Se non che, appunto allora lo stato delle cose mutava, perché
s'incominciò a sentire in Toscana l'azione di Federico I Barbarossa.
Avvistosi che il duca Guelfo non riusciva a farsi rispettare,
mandò (1162-3) l'arcivescovo Rainaldo di Colonia, uomo accorto ed
energico, col titolo di _Italiae archicancellarius et imperatoriae
maiestatis legatus_, e l'incarico di riordinare l'amministrazione
imperiale, secondo un nuovo concetto. Federico accettava, come fatto
inevitabile, la dissoluzione del Margraviato, e voleva direttamente
assumere il governo delle varie parti di esso, per mezzo di Conti
o Podestà tedeschi, come già aveva fatto in Lombardia. E Rainaldo
si mise con ardore all'opera, ponendoli, con presidî tedeschi, nei
principali castelli del contado: dove i castelli mancavano, ne furono
costruiti dei nuovi.[155] S. Miniato, con la sua torre in cima del
colle, col borgo di S. Genesio in basso, fu il centro di questa nuova
amministrazione. Ivi Rainaldo pose Everardo d'Amern, col titolo di
_Comes et Federici imperatoris legatus_.[156] Il concetto politico di
Federico era chiaro e preciso; ma ad attuarlo, contro il volere dei
Comuni già liberi, contro l'interesse di molti dei conti indigeni,
sarebbero occorsi gran tempo ed un grosso esercito, cose che allora
mancavano ambedue. Rainaldo dové ben presto partire per altre imprese,
e quantunque gli succedesse l'arcivescovo Cristiano di Magonza,
anch'esso uomo di valore, i risultati pratici dell'opera loro furono
assai scarsi. Riuscirono solo a cavar danari, smungendo le popolazioni:
«come buoni pescatori, cosí dice un cronista, stesero abilmente le loro
reti per tutto». Ma politicamente nulla di stabile fondarono.
Si videro, è vero, per tutto sorgere i nuovi Podestà tedeschi, i
_Teutonici_, come li chiamavano. Troviamo infatti ora di continuo
menzionati il _Potestas Florentiae o Florentinorum_, e cosí quelli
di Siena, Arezzo, ed altri molti. Dentro le mura, però, delle grosse
città, poco o nulla potevano, perché in esse continuavano a governare
i Consoli, i quali nel contado contrastavano l'autorità dei Teutonici.
Era uno stato di cose che non poteva durare a lungo. Ad alcune
città amiche, l'Imperatore stesso concedeva, che, per mezzo dei loro
Consoli, ma in suo nome, esercitassero la giurisdizione dentro le
mura, qualche volta anche in una parte del contado, esentandone però
sempre i nobili, spesso le chiese e conventi, che riteneva sotto la
sua autorità.[157] In tutto il resto dell'Italia centrale dovevano i
suoi Podestà comandare senz'altro, non avendo egli alcun dubbio sul
pieno e assoluto diritto dell'Impero. Ma la questione era adesso piú
di fatto che di diritto, e poteva essere risoluta solo dalla forza, che
l'Impero non aveva in Toscana. E però quello che ne seguí, fu una gran
confusione. Le grosse città, e piú specialmente Firenze, continuarono
a reggersi come prima; nel contado invece Podestà imperiali, Conti
toscani, signori feudali, grossi e piccoli. Consoli od altri ufficiali
del Comune si disputavano ogni giorno l'esercizio dell'autorità; e
le popolazioni non sapevano piú a chi obbedire. Le stesse città, gli
stessi nobili che si dichiaravano per l'Impero, non si adattavano ai
disegni di Federico, anzi li combattevano, perché in sostanza a tutti
puzzava questa signoria teutonica, esercitata da avidi e prepotenti
ufficiali dell'Impero.
Una pittura abbastanza fedele di tale stato di cose possiamo cavarla
dalle antiche deposizioni di testimoni, che furono, in diverse
occasioni, chiamati a dare autentici ragguagli sulle condizioni del
paese. Coloro che andarono a deporre sul monastero di Rosano, ce lo
descrivono come dipendente dal conte Guido, che era continuamente
costretto a difenderlo «dal castellano di Montegrossoli, da altri
Teutonici e dai Consoli fiorentini», che tutti presumevano esercitarvi
la loro autorità. Essi ci fanno vedere a Monte di Croce, Consoli di
quella terra e vice-comiti, i quali comandano nello stesso tempo, e
sono costretti a difendersi dai Teutonici, dalle pretese dei Consoli
e di altri ufficiali del Comune fiorentino.[158] Né minore confusione
descrivono quelli che furono, in altra occasione, chiamati a deporre
sul castello e sulla valle di Paterno, il cui dominio veniva disputato
tra Fiorentini e Sanesi. Un testimone dice, che ai suoi tempi vide
comandare colà, come in tutto il contado fiorentino, un tal Pipino,
_Potestas Florentiae_. Un altro ricorda di aver percorso la Valle
di Paterno e tutto il contado fiorentino, in compagnia dei Consoli
del Comune e di un Teutonico. Parecchi affermano di esservi andati
ora con Pipino, ora con altri Teutonici, ora coi Consoli, i quali
tutti erano obbediti del pari, e riscotevano tasse. Singolare è la
deposizione d'un Giovanni _de Citinaia_, che fece lungo racconto delle
vicende seguite colà, negli ultimi tempi. Narrò d'un prete, che svelse
dal suolo un grosso pilastro, di cui, non sapendo a quale scopo vi
fosse posto, voleva servirsi per la costruzione della sua chiesa. Ma
pesava tanto che, con un carro e due buoi, non riuscí a portarlo via.
Laonde i contadini ivi presenti, esclamavano: _Domine sacerdos, male
fecisti, quia est terminus inter Florentinos et Senenses_. Dopo di
ciò, cosí continuava il teste, due individui andarono dal castellano
di Montegrossoli, dicendogli che se li secondava nel far ricostruire
il castello di Paterno, gli avrebbero fornito le prove dei diritti che
aveva sopra di esso. Il castellano corse lieto a Firenze per ottenerne
l'assenso; ma tornò in fretta, dicendo che smettessero di lavorare,
avendo i Fiorentini ricusato, perché veniva in Toscana l'arcivescovo
Cristiano di Magonza, il quale già era in Lombardia. Allora i Senesi,
profittando della occasione propizia, demolirono i lavori abbandonati,
e spadroneggiarono essi. Di certo non è possibile immaginare una
moltiplicità maggiore, una maggior confusione e contrasto di autorità
e di diritti.[159]
Per Firenze e pei Comuni di Toscana in genere, non v'era quindi ora
da far altro, che profittare d'ogni occasione opportuna a sostenere,
colle armi o coll'astuzia, i proprî diritti. La guerra era già
scoppiata tra Pisa e Lucca, con la quale s'era unito il conte Guido,
nemico dei Fiorentini, che fecero perciò trattato d'alleanza con Pisa.
Ne ottennero molti vantaggi pel loro commercio, impegnandosi però
a pigliar parte attiva nella guerra.[160] E lo facevano volentieri,
perché si trattava non solo di combattere i Lucchesi, ma anche il conte
Guido e Cristiano di Magonza, che li sostenevano. Parve dapprima che
Cristiano, ponendo, il 23 marzo 1173, Pisa al bando dell'Impero, e
togliendole cosí tutti i privilegi già prima concessi, la inducesse
alla pace. Infatti il 23 maggio fu concluso un accordo (cui erano
presenti anche i Fiorentini), con obbligo che fra Pisa e Lucca si
procedesse allo scambio dei prigionieri. Il bando fu ritirato il 28 del
mese stesso, e la pace venne solennemente conclusa in Pisa, il primo di
giugno.
Ma dopo due mesi avvenne un fatto inaspettato, che fece correre
subito alle armi. Il 4 di agosto l'arcivescovo aveva invitato a San
Genesio i Consoli di Pisa e di Firenze; e quando furono colà, li fece
improvvisamente prendere e gettare in carcere. Che cosa era seguito
di nuovo, per voler rendere inevitabile la guerra, dopo aver tanto
cercato la pace? Si sono immaginate molte spiegazioni, ma una cosa
sola si sa di certo. Il 5 maggio 1172, mentre cioè che erano già
innanzi le trattative di pace, s'era a Firenze stretto un segreto
accordo, al quale i Pisani non potevano essere rimasti estranei. Alcuni
Samminiatesi, cacciati dalla loro terra come ribelli all'Impero,[161]
avevano, nel palazzo del vescovo di Firenze, giurato non solo di far
causa comune coi Pisani e coi Fiorentini; ma di dar loro la terra
di San Miniato, se riuscivano a riprenderla, anche quando la torre
fosse rimasta in mano dei Tedeschi.[162] Il fatto è certo, perchè il
documento che stringeva l'accordo è arrivato fino a noi. Non è un
vero e proprio trattato, non essendovi stati presenti i Consoli, e
mancandovi le formole essenziali alla vera legalità. Ma l'aver giurato
e firmato nel palazzo del vescovo; l'avervi preso parte alcuni dei
principali cittadini, fra cui uno degli Uberti;[163] l'aver conservato
il documento in Archivio,[164] sono prove che i governi delle due città
non furono estranei all'accordo, e che si voleva solo nasconderne
o mascherarne la vera importanza. Da tutto ciò, dalla mala voglia e
lentezza con cui procedeva lo scambio dei prigionieri, Cristiano si
persuase che la pace era fittizia, che volevano aggirarlo e tradirlo.
Perduta quindi la pazienza, si lasciò andare all'atto imprudente
ed inconsiderato, che rese ormai impossibile la pace da lui tanto
desiderata.
I Fiorentini erano infatti già nell'agosto a Castel Fiorentino, dove i
Pisani, accampati a Pontedera, mandarono loro in aiuto 225 cavalieri,
con due dei proprî Consoli. Cristiano s'avanzò subito col conte Guido e
coi Lucchesi; ma questi ultimi dovettero abbandonarlo, perché i Pisani,
consigliati a ciò dai Fiorentini, erano entrati nel loro territorio e
lo devastavano. Tuttavia, sebbene stremato di forze, egli affrontò il
nemico, e combatté con valore accanto alla bandiera; ma fu disfatto.
Noi ignoriamo il seguito della guerra; certo è però che Cristiano ben
presto partí, che nel 1174 i Samminiatesi ribelli tornarono con onore
nella propria terra, e che finalmente nell'anno seguente si concluse
una pace fra le tre città combattenti.[165]
I Fiorentini intanto continuavano sempre a sottomettere città e
castelli nel loro contado.[166] Sin dal 1170 avevano costretto a
duri patti gli Aretini,[167] amici del conte Guido, ed ora andarono
a combattere sotto le mura d'Asciano, terra vicina ad Arezzo, la
quale s'era sottoposta in parte ad essi, in parte ai Senesi, che
volevano ora impadronirsene del tutto. Questi furono, il 7 luglio
del 1174, disfatti, lasciando al nemico un migliaio di prigionieri, e
dovettero quindi, sottomettersi a condizioni di pace assai dure.[168]
Le trattative andarono in lungo, ma furon pure concluse nel 1176. I
Fiorentini vennero riconosciuti legittimi padroni di tutto il contado
fiesolano e fiorentino, ed ebbero una parte di ciò che possedevano in
Poggibonsi i Senesi, i quali dovevano aiutarli nelle loro guerre, salvo
contro l'Impero ed i suoi messi, che[169] promettevano cercare con
ogni opera di rendere amici di Firenze. V'erano anche parecchie altre
durissime condizioni.[170] Che i Fiorentini riuscissero ad imporre
tali patti, dopo la piccola guerra d'Asciano, è certo una prova della
loro cresciuta potenza; ma è certo ancora che, se i Senesi non erano
per sempre decaduti, questa non poteva essere che una pace fittizia e,
dopo molto esitare, conclusa solamente per ottenere la liberazione dei
prigionieri.