Mal si potrebbe dire, se in questi anni sia stata maggiore l'energia
eroica dei Pisani nella sventura, o l'odio insaziabile dei loro
nemici. Subito dopo la terribile rotta della Meloria, i Fiorentini
ed i Lucchesi offerirono a Genova d'allearsi, per compiere insieme lo
sterminio della comune rivale. L'alleanza doveva durare sino a 25 anni
dopo finita la guerra. Le ostilità sarebbero cominciate fra 15 giorni,
con l'obbligo a Genova di mettere in mare 50 galere, ai Fiorentini e
Lucchesi di mettere insieme un esercito. Questi assalirebbero dalla
parte di terra, quelli dalla parte di mare. Ogni anno, almeno per
quaranta giorni, si sarebbe combattuto. Pisa capí che ormai si voleva
la sua ultima rovina, e tale fu allora il suo odio contro Lucca,
soprattutto contro Firenze, che, per non cedere ad esse, si dichiarò
pronta a sottomettersi piuttosto ai patti che Genova avesse voluto
imporle. Ma invano. Il 13 di ottobre l'alleanza fu conclusa nella
casa della Badia in Firenze, presenti i sindachi di Genova e di Lucca,
insieme con quelli di Firenze, fra i quali ultimi si trovava Brunetto
Latini; e si lasciò luogo alle altre città toscane d'entrare nella
Lega. Ma, quello che è piú notevole, in essa potevano essere ammessi
ancora i piú autorevoli prigionieri pisani, che avessero dato sicurtà
di venire a muover guerra alla patria loro. Potevano, alle medesime
condizioni, essere ammessi anche il conte Ugolino, i suoi figli ed il
Giudice di Gallura, se divenivano cittadini genovesi, e riconoscevano
le proprie terre in feudo da Genova. Tutti questi dovevano però
essere accolti di comune consenso degli alleati, e non oltrepassare il
numero di 20. Si conferma da ciò chiaramente che fra i Pisani v'erano
parecchi, che avevano tradito o erano disposti a tradire. Firenze non
dimenticò neppure ora quello che del resto non dimenticava mai, cioè,
di stipulare, insieme con le alleanze politiche, vantaggiosi patti
commerciali.[323]
Ben presto parecchie altre città di Toscana entrarono nella Lega, e
cominciarono gli apparecchi di guerra. Pisa allora si vide subito da
ogni lato circondata. I Fiorentini entrarono in Val d'Era, i Lucchesi
pigliarono alcuni castelli, lo Spinola con le navi genovesi assalí
e danneggiò molto Porto Pisano. Ma ad un tratto i Fiorentini si
dimostrarono assai freddi nell'impresa, con grandissimo scontento dei
Lucchesi e dei Genovesi. Essi volevano sopra tutto avvantaggiare il
proprio commercio, e quindi era loro necessario fiaccare l'orgoglio
di Pisa, e sottometterla, come avevano fatto delle altre città di
Toscana; ma non volevano che ciò seguisse per opera principalmente
dei Genovesi, molto meno poi a loro unico profitto, come sarebbe di
certo ora avvenuto per la preponderanza che avevano sul mare. Ed in
vero, se Genova si fosse resa padrona di Pisa, sarebbe stata padrona
anche del Mediterraneo, e la sua potenza, di molto accresciuta, sarebbe
divenuta addirittura formidabile ai Fiorentini. Quindi è che essi, dopo
avere addensata cosí gran tempesta contro Pisa, pensavano ora, secondo
la dubbia fede di quei tempi, in cui poco o punto si rispettavano i
trattati, a volgere ogni cosa a loro esclusivo vantaggio. E i Pisani
videro subito l'occasione opportuna, e cercarono profittarne; ma lo
fecero poi in modo, che tutto tornò invece a loro rovina. Avendo,
come vedemmo, invano cercato un accordo con Genova; non potendo, dopo
tante calamità, sostenere una guerra del pari formidabile per terra e
per mare, cercarono d'intendersi almeno con Firenze. Ed a questo fine
nominarono loro Podestà il conte Ugolino, dandogli piú tardi anche il
comando della guerra, non ostante le accuse ben note di tradimento alla
Meloria. Ma essi lo sapevano guelfo e segreto amico dei Fiorentini,
quindi lo ritenevano adatto allo scopo ora che li volevano allontanare
da Genova. Il Conte, è vero, sembrava non avere che un solo pensiero,
quello di dominare in Pisa; ed era perciò pronto ad intendersi,
occorrendo, coi nemici della patria, capace di lasciarsi trasportare
ad ogni atto nefando, pur di soddisfare la sua sfrenata ambizione. Una
volta però che questa era soddisfatta, credevano i Pisani che egli,
coraggioso, accortissimo, con molte amicizie tra i Guelfi, avrebbe
saputo trovar modo di venire ad un accordo. E cosí fu, ma con resultato
ben diverso da quello che s'aspettavano.
Narrano i cronisti, che egli inviasse ai rettori di Firenze un dono di
fiaschi con vino di vernaccia, in fondo ai quali aveva messo fiorini
d'oro per corromperli.[324] Questa tradizione prova solamente, che egli
era tenuto capace di ricorrere ad ogni mezzo pur di raggiungere i suoi
fini. Ma ben duri furono i sacrifizî, che dovette imporre a Pisa, per
indurre i Fiorentini a sospendere la guerra contro di essa. Bisognò
cedere terre e castelli importanti, come S. Maria a Monte, Fucecchio,
S. Croce, Monte Calvoli, e mandare in esilio i Ghibellini, riducendo
la città a parte guelfa, il che per una repubblica stata sempre
ghibellina, era un'umiliazione grandissima. Pisa doveva ormai piegarsi
a tutto, perché trattavasi di salvare la propria esistenza. Quando però
i Genovesi e i Lucchesi s'accorsero che erano abbandonati da Firenze,
la quale sosteneva i Pisani contro Lucca, i lamenti furono cosí grandi
contro la violata fede, che il conte Ugolino, per far tacere almeno i
Lucchesi, cedette loro Bientina, Ripafratta e Viareggio. In questo modo
l'orgogliosa repubblica pisana restringeva il suo territorio fin quasi
alle mura, privandosi d'ogni difesa dalla parte di terra, quando le sue
navi erano su tutti i mari inseguite e predate dai Genovesi. Solo il
conte Ugolino trionfava in mezzo a tante rovine ed umiliazioni, perché
comandava in città, ed era tutto quel che voleva. Ma nel suo ambíto
dominio egli era essai meno sicuro di quel che pensava, perché i fieri
spiriti pisani non erano del tutto domati, e già i piú tolleravano
assai male una tirannia interna, che non riusciva a salvare dalle
umiliazioni esterne. Ogni piú piccola occasione faceva ora veder segni
manifesti, che le passioni cittadine potevano da un momento all'altro
prorompere.
Un'altra causa di mali umori continuavano ad essere le trattative per
riavere da Genova i prigionieri, che formavano parte non piccola della
migliore gioventú pisana. Tutti desideravano riaverli in ogni modo;
ma il Conte frapponeva ogni giorno nuovi ostacoli, perché li sapeva
ghibellini e però a lui avversi. Faceva sempre proposte inaccettabili
dai Pisani, per mandare le cose in lungo. Cosí nulla si concludeva, ed
era quel che voleva. Ma la sua alterigia finí col portare la divisione
nel seno dello stesso partito guelfo. Nino Visconti, giudice di
Gallura, suo nipote e capo naturale dei Guelfi, cominciò ad accostarsi
ai Ghibellini per far guerra allo zio. Il quale allora, senza esitare,
mandò in esilio molti altri Ghibellini, e fece abbattere dieci dei
loro piú ricchi palazzi. Lo sdegno cominciò a divampare. Nino si uní
strettamente ai Gualandi, ai Sismondi, e cercarono di sollecitare
il ritorno dei prigionieri, cosa che il Conte ritardava con nuovi
pretesti, mantenendo vive le cagioni di guerra con Genova. Pensarono
allora di sollevare il popolo contro di lui, ma non vi riuscirono;
ricorsero perciò alle vie legali, per vedere se cosí potevano porre
un freno alla sua autorità eccessiva. Egli era stato nominato Capitano
generale del popolo, ma aveva illegalmente assunto anche l'ufficio di
Podestà, e senza diritto s'era alloggiato nel Palazzo della Signoria.
Nino e i suoi amici protestarono presso gli Anziani, e l'obbligarono
ad abbandonare il Palazzo, riducendosi nei termini della legge. Il che
egli fece, ma per poco tempo, e ripigliò ben presto con la forza la
sua prima autorità. Intanto l'odio delle parti cresceva, studiandosi il
Conte di mantener viva la discordia con Genova, i suoi nemici cercando
invece di concludere la pace e riavere i prigionieri, perché anche
questo era un mezzo per abbatterlo.
Finalmente, accortosi del grave pericolo in cui versava, il Conte
voleva in qualche modo uscirne. Visto che alcuni dei Guelfi, uniti
ai Ghibellini, gli erano divenuti del pari avversi e gli facevano
guerra, pensò d'avvicinarsi a questi, per separarli da quei Guelfi
che lo avevano abbandonato, e che perciò voleva abbattere, sperando
di potere piú tardi compiere la medesima opera contro i Ghibellini,
dopo averli isolati. Ma, sebbene non gli mancasse di certo l'astuzia,
finí coll'aver contro di sé gli uni e gli altri, ed alla testa de'
suoi nemici cosí riuniti, si pose l'arcivescovo Ruggieri, ghibellino
autorevolissimo. La guerra civile infiammò la città intera, ed il
Palazzo del popolo si trovò in mano ora dell'Arcivescovo, ora del
Conte, il quale, accecato dal furor della vendetta, non tollerava
avvertenze o consigli neppure da' suoi piú intimi. Un giorno in cui
lo scontento del popolo era al colmo pel caro dei viveri, e niuno
osava parlargli, uno de' suoi nipoti si presentò a lui, per rivelargli
lo stato delle cose, consigliandogli di sospender le gabelle, acciò
diminuisse il prezzo dei viveri. Ed il Conte si lasciò talmente
trasportare dall'ira, che gli tirò un colpo di pugnale, ferendolo nel
braccio. Un nipote dell'arcivescovo, amico del giovane, trovandosi
presente, non seppe resistere, e gli fece scudo della sua persona. Il
Conte, fuori di sé pel furore, pose mano ad un'ascia, che era vicino a
lui, e con un colpo alla testa lo stese morto a' suoi piedi.
L'arcivescovo Ruggieri dissimulò un pezzo, aspettando l'occasione, che
finalmente venne. Il 1.º luglio 1288 il Consiglio della repubblica
era radunato nella chiesa di S. Sebastiano, per deliberare sulla
pace coi Genovesi. I Ghibellini ed il popolo la volevano in ogni
modo, ma il Conte frapponeva nuovi ostacoli, sperando sempre aiuto
dagli amici. Quando uscirono dall'adunanza, l'Arcivescovo capí che
l'ora era giunta, che non v'era piú tempo da perdere. I Gualandi, i
Sismondi, i Lanfranchi ed altri ancora s'unirono con lui, e andarono
ad assalire il Conte, che con due figli, due nipoti, ed alcuni altri
a lui piú fidi, si difese valorosamente. Dopo il primo scontro, nel
quale vide morire un suo figlio naturale, si ritirò nel Palazzo del
popolo, e continuò a difendersi da mezzogiorno alla sera, quando gli
assedianti si decisero a mettervi fuoco. Penetrando poi attraverso le
fiamme, fecero prigioniero il Conte con i suoi due figli piú giovani,
Gaddo e Uguccione, e due nipoti, Nino detto il Brigata e Anselmuccio.
Furono chiusi nella torre dei Gualandi, sulla piazza degli Anziani,
dove l'arcivescovo Ruggieri li tenne alcuni mesi in assai dura
prigionia.[325] Finalmente la chiave della torre fu gettata in Arno,
e morirono tutti di fame, tra quelle angosce che l'Alighieri rese
immortali.[326]