I Guelfi, rimasti ora padroni della Città, posero mano alle riforme
necessarie a riordinarla popolarmente, consigliati sempre con lettere
imperiose dal Papa, cui però si dava retta solo quanto era necessario
per non irritarlo. Prima di tutto furono licenziati i due frati
Gaudenti, che non avevano fatto buona prova; poi si mandò ad Orvieto
a chiedere un Capitano del popolo ed un Podestà, con qualche aiuto di
cavalieri a guardia del Comune. E vennero 100 cavalieri, con messer
Ormanno Monaldeschi podestà, ed un messer Bernardini capitano. Per amor
di pace rimisero in Firenze i Ghibellini, concludendo tra essi ed i
Guelfi paci e matrimonî, sperando cosí accomunare il popolo, e smorzare
gli odî: ma in verità si riuscí solo ad eccitare piú vivi rancori,
perché gli animi erano ancora troppo esaltati.
Firenze adesso sembrava non aver piú l'antica fiducia nelle proprie
forze, tanto che in mezzo alle gravi complicazioni della politica
italiana, anche i Guelfi sentivano il bisogno d'avere un protettore
straniero. Era un uso funesto, introdotto la prima volta dai
Ghibellini, che, per ossequio all'Impero, avevano chiesto un vicario
imperiale in Città, ed ora che il popolo aveva vinto, perché nel
regno di Napoli, agli Svevi erano successi gli Angioini, parve quasi
inevitabile ricorrere allo stesso pericoloso procedimento. Il Papa,
facendola da Imperatore, aveva nominato Carlo d'Angiò, prima Paciaro,
poi addirittura vicario imperiale per dieci anni in Toscana. E i
Fiorentini, credettero di dovere accettare questo nuovo stato di cose,
anzi fare ad esso buon viso, e quindi offrirono addirittura a Carlo
la signoria della loro Città per sei anni, che furon poi dieci. Ma sia
che a ciò ponessero condizioni le quali al Re angioino piacevano poco,
sia che egli volesse farsi pregare, certo è che parve dapprima esitar
molto. Poco dopo mandò Filippo di Monforte, il quale con 800 cavalieri
entrò in Firenze, il giorno di Pasqua del 1267, anniversario, come fu
allora notato, della morte del Buondelmonti. Piú tardi vi mandò qual
suo vicario Guido di Monforte;[288] poi venne anch'esso a condurre in
persona la guerra contro i Ghibellini in Toscana.
Ed ora, cacciati i Ghibellini, accettata la supremazia di Carlo come
inevitabile, era pur necessario dare a Firenze un assetto definitivo,
studiandosi, in mezzo a condizioni cosí nuove, cosí difficili,
di garantirne la libertà, e si venne a quella che fu la quarta
costituzione della Repubblica. Le condizioni della società fiorentina
erano assai mutate, e con esse doveva mutare anche il carattere della
nuova costituzione. Il partito ghibellino o aristocratico s'era
ristretto in un piccolo numero di Grandi, che esercitavano l'arte
della guerra e volevano spadroneggiare. Coi nobili che, mutando nome
e abbandonando i titoli, s'univano ai popolani, e con coloro che, pei
rapidi guadagni della mercatura, entravano in una nuova condizione
di viver civile, s'era formata, come abbiam visto, quasi una nuova
aristocrazia, un popolo grasso divenuto padrone della Città.[289]
E v'era poi anche questo di notabile, che andavano, tanto il popolo
grasso, quanto il minuto, perdendo ogni giorno piú l'antica educazione
militare, non solamente perché ora nelle guerre prevalevano gli uomini
d'arme, e cominciavano a valer poco gli eserciti popolari, ma anche
perché il commercio aveva preso tali proporzioni, che non potevano i
mercanti, sempre affaccendati a bottega, o in giro pel mondo, passare
ogni anno, come pel passato, due o tre mesi al campo. Il commercio
era divenuto la principalissima occupazione, quasi la vita stessa del
popolo fiorentino, che ora poteva dirsi davvero un popolo di banchieri
e di mercanti. Ed a tutto questo s'aggiungeva, che in Firenze v'era
adesso un'autorità straniera con soldati stranieri. Carlo d'Angiò
direttamente, o per mezzo di suoi vicari, o di persone in altro modo da
lui nominate, teneva l'ufficio del Podestà, e spesso sceglieva anche
il Capitano. I Fiorentini perciò, sempre accortissimi, ristabilirono
i Dodici Anziani, due per Sesto, col nome Dodici Buoni Uomini, coi
quali il Podestà doveva consigliarsi. E con essi ancora, invece di 36,
un Consiglio di 100 Buoni Uomini di popolo, «senza la diliberazione
dei quali nessuna grande cosa, né spesa si poteva fare». Con questo
Consiglio, unito al Parlamento, che, di diritto almeno, a Firenze
non mancò mai, noi abbiamo la ricostituzione di un governo centrale e
popolare, che toglieva importanza al Podestà angioino. Può quasi dirsi
un ritorno all'antica costituzione consolare, da cui erano già usciti
il Podestà ed il Capitano, che si cercava ora sottomettere ad essa.
Ma ciò non era tutto. Furono ripristinati i due Consigli, speciale
e generale, del Podestà e del Capitano. Se non che, il Capitano del
popolo che, nella costituzione del 1250, teneva il secondo posto, e
sotto il dominio ghibellino sembrava quasi scomparso, adesso non solo
ricomparisce, ma si cerca dargli prevalenza sul Podestà.
Infatti, quando una legge era stata dai Dodici proposta ai Cento ed
approvata, passava ai due Consigli del Capitano, e prima a quello
speciale e delle Capitudini, detto anche la Credenza, che rimaneva
come in antico, composto di 80 membri. Approvata la legge in questa
assemblea, veniva proposta al Consiglio generale, speciale e delle
Capitudini, che era di 300. Le tre votazioni si facevano di regola
in un giorno solo. Nel successivo la legge veniva portata dinanzi
ai due Consigli del Podestà, e prima al Consiglio speciale di 90,
poi al Consiglio generale di 300, ai quali spesso si univano quelli
dello speciale, ed erano allora 390. Poco sappiamo del modo con cui
s'eleggevano questi Consigli, che solevano durar sei mesi. Però,
essendo molto numerosi, e trovandosi dall'altro lato assai ristretto
il numero dei cittadini, noi riteniamo che tutti gli _abili a sedere_,
o sia gli eleggibili, che erano appunto i veri e proprî cittadini,
v'entrassero a turno. Ma qui è da notare che non sempre, né tutte le
deliberazioni passavano per ognuno di questi varî Consigli. Le leggi
e le consuetudini lasciavano non di rado ai magistrati la libertà
di consultarne alcuni solamente, come lasciavano loro il diritto di
radunar prima un piú ristretto Consiglio di Richiesti, invitandovi
solo quegli ufficiali o cittadini, che potevano giovare colla loro
esperienza a preparare le deliberazioni. Altre volte s'invitavano
nei Consigli anche alcuni estranei. Cosí, per esempio, discutendosi
le faccende della guerra, vi si trovano chiamati coloro che avevano
l'incarico di provvedervi. Gli Statuti non erano né molto precisi,
né molto rigorosi a questo proposito. E pareva che si studiassero
singolarmente di frenare la libertà della discussione, forse per
impedire che la moltitudine di tanti Consigli mandasse le cose troppo
per le lunghe. La proposta d'un provvedimento qualunque, era sempre
riservata ai soli magistrati, che la facevano sostenere dal notaio o
da altri in loro nome. I Consiglieri, meno i casi di molta gravità,
dicevano solo poche parole prima di votare. Il numero degli oppositori
era sempre assai piccolo, e ciò anche perché quando una provvisione
veniva portata ai Consigli, era stata già prima vagliata molte volte.
Piú tardi, lasciando sempre liberissimo il votare contro le proposte
dei magistrati, si giunse perfino a proibire il parlare altrimenti che
in favore. Laonde con tanti Consigli non si vide nascere in Italia la
vera eloquenza politica, della quale infatti la nostra letteratura è
assai povera. E qui v'è ancora un'ultima considerazione. Il Consiglio
dei 100 era tutto di popolani, e cosí quelli del Capitano; i Consigli
del Podestà eran composti invece di popolani e di Grandi. Le Capitudini
come abbiam visto, erano sempre presenti nei Consigli del Capitano,
ed assai spesso anche in quelli del Podestà. Da tutto ciò risulta
chiarissimo che il partito democratico e le Arti maggiori, le quali ne
formavano il nucleo principale, avevano grandissima prevalenza.[290]
Ed in questo modo re Carlo ottenne la signoria della Città, ma fu
vincolato in modo che il potere effettivo rimase nelle mani del popolo,
soprattutto del popolo grasso.
Le nuove leggi da noi esaminate, parlano ora assai poco di Guelfi e
di Ghibellini, assai piú di Grandi e di Popolani, perché la lotta
dei partiti comincia a mettersi ne' suoi veri termini, e si vede
chiaro che, in sostanza, trattasi di aristocrazia e democrazia. Ma
ciò nondimeno, il partito ghibellino esisteva sempre, anzi era esso
veramente il partito aristocratico. Il popolo ne voleva quindi la
totale rovina, ed a ciò mirava un'altra parte della nuova costituzione.
Si pose mano a fare un elenco di tutti coloro che dal 1260 al 1266
erano stati perseguitati dai Ghibellini, e dei beni loro confiscati. Si
trovò che grandissimo era stato il numero dei condannati, e che i danni
ascendevano alla somma allora assai ingente di lire 132,160.8.4.[291]
Si cercò allora di fare lo stesso contro i Ghibellini, e negli anni
1268 e 69 vi furono tremila circa fra confinati e ribelli, con le
rispettive confische, le quali continuarono poi lungamente.[292] Dei
beni via via confiscati si cominciò, come dicevasi, a far Monte, cioè
a raccoglierli insieme; poi vennero divisi in tre parti, una delle
quali doveva andare al Comune; una ai Guelfi, per risarcirli dei danni
sofferti; una finalmente alla Parte guelfa, per darle sempre maggior
forza, a scapito dei Ghibellini. Coll'andare del tempo però, quasi
tutti questi beni si concessero solo alla Parte, e ad amministrarli
furono creati sei governatori, tre Grandi e tre popolani, chiamati
prima Consoli dei cavalieri, poi Capitani della Parte guelfa,
seguendosi in tutto ciò i funesti consigli di papa Clemente IV e di
Carlo d'Angiò. E siccome allora ogni magistratura importante soleva
essere circondata da due Consigli, cosí anche i Capitani di Parte
ebbero un Consiglio segreto o speciale di 14 membri, ed uno generale di
60.[293] Duravano i Capitani due mesi in ufficio, e si radunavano nella
chiesa di S. Maria sopra Porta. Piú tardi ebbero un proprio palazzo,
e vennero loro concessi altri incarichi, come la cura delle pubbliche
fabbriche, la direzione degli ufficiali di torre, e simili. Ma la
loro principal cura fu sempre di proteggere la Parte, perseguitare i
Ghibellini. E questo ufficio essi adempierono con tanto ardore, e tante
furono le persecuzioni, che, coll'andar del tempo, si giunse a tale
che chi era padrone dei Capitani di Parte, si poteva dire padrone di
Firenze. Esclusione dai pubblici ufficî per mezzo delle ammonizioni,
esilî, confische saranno le opere con cui fra qualche tempo li vedremo
funestar la Repubblica, e rendersi sempre piú potenti.
Se ora gettiamo finalmente uno sguardo generale alla nuova
costituzione, in mezzo alla intricata moltitudine de' suoi Consigli
e de' suoi magistrati, essa ci parrà abbandonata al disordine ed
all'arbitrio. Ma se guardiamo piú attentamente allo scopo cui essa
era destinata, noi la vedremo singolarmente adatta a raggiungerlo. La
guerra civile non è finita di certo, deve anzi ancora per lungo tempo
continuare; la democrazia s'avanza, per giungere al suo pieno trionfo,
e distruggere totalmente l'aristocrazia. Né si contenterà di toglierle
il dominio della Repubblica, ma vorrà toglierle l'esistenza stessa, il
che non potrà fare senza versar molto sangue, senza molte rivoluzioni.
Nel nuovo ordinamento politico, il potere centrale, mutabile ben presto
ogni due mesi, è sempre debolissimo di fronte alla grande importanza,
alla durata ed alla forza che hanno assunta il Podestà ed il Capitano.
Messi alla testa del Comune e del Popolo, circondati ognuno da due
Consigli, essi restan sempre come capi di due repubbliche armate e
nemiche. Ma in quella del Popolo, che finora era stata la piú debole,
niuno dei nobili può entrare; in quella del Comune, invece, il popolo
ha preso accanto ai nobili un posto assai importante, e nelle sue mani
è perciò legalmente venuta la decisione principale di tutti gli affari,
non ostante la supremazia che di fatto Carlo d'Angiò esercitava nei piú
gravi momenti. Che odî nasceranno da un tale stato di cose è facile
immaginarselo. Se poi osserviamo che, in siffatta repubblica, quasi
preordinata alla guerra civile, v'era una magistratura importante,
quale i Capitani di Parte, che sembrava creata solo a tener viva la
discordia, come una macchina di guerra, che agitava continuamente
queste forze incomposte, senza dar mai posa, come uno strumento di
sanguinosi disordini e di distruzione, allora noi possiamo prevedere
dove ci condurrà il seguito della narrazione. Dobbiamo aspettarci
continue lotte, un mutare irrequieto di magistrati e di leggi, il
non veder mai giungere a mezzo novembre quello che si fila d'ottobre.
Ma tutto era anche singolarmente preordinato al fine costante cui la
Repubblica, fin dalla sua prima origine, mirava.