La vittoria ottenuta nel 1249 dai Ghibellini contro i Guelfi in
Firenze, era stata violenta e sanguinosa, ma non sicura. I Ghibellini
avevano disfatto gli ordini della libertà; avevano cacciato in esilio
un numero grandissimo dei loro nemici; con l'aiuto del conte Giordano
Lancia, vicario di Federico II, e cogli 800 Tedeschi, erano divenuti
padroni di Firenze; ma il popolo, la borghesia, tutto il maggior
numero de' cittadini erano Guelfi. Inoltre papa Innocenzo IV sollevava
in Italia tanti nemici all'Imperatore, che i trionfi di questo non
potevano durare a lungo. Gli esuli fiorentini perciò s'erano annidati
nei vicini castelli, specialmente in quello di Montevarchi, nel
Valdarno superiore, ed in quello di Capraia, nel Valdarno inferiore. Di
là facevano continue scorrerie, dimostrando chiaro di non avere perduto
la speranza di tornare ben presto in Città. Bisognava dunque proseguire
la guerra contro di essi, per non vederli da un momento all'altro
tornare potenti.
Venne perciò assalito Montevarchi, con l'aiuto dei soldati tedeschi; ma
furono quasi tutti uccisi o fatti prigionieri. Quella rotta fece veder
piú chiaro ai Ghibellini di Firenze il pericolo in cui si trovavano, e
decisero perciò di portare un regolare assedio al castello di Capraia,
dove s'erano chiusi i principali Guelfi, capi della parte o Lega,
come allora la chiamavano, i quali guidavano i movimenti degli altri.
Sebbene circondati da forze maggiori, gli assediati si decisero ad
un'ostinata difesa, ed i Ghibellini s'apparecchiarono a combatterli con
l'armi e con la fame. Non sarebbero tuttavia riusciti nell'intento,
se non fosse venuto aiuto di nuove genti, mandate dall'imperatore
Federico, che allora appunto aveva dovuto abbandonare l'assedio di
Parma, ed erasene venuto in Toscana. Ma anche dopo questi aiuti, solo
la fame fece arrendere i Guelfi. I principali di essi furono mandati
a Federico II, che si trovava a Fucecchio. Egli li menò seco nel regno
di Napoli, e quivi li fece, dicono i cronisti fiorentini, barbaramente
accecare, mazzerare, affogar nel mare, salvandone uno solo, cui
concesse la vita, ma non la vista.
L'Imperatore era stanco, irritato dalla continua guerra mossagli dai
papi. Non aveva avuto mai pace dacché Sinibaldo de' Fieschi, pigliando
nome d'Innocenzo IV, era salito sulla sedia di S. Pietro, il 24 giugno
1243. In un concilio tenuto a Lione (1245), questi lo aveva condannato
e deposto. Aveva poi segretamente promosse contro di lui molte
cospirazioni, e si era sempre piú o meno adoperato a farle riuscire
nell'intento. In una di esse i sospetti dell'Imperatore caddero
perfino sul suo piú fedele segretario ed amico, Pier delle Vigne,
che, chiuso nella torre di S. Miniato al Tedesco, fu colà condannato
a perdere gli occhi, e menato poi a Pisa, si uccise battendo la testa
ad un muro. Queste traversie ora irritavano ed ora piegavano l'animo
di Federico, che, sebbene filosofo e scettico, pure temeva assai i
fulmini del Vaticano. Voleva riconciliarsi col Papa, partire di nuovo
per l'Oriente a combattere gl'infedeli; ed Innocenzo, invece, allora
appunto sollevava contro di lui tutte le città guelfe, obbligandolo
a prendere di nuovo le armi, per sostenere il partito ghibellino
e la propria autorità in Italia. Il che egli non seppe fare, senza
abbandonarsi, come abbiam visto, ad eccessi d'inaudite crudeltà, le
quali naturalmente accrebbero per tutto il numero de' suoi nemici. In
Germania già il partito guelfo non aveva voluto riconoscere l'autorità
di Corrado, figlio dell'Imperatore, che lo aveva mandato colà per
essere da lui rappresentato. A Parma l'esercito comandato da Federico
in persona era stato disfatto. Bologna si mise alla testa di tutte
le città guelfe di Romagna, e con forte esercito, andando incontro
ai Ghibellini, comandati da re Enzo, altro figlio naturale di lui, li
ruppe nella battaglia di Fossalta, il 26 maggio 1249. Lo stesso Enzo
fu preso e portato trionfalmente nelle prigioni di Bologna, dove rimase
sino alla sua morte, seguita nel 1271. Federico non visse però tanto da
provar quest'ultimo dolore. Il 13 dicembre 1250 moriva in un castello
presso Lucera, nelle Puglie, e la sua morte fu l'ultimo crollo del
partito ghibellino in Firenze ed in tutta Italia.
Contro questo partito s'univa allora all'odio politico anche un odio
religioso, non solo perché i Ghibellini combattevano il Papa; ma piú
assai, perché le eresie che cominciavano a serpeggiare in Italia,
trovavano fra di loro molti seguaci, come avevano spesso trovato
nell'Imperatore tolleranza e favore. Questo veleno, che ora filtrava
lentamente nella società italiana, teneva i Papi in grandissimo
pensiero. Avevano dapprima cominciato a levar grido e trovare seguaci
gli Albigesi nella Provenza, dove i poeti avevano attaccato con tutte
le loro forze la Corte di Roma. Erano però sorti a combatterli, gli
ordini religiosi di S. Francesco e S. Domenico. Innocenzo III aveva a
questo fine fondata la Sacro-Santa Inquisizione, e S. Domenico, alla
testa di moltitudini assetate di sangue eretico, aveva comandato la
strage degli Albigesi, dilaniando tutta la Provenza. Ma gli esuli erano
venuti in Italia a comunicare lo stesso odio contro Roma, a seminare
il medesimo veleno. Infatti i Paterini, che combattevano il Papa e non
credevano alla verginità della Madonna, né alla transustanziazione, né
ad altri dommi della religione cattolica, trovavano seguaci per tutto,
e si riunivano pubblicamente. Gli Epicurei, gli Avverroisti, altre
sette filosofiche si propagavano con rapidità fra i dotti italiani.
Per qualche tempo era parso, che il centro principale di questo tumulto
intellettuale e religioso si formasse a Palermo, nei giorni piú felici
della Corte di Federico II. Circondato da scolastici, da trovatori, da
poeti d'ogni sorta, da Musulmani e da Greci scismatici, da Provenzali
albigesi e da filosofi materialisti, egli che pure andò alla Crociata,
e perseguitò gli eretici, s'era singolarmente compiaciuto di questa
multiforme società, nella quale, fra il sarcasmo, il dubbio e l'odio
ai preti, sorse quella poesia italiana, che nella _Divina Commedia_
doveva mostrarsi piena di tanta vera fede e di cosí nobili aspirazioni.
Ma intanto l'eresia e il dubbio s'eran diffusi per tutta la Penisola.
I Paterini s'erano rapidamente moltiplicati tra i Ghibellini di
Firenze, dove il Papa mandava l'Inquisizione ad iniziar processi e
condanne. Nel 1244 fra Pietro da Verona, animato piú da furore che da
zelo religioso, veniva dal pergamo ad infiammare lo spirito cattolico;
istituiva una _Società dei Capitani di S. Maria_ o _della Fede_,
nella quale s'arrolavano uomini e donne a sterminio degli eretici.
Le passioni s'accesero, e nel 1245 vi fu per le vie di Firenze una
regolare battaglia fra cattolici ed eretici. A. S. Felicita ed alla
Croce al Trebbio, dove una colonna rammenta ancora l'infausto giorno, i
_Capitani della Fede_, vestiti di bianco, croce-segnati, e guidati da
fra Pietro da Verona, alto, robusto, animoso, ruppero i Paterini e li
costrinsero a lasciar Firenze. In premio di questa sanguinosa vittoria,
esso fu nominato inquisitore di Toscana, e poi anche di Lombardia,
dove finalmente, tra Milano e Como, trovò la morte, per opera di coloro
che erano stanchi delle sue persecuzioni. Il che gli fece aver nome di
santo e di martire, e fu d'allora in poi chiamato S. Pietro martire da
Verona.[241]