Dalla fine dell'anno 1260, in cui seguiva la battaglia di Montaperti,
al 1266, in cui cessava il dominio del conte Guido e di Manfredi, la
storia di Firenze non presenta alcun fatto notevole. La sua libertà
è distrutta, le sue guerre sono piccole e ingloriose scaramucce di
partito, le nuove istituzioni, se pur meritano questo nome, non hanno
valore nello svolgimento storico della sua costituzione. Chi vuol
conoscere il logico legame, che unisce le varie sue forme, nella storia
della Repubblica, non deve por mente a queste soste che la libertà
subisce, a questi interregni, nei quali la tirannide spezza il corso
regolare degli eventi e delle istituzioni, che poi ripigliano il loro
naturale cammino, quando la libertà torna a rivivere. Il Podestà che
governava in nome di Manfredi, lasciò sussistere i due Consigli (nei
quali prevalsero come era naturale i Grandi ed i Ghibellini), il
Generale cioè di 300, lo Speciale di 90. Ma del Capitano del popolo e
de' suoi Consigli non sentiamo piú parlare, come non sentiamo parlare
degli Anziani e del loro Consiglio. Troviamo però, invece di essi,
Ventiquattro cittadini, quattro per Sesto, che siedono nei Consigli del
Podestà.[280] Dell'antica costituzione non sono rimasti che frammenti
ed anche questi di antico non sembrano avere altro che il nome. In
sostanza si è, coll'aiuto di Manfredi e per opera dei Ghibellini,
costituito un dispotismo aristocratico, che fa singolare contrasto
con la costituzione che lo precedette, e con quella che lo seguirà, le
quali invece si trovan fra di loro in perfetta armonia e connessione.
Intanto, a continuare la guerra contro i Guelfi, non solo si demolivano
le loro case, confiscavano i loro beni, ma si ponevano ancora taglie
sopra taglie, che oppressavano duramente il popolo, cui s'era tolta
ogni parte al governo. Nel 1264 però moriva Farinata degli Uberti, nel
1265 nasceva Dante Alighieri, e l'Italia cominciava ad essere agitata
da nuovi eventi, che dovevano ripercuotersi anche in Firenze.
Era veramente un pezzo, che la politica italiana accennava a volersi
sostanzialmente mutare. Federico II dispotico e crudele assai spesso,
aveva pure saputo raccogliere intorno a sé gli uomini piú culti della
Penisola, fra i quali aveva incontrato grandissimo favore. Manfredi,
che gli successe, fu un principe avventuroso ed infelice, d'animo
grande, che doveva quindi trovare e trovò molti ammiratori. I Papi,
è vero, avevano combattuto l'uno e l'altro come Ghibellini; ma la
loro politica cominciava lentamente ad essere avversa del pari ai
Ghibellini ed alle libertà comunali, perché l'ambizione loro cresceva
ogni giorno, e volevano rafforzare il dominio temporale a danno dei
Comuni. Firenze si manteneva ancor sempre guelfa; ma i tempi mutati
cominciavano in tutta Italia a mutare, se non il nome, il carattere
e il valore dei partiti, laonde spesso si passava dall'uno all'altro,
senza troppo esitare, né era sempre facile dire se il mutamento seguiva
piú nell'animo di chi abbandonava il proprio partito, o nel partito
stesso, che perciò veniva abbandonato. E questo disordine cresceva
grandemente ora che i Papi, sempre inquieti, sempre paurosi di perdere
il loro predominio in Italia, si decidevano a chiamare nuovi stranieri,
e quindi facevano su di essa cader nuove miserie.
Intimoriti nel vedere il gran potere e il gran favore acquistato dagli
Svevi, cercarono mettervi riparo, seguendo quella politica cosí bene
descritta dal Machiavelli, quando dice che i Papi, «ora per carità
della religione, ora per loro propria ambizione, non cessavano mai
di chiamare in Italia umori nuovi, e suscitare nuove guerre. E poiché
eglino avevano fatto potente un principe, se ne pentivano, e cercavano
la sua rovina, né permettevano che quella provincia, la quale, per loro
debolezza, non potevano possedere, altri la possedesse».[281] Cosí,
dopo molte ed ostinate pratiche, riuscirono finalmente a far venire
gli Angioini contro Manfredi, alla conquista del regno di Napoli. Carlo
d'Angiò, benedetto ed aiutato da papa Clemente IV, seguito non solo dai
suoi Francesi, ma anche da molti Italiani, tra cui gli esuli guelfi di
Firenze, che si dimostrarono fra i piú valorosi,[282] s'avanzò verso la
frontiera napoletana, ed il 26 febbraio 1266 venne, presso Benevento,
a battaglia con Manfredi, il quale, abbandonato e tradito da' suoi,
pugnò da valoroso, morí da eroe. Il suo cadavere, invano cercato per
tre giorni in mezzo ai morti, venne poi trovato e trasportato sopra un
asino. Non volle re Carlo concedergli sepoltura in terra consacrata,
perché era stato scomunicato dal Papa, e fu quindi messo in una fossa,
presso il ponte di Benevento, dove i soldati francesi, gettando,
ognuno, sopra il cadavere una pietra, elevarono un monte, che poteva
dirsi monumento condegno al valore ed alla sventura del soldato morto
combattendo. Ma papa Clemente gl'invidiò anche questo umile riposo, e
per suo ordine l'arcivescovo di Cosenza persuase il re angioino a far
disotterrare il cadavere, e gettarlo fuori del Regno, presso il fiume
Verde.[283] Tutti questi fatti diedero il crollo al partito ghibellino
in Italia. La sede imperiale era vacante, gli Svevi abbattuti, ed in
Napoli succedeva ad essi un'altra dinastia straniera, venuta per opera
del Papa. Se la morte di Federico II aveva fatto decadere in Firenze
i Ghibellini, ben si può immaginare che cosa dovesse succedere ora
che il loro mal governo aveva accumulato contro di essi odî sempre
maggiori, e che con Manfredi non era morto solamente un principe amico,
ma s'estingueva in Italia il dominio d'una casa imperiale e reale, che
era stata il piú valido sostegno del partito.
Ed infatti, all'annunzio di questi eventi, tutto il popolo di Firenze
si commosse, e cominciò a pigliare animo contro i Grandi che dominavano
ancora. Quando poi si seppe che buona parte di quei Guelfi fiorentini,
i quali avevano con gran valore combattuto nell'esercito di Carlo
d'Angiò, tornavano con la sua bandiera a Firenze, la moltitudine si
mostrò cosí pronta a sollevarsi, che al conte Guido ed ai suoi mancò
l'animo. E però i Ghibellini, dice il Machiavelli, «giudicarono che
fosse bene guadagnarsi con qualche beneficio quel popolo, che prima
avevano con ogni ingiuria aggravato, e quelli rimedî che, avendoli
fatti prima che «la necessità venisse, sarebbero giovati, facendoli
di poi, senza grado, non solamente non giovarono, ma affrettarono
la rovina loro».[284] Volevano infatti il conte Guido ed il partito
ghibellino concedere qualche libertà, per acquetare il popolo, ma non
sapevano da che parte rifarsi. Gli antichi ordini erano distrutti,
ed eglino s'erano talmente allontanati dal popolo, governando ad
arbitrio e taglieggiando, che ora il cominciare a ceder qualche cosa,
li avrebbe ben presto costretti a ceder tutto. Il popolo dall'altro
lato, escluso dal governo, s'era dato all'industria ed al commercio,
portandovi quell'attività ed energia, che gli era vietato di esercitar
direttamente nella politica. Le industrie perciò, maravigliosamente
cresciute, s'ordinarono sempre piú fortemente in associazioni
politico-industriali, chiamate Arti maggiori ed Arti minori, le quali,
cominciate nei primordî del Medio Evo, andarono assumendo anche una
grande forza ed autorità politica, ed acquistarono un grandissimo
predominio nella Città. Cosí s'erano formate adesso molte famiglie
di nuovi potenti, quasi una nuova aristocrazia del danaro e del
lavoro, o, come incominciavano già a chiamarla, di popolani grassi,
divenuti di fatto i veri padroni della cittadinanza fiorentina.[285]
I Ghibellini quindi, a poco a poco, si trovarono al governo, come una
casta separata, e si dovettero sempre piú reggere con la sola amicizia
di Manfredi, e con l'aiuto de' suoi Tedeschi. Quasi gente accampata
in terra straniera, erano andati perdendo di giorno in giorno ogni
ascendente morale e politico, ogni civile autorità sopra i popolani,
i quali colle loro industrie ed il loro commercio, s'erano come
formato un mondo a parte, costituendosi in una società divisa, e, fra
certi limiti, indipendente da chi li governava. Rivolgersi dunque
ai piú autorevoli fra costoro, era difficile e pericoloso, perché
essi, capi del popolo guelfo, non potevano chiedere altro che la sua
partecipazione al governo, il che sarebbe stato ben presto la rovina
dei Grandi e dei Ghibellini. Dare, di loro propria iniziativa, parziali
riforme neppure era facile ai Grandi, perché non si sapeva quali, né
come darle, ora che il popolo si sentiva già in forza da dominar la
Città. Si pensò quindi a chiamar da Bologna due cavalieri del nuovo
Ordine detto dei Frati Gaudenti, il cui ufficio era di soccorrere
vedove e pupilli, metter pace fra i partiti avversi. E perché apparisse
un qualche segno piú visibile d'imparzialità, si volle che fossero
guelfo l'uno, ghibellino l'altro. E tutto ciò fu fatto col consenso,
anzi quasi per consiglio di papa Clemente IV, il quale, provenzale e
grande sostenitore di Carlo d'Angiò, scriveva continuamente lettere
imperiose[286] ai Fiorentini, come se per la vacanza dell'Impero, ne
potesse egli assumere l'autorità, e come se, per la vittoria di Carlo,
fosse divenuto il loro padrone.
Questi frati gaudenti però, il cui Ordine durò poco, erano, secondo
il Villani, uomini dati piú ai loro piaceri, che capaci di trattar
seriamente l'impresa loro affidata di far come da podestà in Firenze,
proponendo anche le nuove riforme. E tanto ciò era evidente, che essi
stessi videro subito la necessità di consigliarsi e intendersi con le
Arti. Laonde, arrivati in Città, alloggiarono nel Palazzo del Comune, e
convocarono un Consiglio di 36 mercatanti guelfi e ghibellini, i quali
cominciarono subito a radunarsi ogni giorno, per discutere, nella Corte
dell'Arte di Calimala, o sia de' panni forestieri che si raffinavano
in Firenze, dove questa industria era assai progredita e formava già
l'Arte piú potente. Furono subito tutti d'accordo, che si dovesse
proporre la costituzione industriale e politica delle sette Arti
maggiori, con insegne proprie, armi e capi intorno a cui raccogliersi,
e cominciarono ad ordinarle, dando un gonfalone a ciascuna di esse
cioè: Giudici e Notai, di Calimala o dei panni forestieri, della Lana,
dei Cambiatori, de' Medici e Speziali, della Seta, dei Pellicciai.
Ma i Ghibellini s'avvidero che per questa via s'andava rapidamente
a costituir di nuovo, sotto altra forma, il Primo Popolo. E però gli
Uberti, i Lamberti, i Fifanti, gli Scolari si dimostrarono decisamente
avversi a tali novità, e fecero sentire al conte Guido il bisogno di
mettervi immediato riparo, se non si voleva lasciarsi fuggire di mano
il governo. Ed il conte Guido, che altro non cercava, mandò subito
a chiedere aiuti dalle città ghibelline. Da Arezzo, da Siena, Pisa,
Pistoia, Colle, S. Gimignano vennero parecchi cavalieri, che uniti ai
Tedeschi, furono in tutto circa 1,500. Ma se essi erano agli ordini
del conte Guido, erano anche alle sue spese: i Tedeschi già gridavano
che volevano le paghe, e a lui mancavano affatto i danari. E però,
continuando tuttavia le pratiche d'accordo col popolo, pensò di mettere
una nuova imposta del dieci per cento sulle entrate dei cittadini. Ma
questa, dopo tante altre gravezze, riusciva ora incomportabile alle
piccole fortune, tanto che il popolo, già stanco del mal governo,
irritato ancora dal vedere che il Conte aveva spogliato dell'armi
il Palazzo del Comune, per arricchirne il suo castello di Poppi,
imbaldanzito dalla prospera fortuna, e sempre piú eccitato contro i
Ghibellini, protestò energicamente, dando chiari segni di voler correre
alle armi. I Trentasei cercarono allora di calmarlo, e, postisi di
mezzo, proposero di riscuotere essi la nuova tassa, distribuendola in
modo da farla il piú possibile cadere sopra i ricchi e potenti.
Ma questo fu invece il momento in cui i Grandi, divenuti audaci pei
nuovi soccorsi avuti, scelsero per farla finita, e levarono addirittura
il rumore nella Città. Primi a muoversi furono i Lamberti, che, scesi
in Piazza armati, andavano gridando: ove sono questi ladroni dei
Trentasei, che noi vogliamo farli in pezzi? E i Trentasei, che erano
allora a consiglio, si sciolsero; le botteghe si chiusero; il popolo,
levato a rumore, si pose sotto gli ordini di essi, dei Consoli delle
Arti, e soprattutto di Giovanni Soldanieri, nobile che, per ambizione,
si era nel tumulto messo alla testa dei popolani. Fecero capo a S.
Trinita, dove ben presto sopraggiunse colla sua cavalleria il conte
Guido, che si teneva sicuro della vittoria. Ma trovò, invece, che la
moltitudine, asserragliata, resisteva gagliardamente, e dalle finestre,
dalle terrazze venne giú una tal pioggia di sassi e di frecce, che i
suoi cavalieri cominciarono a perdersi d'animo, ed egli si sbigottí
per modo, che, fatte subito voltar le insegne, se ne tornò alla piazza
S. Giovanni; di là, andato poi al Palazzo del Comune, dove erano i due
Gaudenti, chiese le chiavi della Città, per partirsene. Né le preghiere
de' suoi amici, né lo sdegno de' suoi seguaci bastarono a persuaderlo,
che non v'era nessun grave pericolo, e che poteva restare. Egli si
sentiva cosí smarrito che, avute le chiavi, volle essere accompagnato
da tre dei Trentasei, temendo altrimenti d'essere ferito dalle
finestre. E, per la porta detta dei Buoi, se ne andò colle sue genti a
Prato, il giorno di S. Martino, 11 novembre 1266.
Il dí seguente, passata la paura, s'avvide dell'errore commesso, e
persuaso dai Ghibellini di Firenze, che lo avevano accompagnato, si
provò, dice il Machiavelli, «a ripigliare quella città per forza,
che aveva per viltà abbandonata».[287] E venne co' suoi ordinato a
battaglia, fin sotto la porta del Ponte alla Carraia, là dove è ora
Borgo Ognissanti. Ma il popolo, che difficilmente lo avrebbe potuto
cacciare prima, se egli non avesse avuto cosí gran paura, facilmente
poteva respingerlo adesso. Ed alle domande, tra minacciose ed umili del
Conte, perché aprissero, fu risposto colle armi, saettando dalle mura.
Dové quindi retrocedere co' suoi, e si sentivano tutti cosí umiliati e
adirati, che per via tentarono di pigliare un castello vicino, pur di
aver l'aria di fare qualche atto di vigore. Ma respinti anche in questo
piccolo assalto, ritornarono a Prato piú avviliti che mai, in gran
dissenso tra loro. Il Conte, persuaso ormai d'aver perduto lo Stato,
se ne andò in Casentino, ed i Ghibellini di Firenze se ne andarono nei
castelli o ville del contado.