Questi trionfi esterni si ripercotevano però in modo impreveduto
nell'interno della Città. Il governo dei Consoli, con la prevalenza
in esso del partito popolare, aveva sempre piú lasciato da parte i
potenti, massime la consorteria degli Uberti, i quali ben di rado noi
troviamo ora alla testa del Comune,[171] di che, come era naturale,
si mostravano assai poco contenti. Invece le continue sottomissioni
di castelli e terre avevano in Città aumentato sempre piú il numero
dei nobili di contado. I quali, se dapprima, come semplici _assidui
habitatores_ o _cives salvatichi_, non potevano pigliar parte al
governo, potevano unirsi agli scontenti, ingrossarne il numero e la
forza. Divenuti coll'andare del tempo, veri e proprî cittadini, ebbero
modo d'operare piú efficacemente. E cosí ne seguí finalmente, che nel
1177 gli Uberti presero animo a tentare una rivoluzione, la quale fu la
prima delle guerre civili in Firenze.
Tutti i cronisti ne parlano, e non dovette esser cosa di poco momento,
perché durò due anni circa, con molto spargimento di sangue, con
incendi che distrussero gran parte della Città, al che s'aggiunse
anche una piena d'Arno, che fece crollare il Ponte Vecchio. Il Villani
descrive i due incendî seguíti nel 1177, dal Ponte al Mercato Vecchio,
il primo; da San Martino del Vescovo a Santa Maria Ughi ed al Duomo,
il secondo; poi descrive la caduta del ponte, ed aggiunge, al solito,
che tutto ciò fu giusto giudizio di Dio contro la Città divenuta
ingrata, superba e piena di peccati. Della rivoluzione seguita nello
stesso tempo, egli discorre come se con gl'incendi non avesse relazione
alcuna. Gli Uberti, esso continua, che erano «i piú possenti e maggiori
cittadini di Firenze, co' loro seguaci nobili e popolani, cominciarono
guerra contro i Consoli, che erano signori e guidatori del Comune, a
certo tempo e con certi ordini, per la invidia della Signoria che non
era a loro volere. E la guerra fu cosí aspra che si combatteva in piú
parti da vicinanza a vicinanza, con le torri armate, le quali erano
alte da 100 a 120 braccia. Se ne costruirono anzi delle nuove per le
Comunità delle contrade, coi danari delle vicinanze, e le chiamavano
Torri delle Compagnie. Si continuò cosí a combattere per due anni, con
molte uccisioni; e venne questo perpetuo guerreggiare in tale uso fra
i cittadini, che l'un dí si battevano, e l'altro bevevano e mangiavano
insieme, novellando l'uno all'altro delle loro imprese e prodezze.
Finalmente si pacificarono per stracchezza, e i Consoli restarono in
signoria; ma queste cose crearono poi e partorirono le maledette parti,
che furono appresso in Firenze».[172]
Il pseudo Brunetto Latini, invece, pone al 4 agosto 1177 il primo
incendio da Ponte Vecchio fino a Mercato Vecchio. Ma, continuando,
aggiunge subito che nello stesso anno cominciò «discordia e guerra
durata ventisette mesi tra i Consoli e gli Uberti, i quali non
ubbidivano né Consolato, né Signoria, né eziandio per loro facevano
reggimento. Questa battaglia cittadinesca portò gran mortalità,
rubamenti ed incendi. In cinque parti diverse della Città fu messo
il fuoco, che arse il Sesto d'Oltrarno, e da S. Martino del Vescovo
a S. Maria».[173] Il 4 novembre del 1178 sarebbe, secondo lo stesso
cronista, caduto il Ponte, e la guerra cittadina sarebbe finita
solamente nel 1180, con la vittoria degli Uberti, uno dei quali,
Uberto degli Uberti, entrò poi nel consolato. «Da ciò derivò piú
tardi la creazione dei Podestà, che furono gentiluomini, possenti e
forestieri».[174]
Non ostante alcune apparenti contraddizioni dei due cronisti,
risulta pur chiaro da essi e da altri ancora, che nel 1177 vi fu una
rivoluzione capitanata dagli Uberti, la quale durò circa due anni, con
incendi, uccisioni e rubamenti. La loro vittoria fu parziale, perché
il consolato restò; ma essi vi entrarono piú spesso di prima, insieme
coi loro amici, e però il pseudo Brunetto Latini li dice vittoriosi.
Tutto ciò diede nel governo maggior forza ai nobili, ed apparecchiò
la riforma aristocratica, che poi sostituí il Podestà ai Consoli,
e seminò il germe delle parti e delle guerre civili, che dovevano
cosí lungamente lacerare ed insanguinare la Città. Tale in sostanza
è la conclusione dei cronisti: i documenti e i fatti posteriori la
confermano pienamente. Nondimeno la pace interna fu ristabilita, e
la politica fiorentina non fu punto alterata. Il parziale trionfo
dell'aristocrazia, rendendola, per ora almeno, contenta, giovò anzi
a fare, col suo efficace aiuto, prosperare sempre piú le cose di
tutta la Repubblica. Ne è prova la ricordata sottomissione del 1182,
con cui gli Empolesi promisero di pagare un tributo ai Rettori della
Città, ed in loro mancanza ai Consoli dei mercanti, obbligandosi a
far guerra, secondo il volere dei Fiorentini, salvo però contro i
conti Guidi, da cui in parte gli Empolesi dipendevano ancora.[175] Il
4 di marzo si sottomisero gli uomini di Pogna, che dipendeva invece
dai conti Alberti.[176] I Pognesi si obbligavano non solo a far
guerra, secondo la volontà de' Consoli fiorentini, ma a non costruire
nuove mura o fortezze nella loro terra o nella vicina Semifonte:
se a ciò altri si provasse, dovevano essi opporvisi ed avvertirne
subito i Fiorentini, che dalla loro parte promettevano amicizia
e protezione.[177] Nello stesso anno presero anche il castello di
Montegrossoli.[178] Il 21 luglio 1184 strinsero alleanza coi Lucchesi,
che s'obbligarono ad aiutarli ogni anno, per venti giorni almeno, con
150 militi e 500 fanti, nelle guerre che i Fiorentini farebbero nel
proprio contado.[179] Questi nell'ottobre assalirono in Mugello il
castello di Mangona, appartenente agli Alberti, i quali fecero perciò
ribellare la terra di Pogna, che i Fiorentini allora andarono subito ad
assalire.[180] Nel conflitto che ne seguí, par certo che fosse presente
il conte Alberto, perché nel novembre noi lo troviamo prigioniero,
e costretto ad accettare durissimi patti per sé, per la moglie ed i
figli. Dové promettere di distruggere nel prossimo aprile il castello
di Pogna, salvo il palazzo e la torre; demolire la torre di Certaldo,
né piú ricostruire quella di Semifonte; cedere ai Fiorentini una delle
torri di Capraia, a loro scelta; dividere con essi, a metà, un accatto
o dazio da porsi in comune sui beni che egli possedeva fra l'Arno e
l'Elsa. Finalmente, appena uscito di prigione (_postquam exiero de
prescione_), doveva far giurare obbedienza a tutti i suoi uomini, e
pagare 400 libbre di buoni denari pisani. I suoi figli abiterebbero
in Firenze due mesi dell'anno in tempo di guerra, uno in tempo di
pace.[181] Questa sottomissione ed umiliazione del conte Alberto era
per sé stessa un fatto di grande importanza. Ma, se vi si aggiunge che
ciò avveniva dopo che Firenze aveva abbattuto i Cadolingi, umiliato i
conti Guidi, fatto vantaggiosissima alleanza con Pisa, Siena e Lucca,
si capirà facilmente la fortissima e quasi minacciosa posizione, che
essa aveva saputo, in cosí breve tempo, prendere.