I
Dopo la morte di Matilde, i messi inviati dalla Germania a riassumere,
in nome dell'Impero, il Margraviato di Toscana, si successero
rapidamente gli uni agli altri.[146] Furono quasi tutti uomini piú o
meno incapaci, che seguirono una politica titubante, senza mai nulla
concludere. Pigliavano l'autorità di margravî, ma erano ufficiali
temporanei dell'Imperatore. Privi di forze, ignari del paese,
s'appoggiavano ora agli uni, ora agli altri, senza distinguere gli
amici dai nemici; ed intorno ad essi scoppiavano guerre continue, di
cui non riuscivano mai a capir le ragioni. Un tale stato di cose,
attissimo a favorire la comunale indipendenza, durò fino al 1162,
quando Federico Barbarossa cominciò a far sentire la sua mano ferma,
iniziando una politica piú chiara e determinata, sebbene neppure a lui
riuscisse di ottenere grandi risultati.
I Fiorentini furono quelli che piú di tutti seppero profittare di
questa debolezza dell'Impero. Nel 1129, s'impadronirono del castello
di Vignale in Val d'Elsa;[147] nel 1135 distrussero quello di
Monteboni, da cui ebbero nome i Buondelmonti, che dovettero allora
sottomettersi, con l'obbligo di servire in guerra il Comune, ed
abitare alcuni mesi dell'anno in Città.[148] Il Villani, a questo
proposito, osserva che ora il Comune cominciò ad ingrandirsi «colla
forza piú che con ragione...., sottomettendosi ogni nobile di contado
e disfacendo le fortezze». Questa infatti fu la politica fiorentina,
e da essa due conseguenze dovevano inevitabilmente venire. La prima
era l'ingrandimento del territorio; la seconda, l'introduzione in
Città d'un numero sempre maggiore di nobili, il che apparecchiava la
formazione d'un partito aristocratico, avverso al popolo, e quindi le
guerre civili e i futuri mutamenti di governo.
Nel giugno 1135 entrava in Firenze il messo imperiale Engelbert,[149]
che pareva le fosse amico. Egli andò subito verso Lucca, dove toccò
una grave sconfitta. Fu piú tardi mandato Errico di Baviera, che venne
con qualche forza, e pareva avverso ai Fiorentini; ma ben presto andò
via, e gli successe Ulrico d'Attems, che si mostrò loro favorevole,
anzi nel 1141 andò con essi a fare una scaramuccia contro Siena.[150]
Queste erano però meteore che apparivano e sparivano. La principale
guerra dei Fiorentini incominciava adesso contro il conte Guido,
soprannominato il Vecchio, che era divenuto loro nemico. Occasione
della rottura era stata un'eredità contestata; ma la ragione vera
bisogna trovarla nella sua cresciuta e minacciosa potenza. Coi suoi
possedimenti egli circondava infatti da ogni lato la Repubblica: _per
se quasi civitas est et provincia_, scriveva di lui il Sanzanome.[151]
E prima gli tolsero un castello presso Ponte a Sieve, poi assalirono
quello di Monte di Croce. Ma il Conte, aiutato dalle vicine città,
poté il 24 giugno 1146, dare ai Fiorentini una disfatta. Pure anche
allora riuscirono ad ottenere patti vantaggiosi: una parte delle mura
doveva essere demolita, e sul castello essere innalzata la bandiera
fiorentina.[152] Ciò fu fatto, e per qualche tempo si ebbe tregua,
tanto piú che il Conte pare s'allontanasse per altre imprese. Ma piú
tardi le mura furono ricostruite,[153] ed i Fiorentini, dichiarando
violati i patti, improvvisamente assalirono nel 1153 il castello, e lo
demolirono. E cosí _Mons Crucis est cruciatus_, scriveva il Sanzanome.
Tutto ciò non poteva di certo contribuire alla pace. Il conte Guido
cedette una parte di Poggibonsi ai Senesi, con obbligo di fortificarlo
e difenderlo contro i Fiorentini, i quali si apparecchiavano ad
assalirlo. Accettando il dono, Siena s'impegnava quindi a prendere
parte attiva alla guerra, che cosí s'allargava.[154]