Noi siamo però ancora assai lontani dall'aver dato un concetto adeguato
e chiaro della Costituzione e della società fiorentina, nella seconda
metà del secolo XIII. Ancora non abbiamo parlato abbastanza della parte
piú importante delle nuove riforme, l'ordinamento cioè delle Arti. Le
proposte che a tal fine i Trentasei, radunati nella Corte di Calimala,
avevano fatte sin dal principio, quelle contro cui i Grandi piú s'eran
sollevati, furono subito accettate dal popolo, e divennero d'ora in poi
la base principale degli Statuti fiorentini. Le associazioni d'arti
e mestieri erano antichissime in tutta Italia, ed a Firenze avevano
ben presto fatto maggiore progresso che negli altri Comuni. In esse
s'era, come vedemmo, concentrata tutta la vita del popolo, quando la
tirannia dei Ghibellini, protetti da Manfredi, lo aveva escluso da ogni
partecipazione al governo. Ed ora non si fece altro, che dar forma piú
ordinata e legale a ciò che naturalmente era sorto e progredito. Le
Arti maggiori, le sole che furono nel '60 sollevate a vera e grande
importanza politica, eran sette; le altre solamente piú tardi poterono,
al pari delle prime, ricostituirsi. Che cosa dunque divennero adesso
le sette Arti maggiori? Pigliamone ad esaminare minutamente una sola,
quella che prima e piú di tutte divenne importante; essa ci servirà di
guida e modello a comprendere le altre.
Nel tempo di cui noi ragioniamo, insieme con le industrie, fiorivano in
Italia le arti belle, e questo non solo giovava alla cultura nazionale,
ma cominciava già a portare alle nostre manifatture il vantaggio di
dar la legge del gusto in Europa. La moda partiva allora da Firenze,
da Milano[294] e Venezia, come oggi viene da Parigi. Ed al buon gusto
italiano l'arte di _Calimala_[295] dovette in parte la sua origine ed
il suo rapido incremento. Essa consisteva nel raffinare e tingere,
con colori di cui i Fiorentini soli possedevano il segreto, panni
forestieri, che venivano di Fiandra, di Francia o d'Inghilterra, per
poi, cosí perfezionati, tornare in tutti i mercati d'Europa, col bollo
dell'Arte. E questo bollo aveva una riputazione grandissima, giacché
assicurava della buona qualità, e che nessuna contraffazione vi era,
che la misura delle pezze era scrupolosamente esatta e verificata
in Firenze. Egli è facile comprendere come i mercanti di Calimala si
trovassero in molteplici relazioni con tutta l'Europa, e come i loro
interessi s'estendessero ovunque era qualche progresso di civiltà e di
agiato vivere. Nacque quindi, sin da antico, il bisogno di scegliere
capi dell'Arte, fare Statuti, avere Consoli non solo in Città, ma
anche fuori, per tutelare questi interessi. Ma ora, per le nuove
riforme, essa, al pari d'ogni altra delle Arti maggiori, fu costituita
addirittura come una piccola repubblica.[296]
Ogni sei mesi, adunque, in giugno cioè e dicembre, si radunavano
i capi di fondachi o botteghe, e questa Unione dell'Arte, che, in
qualche modo, potrebbe paragonarsi a ciò che nella Repubblica era il
Parlamento, sceglieva gli elettori, cui era commesso di nominare i
magistrati. Primi erano i 4 Consoli, che rendevano giustizia secondo
gli Statuti; rappresentavano l'Arte, e la governavano con l'aiuto
di due Consigli, uno speciale, non minore di 12 membri, e l'altro
generale, che andò spesso variando di numero, e si restrinse anche fino
a 18. Con l'approvazione di questi Consigli, potevano i Consoli anche
riformare gli Statuti. Essi portavano la bandiera dell'Arte, e sotto
i loro ordini si radunavano, all'occorrenza, gli artigiani armati.
V'era poi il Camarlingo che durava in officio un anno, ed amministrava
le uscite e le entrate dell'associazione. E come la Repubblica aveva
un magistrato forestiero nel Podestà, cosí l'ebbe anche l'Arte nel
suo Notaio, il quale durava anch'esso in ufficio un anno; era eletto
dal Consiglio generale, e doveva arringare nei Consigli, a nome dei
Consoli; spesso andava nelle ambascerie per l'Arte, e soprattutto
vegliava continuamente alla scrupolosa osservanza degli Statuti, con
la facoltà di punir severamente chiunque li violasse, non esclusi
i Consoli stessi. Tutti questi magistrati dovevano essere fedeli a
Parte guelfa. Il salario del Notaio era fissato d'anno in anno. I
Consoli, che non potevano ricusare l'ufficio, ed avevano poi per un
anno divieto d'essere rieletti, ricevevano un salario che fu prima
di 10 lire, e qualche multa a loro favore riscossa; ma si ridusse
piú tardi ad alcune libbre di pepe e zafferano, ad alcune paniere e
scodelle di legno. Non molto diversamente, ed anche meno, era pagato
il Camarlingo o Camerario. Ogni anno venivano eletti tre ragionieri,
per sindacare l'operato dei Consoli, del Camerario e degli altri
magistrati usciti d'ufficio. E cosí pure s'eleggevano dodici mercanti
statutarî, con arbitrio di correggere e migliorar lo Statuto; ma le
loro riforme dovevano essere approvate prima dai due Consigli, poi dal
Capitano del Popolo. I Consoli che, col nome di Capitudini, pigliavan
parte ai Consigli del Capitano e del Podestà, dovevano in essi curare
gl'interessi dell'Arte, e promuovere leggi in suo favore.
Ma che cosa volevano, nell'interesse proprio dell'Arte, questi Statuti
alla cui osservanza tanti magistrati vegliavano? Essi stabilivano
tutte le regole e i modi con cui l'Arte doveva essere esercitata.
Le contraffazioni o la cattiva qualità della mercanzia erano
severissimamente punite. Una macchia, uno strappo non rivelato sulla
scritta che ogni pezza doveva portare, venivano del pari puniti. Piú
di tutto poi si era severissimi sulla esattezza della misura. Gli
ufficiali dell'Arte spesso andavano ad esaminare le pezze, ed ogni
due mesi riscontravano, in ogni bottega, le canne e passetti con
cui si misurava, e ne dovevano tener modelli esposti al pubblico, in
alcuni punti della Città. Né ciò era tutto. I Consoli mandavano in
ogni fondaco a visitare se i libri e le scritture dei mercanti erano
in regola, e punivano coloro che deviavano dalle norme stabilite.
Componevano fra i mercanti dell'Arte loro, o fra di essi e quelli di
un'altra, tutte le liti che nascevano per ragione dell'Arte stessa,
ed era severamente punito chi, in queste liti commerciali, avesse
voluto ricorrere ai tribunali ordinarî. Ma in qual modo si rendevano
efficaci le condanne dei Consoli? Quasi tutte le pene erano in danaro,
e chi non le pagava, dopo essere stato piú volte ammonito e piú
gravemente tassato, era, se non si sottoponeva alla condanna, escluso
dall'Arte, il che voleva dir la rovina totale del suo commercio. Non
solamente la sua mercanzia non aveva piú il bollo, e quindi perdeva la
guarentigia dell'Arte; ma egli perdeva ancora molti altri grandissimi
vantaggi, e finiva col non potere piú esercitar la sua industria in
Firenze, spesso anche neppure fuori. Infatti, i Consoli eletti in
Firenze vegliavano, come vedemmo, sull'interesse dell'Arte anche fuori
della Repubblica, eleggendo a ciò Consoli in diverse parti d'Italia
e d'Europa, i quali crebbero di numero a misura che il commercio si
estese. Due specialmente di maggiore importanza, ne eleggevano in
Francia. E tutti questi s'occupavano perfino degli alberghi destinati
ad accogliere i mercatanti dell'Arte. Quando poi, secondo l'uso di quei
tempi, uno Stato concedeva rappresaglie su i beni di essi, dovevano
i Consoli aiutarli e difenderli. Cosí, in qualunque modo e dovunque
un mercante veniva ingiuriato o danneggiato, trovava subito valida
protezione. L'Arte era gelosa custode di tutti gl'interessi de' suoi
membri, ed a difenderli in paese straniero, e far rendere giustizia
contro le ingiurie o i danni ricevuti, mandava spesso suoi ambasciatori
ai rispettivi governi.[297] Questo era un aiuto incalcolabile, quando
gli stranieri non avevano alcuna efficace protezione per diritto
internazionale, e continue erano le rappresaglie. Ad un mercante
conveniva perciò sottomettersi a qualunque pena, piuttosto che
essere cancellato dall'Arte; né vi era bisogno d'altra minaccia per
costringerlo a rispettare gli Statuti. E come veniva governata l'arte
di Calimala, cosí erano anche le altre sei. I loro Consoli riuniti
formavano le Capitudini, le quali ebbero piú tardi alla loro testa un
Proconsolo, che fu un magistrato tenuto in grandissimo onore.
Se ora mettiamo da un lato gl'immensi vantaggi industriali e
commerciali, che nel secolo XIII doveva portare alla Repubblica un tale
ordinamento delle Arti, e le esaminiamo solo dal lato politico, vedremo
vantaggi non punto minori. Tutti questi mercanti, che costituivano
la grandissima maggioranza dei cittadini fiorentini, si trovavano
continuamente ad amministrare grandi interessi, a giudicar liti
commerciali, a discutere leggi e Statuti; avevano relazioni in tutte le
parti del mondo conosciuto, e vi andavano in ambascerie, per difendere
i comuni interessi. Si vede una continua, febbrile partecipazione
di tutti alla vita politica, giacché ognuna di queste Arti era una
istituzione autonoma, che si reggeva da sé, con magistrati, leggi,
Statuti e Consigli suoi proprî, ed ognuna di esse diveniva un centro
di vita intellettuale, politica, industriale. Cosí le forze del popolo
fiorentino, liberamente circolando, si moltiplicavano con raddoppiato
vigore, e tutte le facoltà dello spirito umano, tutta l'energia morale
e politica di cui l'uomo è capace, sorsero d'un tratto in Firenze,
ad una prodigiosa altezza. Bastava quasi mettere alla ventura la
mano fra quei mercanti, e il primo che si toccava, riusciva capace
di governare la Repubblica; gli si poteva affidare la piú gelosa
missione diplomatica, ché egli avrebbe saputo cavarsene con onore,
farsi ricevere con decoro da papi, re o imperatori, senza lasciarsi
aggirare, senza mancare neppure alle forme convenzionali delle Corti.
La sottigliezza dell'ingegno dei Fiorentini poté cosí acquistare quella
grande reputazione, che li rese celebri in tutta Europa, ed in mezzo
a quella straordinaria attività industriale e politica si andarono
formando anche l'arte, la letteratura italiana, e la piccola repubblica
di mercanti divenne ben presto come un punto di luce che illuminava il
mondo.
Un altro vantaggio ancora portarono a Firenze le Arti maggiori. Nel
tempo in cui l'ordinamento politico teneva come divisa in due la
Città; quando i partiti dovevano di nuovo fieramente combattersi, e i
Capitani di Parte eccitavano le passioni, mantenendo sempre accesa la
discordia, ed il supremo magistrato dei Dodici, mutando di continuo
portava cittadini sempre diversi e sempre passionati a reggere la cosa
pubblica; in tempi siffatti riusciva d'un benefizio incalcolabile
l'avere dicentrato il governo in un numero infinito di piccole
associazioni. Se il popolo o i nobili si ribellavano contro i reggitori
per mutare i Dodici o il Podestà o il Capitano o anche lo Statuto,
la sospensione degli affari che doveva necessariamente seguirne,
produceva un disordine assai piú apparente che reale. La Repubblica,
divisa in tante piccole associazioni, poteva restare anche piú mesi
senza governo, perché le Arti armate, disciplinate e costituite cosí
fortemente, bastavano, assai meglio che nel passato, a reggerla, ed
impedivano quei danni, che altrimenti sarebbero stati inevitabili in
una città abbandonata a sé stessa. Cosí la costituzione delle Arti,
quale fu formata nel 1266, ci spiega nello stesso tempo come la poesia,
la pittura, la scultura, l'architettura, potessero sorgere in mezzo
a un popolo di mercanti; come, in mezzo a tanto apparente disordine,
fosse possibile tanto progresso, e come la democrazia riuscisse in
Firenze a distruggere del tutto ogni avanzo di feudalismo, arrivando
ad una assoluta eguaglianza, a tutte quante le libertà di cui il
Medio Evo era capace. Il Comune di Firenze fu il centro di una cosí
grande cultura, perché fu la sede delle maggiori libertà che erano
allora possibili. Il piú bello e splendido fiore di quella cultura si
deve alla democrazia, che lasciò la sua impronta, dette il proprio
carattere alle chiese e ai palazzi di Arnolfo, ai quadri di Cimabue
e di Giotto, alla poesia di Dante. Nella letteratura provenzale,
francese, tedesca, inglese del Medio Evo, non pochi furono i nobili
signori che acquistarono fama, anzi la piú parte di quei poeti furono
nobili. Le arti e le lettere fiorentine, che costituirono il germe
piú fecondo delle arti e delle lettere italiane, furono essenzialmente
repubblicane; molti degli scrittori, moltissimi degli artisti furono
figli di mercanti o di semplici artigiani.