IX

Questi fatti però, sebbene indebolissero sempre piú la misera città

di Pisa, abbatterono anche il partito guelfo, dettero luogo a nuovi

esilî, ed aiutarono le speranze dei Ghibellini, che adesso sembravano

risorgere in Toscana. Firenze dovette perciò ripigliare di nuovo le

armi. Carlo I d'Angiò era morto, e papa Onorio, che si dimostrava

favorevole al partito ghibellino, aveva spinto il suo parente

Prenzivalle del Fiesco a venire in Toscana come Vicario imperiale. Ma

le città della Lega lo accolsero assai male, ed egli se ne andò ad

Arezzo, donde invano pronunziò condanne contro i Guelfi, giacché ai

vicarî dell'Impero pareva che ormai nessuno desse piú ascolto. Se ne

ripartí quindi per la Germania, lasciando Arezzo in preda a tumulti,

nei quali la vittoria fu dei Ghibellini, che ebbero aiuto da molti

esuli fiorentini. I Guelfi si ritirarono nei castelli del contado,

dove ricevettero invece soccorsi dal governo di Firenze. Cosí la

guerra diveniva inevitabile anche nel Valdarno di sopra, e bisognava

da due lati combattere i Ghibellini, ritornati potenti sotto la guida

del vescovo d'Arezzo e dell'arcivescovo di Pisa. Difatti come in Pisa

l'arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, cosí in Arezzo comandava il

vescovo ghibellino, Guglielmo degli Ubertini. Questi, dedito anch'esso

piú alle armi che alla religione, signore di molte castella, e di

assai dubbia fede, si provò dapprima a tradire la città ai Fiorentini,

mediante accordi coi quali voleva salvare i suoi possessi. Ma gli

Aretini seppero costringerlo a restar fermo nel proprio partito. Il

1.º di giugno 1288 l'esercito della Lega guelfa si mise in moto. Erano

nobili, popolani d'ogni parte di Toscana, insieme con gente assoldata,

formando in tutto 2,600 cavalieri e 12,000 pedoni. Restarono ventidue

giorni in campo, assediando e disfacendo tra grandi e piccoli, piú di

40 castelli degli Aretini; ma poi sopravvenne una tempesta che pose

il campo in tanto disordine da costringerli a ritirarsi. Avevano, in

segno di disprezzo, corso un pallio sotto le mura d'Arezzo, nominandovi

12 cavalieri di corredo; ma poi, levato il campo, se ne tornarono

a Firenze, senza avere abbattuto né scemato l'ardire del nemico. Ed

infatti, quando i Senesi si separarono per tornarsene a casa, furono

presi in un agguato, e rotti pienamente.

Nell'agosto i Fiorentini, insieme con Nino di Gallura, esule guelfo

di Pisa, fecero scorrerie nel contado pisano, pigliando il castello

d'Asciano, e nel settembre corsero contro gli Aretini, che avevano

messo insieme un esercito di 700 cavalli e 8,000 pedoni. Ma non vi fu

battaglia, perché i nemici si ritirarono, lasciando che i Fiorentini

guastassero le loro campagne, andando poi essi in principio del 1289

a guastare il contado fiorentino, ed arrivando fin presso a S. Donato.

Erano piú o meno grosse scaramucce, che facevano prevedere una guerra

maggiore.

Da ogni lato s'armava adesso in Toscana. I Pisani eleggevano a

loro capitano il conte Guido da Montefeltro, che aveva acquistato

grandissima reputazione nello scontro vittorioso avuto a Forlí contro

i Francesi di Carlo d'Angiò. Egli era veramente uno dei piú valorosi

soldati del tempo, e giunto che fu a Pisa, riordinò subito le milizie,

creò una nuova fanteria leggiera di tre mila balestrieri, che poté

resistere con onore a quella cavalleria pesante, tenuta allora la

forza principale degli eserciti. Da un altro lato anche gli Aretini

s'armarono sempre di piú, in modo che, quando Carlo II d'Angiò passò da

Firenze, per andare ad incoronarsi in Napoli, i Fiorentini, dovettero

accompagnarlo con i loro migliori fanti e cavalieri, perché le genti

aretine minacciavano d'assalirlo. Gli chiesero allora un buon capitano,

per poter proseguir con vigore la guerra, e ne ebbero Amerigo di

Narbona, che, in compagnia del bali Guglielmo di Durfort, venne con 100

uomini d'arme.

Il 2 di giugno 1289, il nuovo capitano Amerigo di Narbona usciva in

campagna alla testa d'un esercito di 1,600 cavalieri e 10,000 fanti

della Lega. V'era il fiore della nobiltà e delle genti fiorentine,

fra cui seicento cavalieri dei meglio armati, che uscissero mai della

Città. Prato, Pistoia, Siena e tutti gli alleati, anche i Guelfi di

Romagna avevano mandato il loro contingente. Gli Aretini avevano

dall'altro lato raccolto tutti i Ghibellini delle vicine città,

e vennero a Bibbiena con 800 cavalieri e 8,000 pedoni, sotto il

comando dei loro capitani, fra cui primeggiava il fiero arcivescovo

Guglielmo degli Ubertini. Dopo essersi persuaso che l'accordo con

Firenze, per salvare i suoi propri castelli, lo avrebbe esposto al

furore degli Aretini, esso s'era gettato con giovanile ardore nella

guerra. Procedeva altiero e pieno di baldanza, perché fidava nel

proprio coraggio ed in quello de' suoi soldati; aveva poca stima de'

Fiorentini, i quali, esso diceva, si lisciavano come donne.

Sul piano di Poppi, il giorno 11 di giugno, i due eserciti si

trovarono di fronte, presso Campaldino, dove ebbe luogo, e donde

prese nome quella battaglia che fu resa piú celebre, per esservisi

trovato a combattere Dante Alighieri, allora giovane ancora ed ignoto.

I Fiorentini avevano in prima linea una schiera mista di pedoni,

balestrieri e scudieri, ed alle loro ali avevano messo 150 feritori

di cavalleria leggiera, scelti fra i piú arditi. V'era fra questi

Vieri dei Cerchi, che, avendo avuto il carico di fare la scelta degli

uomini del suo Sesto, volle, sebbene malato, trovarsi alla battaglia

insieme col figliuolo e coi nipoti. Dietro la prima schiera, ne veniva

un'altra piú grossa di pedoni e cavalleria pesante, in ultimo erano le

salmerie. Corso Donati comandava un drappello di circa 250 tra pedoni

e cavalieri lucchesi, pistoiesi e forestieri. Egli era allora Podestà

di Pistoia e doveva, con la sua piccola riserva, accorrere all'uopo,

secondo il comando del generale. Si vedeva un'emulazione grandissima,

perché da un lato e dall'altro v'era lo sforzo dei Guelfi e dei

Ghibellini, e s'erano, per soddisfare anche l'ambizione dei potenti,

creati nuovi cavalieri in quel giorno stesso, acciò dessero maggior

prova di valore. L'ordine dato ai Fiorentini fu d'aspettare l'impeto

del nemico, e messer Simone dei Mangiadori da San Miniato, disse ai

suoi uomini: — Signori, le guerre di Toscana si vincevano per bene

assalire, ed ora si vincono per istare ben fermi. — Gli Aretini invece,

fidando nel proprio valore e nell'abilità dei capitani, assalirono al

grido di Viva S. Donato, con tale impeto, che l'esercito fiorentino

mal sostenne il primo urto, e dovette cedere. I feritori furono quasi

tutti scavalcati, la schiera grossa indietreggiò; ma i pedoni che

erano alle ali della seconda schiera, s'avanzarono al grido di _Narbona

cavaliere_, e minacciando di circondare il nemico, l'arrestarono, dando

cosí tempo ai compagni di riordinarsi. Il conte Guido Novello, che

aveva 150 cavalieri degli Aretini, per ferire di lato, mancò d'animo

nel momento appunto in cui doveva assalire il nemico disordinato,

e fu grandissimo danno. Ma gli seguiva sempre cosí, e poco di poi,

fervendo ancora la mischia, si dette alla fuga. Corso Donati, invece,

che aveva ordine di star fermo colle sue genti, e non muoversi senza

comando espresso, nel vedere i Fiorentini cedere a quel primo urto, non

poté piú stare alle mosse, e disse ai suoi: — Se perdiamo, io voglio

morire coi miei concittadini; se vinciamo, aspetterò che chi vuole,

venga in Pistoia a punirci della nostra disobbedienza; — e ordinò

subito d'investir di fianco i nemici. Cosí gli Aretini da assalitori

si trovarono assaliti. Resistettero con mirabile valore, e non avendo

sufficiente numero di cavalieri, i loro pedoni si spinsero carponi

fra la cavalleria nemica, e con le coltella sventravano i cavalli,

ferendoli nella pancia, dove non avevano difesa. Ma erano prodigi di

valor personale, che non potevano decidere la battaglia. La mischia

fu aspra e lunga, i Fiorentini pugnarono con gran coraggio, e gli

Aretini perderono quasi tutti i loro capi. L'arcivescovo Ubertini morí

combattendo; cosí pure il suo nipote Guglielmino dei Pazzi, tenuto

allora fra i piú valorosi capitani d'Italia, e Buonconte figlio del

conte di Montefeltro. Perirono ancora molti esuli fiorentini, fra cui

tre Uberti e uno degli Abbati. Solo il conte Guido Novello salvò la

vita con la fuga. La rotta degli Aretini fu grandissima, e, secondo

il Villani, lasciarono sul campo 1,700 morti e 2,000 prigionieri. Di

questi però ne entrarono in Firenze solo 740, gli altri essendo stati

trafugati o riscattati per denaro. Né ciò deve far gran meraviglia, se

si pensa che in queste guerre di Guelfi e Ghibellini combattevan fra

loro uomini della medesima città, e spesso antichi amici o parenti;

per il che la pietà era piú naturale che l'odio, sebbene questo fosse

pur troppo frequente e feroce. I Fiorentini ebbero poche perdite, e

nessuna d'importanza. Corso Donati che, col suo ardire, contribuí

assai a decidere la battaglia, e Vieri de' Cerchi si coprirono di

gloria. Molti, poco stimati in passato, acquistarono quel giorno grande

reputazione, e molti invece che già prima l'avevano, la perdettero

allora. In ogni modo tutti i principali cittadini e capitani tornarono

salvi a Firenze, dove l'allegrezza fu perciò universale.[327]

I Fiorentini s'erano tenuti sin da principio sicurissimi della

vittoria. Si narra infatti che quando, nel giorno stesso della

battaglia, i Priori, stanchi delle vigilie durate, si addormentarono,

furono desti, come da una voce, che ad un tratto pareva dicesse loro:

levatevi su, che gli Aretini sono sconfitti. E nello stesso tempo

tutti i cittadini si trovavano per le vie, aspettando impazienti la

notizia che ancora non veniva. Finalmente arrivò il desiderato messo,

e la gioia, le feste furono grandissime. Dispiacque piú tardi sentire

che l'esercito non aveva saputo profittare della vittoria, inseguendo

il nemico fin dentro le mura della città, della quale allora sarebbe

stato facile impadronirsi. Invece presero Bibbiena, terra del vescovo;

saccheggiarono varî castelli, e guastarono il contado per venti giorni.

Corsero il pallio intorno alle mura d'Arezzo, a forza di mangani

gettandovi dentro, per dileggio, asini con le mitrie in capo. Ma in

sostanza non fecero altra impresa di momento, sebbene la Repubblica,

quando furono eletti i nuovi Priori, ne mandasse due al campo, perché

sollecitassero in persona la guerra, e tentassero subito di prendere la

nemica città. Ma omai era tardi, e gli Aretini riuscirono anche a fare

qualche sortita, nella quale misero fuoco alle macchine d'assedio. Per

il che i Fiorentini, lasciati ben guardati i castelli già presi e le

opere cominciate, tornarono a casa il 23 di luglio; e ciò dispiacque

tanto alla Città, che si disse esser corso nel campo oro nemico. In

ogni modo la vittoria era stata grande, e grandissima fu l'accoglienza

che ebbero i reduci. Tutto il popolo, con le insegne e i gonfaloni di

ciascuna Arte, tutto il clero uscí in processione per andare incontro

al vittorioso esercito. Il capitano Amerigo di Narbona ed il podestà

Ugolino de' Rossi fecero la loro entrata solenne, sotto ricchissimi

baldacchini di drappi d'oro, portati dai piú nobili cavalieri di

Firenze. E tutta la spesa di questa guerra si fece con una imposta di

lire sei e soldi sei per cento sui beni nella Città e nel contado, il

che portò subito trentasei mila fiorini d'oro, essendo allora l'estimo,

l'amministrazione e le rendite del Comune mirabilmente ordinate, come

osserva il Villani (VII, 132).

La repubblica fiorentina, dopo la umiliazione delle due nemiche città

d'Arezzo e di Pisa, aveva in tutta Toscana abbattuto il partito

ghibellino, fatto trionfare il guelfo; s'era assicurato in essa

un predominio politico e commerciale quasi senza limiti; e la sua

ricchezza andò d'ora in poi rapidamente crescendo. Vi furono grandi

feste, cene, desinari in tutte quante le piú ricche case, radunandosi i

cittadini nelle corti dei loro palazzi, le quali venivano ricoperte di

zendado, ornate di ricchissimi drappi. Le donne, in segno d'allegrezza,

andavano per la Città, inghirlandate di fiori. Eppure si voleva ancora

proseguire la guerra, perché pareva che si desiderasse addirittura

veder la fine delle due piú potenti città ghibelline. Ma ciò non poteva

riuscir facilmente.

Nel 1289 seguirono nuove scaramucce tra Guelfi e Ghibellini, ma furono

cose di poco momento. I Fiorentini tentarono piú volte, però sempre

invano, di pigliare Arezzo per forza o per inganno. Nel novembre erano

riusciti a fare un accordo segreto, col quale pareva dovessero proprio

entrare nella nemica città, per sorpresa. Improvvisamente fu dato

ordine a tutti gli uomini atti alle armi di trovarsi riuniti fuori

delle mura, prima che una candela accesa innanzi ad una delle porte,

fosse consumata. E l'esercito cosí tumultuariamente raccolto, corse

a furia verso Arezzo; ma l'accordo era stato già scoperto, almeno si

disse, da uno che morendo l'aveva rivelato al confessore. Certo è che

bisognò ritirarsi senza aver nulla concluso. I Fiorentini tornarono nel

giugno del seguente anno, con un esercito di 1,500 cavalieri e 6,000

pedoni della Lega; circondarono Arezzo, e per sei miglia intorno ne

guastarono il contado, durante 29 giorni, ma anche ora non conclusero

altro. Le città erano a quei tempi tutte fortificate, e le opere

d'assedio, prima dell'invenzione della polvere, riuscivano affatto

inutili, ogni volta che v'era una resistenza decisa e senza tradimenti.

Al che s'aggiungeva adesso, che i Fiorentini volevano combattere nello

stesso tempo Arezzo e Pisa. Infatti, lasciati a guardia dei vicini

castelli 300 cavalieri e molti pedoni, andarono col resto dell'esercito

dal Valdarno di sopra a quello di sotto, per far guerra a Pisa.

Nello scorso anno erano stati i Lucchesi che, con l'aiuto di Firenze e

della Lega, avevano raccolto e guidato un esercito di 400 cavalieri e

2,000 pedoni, per tener viva la guerra contro Pisa, mentre che Firenze

era occupata con Arezzo. Arrivarono fino alle porte, e, secondo il

solito costume, vi corsero il pallio; per 25 giorni guastarono il

contado, pigliando il castello di Caprona, assalendo piú volte Vico

Pisano, ma senza altro risultato. Nel 1290 si ripigliava dai Fiorentini

la medesima guerra, con le forze assai maggiori di tutta la Lega. E nel

tempo stesso che questa, col suo esercito, faceva dalla parte di terra

un assalto generale, i Genovesi assalivano dalla parte di mare, con

un'armata la quale recò danni infiniti. Livorno e Porto Pisano furono

presi, rovesciate in mare le quattro torri a guardia del porto, e il

fanale detto della Meloria fu del pari abbattuto, insieme cogli uomini

che v'erano dentro. Prima di ritirarsi i Genovesi affondarono alla

bocca del porto quattro navi cariche di pietre, distrussero i palazzi

ed i magazzini. Ma dalla parte di terra non vi furono che guasti nel

contado e rovine di piccoli castelli. Intanto i Pisani resistevano

a tutti con animo fermo. Il loro capitano Guido di Montefeltro, alla

testa della nuova fanteria leggiera da lui istituita, combatteva con

molta efficacia contro i fanti toscani della Lega, contro la cavalleria

pesante da essa assoldata. E piú volte riuscí a fare sortite, con le

quali vendicò sanguinosamente le perdite sofferte. Nel dicembre del

'91, i Pisani assalirono il castello di Pontedera, e trovandolo mal

difeso, se ne impadronirono; fecero poi ribellare contro S. Miniato

il castello di Vignale. I Fiorentini volevano subito correre a nuova

battaglia; ma il loro esercito partí tardi, e quando fu in via, caddero

pioggie torrenziali, le quali inondarono per modo la campagna, che

bisognò retrocedere.

Le cose della guerra procedettero ora sempre piú debolmente, perché

cominciavano in Città mali umori, che facevano presentire discordie

assai gravi. Laonde, sebbene il giudice di Gallura spingesse a

ripigliare le armi, nelle quali egli s'era mostrato operoso e valoroso,

pure era divenuto cosí grande nei Fiorentini il bisogno della pace,

che finalmente la conclusero a Fucecchio il 12 giugno '93. I patti

furono: restituzione dei prigionieri; esenzione da ogni gabella,

tanto per gli abitanti dei Comuni della Lega, che passavano per Pisa,

quanto pei Pisani, che passavano per detti Comuni. L'ufficio del

Podestà o Capitano di Pisa doveva darsi ad uomini della Lega, venendo

espressamente vietato il darlo a ribelli o nemici di essa, o ad alcuno

dei conti di Montefeltro. Ed il conte Guido, il valoroso soldato, che

con tanta energia e coraggio aveva difeso la repubblica pisana, dovette

essere licenziato con tutti i Ghibellini forestieri, in fede di che

bisognò dare in ostaggio 25 cittadini delle migliori famiglie. Cosí

furono pagati la fede e l'eroismo del vecchio capitano, che, riscosso

il suo soldo, entrò nel Consiglio, e rimproverata dignitosamente

ai Pisani la loro ingratitudine, se ne partí senza mostrare alcun

desiderio di vendetta. E avrebbe potuto farla, se avesse voluto operare

secondo il costume di quei tempi, trovandosi egli tuttavia a capo d'un

esercito agguerrito, che in lui fidava pienamente. Fu ancora pei patti

di questa pace stabilito, che i discendenti del conte Ugolino ed il

giudice di Gallura venissero liberati da ogni bando, e rimessi nei loro

beni.[328]

X

Da questo momento i Fiorentini cominciarono a pensare sopra tutto alle

cose interne della Città, che neppure durante le ultime guerre avevano

abbandonate. Infatti l'amministrazione della Repubblica s'era andata

migliorando sempre, ed in molte parti si poteva dire esemplare; il

commercio, l'industria, la ricchezza erano assai aumentati. E nello

stesso tempo si erano compiute molte opere pubbliche, lavorando allora

il celebre architetto Arnolfo di Cambio, autore di parecchi de' piú

bei monumenti di Firenze. Col suo disegno si pose mano nel 1285 ai

primi lavori per allargare la Città, costruendo piú tardi il terzo

cerchio delle mura, alle quali sorvegliò anche il celebre cronista

Giovanni Villani; e per opera dello stesso architetto fu nel medesimo

anno costruita e lastricata tutt'intorno la Loggia d'Or S. Michele,

sotto la quale allora vendevasi il grano; e cosí pure fu lastricata

la Piazza dei Signori, e venne abbellita e restaurata la Badia. Folco

Portinari, padre della Beatrice di Dante, fondava a sue spese la chiesa

e l'ospedale di S. M. Nuova. Si lavorò alla Piazza di S. M. Novella; e

s'iniziarono molte altre opere di simil natura.[329]

Intanto continuavano come sempre le riforme politiche, fra cui

ricorderemo quella che nel 1290 ridusse da un anno a sei mesi l'ufficio

del Podestà,[330] che fu dato allora a Rosso Gabrielli da Gubbio,

città dalla quale vennero in Firenze e per tutta Italia molti Podestà

e molti Capitani del popolo. Le Marche, la Romagna e l'Umbria pareva

ne fossero allora il vivaio, perché gli abitanti di quelle province

dediti alle armi, come è provato dal gran numero di capitani e

soldati di ventura che ne uscirono, erano anche assai pratici della

giurisprudenza, a cagione della vicina Università di Bologna. Questa

riduzione dell'ufficio del Podestà a soli sei mesi, non durò molto;

ma si deliberò per le ragioni stesse che fecero restringere a due

la durata della Signoria. L'ufficio di un magistrato, che doveva

amministrar la giustizia, comandare l'esercito, e menava seco un certo

numero di gente armata e per proprio conto assoldata, poteva riuscire

pericoloso, perché assai facile a trasformarsi in tirannide, come era

seguito già in parecchi Comuni italiani. Quindi è che a Firenze si

cercava ripararvi con una rapida mutazione, la quale non desse modo di

maturare disegni funesti alla libertà, né di trovare favori ed amici su

cui a lungo contare.

Ma ben altri e piú gravi mutamenti politici e sociali avevano luogo

nel seno della cittadinanza fiorentina. I segni d'una nuova e profonda

trasformazione divenivano ogni giorno piú visibili; era perciò

sempre piú necessario apparecchiarsi con la pace a sostenere l'urto

inevitabile e vicino delle future rivoluzioni. Gli Angioini, colla

loro presenza, coll'esempio dei loro baroni, col creare sempre nuovi

cavalieri in Firenze, avevano fatto crescere a dismisura l'orgoglio

dei potenti guelfi, cui ora si dava nome di Grandi. Costoro, imitando

i nobili francesi, assumevano modi poco repubblicani, e volevano

soverchiare in tutto e su tutti. Nel 1287 vi fu grave tumulto, perché

uno di questi prepotenti, a nome Totto Mazzinghi, venne, per omicidio

e per altri delitti, condannato a morte dal Podestà; e quando lo

menavano al supplizio, messer Corso Donati, uno dei maggiori cavalieri

in Firenze, si provò coi suoi a liberarlo colla forza. Il Podestà,

non volendo tollerare una cosí manifesta violazione delle leggi, fece

sonar la campana a martello, ed il popolo, levatosi a rumore, corse

armato, a piedi ed a cavallo, gridando: _giustizia, giustizia_ dopo

di che la giustizia venne fatta, ed anche assai severa. Il Mazzinghi,

condannato nel capo, fu prima strascinato per via e poi impiccato;

gli autori della ribellione contro il magistrato, furono condannati in

danaro, e la Città ritornò tranquilla. Ma questi non eran che segni di

mali maggiori, e gli uomini politici in Firenze se ne impensierivano

assai. I popolani guelfi, per mettere un argine all'alterigia dei

Grandi, e per impedire la loro unione col popolo minuto, cominciarono

ad allargare sempre piú le libertà politiche, nel tempo stesso che

vincolavano l'azione dei potenti. Questi erano già stati costretti,

come abbiam visto, a dare mallevadori responsabili delle loro azioni,

a giurare di non far vendette, di non sopraffare la plebe, e simili.

Destinata ad abbattere in Città e fuori la potenza dei Grandi, ad

accrescere quella del popolo, disfacendo gli ultimi residui del

sistema feudale, ancora esistenti, fu la legge assai memorabile del 6

agosto 1289. Con essa fu interamente distrutta la servitú nel contado,

dichiarando con parole le quali suonano come una proclamazione dei

diritti dell'uomo, che la libertà è un diritto imprescrittibile

di natura; che essa non può dipendere dall'arbitrio altrui; che la

Repubblica voleva in tutto il suo territorio, non solo mantenerla, ma

anche accrescerla.[331] E veniva cosí abolita ogni specie di servitú,

temporanea o a vita, ogni contratto, accordo o patto contrario alla

libertà personale.

Parve ad alcuni che già sin dal 1256 il Comune di Bologna avesse

compiuta questa riforma importantissima, la quale i Fiorentini

avrebbero solo 33 anni piú tardi imitata. Ma è un errore nato dal

supporre che l'abolizione della servitú si compiesse nei Comuni

italiani a un tratto, quando invece procedette lentamente e per

diversi gradi. Nel contado v'erano non solo i _nobiles_ ed i loro

_servi_, ma anche i _fideles_, i quali avevano già una personalità

giuridica, ma dipendevano ancora dai _nobiles_, cui prestavano servigî

e pagavano dazî. Piú tardi questa condizione dei _fideles_ migliorò

ancora, ed essi ottennero terre, in feudo o a livello, dai signori, ai

quali rimanevano però legati da patti personali, che li obbligavano

a restare in perpetuo sul fondo. E per questa ragione, i signori si

credevano sempre, o almeno fingevano credersi, in diritto di vendere il

fondo insieme coi _fideles_, anche quando ciò era divenuto contrario

allo spirito della legislazione. Nel 1256 i Bolognesi abolirono la

servitú, lasciando i contadini sempre dipendenti dal padrone, cioè

nella condizione piú o meno di _fideles_, condizione che nell'83

migliorarono ancora, ma non abrogarono del tutto. Invece già prima del

1289 nel contado fiorentino non v'erano piú servi, e i _fideles_ erano

giuridicamente da piú tempo divenuti quasi indipendenti dai padroni,

sebbene questi, abusando di patti puramente personali, li obbligassero

spesso a risiedere sul fondo, e presumessero di poterlo vendere, anzi

lo vendessero non di rado insieme con essi. Questi sono gli abusi

che i Fiorentini condannarono e soppressero nel 1289, come contrarî

alla libertà, la qual è «di diritto naturale», e perciò inalienabile.

La nuova legge dichiarava inoltre che, in conseguenza di ciò, tutte

queste vendite erano abusive e però di nessun valore nei loro effetti:

sciogliendo ed annullando ogni patto illegale, garantiva finalmente

al contadino la sua piena ed intera libertà. Aggiungeva anzi, che

d'ora in poi esso poteva (ancora senza che la vendita del fondo avesse

luogo) sciogliersi, mediante denaro, dai patti personali con cui s'era

legato al padrone. Cosí è che la legge del 1289 non aboliva la servitú

già da un pezzo abolita dai Fiorentini, ma per la prima volta rendeva

pienamente liberi i lavoratori della terra. E ciò seguiva ancora con

grande vantaggio economico del Comune, perché essi divenivano cosí

tutti suoi contribuenti diretti, e con non minore vantaggio della

democrazia, perché si spezzavano gli ultimi legami del sistema feudale,

e si fiaccava la potenza dei signori del contado.[332]

In questo e nel seguente anno furono prese altre non poche

deliberazioni intese a rafforzare il popolo nella Città, le

quali dimostrano che Firenze procedeva sempre piú oltre nelle sue

trasformazioni politiche e sociali. Prima di tutto s'accrebbe il

numero delle Arti legalmente costituite, aggiungendone alle 7 maggiori

altre cinque, portandole a 12, con proprie insegne, ordini, armi

ed importanza politica.[333] Infatti noi ora troviamo, che gli atti

ufficiali della Repubblica parlano di 12 Arti maggiori, mentre che per

lo innanzi parlavano solo di sette. Ben presto, è vero, esse tornarono

a sette; ma le cinque che restavano, vennero allora unite ad altre, e

portate cosí a quattordici, col nome di Arti minori, formando in tutto

21 Arti, che fa il numero definitivo. Si fece nel 1290 un'altra legge,

chiamata _del divieto_, la quale ordinò che chiunque fosse stato una

volta Priore, non potesse per tre anni di poi tornare in ufficio. Piú

tardi questo _divieto_ fu in parte esteso anche ai parenti.[334] Erano

sempre provvedimenti intesi a mettere un argine contro ogni possibilità

di futura tirannide, un freno alla crescente alterigia dei Grandi.

A questo medesimo fine miravano ancora altre leggi. Troviamo infatti

due provvisioni deliberate alla quasi unanimità il 30 giugno ed il 3

luglio 1290.[335] Con esse si proibiva severamente a tutti coloro che

erano a capo delle Arti di far monopolio, accordi, leghe, _posture_

e simili, con cui si cercasse, in qualunque modo, imporre prezzi

arbitrariamente fissati, senza osservare le norme prescritte dagli

Statuti. E la pena ricadeva severamente non solo sugli autori di questi

arbitri, che dovevano pagare l'ammenda di 100 lire, ma anche sull'Arte

cui essi appartenevano, la quale era condannata in 500 lire, per non

aver provveduto all'osservanza delle leggi, e sui Rettori e Consoli di

essa, che erano condannati in 200 lire.

Di assai maggiore importanza fu un'altra legge deliberata il 2 gennaio

1291, la quale diceva chiaro di voler frenare con la forza la rapacità

felina dei Grandi (_volentes lupinas carnes salsamentis caninis

involvi_).[336] Essa proibiva severamente di ricorrere a tribunali o

magistrati, che non fossero quelli per legge costituiti, cioè i Priori,

il Capitano, il Podestà e i giudici ordinarî del Comune. Coloro che

dal Papa, dall'Imperatore, dal re Carlo o dai loro Vicarî avessero

ottenuto esenzione di qualunque sorta, o arbitrio di ricorrere ad

altri magistrati, e pretendessero di poterlo fare; coloro che, con

questo medesimo intento, vantassero pretese di antichi diritti feudali,

erano avvertiti di non valersene sotto minaccia di pene gravissime.

La nuova legge discorreva per minuto le varie forme di tali pretese

esenzioni, e determinava le pene. Ma quello che è piú singolare, essa

puniva non solamente coloro che vantavano questi diritti e li volevano

esercitare, i notai che trascrivevano gli atti, e gli avvocati che ne

sostenevano la validità; ma quando i veri autori fossero riusciti a

sfuggire la pena, chiamava responsabili i loro parenti o anche lontani

congiunti, i loro coloni e perfino i loro inquilini. Il popolo minuto,

il popolo grasso e i Grandi formavano a quel tempo come tre ordini

di cittadini, anzi tre società distinte, che nelle offese e nelle

difese, negli odî, nelle vendette e nei diritti politici, agivano

come se ognuno fosse, volesse e dovesse essere responsabile pe' suoi

colleghi. La legge veniva quindi spinta, riconoscendo questo stato di

cose, a provvedimenti che, se erano opportuni o anche necessarî in

aiuto della democrazia e dei deboli contro i potenti, non cessavano

perciò di essere arbitrarî. Tuttavia ogni giorno si vedeva piú chiara

la necessità di ricorrere a rimedî estremi. I Grandi, pei favori del

Papa e degli Angioini, erano divenuti troppo orgogliosi. E i prosperi

successi ottenuti recentemente a Campaldino, dove il valore di Corso

Donati e di Vieri de' Cerchi aveva deciso la battaglia, li inorgogliva

per modo, che si vantavano di non temer piú le leggi, le quali di fatto

ogni giorno violavano. E cosí fu apparecchiata quella rivoluzione che,

scoppiata nel 1293, costituí il _secondo popolo_, e condusse i potenti

alla loro ultima rovina.

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1 · 第 41 / 55 题