste, come ben fornito

Era di tutto; e fattosi sicuro,

Gli fa assaggiare un vino sì squisito,

Che disse Orlando: Per le stelle io giuro

Che di questo il miglior non ho sentito;

E ne trangugia un fiasco puro puro.

Disse Rinaldo: Bel bello, cugino,

Non siamo in luoghi da scherzar col vino.

101

Ma il conte non l'ascolta, e dice all'oste

Che glie ne arrechi almen dieci altri fiaschi;

Ch'egli ha attaccati i polmoni alle coste

Per la gran sete, e gli par ch'ei rinaschi,

Quando avvien che alla bocca il fiasco accoste.

All'oste sembra che il cacio gli caschi

Su' maccheroni, e porta vino; e al conte

Già par che ondeggi il pian, la casa e il monte:

102

E ride e dice: Rinaldo mio bello,

Balliamo un poco. E si mette a danzare;

Ma cade e grida: Io sono un navicello;

E con le mani si mette a nuotare.

Rinaldo che lo tiene per fratello,

Vedendolo brïaco, ebbe a crepare

Di doglia; e come può, lo prende in spalla

E lo pone sul fieno nella stalla;

103

Dove non guari andò che addormentasse;

E in quel mentre ch'ei russa in su la buona,

Soletto a mensa Rinaldo assettosse;

E l'oste, ch'era una scaltra persona,

Con varie storie rusticane e grosse

Lo tenne attento più d'un'ora buona;

E frattanto que' Mori traditori

Legaro il conte, e lo portaron fuori.

104

L'oscura notte, e il luogo peregrino,

E le gran selve che cingono il mare,

Favorîr tanto il popolo assassino,

Che quel gran furto essi poteron fare:

Ma più che ogni altro, favorigli il vino,

Del qual si volle il conte inebbrïare.

Finito di cenar Rinaldo corse

Alla stalla, e dell'opera si accorse.

105

Chi potrà dire la rabbia e la furia

Che presero Rinaldo in quel momento?

Sembra un lïone in sua maggior penuria

Di cibo, entrato in un copioso armento;

E tanto ha pena dell'avuta ingiuria,

Ch'arde la casa e quanti vi son drento;

E uscito fuori, uccide ognun che trova,

E grida: Cugin mio, chi ti ritrova?

106

E nella selva, ancor che fosse notte,

Entra, e chiama a gran voce il conte Orlando;

E va tastando le tane e le grotte

Or con la mano sola, ora col brando.

Pur giunge in parte ove ascolta interrotte

Uscir voci e sospir di quando in quando.

Rinaldo a quella volta il passo muove,

Vago di ritrovarsi a cose nuove:

107

E vede un po' di lume che trapela

Dalle fessure del terren crepato.

V'accosta l'occhio, e nulla gli si cela

Di ciò che sotto veniva operato.

Vide al fulgore d'accesa candela

Una fanciulla ed un garzon legato,

Ed un vecchio che piange e si dispera

Vicino a loro in misera maniera:

108

E poco lungi vede una masnada

Di gente armata che beve e che giuoca.

Ma mentre ch'egli attento e fiso bada

A quelli, e Iddio a lor favore invoca,

Ecco un di fuor che a lui mostra la strada

D'entrarvi, ch'alza in lontananza poca,

Da dove ei stava, un sasso; e per quel foro

Scende ad unirsi al tristo concistoro.

109

Io non so, donne, chi s'abbia di noi

Voglia più viva e più caldo desire

Di saper chi sien questi; e a dirla a voi,

Io tanto n'ho, che mi sento morire:

Ma l'ora è troppo tarda, e prima o poi

Saperlo non saravvi di martìre.

Domani dunque, all'ora che volete,

Venite, e tutto il fatto intenderete.

CANTO DECIMOSETTIMO

ARGOMENTO

_Il conte Orlando è fatto prigioniero._

_Rinaldo la spelonca empie di strazio;_

_Ascolta di Clarina il caso fiero._

_Ferraù dice: Domin, ti ringrazio._

_Il finto cieco per lungo sentiero_

_Con un bastone gli suona il prefazio._

_L'oste con un guerrier forte si sdegna,_

_Perchè gli ha fatta la mogliera pregna._

1

Tra i benefizj che ci ha fatti Iddio,

Non è mica il minor quello del vino;

Anzi forse è il migliore al parer mio;

Chè fa l'uomo di misero e tapino,

Felice e lieto, e lo colma di brio:

Ma non bisogna poi beverne un tino,

Nè sempre star col fiasco e col bicchiere,

Nè fare in questo mondo altro mestiere.

2

La moderazïone in ogni cosa

Ci vuole, e chi non l'ha convien che sbagli;

Chè la virtude nel mezzo riposa,

Ed ha di dietro e davanti i serragli.

Se questi passa, l'opra è vizïosa.

La sofferenza è virtù ne' travagli;

Ma il non sentirli punto ella è sciocchezza,

Sentirli troppo è segno di vilezza.

3

In somma, per tornare al mio discorso,

Chi beve troppo diviene una furia;

E chi ne beve solamente un sorso,

Ei fa a sè stesso e alla natura ingiuria:

Ma chi beve per dar dolce soccorso

A sè, che prova di forze penuria,

E non trapassa i limiti del giusto,

Quegli ha cervello, e beve di buon gusto.

4

Chè non è così barbaro omicida

Colui che tolga ad un altro la vita,

Come quegli che sua ragione uccida,

O faccia sì che rimanga impedita;

Tal che di lui la brigata si rida,

Mentre traballa nella via più trita,

E sgrigna, e mal gestisce, e mal cicala,

Ed ogni suo segreto altrui propala.

5

Se a me toccasse a maneggiar la torta,

Vorrei far a' brïachi un tristo gioco:

Parlo di quei che a posta voglion morta

La ragione, e la voglion per sì poco:

Che se talora un qualche caso porta

Che un generoso vino e tutto foco,

Non volendo, ti burli, in caso tale

Sare' indulgente, e non ti fare' male.

6

Ma chi d'ubbrïacarsi ha per costume,

Vorrei far porre dentro una barchetta,

Ed obbligarlo in vita a star 'n un fiume.

Dove bevesse sempre l'acqua schietta.

Ma chi pensa a tai cose? o chi presume

Porger salute a questa parte infetta?

Anzi si loda, non che si condanna,

Chi un fiasco a una tirata si tracanna.

7

Se il conte Orlando avesse resistito

Con maggior senno alla voglia del bere,

Or non si troverebbe a mal partito

In mezzo a quelle marmagliacce nere,

Che incatenato a guisa di bandito

Condotto l'hanno con suo dispiacere

Avanti al signor loro, uomo crudele,

Che si mangia i Cristiani come mele.

8

E perchè detto gli hanno il volo strano

Che fece fare ad un di loro schiatta,

Vuol gli si mozzi l'una e l'altra mano.

Pensate voi se il conte si arrabatta,

E se di cor bestemmia l'Alcorano.

Però lo chiude in una casamatta,

Ed ordin dà che nel giorno seguente

Si venga al taglio irremissibilmente.

9

Ma lasciamlo un po' stare in _Domo Petri_,

Che in questo modo metterà giudizio;

Chè alcuni casi spaventosi e tetri

Bastano più per tôrre altrui di vizio,

Che dotti scritti, o sieno in prosa o in metri;

E torniam, se vi piace, a precipizio

A quell'orrido bosco e a quella grotta

Ove tanta genìa s'era ridotta.

10

Rinaldo vide, se ve ne sovviene,

Alzare un sasso, e quindi penetrare

Nella caverna, dove in pianti e in pene

Era una giovinetta in fogge amare,

Un soldataccio di quadrate schiene,

Che con gli altri andò subito a mangiare:

Ond'egli senza più tenersi a bada,

Passa fra loro con la nuda spada;

11

E senza nulla dire, incalza e fere

Più presto d'un baleno or questo or quello;

E va mischiando col mangiare e il bere

Di morti e di feriti un gran macello.

Altri col fiasco in mano e col bicchiere

Si muore, ed altri in qualche atto più bello.

Ve ne fu uno che mangiava un pollo

Con sommo gusto, ed ei mozzògli il collo.

12

Vista crudel! correa per la spelonca

Misto il sangue col vino, e su la mensa

Più d'una testa e d'una mano tronca

Giacea su' piatti. Oh quanto mal si pensa

Dall'uom, che mentre più s'allegra e cionca,

E il tempo in gioco ed in piacer dispensa,

E crede che la Morte stia a dormire,

Giusto in quel punto ella lo fa morire.

13

Uccisa e spenta quella razza infame,

Corre Rinaldo a scioglier la fanciulla

E il bel garzone, e dice: O delle dame

Gloria ed invidia, io non ho fatto nulla

In paragon di quel che fare io brame

Per voi, di cui sebbene si trastulla

La rea Fortuna che i tristi accarezza,

E odia i buoni, e sempre li disprezza;

14

Per Dio vi giuro (e rotò il brando in aria)

Che questa volta resterà delusa

Quella buffona che sì vi contraria.

Lo guarda in volto timida e confusa

La giovinetta, e di color si varia;

E a cenni l'opra inopinata accusa

Per cagion s'ella tace, e se duol sente

Di non gli dir ciò che racchiude in mente.

15

Quando il garzone a lui disse: O guerriero,

Che a fare opere grandi avvezzo sei,

Chè sì gran fatto esser non può il primiero,

Meco costei riprender tu non dêi

Se a benefizio così bello e intero

Finor tacemmo; chè il rispetto in lei

Chiuse la bella bocca, e a me la chiuse

Lo splendor che la stessa opra diffuse;

16

Chè un uomo solo non potea far quello

Che tu facesti, ancor che in armi esperto;

Ond'è ch'io penso che tu del più bello

Cerchio, ove Dio di sua luce è coperto,

Un Angel sia; e a rompere il flagello

Che ambidue per un anno abbiam sofferto,

T'abbia mandato quel pietoso Sire,

Per non ci far sì miseri morire.

17

E mentre egli sì parla, gli si getta

A' piedi, e con le sue candide mani

Stringendo glie li va la giovinetta:

Onde Rinaldo fe' degli atti umani,

E si turbò nella parte imperfetta,

E rallegrossi come fanno i cani.

Ma il giovin se n'accorse, e la mogliera

Tirò da parte con buona maniera.

18

Poi disse: Usciam, signore, se v'aggrada,

Di questo avello, a rimirar la luce.

Usciamo pur, disse Rinaldo, e vada

Il vecchio avanti, che mal si conduce,

Acciò che il sostenghiam, caso ch'ei cada.

Ed a quel foro, onde l'aria traluce,

Sen vanno; e come posson, per lo stesso

Escono fuora l'uno all'altro appresso.

19

Già già le cose che di negro asperse

Avea la Notte, e lor tolto il colore,

Alle sembianze prime eran riverse;

Tornato a' gelsomini era il candore,

E nella vaga lor porpora immerse

Eran le rose: in somma uscita fuore

Era già l'Alba; onde disse Rinaldo:

Camminiam, prima che si faccia caldo;

20

E per vïaggio in bella cortesìa

Ditemi i casi vostri e chi voi siete

Colpa sarebbe di gran villanìa,

Disse il garzone, e da genti indiscrete,

Se avessi l'alma in piacerti restìa;

Però ti dirò il tutto. Con sua rete,

Con quella onde Amor prende uomini e Dei,

Prese ei questa fanciulla e me con lei.

21

Di quest'isola illustre e smisurata

Stanno a Ponente due belle isolette:

L'una d'esse, ch'è mia, l'Aspra è chiamata

Per sue genti feroci e in armi elette;

L'altra, che a questa par quasi attaccata,

Detta è la Bella, perchè vaghe e schiette

Vi nascono le donne: e da costei

Puoi veder se son veri i detti miei.

22

Ella nacque in quell'isola signora,

Per maestà regina e per bellezza:

Ivi comanda, e il popolo l'adora.

E benchè cinto il core di durezza

Odiassi amore, e ognun che s'innamora,

Pur ebbi di vederla un dì vaghezza.

Però vestito da vil barcajuolo,

Nell'isola passai segreto e solo;

23

Quindi nella cittade: ma per molto

Ch'io m'aggirassi intorno a sua magione,

Non potei mai vedere il suo bel volto.

Pur tanto m'adoprai, che da un garzone

Che la serviva, a ben sperar fui vôlto;

Perch'ei mi disse, che al nume Macone,

C'have un gran tempio alla cittade appresso,

Solea per venerarlo andare spesso:

24

E che il giorno seguente senza fallo

Andata vi sarebbe in compagnìa

Delle sue donne, o a piedi od a cavallo,

Come andato le fora a fantasìa;

Ovvero in un bel cocchio di cristallo

Bello così, che la vista ricrìa.

Ciò detto, ei si diparte; ed io mi resto,

Pregando che quel dì giungesse presto.

25

Era nella stagion quando ogni cosa

S'allegra, e ride il ciel, la terra e il mare,

E regna Amore e Vener grazïosa,

Che i cori sforza a dolcemente amare.

Ama il lïone e la tigre rabbiosa,

E la vacca d'amor s'ode mugghiare;

Aman gli augelli e i pesci; e chi non sente

Fiamma d'amore è morto veramente.

26

Quando su l'apparir del dì novello

Dal palazzo reale io vidi uscire

Questa, che mio piacere e vita appello,

Vicino a cui non potrò mai morire.

Disciolto aveva il biondo suo capello,

Vestita d'un color che non so dire;

Perchè mutava aspetto, come suole

Il collo de' colombi in faccia al Sole.

27

Giuno così forse si veste in cielo,

Quando si asside a mensa con gli Dei.

Le pendeva dagli omeri un bel velo

Che le arrivava quasi insino a' piei,

Di fior trapunto, e le foglie e lo stelo

Eran di perle e d'oro, e tanto bei,

Che per mirarli fui talor sì stolto,

Che tolsi qualche sguardo al suo bel volto.

28

La vidi appena, che il mio cor di pietra,

Anzi d'acciajo, ovvero di diamante,

Si ruppe, e fêssi in polve (sì penétra

Fiamma d'amore), e ne divenni amante.

O dolci strali! o soave faretra!

Benedico quel giorno e quell'istante

Che fui ferito, e sol provo dolore

Dei dì che vissi sano e senza amore.

29

Torno in fretta a mia casa, e la domando

In moglie, e m'è concessa volentieri.

Vivemmo allegri pochi giorni, quando

Siam fatti all'improvviso prigionieri

Dai ladroni di mar, ch'ivano errando

Tra i nostri boschi per gran fronda neri;

Che ci tenevan da più giorni traccia,

Per depredarci in tempo della caccia.

30

La nostra gente per darci soccorso

Radunossi, ma indarno; chè siam posti

Già su le barche, che spedite al corso

Givan volando inverso i lidi opposti:

Ma da tanta ira il core lor fu morso

In rimirarci a tal miseria esposti,

Che su legni spalmati a remi e a vele

Ci prese a seguitar presta e fedele.

31

Clarina (che così questa si appella)

Stava sopra una, ed io sopra altra barca,

Sempre gemendo come tortorella

Che sola d'uno all'altro ramo varca,

E il perduto compagno a sè rappella.

Ed io nel veder lei sì piena e carca

D'affanno, mi sentìa più che morire:

E tu m'intenderai senza più dire.

32

In questo mentre la fortuna e il vento

Furon tanto benigni a' miei navigli,

Che quasi ci arrivaro in un momento:

Onde non lungi ad uscir di perigli

Provava nel mio cor dolce contento;

Che da' rapaci e furibondi artigli

Di quelle arpìe io mi vedea vicino

Ad esser tolto, ed a mutar destino.

33

Quando la fusta, che portava via

La mia consorte, par che metta l'ali;

Così leggiera e rapida fuggìa.

La mia non già; chè men forti i corsali

Eran di quella, e assai più vil genìa:

Ond'io son tratto fuora di que' mali,

Dico, son liberato; ma frattanto

Clarina mia più non mi veggio accanto.

34

Affretto al corso i miei; e non è Dio

O Ninfa in mare, ch'io non preghi umìle,

Acciò che sien benigni al mio desìo:

Ma la fusta nimica è sì sottile,

Che fugge avanti al lento correr mio.

Pur me le accosto alquanto, e grido: O vile,

O perfida canaglia! o m'attendete,

O scampo a vostra vita non avrete.

35

Quand'io veggo (ahi crudele orrenda vista!)

Il bell'idolo mio tratto alla sponda,

Coperto il volto, e in foggia umile e trista,

Ed un che con la spada furibonda

Le mozza il capo: il che se il cor m'attrista,

Anzi in un mare di dolor m'affonda,

Tel puoi pensare; ma neppure io voglio

Che tu pensi, signore, a tal cordoglio.

36

Ciò fatto, il tronco busto all'acque getta,

Che intorno a sè le tinge di sanguigno;

Poi segue il corso suo come saetta.

Io giungo pieno di voler maligno

Contro me stesso, cui il morir diletta;

E visto il bel cadaver, di macigno

Rimango, e indietro fo volger le vele

Per seppellir la sposa mia fedele.

37

Tornato all'isoletta tutto affanno,

Sepolta lei, penso a morire anch'io.

Ma un vecchio schiavo, che del proprio danno

Ebbe timor, mi disse: Se del mio

Viver tu m'assicuri, un tal inganno

Ti scoprirò, che muterai desìo

Di morte, quando l'udirai in effetto.

Ed io ciò che mi chiede gli prometto.

38

Ed egli: Hai da saper che tua consorte

Quella non è che per morta deplori;

Ma un'altra donna ebbe sì trista sorte,

Bella ancor essa, ed atta a' dolci amori;

Ma brutta appo la tua, come la Morte:

E fecer ciò per togliere i timori

Che di te concepiro i miei compagni.

Però vedi, signor, se a torto piagni.

39

E questo io so, perchè intesi il consiglio

De' miei, che fu di travestir colei

Co' panni della tua, e nel periglio

Quel fare che fu fatto; ma gli Dei,

Che volsero finor benigno il ciglio

Su' casi tuoi e su' casi di lei,

Temo che quando sarà giunta a riva,

Non avran forza di serbarla viva.

40

Perchè nostro costume, antico molto,

Egli è, scampati da strana ventura,

Dopo tre giorni dentro un bosco folto

Uccidere una donna (la più pura

Che sia fra l'altre, e ch'abbia in sè raccolto

Più di bellezza) nella notte oscura;

E questo uffizio di farla morire

A me toccava, che di lor son sire.

41

Onde, se di camparla hai brama ardente,

Me rilascia co' miei, e viemmi appresso;

Ch'io giunto là, tal cosa volgo in mente

Da non cadere in così grave eccesso.

Così disse lo schiavo, ed è il presente

Vecchio ch'or vien con noi dagli anni oppresso.

Io gli credo, e lo lascio dipartire;

Indi lo seguo conforme il suo dire.

42

In un giorno egli giunse alla riviera,

Di che ne fêro i compagni gran festa;

E la consorte mia per l'altra sera

Destinaro condurre alla foresta,

Ed ammazzarla alla loro maniera:

Maniera dispietata, ed era questa:

Ferìano il ventre sopra la gonnella

Di quella infelicissima donzella.

43

E come allora che co' figli al fianco

Sbrana la leonessa alcuna vacca,

Che qual dal dritto lato e qual dal manco

De' leoncini al suo ventre s'attacca,

E il piccol dente estremamente bianco

Nelle interiora sue voglioso intacca,

E a sè le tira; così quella gente

Far soleva alla vittima innocente.

44

Giunta la sera, quest'uomo da bene

Si pone entro un recinto fatto a posta

Con costei condannata all'aspre pene:

E mentre fa preghiere, e mostra esposta

La sventurata al colpo, e che trattiene

La gente dal recinto ben discosta,

Uccide zitto zitto una vitella,

E in un sacchetto ripon le budella:

45

Indi sotto le vesti immantinente

Le asconde della donna; e un fazzoletto

Nella manica tien celatamente

Tutto grondante di quel sangue schietto;

E mostra col coltello veramente

Ferirle il collo e trapassarle il petto;

E col sanguigno lino si diporta

In modo tal, che fu creduta morta.

46

Poscia col ferro stesso il finto ventre

Recide, e le budella scappan fuora.

Corre la gente allegra, acciò la sventre;

Ed io meschino in quel punto, in quell'ora

Giungo nel bosco; anzi vi giungo mentre

Il popol le interiora si divora.

Pensa, signor, com'io restai confuso

A vista sì crudele, a sì fiero uso.

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Il Ricciardetto, vol. II · 第 1 / 18 段