I semi di questi rivolgimenti erano nella costituzione stessa, come
abbiamo già accennato, ed aspettavano solo un'occasione propizia a
germogliare, la quale non tardò molto a venire di fuori. Il partito
ghibellino, decaduto dopo la morte di Federico, risorgeva ora in
Italia, per opera di Manfredi, che a tutt'uomo s'adoperava a ciò. I
suoi messi arrivarono finalmente anche a Firenze nel 1258, e, come era
naturale, si diressero a casa gli Uberti, che trovaron prontissimi a
tentare la fortuna delle armi. Questi chiamarono subito i loro amici,
e congiurarono di levare il governo di mano al popolo. Ma era ancora
troppo presto, perché, come giustamente osservava il Machiavelli,
allora «i Guelfi molto piú che i Ghibellini potevano, sí per esser
questi odiati dal popolo pei loro superbi portamenti, quando al
tempo di Federigo governarono; sí per esser la parte della Chiesa
piú che quella dell'Imperatore amata, perché con l'aiuto della Chiesa
speravano preservare la loro libertà, e sotto l'Imperatore temevano
perderla».[264] La congiura infatti fu subito scoperta, e gli Anziani
citarono gli Uberti, i quali, per consiglio di Farinata loro capo,
invece di presentarsi, s'afforzarono nelle proprie case. Il popolo
allora, assai sdegnato, si levò a tumulto, e le case degli Uberti
vennero saccheggiate; alcuni dei loro amici furon presi, altri uccisi,
e neppure a quelli che erano semplicemente sospetti si volle usare
pietà. L'abate di Vallombrosa, dei Beccaria di Pavia, ebbe tagliato il
capo, sebbene fosse, come fu poi da molti riconosciuto, innocente.[265]
Tutta la famiglia Uberti e i principali seguaci dovettero, per questi
fatti, salvarsi coll'esilio, andandosene a Siena, fautrice dichiarata
di Manfredi, e quartier generale dei Ghibellini di Toscana. Gli esuli
ivi radunati, si posero sotto il comando di Farinata, il piú ardito
e autorevole fra di essi. I Fiorentini giustamente si lamentarono dei
Senesi, che, accogliendo i profughi, violavano la pace del 1255; ma i
Senesi, che da gran tempo erano in segreto accordo coi Ghibellini, non
dierono retta.
Il conflitto era perciò inevitabile, ed i primi segni se ne videro
subito nell'assalto dato da Firenze a parecchi castelli e terre
nella Maremma senese.[266] Poi la Martinella fu attaccata all'arco di
Mercato Nuovo, e sonò a distesa, per annunziare una guerra assai piú
grossa. Da una parte e dall'altra cominciarono ad armarsi, chiamando
a raccolta anche gli amici. I Fiorentini avevano inviato Brunetto
Latini ambasciatore ad Alfonso di Castiglia, che aspirava alla corona
imperiale, perché venisse in Italia contro di Manfredi. Ma già i
Senesi, con assai maggiore speranza di buon successo, avevano, per
mezzo degli esuli fiorentini, chiesto aiuto direttamente a Manfredi.
Questi, trovandosi allora assai occupato nel Reame, mandò Giordano
d'Anglona, conte di S. Severino, con circa cento cavalieri tedeschi,
che arrivarono a Siena nel dicembre 1259, portando la bandiera del Re.
I Fiorentini uscirono finalmente, nell'aprile del 1260, col carroccio,
armati a Popolo ed a Comune, con alla testa il podestà Iacopino
Rangoni, gli Anziani, i capi delle Compagnie, e vennero addirittura
sotto le mura di Siena, presso la Porta Camollia. Il 17 maggio, nel
luogo dove è il monastero di Santa Petronilla, vi fu battaglia. Si
narra che Farinata degli Uberti, il quale, come capo degli esuli
s'era molto adoperato a promuovere la guerra, vedendo il piccolo
aiuto mandato da Manfredi con la propria insegna, dicesse: «Noi la
conduceremo in luogo che ne sarà fatto tale strazio, che gli verrà
voglia d'essere nemico de' Fiorentini, e (de' cavalieri) daranene piú
che non vorremo noi».[267] E si aggiunge ancora, che ubriacarono i
soldati tedeschi, perché combattessero con cieco furore.[268] Certo
è che da Siena uscirono i cittadini armati sotto il comando del loro
Podestà, e i Tedeschi con gli esuli, fra i quali primeggiava sempre
Farinata, sotto il comando del conte Guido Novello. L'impeto del primo
assalto fu da parte de' Tedeschi tale, che i Fiorentini, credendo
d'avere addosso un formidabile esercito, si misero in rotta; ma
avvistisi poi che il nemico era assai inferiore di forze, resistettero
con valore, e dopo una mischia sanguinosa, lo respinsero e presero la
bandiera di Manfredi, che trascinarono nel fango. La gioia in Firenze
fu grandissima, sebbene la vittoria fosse costata cara, e si fosse
anche visto che pochi cavalieri tedeschi, assai bene addestrati,
avevano, per un momento almeno, potuto mettere in rotta un esercito
numeroso d'artigiani e di contadini. Ciò dava invece animo ai Senesi,
massimamente ora che il loro principale cittadino Provenzano Salvani,
con altri ambasciatori, tornava da Manfredi, menando un grosso sussidio
di 800 Tedeschi,[269] posti anch'essi sotto il comando del conte
Giordano, il quale aveva ora anche l'ufficio di vicario di Manfredi in
Toscana.
Era perciò inevitabile che la guerra continuasse, ed i Senesi già erano
in campo per sottomettere Staggia e Poggibonsi, dare il guasto a Colle,
Montalcino e Montepulciano, il che rendeva inevitabile che i Fiorentini
pigliassero di nuovo le armi. Farinata degli Uberti e gli altri esuli
gettavano di continuo olio sul fuoco, adoperando ogni sottile astuzia
per provocarli, e per ordir tradimenti nella loro stessa Città.
Furono infatti mandati due frati minori a dire, sotto apparenza di
gran segreto, agli Anziani, che Siena era stanca dei Ghibellini e del
predominio che in essa aveva Provenzano Salvani; sarebbe perciò stato
facile fare aprire le porte all'esercito fiorentino, mediante 10,000
fiorini. Fu agevole ai frati, ingannati, come pare, essi stessi,
ingannare gli altri. Venuti nella Città, cosí almeno narra il Villani,
chiesero di trattare con due soli degli Anziani, sotto giuramento di
strettissimo segreto. E furono a ciò deputati due, i quali, udite le
proposte, e pensando che venivano dagli esuli, figli anch'essi della
stessa Repubblica, non rammentando quanto potenti erano stati sempre
fra loro gli odî di parte, prestarono fede ai fallaci messaggi. Sebbene
tutto fosse proceduto con gran mistero, pure a decidere la guerra, era
sempre necessario consultare i cittadini. Si tenne perciò un Consiglio
numeroso di nobili e di popolo, nel quale gli Anziani, sotto varî
pretesti, piú o meno plausibili, sostennero l'utilità e la necessità
di ricominciare subito la guerra contro i Senesi. Vi fu nondimeno
grandissimo dissenso. E quantunque le leggi fiorentine mettessero
mille freni alla discussione, massime quando si trattava di combattere
una proposta dei magistrati,[270] pure la deliberazione era di tanta
gravità, che piú d'uno si provò a combatterla, sostenendo che il far la
guerra adesso, quando si sapeva che Siena non aveva mezzo di mantenere
a lungo i Tedeschi, era impresa stoltissima. I nobili specialmente si
dimostravano contrarî, perché essi avevano riconosciuto la superiorità
della cavalleria tedesca, e non credevano possibile adesso, che ne
era venuto un assai maggior numero, tenerle fronte con un esercito
d'artigiani e di mercanti poco pratici nell'arte della guerra, la
quale aveva già cominciato a far tali progressi, che le battaglie non
si vincevano piú col solo valor personale. Ma l'opposizione dei nobili
rendeva invece piú caldi i popolani, i quali gridarono che bisognava
armarsi e partire senza indugio. Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari era
stato dei primi a dichiararsi contrario, proponendo che s'aspettasse.
Ma a lui lo Spedito, che era, secondo il Villani, uno dei due Anziani
a parte del segreto, rispose con ingiuriose parole, concludendo, che se
aveva paura, si cercasse le brache. Al che messer Tegghiaio di rimando
esclamò, che allo Spedito non sarebbe bastato l'animo di seguirlo a
gran distanza nella guerra. E dopo queste irate parole, sorse Cece
Gherardini, il quale, senza alcuna reticenza, cominciò anch'esso a
parlar forte contro la guerra proposta dagli Anziani. Questi allora,
in nome della legge, gl'imposero silenzio, minacciando la pena di
100 lire, voluta dagli Statuti contro chi parlasse senza permesso dei
magistrati; ma egli rispose, che voleva pagare e parlare. Portarono
allora la pena a 200, poi a 300 lire, e finalmente dovettero, per farlo
tacere, imporgli silenzio sotto minaccia del capo.[271] Cosí fu infine
deliberata la guerra, la quale, del resto, anche senza questi segreti
maneggi, narrati ed esagerati dai cronisti, sarebbe stata inevitabile,
tanto s'erano omai accesi gli animi.
L'esercito dei Fiorentini si trovava (1260) sotto gli ordini del
medesimo Podestà, che lo aveva comandato nel passato maggio. Ma ora
essi avevano aiuti dai Guelfi di tutta Toscana, di Perugia, Orvieto,
Bologna ed altre molte città, in modo che si dice ponessero insieme
30,000 fanti e 3,000 cavalli. Messo in moto, nel mese d'agosto, un
cosí gran numero di gente, col carroccio, con tutti i capi, con le
molte salmerie, entrarono nel territorio senese, e fecero sosta il 2
settembre, alla Pieve Asciata. Le pratiche fatte dagli esuli avevano
avuto un doppio resultato. Da un lato cioè avevano nei Fiorentini
infuso la vana speranza, che Siena potesse aversi senza sangue,
solo con danaro e con la mostra di grandi forze. Da un altro s'erano
nell'esercito stesso stretti veramente segreti accordi di tradimento
coi nemici. Si cominciò quindi col mandare baldanzosamente ad intimare
la resa. Ma gli ambasciatori, entrati in Siena, trovarono tutto il
popolo animato dal furore della guerra e della vendetta. Accolti
solennemente dai Ventiquattro, che erano alla testa del governo,
questi, udite le domande, dissero: _Che sarebbe loro risposto in campo,
a viva voce_. Non restava quindi che apparecchiarsi senz'altro alla
decisiva giornata.
La mattina del tre di settembre un banditore andava in giro per
Siena, intimando che ognuno s'affrettasse, «in nome di Dio e della
Vergine Maria», ad accorrere sotto il proprio gonfalone.[272] Cosí
fu raccolto un grosso esercito, che il giorno stesso uscí di città,
per andare incontro ai Fiorentini. È assai difficile dirne il numero,
tanto variano i ragguagli dei cronisti. Coi Senesi v'erano i Tedeschi,
v'erano gli esuli ghibellini di Firenze, v'erano anche parecchi
alleati. Tuttavia erano certo in numero minore dei nemici. Come di
regola, il comando generale lo aveva il podestà Francesco Troghisio.
Ma la condotta effettiva delle armi l'avevano il conte Giordano e
il conte d'Arras, che conducevano i cavalieri ed i fanti tedeschi;
il conte Aldobrandino di Santa Fiora ed altri capitani valorosi. Il
conte Guido Novello comandava gli esuli fiorentini, fra i quali, piú
irrequieto che mai, era Farinata degli Uberti. Alla testa dell'esercito
fiorentino stava del pari il podestà Iacopino Rangoni; ma i capitani
erano gente inesperta, che si cullava ancora nella lusinga di vincere
senza combattere. S'avanzarono adunque col carroccio fino a Monselvoli,
in Val di Biena, dove misero il campo, non lungi dal fiume Arbia e
dal castello di Montaperti, a quattro miglia da Siena. La mattina del
quattro settembre i Senesi, sopra tutto i Tedeschi, iniziarono con
grandissimo slancio la battaglia. Il conte d'Arras si teneva con la
sua banda in agguato, per attaccare di fianco il nemico, al momento
opportuno. Sino all'ora di vespro i Fiorentini resistettero con
valore, ma poi cominciarono a dar segni di stanchezza. Ed allora il
conte d'Arras, uscendo dall'agguato, al grido di _San Giorgio_, piombò
sul loro fianco con tale impeto, che subito li sgominò. Nello stesso
tempo, Bocca degli Abati, uno dei Fiorentini che tradivano, mozzò, con
un colpo di spada, la mano a Iacopo dei Pazzi, che teneva la bandiera
della cavalleria. E questa, che era quasi tutta di nobili, parte per
lo sgomento, parte pel tradimento, si dette alla fuga. La fanteria,
composta invece di buoni popolani e fedeli alleati, tenne ancora fermo;
ma poi cedette, e fu anch'essa trascinata nella fuga generale. Solo
la guardia del carroccio, comandata da Giovanni Tornaquinci, che a
70 anni combatté da leone, stette salda fino a che l'ultimo di essa
non fu morto accanto alla bandiera, la quale, con la Martinella e col
carroccio, cadde in mano del nemico, che li portò via, trionfando, in
Siena, dove mise in pezzi ogni cosa.[273] La strage fu grandissima,
molti dei Fiorentini correvano al castello di Montaperti, gridando:
misericordia, ch'io m'arrendo; ma erano uccisi lo stesso. Finalmente
il capitano dei Senesi, conte Giordano, d'accordo coi gonfalonieri
del popolo, consigliato anche da Farinata degli Uberti, mandò
ordine, che si sospendesse la strage, e restasse salva la vita di chi
s'arrendeva.[274] È assai difficile dire qual fosse in quel giorno
funesto il numero dei morti. Il Villani, che li riduce al minimo,
afferma che i cavalieri si salvarono tutti colla fuga, ma che la strage
fu tra i popolani, di cui 2,500 rimasero morti, 1,500 prigionieri. I
Senesi, che riducono le loro perdite a 600 morti e 400 feriti, portano
quelle dei Fiorentini a 10,000 morti, 15,000 prigionieri, 5,000 feriti,
oltre 18,000 cavalli fra morti e perduti. Se queste cifre sono al di
sopra, quelle del Villani possono ritenersi al di sotto del vero.[275]
Ma questi descrive il vero stato delle cose quando conchiude: e allora
«fu rotto e annullato il Popolo vecchio di Firenze».[276] Tale infatti
può dirsi la conseguenza ultima di quella battaglia, _che fece l'Arbia
colorata in rosso_.
Grandi furono la gioia, le feste, i trionfi in Siena; grandissimi
il lutto, i lamenti in Firenze, dove non era famiglia che non avesse
perduto qualcuno. I capi dei Guelfi sapevano, che per essi non v'era
omai piú speranza di salvezza, e però, in gran numero, esularono le
famiglie dei loro nobili, e non poche anche di popolani. Uscirono
di Città il 13 settembre, ed alcuni si sparsero pei castelli della
Toscana, ma i piú andarono a Lucca, che rimase come centro principale
dei Guelfi. Il 16 entrò in Firenze il conte Giordano con i suoi
Tedeschi, e con essi tornarono gli esuli carichi di preda, che la
fecero subito da padroni. Uno dei primi loro pensieri fu d'andare
in Duomo a disfare il monumento d'Aldobrandino Ottobuoni, quasi che
egli, piú che guelfo o ghibellino, non fosse stato cittadino onesto
e benemerito della patria. Cosí cominciarono, sin dal principio, a
fare ogni opera, per rendersi sempre piú odiosi ed incomportabili.
Poggibonsi, Montalcino, molti dei castelli, pei quali s'era tanto
combattuto, furono abbandonati a Siena. Gli ordini della libertà
furono distrutti, ed il conte Giordano nominò, per due anni, podestà di
Firenze il conte Guido Novello,[277] che entrò subito nel Palazzo del
Comune, di dove fece poi aprire una via, che andò fino alle mura, e si
chiamò, come anche oggi si chiama, Via ghibellina. Cominciarono intanto
gli esilî, le persecuzioni, le distruzioni delle case e delle torri
de' Guelfi, i cui beni, confiscati, venivan raccolti a benefizio della
parte ghibellina, che doveva trionfare per tutto. Fra gli esuli vi fu
anche Brunetto Latini, già stato, come vedemmo, ambasciatore ad Alfonso
di Castiglia, e rimasto ora in Francia, dove scrisse il _Tesoro_, in
cui ricorda la sua ambasceria.
Il conte Giordano, richiamato da Manfredi nel Reame, dové partire,
lasciando in sua vece il conte Guido Novello. Ed allora si tenne in
Empoli un concilio di tutti i capi ghibellini, per prendere accordi sul
da fare. Quello che dimostra a che segno fosse giunto allora il feroce
odio di parte contro Firenze, si fu la proposta fatta di distruggerne
le mura, abbatterne le case, e ridurla a borgo, come nido eterno
dei Guelfi, i quali altrimenti sarebbero in essa sempre risorti. A
questo si oppose però generosamente Farinata degli Uberti, il quale
nell'impeto della sua collera, mettendo la mano sull'elsa, dichiarò
al conte Giordano ed agli altri capitani, ch'egli aveva combattuto
per riavere, non per perdere la patria, e che l'avrebbe difesa
contro coloro i quali la volevano distruggere, con piú ardore che non
aveva combattuto i Guelfi.[278] Tali parole fecero subito respingere
l'insensata proposta.
Il conte Guido pose in Toscana alcuni ghibellini come podestà,
ritenendo nelle sue mani il governo generale di quella provincia, e
reggendo anche la Città, come vicario di Manfredi. Egli si fece basso
strumento di tutti gli odî della parte ghibellina, alla quale però
assai poco potevano giovare la sua condotta incerta, il suo carattere
debole. Tuttavia la persecuzione contro i Guelfi continuò non solamente
in Firenze, dove le confische, le demolizioni di case e di torri
s'andarono lungamente ripetendo,[279] ma anche nei vicini castelli ed
in Lucca, di dove i Guelfi, che vi s'erano rifugiati, vennero cacciati.
Fu in questa occasione, che Farinata degli Uberti, avendo preso
prigioniero Cece dei Buondelmonti, se lo portava in groppa del cavallo,
chi dice per salvarlo, chi dice come preda di guerra. A quella vista
però non seppe frenarsi suo fratello Piero degli Uberti, il quale, a
colpi di mazza, uccise il prigioniero sulla groppa stessa del cavallo.
Tale era allora la ferocia degli odî di parte. Dopo la sconfitta del
'60 molti dei Guelfi andarono pel mondo raminghi. Alcuni si recarono
colle armi a servire il proprio partito nell'Emilia, addestrandosi
nelle nuove discipline dell'arte militare; altri invece andarono in
Francia ad esercitare la mercatura, dando cosí nuovo ed assai maggiore
impulso al commercio fiorentino.