IV

Ma intanto l'anno 1250, di cui dobbiamo ora discorrere, Federico

II moriva, Enzo suo figlio era in prigione a Bologna, Innocenzo IV

sollevava il partito guelfo, Pietro da Verona faceva terrore agli

eretici ed a tutti i nemici del Papa, in Toscana ed in Lombardia. Il

trionfo ghibellino non poteva quindi durare a lungo in Firenze. Ed

infatti, sin da quando Federico s'era ritirato in Puglia, già vicino a

morire, i Guelfi avevano preso tanto animo, che i Ghibellini pensarono

di far nuovo sforzo, ed andarono ad assalirli nel castello d'Ostina, in

Valdarno, ove in gran numero s'erano radunati. Ma nel porre l'assedio,

bisognò tenere una forte guardia a Figline, per difendere le spalle

degli assalitori contro gli altri Guelfi, che in numero non piccolo

si trovavano raccolti a Montevarchi. E questi allora assalirono di

notte il campo, che era posto a guardia di Figline, e lo ruppero per

modo che, quando la nuova giunse ad Ostina, i Ghibellini levarono

l'assedio, tornandosene a Firenze. Allora subito cosí il popolo come

la borghesia, stanchi già delle incomportabili gravezze sopportate per

le guerre continue fatte dai Ghibellini, delle «gravi torsioni e forze

e ingiurie», con cui essi tiranneggiavano il popolo, videro giunto il

momento della vendetta, e si levarono a tumulto. Ne furono capi i piú

autorevoli fra gli uomini, cosí detti, di mezzo, che allora guidavano

il popolo. Costoro si raccolsero nella Chiesa di S. Firenze, poi in

quella di S. Croce, e finalmente, temendo sempre d'essere assaliti

dagli Uberti, si restrinsero in minor numero, piú sicuri, nelle case

degli Anchioni, dove nell'ottobre del 1250, nominarono trentasei

Caporali di popolo, sei per Sesto, i quali posero le basi della terza

costituzione di Firenze, che si chiamò del _Primo Popolo_, perché

intesa principalmente a costituire il popolo e renderlo forte contro

i nobili. E questi si trovavano ora cosí perduti d'animo, che senza

resistere, accettarono le nuove leggi.

Si cominciò col rimuovere d'ufficio tutti i magistrati; si pose poi

mano alla riforma. Si mantenne la istituzione del Podestà, che anzi

rimase sempre piú come capo dei nobili, perché di fronte ad esso

fu ora istituito il Capitano del popolo, quale capo dei popolani. E

perché cosí la Repubblica si trovò divisa in due, furono alla testa

di essa, come governo centrale, posti dodici Anziani di popolo, due

per Sesto. Questi venivano in certo modo a riprendere l'antico ufficio

dei Consoli; ne differivano però non solo perché eran popolani,

ma anche per la esistenza del Podestà e del Capitano, nelle mani

dei quali si trovò principalmente il governo della Città. La parte

nuova e piú importante della riforma fu infatti la istituzione del

Capitano, messo a comandare il popolo, che venne allora militarmente

ordinato. In Città fu diviso in 20 compagnie armate, con 20 gonfaloni

o bandiere, sotto 20 Gonfalonieri; nel contado si ordinarono invece

96 compagnie, trovandosi esso già diviso in 96 pivieri. Riunite tutte

queste compagnie della Città e del contado, formarono un solo esercito

popolare, pronto, in ogni occorrenza, a combattere cosí i nemici

esterni, come le prepotenze dei nobili all'interno. Esso stava sotto

gli ordini del Capitano, che era come il tribuno, il generale ed il

giudice di questa moltitudine armata, e perciò fu piú tardi chiamato

anche _Difensore delle Arti e del Popolo, Capitano della massa de'

Guelfi_, ecc. Simile al Podestà, durava in ufficio un anno, e doveva

essere guelfo, nobile e forestiero. Conduceva seco, nel venire a

Firenze, giudici, cavalieri, e cavalli armigeri, perché nella guerra

guidava il popolo, e nella pace amministrava la giustizia. L'ufficio

del Podestà ritenne, come già dicemmo, tutta la sua importanza civile

e militare. A lui spettavano di regola le cause civili e criminali;

al Capitano erano serbate principalmente quelle che nascevano da

violenze dei grandi contro il popolo, quelle risguardanti la gabella

o l'estimo, e ancora le estorsioni, falsità, violenze, quando però

non ne fosse prima venuta querela al Podestà, o questi non se ne

fosse occupato.[242] Ed in tali cause il Capitano poteva condannare

anche a morte. A lui era affidato il gonfalone o bandiera del popolo,

bianca e vermiglia, e con la campana posta sulla torre detta del

Leone, radunava il popolo. Esso dimorava nella Badía, insieme cogli

Anziani, che in molte cose furon come suoi consiglieri. Il primo che

assunse il nuovo ufficio fu messer Uberto da Lucca. Il Podestà poi,

sebbene alcuni scrittori, ingannati dalle parole alquanto oscure del

Villani e del Malespini, lo credessero, almeno per qualche tempo,

abolito, restò sempre a capo di quello che chiamavasi piú specialmente

Comune.[243] Ebbe anch'esso le sue compagnie d'uomini armati, ed ebbe

inoltre le bandiere della cavalleria, composta quasi tutta di nobili,

e quelle degli arcieri, dei palvesari, dei balestrieri, ecc., i quali,

insieme riuniti, formavano l'_oste_ propriamente detta, o sia la

parte piú regolare dell'esercito repubblicano. Il Podestà comandava

assai spesso tutto l'esercito, ma era suo speciale ufficio stare a

capo della cavalleria e dell'_oste_.[244] E per crescerne sempre piú

la importanza, fu deliberata la costruzione d'un grande e monumentale

palazzo,[245] in cui avesse residenza, e raccogliesse i suoi ufficiali

e consiglieri. Ma da un altro lato, siccome nulla si tralasciava, per

afforzare il popolo a danno dei nobili, fu ordinato che tutte le torri

dei potenti venissero abbassate in modo che niuna superasse l'altezza

di 50 braccia, e con le pietre cosí raccolte, si murò la città oltre

l'Arno.[246]

Insomma la terza costituzione, o del Primo Popolo, fu una costituzione

politico-militare, che divise la Repubblica in Comune e Popolo, nei

quali, come in due campi avversi, si raccolsero l'aristocrazia e

la democrazia. L'esercito usciva in campo, a Comune ed a Popolo, le

principali deliberazioni dovevano essere approvate dal Comune e dal

Popolo. Che se una tal divisione ci sembra strana, essa era pure

assai generale nel Medio Evo. La troviamo in molte città di Toscana,

la troviamo a Bologna, dove i nobili ed il popolo formavano come due

repubbliche, con leggi e statuti diversi, con due palazzi di residenza

distinti. A Milano troviamo la repubblica tripartita nella Credenza

dei Consoli, nella Motta e nella Credenza di Sant'Ambrogio, nelle

quali erano la nobiltà maggiore, la media ed il popolo. E tutto ciò

sembrava assai naturale, giacché le istituzioni ritraevano lo stato

della società, e questa era divisa, perché sorta in origine dalla

lotta delle popolazioni latine con le germaniche, dei conquistati coi

conquistatori. I lontani eredi degli uni e degli altri si trovavano

armati, in due campi opposti, pronti sempre a combattersi.[247]

In tale stato di cose è facile comprendere, come il governo centrale

avesse a Firenze ben poca autorità, e come invece, nel contrasto

continuo e nella gelosa emulazione, si andassero rafforzando sempre

piú il Podestà ed il Capitano. Il primo, sebbene si trovasse ora in

compagnia d'altri magistrati, era sempre quello che piú propriamente

rappresentava la Repubblica. Faceva i trattati di pace in nome di

essa; accettava concessioni e sottomissioni d'altre terre o castelli,

e, come già in passato, cosí continuava adesso ad avere due Consigli,

lo Speciale che era di 90, il Generale, di 300 Consiglieri. E due

ne ebbe anche il Capitano del popolo, che furono del pari, come era

l'uso allora, lo Speciale o Credenza di 80 Consiglieri, che uniti

al Consiglio generale, arrivavano a 300, fra cui erano gli Anziani,

i Capi delle Arti, i Gonfalonieri delle Compagnie ed altri, tutti

popolani, a differenza dei Consigli del Podestà, nei quali entravano

anche i nobili. Assai spesso i membri del Consiglio speciale entravano

a far parte anche del generale, che perciò soleva chiamarsi Consiglio

generale e speciale del Podestà o del Capitano. Gli Anziani ebbero un

loro proprio Consiglio che fu di 36 Buoni uomini di popolo, al quale

bisogna però aggiungere il Parlamento, sebbene ora s'adunasse di rado,

e solo nelle grandi occasioni. Ma tutti questi Consigli solo col tempo

presero, come noi vedremo; un assetto definitivo; per ora, salvo quelli

del Podestà, che erano piú antichi, ebbero una forma ancora incerta e

mutabile.[248] In ogni modo l'ordinamento generale che la Repubblica

in gran parte aveva già preso, e verso di cui sempre piú s'avviava, era

questo: gli Anziani, il Consiglio dei 36 ed il Parlamento costituivano

il governo centrale, assai indebolito però dalla costituzione e dalla

forza crescente del Comune e del Popolo, i quali, col Podestà e col

Capitano alla loro testa, coi rispettivi Consigli maggiori e minori,

formavano come due repubbliche l'una di fronte all'altra. Il Comune

aveva di certo piú grande autorità ed importanza legale; ma il Popolo

cresceva ogni giorno di numero e d'ardire. Ben presto infatti si videro

alcune antiche famiglie mutare i loro nomi e lasciare i titoli, per

andare a confondersi tra i popolani.

La nuova costituzione venne diversamente giudicata dai grandi scrittori

politici di Firenze. Donato Giannotti la biasimò, dicendo che era:

«soggetto da sedizioni e non vinculo di pace e concordia, perché chi

ordinò quel governo tutto lo dirizzò contro ai Grandi, che avevano

al tempo di Federico retto, li quali, stando con continuo timore,

furono necessitati sollevarsi tosto che l'occasione apparse».[249]

Il Machiavelli, invece, la lodava, concludendo: «Con questi ordini

militari e civili fondarono i Fiorentini la loro libertà. Né si

potrebbe pensare quanto di autorità e fortezza in poco tempo Firenze

si acquistasse. E non solamente capo di Toscana divenne: ma in tra

le prime città d'Italia era numerata, e sarebbe a qualunque grandezza

salita, se le spesse e nuove divisioni non l'avessero afflitta».[250]

Ed aveva ragione. I cronisti del tempo, e la storia imparziale dei

fatti dànno piena conferma alle sue parole. La Repubblica cominciò ad

abbellirsi di nuovi monumenti. Fu costruito non solamente il palazzo

del Comune o sia del Podestà, ma anche il ponte a S. Trinita, opera

alla quale concorse largamente un privato cittadino col suo proprio

danaro. Si coniò il fiorino d'oro,[251] moneta che, per la sua ottima

lega, ebbe subito corso, non solo in tutti i mercati d'Europa,

ma ancora negli scali d'Oriente, e fu di vantaggio grandissimo al

commercio fiorentino, che ogni giorno s'andava estendendo di piú. I

nobili certamente non furono contenti, e lo dimostraron subito nel

'51, quando la piú parte di essi ricusarono d'andare al campo contro

Pistoia; ma dopo che ne furon mandati alcuni in esilio, gli altri

s'acquetaron subito. Vennero richiamati gli esuli guelfi, si fecero

paci in Città; ed essendo già morto Federico II, l'aristocrazia

si trovò frenata dal popolo, divenuto forte e sicuro di sé. Allora

ricominciarono subito le guerre esterne, le quali furon cosí fortunate,

che i dieci anni che seguirono, si dissero gli anni delle vittorie.

V

Questo Primo Popolo o Popolo Vecchio, come lo chiamarono, perché

era infatti il popolo la prima volta politicamente e militarmente

costituito, fece subito sentir la propria forza. Per dare alle

crescenti mercatanzie fiorentine libero accesso al mare, senza ancora

combattere Pisa, concluse il 30 d'aprile 1251 un trattato coi conti

Aldobrandeschi, possenti signori della Maremma, mediante il quale la

Repubblica ebbe facoltà di passare liberamente per le loro terre, e

cosí arrivare a Porto Talamone ed a Port'Ercole, facendone libero uso

pel suo commercio.[252] Tutto ciò non poteva certo piacere ai Pisani,

che subito strinsero alleanza con Siena, cui aderí anche Pistoia.

Cosí le tre città ghibelline si unirono a danno della guelfa Firenze.

Ma non bastava. Il 24 luglio 1251 i Ghibellini della Città, mediante

un segreto accordo con Siena, aderirono alla lega, con promessa

vicendevole d'aiutarsi al conseguimento del fine comune, al trionfo

cioè della parte in tutta Toscana. A questo accordo, come era naturale,

parteciparono poi i Ghibellini delle vicine terre, che si trovarono

cosí tutti collegati a danno di Firenze.

I Fiorentini allora, trovandosi circondati da tanti nemici,

cominciarono a difendersi coll'assalir subito Pistoia; ma i Ghibellini

della Città ricusarono di pigliar parte ad una guerra, manifestamente

diretta a loro danno. E però, quando l'esercito tornò vittorioso

dalla scorreria fatta, molti dei piú autorevoli di essi, fra cui gli

Uberti ed i Lamberti, furono cacciati in esilio. La cosa dovette avere

un'importanza maggiore assai che non pare, perché gli esuli innalzarono

la bandiera della Repubblica, la quale s'indusse a mutare la propria,

ed invece del giglio bianco in campo rosso, ebbe d'allora in poi il

giglio rosso in campo bianco. La bandiera del popolo rimase sempre la

stessa, cioè, dimezzata, bianca e rossa. Nella state di quel medesimo

anno si sollevarono in Mugello gli Ubaldini, rinforzati dagli esuli,

ma furono sconfitti. I Fiorentini s'avvidero adesso che dovevano

seriamente pensare ai proprî casi. E però, mediante i Lucchesi già

loro amici, strinsero alleanza (agosto 1251) con S. Miniato al Tedesco,

dove non era in quel momento vicario imperiale; rinnovarono (settembre)

quella che già avevano con Orvieto, e un'altra ne strinsero con Genova

(novembre), sempre nemica di Pisa.

Cosí tutta Toscana si trovò divisa in guelfa e ghibellina. Gli esuli,

insieme con alcuni soldati tedeschi delle bande di Federico II, si

chiusero nel castello di Montaia, nel Val d'Arno di sopra, che era

del conte Guido Novello. I Fiorentini corsero ad assalirlo verso la

fine dell'anno, ma ne furono con vergogna respinti. Tornati a casa,

sonarono la campana, raccolsero un grosso esercito, ed uscirono di

nuovo, armati a Popolo ed a Comune, proseguendo nel gennaio con ardore

la guerra, non ostante il freddo e la neve. Le condizioni generali

delle cose in Toscana allargarono le proporzioni di questa guerra, da

un lato essendosi all'esercito fiorentino uniti i soldati lucchesi,

e dall'altro movendosi i Pisani ed i Senesi in aiuto degli esuli.

Il Primo Popolo si mostrò ora degno di se stesso. I nemici furono

respinti, il Castello di Montaia fu preso e demolito, i difensori

vennero menati prigionieri a Firenze (gennaio 1252).[253]

Andarono poi i Fiorentini a dare il guasto nel Pistoiese, e si

fermarono nel ritorno ad assediare il Castello di Tizzano. Ma saputo

colà, che i Pisani, dopo aver disfatto i Lucchesi, se ne tornavano a

casa con i prigionieri e la preda, lasciarono l'assedio, per correre

loro incontro. Li raggiunsero, infatti, e dettero loro una totale

sconfitta a Pontedera, il dí 1 luglio 1852. Fu preso prigioniero lo

stesso podestà di Pisa, e si vide anche un altro fatto assai singolare.

I prigionieri lucchesi, che erano stati legati e venivano trascinati a

Pisa, non solo furono liberati, ma poterono, coll'aiuto dei Fiorentini,

menare a Lucca que' medesimi Pisani, dai quali erano stati presi e

legati.

Gli esuli intanto, profittando della lontananza dell'esercito

fiorentino, s'erano col conte Guido Novello chiusi in Figline, di

dove facevano scorrerie continue. E quindi fu necessario affrettarsi

ad assalirli. La terra s'arrese, a condizione però che i forestieri,

i quali l'avevano difesa, venissero lasciati liberi, e gli esuli

riammessi, il che fu fatto; ma essa fu poi, contro i patti, corsa

ed arsa (agosto 1252).[254] Ed intanto i Senesi, profittando della

occasione, avevano assediato Montalcino, forte castello ai confini

dei Fiorentini, i quali perciò corsero subito a liberarlo. Respinti i

Senesi, fornito il castello d'ogni cosa necessaria alla difesa, se ne

tornarono a casa.

Questi fortunati eventi non furono senza le loro conseguenze. Infatti,

essendo nel 1253 i Fiorentini andati di nuovo contro Pistoia, questa,

senza molta resistenza, s'arrese, obbligandosi (1 febbraio 1254) ad

uscire dalla Lega ghibellina, a rimettere nella città i Guelfi, ad

essere in tutto a disposizione di Firenze.[255] La quale andò subito

a difendere Montalcino, di nuovo assalito dai Senesi, e cosí la guerra

contro di essi, cominciata alla fine del 1253, fu ripresa vigorosamente

nel 1254, e finita con la sottomissione di Siena, che perdette un gran

numero di castelli (giugno 1254), venuti in mano dei Fiorentini, che

altri ancora ne presero colla forza o ne ebbero per danaro dai conti

Guidi. Tornando poi a casa, sottomisero la grossa terra di Poggibonsi,

assai importante, che aderiva ai Ghibellini ed a Siena. Portarono

il guasto a Volterra, la quale per la fortezza del luogo pareva

addirittura inespugnabile; ma i Volterrani, preso animo, uscirono

arditamente a battaglia, e furono vinti ed inseguiti con tanto impeto,

che i Fiorentini si trovarono dentro la città prima ancora che avessero

pensato di poterla conquistare. Lo spavento fu cosí generale, che

vecchi, donne, bimbi, una moltitudine grandissima, con alla testa il

vescovo, si presentarono supplichevoli, per arrendersi ai Fiorentini,

i quali si dimostrarono assai generosi, proibendo il saccheggio,

contentandosi di riformare il governo della città, che ridussero

a parte guelfa. E Pisa, trovandosi isolata, fini coll'arrendersi

anch'essa a patti, che vennero sottoscritti il 4 di agosto 1254. In

conseguenza di essi i Fiorentini poterono entrare ed uscire di Pisa,

insieme con le loro mercatanzie, liberi per terra e per mare, da ogni

tassa, dazio o gabella. Dovettero inoltre i Pisani, nel contrattar

con loro, adoperare il peso, la misura, ed in parte anche la moneta

fiorentina. Cedettero varie terre e castella, fra cui Ripafratta. Per

sicurtà di questi patti e dell'amicizia che avevano giurata, furono

costretti a dare 150 ostaggi. E dopo di ciò si sottomise (25 agosto)

anche Arezzo, che accettò un podestà dai Fiorentini.[256]

Questi furono chiamati gli anni delle vittorie del Primo Popolo, di cui

i cronisti tanto esaltano il valore e la bontà. Il Villani, copiato

al solito dal Malespini, ci dice che esso fu «molto superbo d'alte

e grandi imprese», e i suoi rettori «furono molto leali e diritti a

Comune».[257] E poco dopo aggiunge: «I cittadini di Firenze viveano

sobrî e di grosse vivande, e con piccole spese, e di molti (buoni?)

costumi e leggiadrie, grossi e ruddi, e di grossi drappi vestiano loro

e le loro donne. E molti portavano le pelli scoperte senza panno,

e colle berrette in capo, tutti con gli usatti in piede, e le donne

fiorentine co' calzari senza ornamenti, e passavansi le maggiori d'una

gonnella assai stretta di grosso scarlatto d'Ipro o di Camo, cinta

ivi su d'uno scaggiale[258] all'antica, e uno mantello foderato di

vaio, col tassello[259] di sopra, e portavanlo in capo; e le comuni

donne vestite d'uno grosso verde di Cambragio per lo simile modo. E

lire cento era comune dota di moglie, e lire dugento o trecento era

a quegli tempi tenuta isfolgorata; e le piú belle pulcelle avevano

venti o piú anni, anzi ch'andassono a marito».[260] Anche la _Divina

Commedia_, come è noto, dà ampia conferma a questi giudizi sul buono

e leale popolo vecchio di Firenze, giudizio di cui i fatti rendono

testimonianza continua.

E la prosperità cittadina cresceva non solo nella guerra, ma anche

nella pace, fuori e dentro le mura. Alle molte opere di pubblico

interesse già piú sopra accennate, e che furono ora compiute, altre

non poche se ne aggiunsero, avendo gli Anziani a questo fine comperato

terreni in piú parti della Città. Ed essi, insieme col Capitano

del Popolo, Lambertino di Guido Lambertini, ordinarono (1252-3)

che si ricopiasse e continuasse regolarmente il registro di tutti

gl'instrumenti del Comune, acciò, dicevano, _iura et rationes Communis_

non restino ignoti né deperiscano, ma si possano in piú luoghi vedere.

Questi sono i _Capitoli_ cosí bene conservati fino ad oggi, e tanto

utili alla storia di Firenze.[261]

Ma ora lo stato delle cose doveva nuovamente mutare. Per la morte di

Corrado, a Federico II succedeva nel Reame l'altro figlio, Manfredi,

ardito, ambizioso, di molto ingegno, che s'adoperava a tutt'uomo, per

sollevare la fortuna del partito ghibellino in Italia, ed i Fiorentini,

sempre accortissimi, cominciarono subito a procedere piú cauti. Nel

1255 fecero alleanza coi Senesi, nell'anno seguente fecero lo stesso

con Arezzo, disapprovando severamente il conte Guido Guerra, loro

capitano, che aveva di là cacciati i Ghibellini, ed obbligandolo a

rimetterli. Anche coi propri esuli si dimostrarono piú benigni assai

e piú larghi, facendone via via rientrare alcuni. Ma erano, cosí da

una parte, come dall'altra, lustre che non menavano a nulla. Ognuno

temporeggiava, per vedere che piega pigliavano gli affari generali

d'Italia.

Se la fortuna di Manfredi fosse risorta davvero, i Fiorentini dovevano

aspettarsene gravi danni, e lo sapevan bene. Un primo segno, se ne

vide infatti nel 1256, quando i Pisani, dimenticati tutti i patti

e le promesse giurate, assalirono Ponte a Serchio, castello dei

Lucchesi, amici de' Fiorentini, che perciò corsero subito a difenderli,

e sconfissero i nemici, molti dei quali, fuggendo, affogarono in

quel fiume. Dopo questa vittoria, i Fiorentini andarono sotto le

mura di Pisa, a battere moneta, segno allora di grande umiliazione

al nemico. I Pisani, inoltre, furono costretti (23 Settembre 1256)

non solo a rinnovare la pace umiliante del 1254, ma a cedere molti

castelli ai Fiorentini, qualcuno anche ai Lucchesi.[262] E fra i

patti della pace v'era adesso aggiunto ancora, che il castello del

Mutrone, importantissimo per la sua posizione cosí ai Lucchesi, come

ai Fiorentini, fosse reso a questi con la facoltà di distruggerlo

o conservarlo, secondo che i loro magistrati avessero deliberato.

Fu quindi tenuto a Firenze un Consiglio d'Anziani, fra i quali

Aldobrandino Ottobuoni, popolano e povero, ma pel suo amor patrio assai

autorevole, sostenne che il castello dovesse distruggersi. E la sua

proposta fu vinta, con la condizione però che dovesse essere sottomessa

a giudizio del Parlamento. Ma in questo mezzo, i Pisani, ignari della

presa deliberazione, e della opinione sostenuta dall'Ottobuoni, sapendo

però quanto pericoloso quel castello poteva ad essi riuscire, una

volta venuto in mano de' Lucchesi, mandarono ad offerirgli la somma, a

que' tempi assai ingente, di 4,000 fiorini, perché sostenesse, fra gli

Anziani, quella opinione appunto, che egli aveva già difesa e vinta.

Ma questo giovò, invece, a fargli aprire gli occhi, e conoscere il suo

errore. Tornato quindi fra gli Anziani, fece in contrario senso mutare

la presa deliberazione. La buona fama delle virtú d'Aldobrandino ne

crebbe perciò tanto che, dopo la sua morte, gli fu, a pubbliche spese,

decretato un monumento in Duomo, che stesse in luogo piú alto di tutti

gli altri.[263] Molti furono gli uomini celebrati per le loro virtú, al

tempo del Primo Popolo; ma questo governo durò solo dieci anni, e noi

siamo già vicini a nuove riforme, a nuove rivoluzioni, che ricominciano

ben presto a travagliar la Repubblica.

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1 · 第 28 / 55 题