Da per tutto noi vediamo del resto, in modo diverso, un lungo periodo
d'incubazione, che precedette la formazione del Comune, il quale
nacque, come era naturale, dagli elementi preesistenti. La celebre
Concordia che il vescovo Daiberto fece a Pisa, circa il 1090, forse
anche qualche anno prima,[99] dimostra che i nobili erano organizzati
e fieramente si combattevano fra loro colle torri, che egli indusse
a demolire in parte, con solenne giuramento di non oltrepassare mai
l'altezza di 36 braccia, la quale era stata già prima determinata
nel diploma di Enrico IV (1081).[100] E colui, cosí proseguiva la
Concordia, che crederà essere ingiustamente danneggiato nelle sue
case, dovrà querelarsene _ad commune Colloquium Civitatis_; né la casa
del disturbatore potrà essere demolita, senza l'approvazione della
cittadinanza intera.[101]
Da tutto questo documento si vede non solo che i nobili pisani erano
già organizzati; ma che avevano dentro la Città una importanza non mai
avuta a Firenze.[102] Ancora non troviamo i Consoli, e se ci fossero
stati, il documento li avrebbe certo nominati. Vi sono però tutti
gli elementi che costituiranno quel Comune assai piú aristocratico
del fiorentino.[103] Si vede in fatti già un _commune Consilium_
di _Sapientes_ o _Boni homines_, che è una specie di Senato, ed il
_commune Colloquium_ di tutti i cittadini, che sarà poi il Parlamento o
Arrengo. Cinque _Sapientes_, di cui si danno i nomi, si trovano accanto
al Vescovo.[104] Essi sono gl'immediati precursori, i _Vorbilder_,
(come dice giustamente il Pawinski) dei Consoli, che poco dopo,
nel 1094, troviamo finalmente nominati in un'altra Concordia dello
stesso Daiberto. Alla loro autorità (_huius civitatis Consulibus_)
egli esplicitamente se ne appella, ordinando che fossero lasciati in
pace i fabbri, i quali attendevano ai lavori che eran tenuti fare al
Duomo.[105] Il Comune pisano adunque è preceduto da una lotta di nobili
armati ed ordinati intorno alle loro torri, ed i suoi Consoli sono
nominati la prima volta a difesa dei fabbri.
L'esistenza delle Arti fin dal secolo IX in Venezia viene accertata
dalla cronaca Altinate, la quale ci prova che sin d'allora esistevano
alcune maggiori industrie, esercitate da determinate famiglie,
ed i mestieri propriamente detti o _ministeria_, assai piú umili,
costituiti già come consorzî di persone, che esercitavano l'arte loro,
con regole tradizionali, definite. Questi mestieri o _ministeria_
indicavano una condizione non perfettamente libera, giacché coloro che
vi appartenevano erano tenuti a prestare allo Stato alcuni servizî
gratuiti. Le industrie maggiori, invece, come quelle del mosaico,
dell'architettura e simili, che richiedevano piú coltura ed ingegno,
esercitate dalle principali famiglie, erano conciliabili con gli ufficî
politici dello Stato.[106] Un documento del secolo XI ci dimostra che
allora l'Arte dei fabbri era costituita con a capo un Gastaldo, contro
il quale uno dei membri ricorse al Doge, per aver giustizia, secondo
le consuetudini non ancora scritte.[107] Tutto ciò costringe a credere
che l'esistenza delle Arti e delle associazioni in genere, nelle quali
la cittadinanza dei Comuni si trova piú tardi divisa, era antichissima,
e che a Firenze come altrove erano costituite già prima che il Comune
avesse proclamato la sua indipendenza. Altrimenti sarebbe impossibile
spiegarsi l'esistenza d'una città che, senza quasi avere un governo
visibile, già prosperava nel commercio, e faceva guerre per proprio
conto. Tutti i fatti che seguono e dei quali non si può dubitare,
resterebbero inesplicabili.
V
Noi abbiamo dunque sin da' tempi di Matilde, una cittadinanza divisa
e costituita in gruppi. Da una parte sono le antiche _Scholae_,
trasformate in associazioni d'arti e mestieri, il germe delle future
Arti maggiori e minori; da un'altra le parentele, le consorterie
dei Grandi, il germe delle future Società delle Torri. Tutte queste
associazioni formavano già il governo effettivo della Città, nella
quale i Grandi avevano i principali ufficî, affidati ad essi da
Matilde. È assai probabile che quello di Preside, secondo l'usanza
del Medio Evo, rimanesse in una medesima famiglia o consorteria,
forse quella degli Uberti, i quali, come vedremo, già erano tra i
piú potenti, e vantavano un'origine germanica. Però Grandi e popolo
non erano allora nemici e divisi, ma uniti da vincoli e da interessi
comuni. Infatti, come dicemmo, ben presto i documenti ci mostreranno
che alcuni dei Grandi pigliano parte al commercio, si trovano alla
testa delle Arti, e già ora combattono, uniti al popolo, contro i
nobili del contado. Essi erano, è vero, i possessori della terra e
degli armenti, ma tutto ciò formava allora la sorgente principale
dell'industria e del commercio fiorentino, a difesa del quale furon
intraprese le prime guerre. I castelli che circondavano la Città,
chiudevano le vie del commercio; da essi usciva di continuo gente
armata, che assaliva, batteva coloro che dalla Città portavano i
prodotti del suolo o dell'industria nei vicini paesi. La contessa
Matilde, occupata nelle sue continue guerre, di rado poteva dare aiuto,
e quindi i Fiorentini, che combattevano in nome di lei, dovevano
di fatto difendersi colle proprie armi. Questa unione di tutta la
cittadinanza, stretta dai medesimi interessi, in un solo pensiero,
contro un comune nemico, fu ciò che costituí allora la forza del popolo
di Firenze, del quale Dante ed i cronisti esaltarono con tanto calore
la lealtà, la purità dei costumi ed il valore. È il momento in cui si
pongono, con la virtú, le basi della futura indipendenza e prosperità
del Comune.
Il Villani certo esagera, ma dice pure una cosa che in fondo è vera,
quando all'anno 1107 (IV, 25) afferma, che «la Città, essendo molto
montata e cresciuta di popolo, di genti e di podere, ordinarono i
Fiorentini di distendere il loro contado di fuori, e allargare la
loro signoria, e qualunque castello non gli ubbidisse, di fargli
guerra». In questo anno infatti essi cominciarono le loro guerre,
assalendo il castello di Monte Orlando, presso la Lastra a Signa, che
i cronisti chiamano anche da Gangalandi o Gualandi, e che dipendeva
dai conti Cadolingi,[108] famiglia allora potentissima, ben presto
nemica acerrima di Firenze. Nello stesso anno assalirono e distrussero
il castello di Prato, che apparteneva ai conti Alberti, altri nemici
potentissimi. Qui però troviamo presente in campo la Contessa, e cosí
si spiega piú facilmente la vittoria.[109]
Nel 1110 abbiamo notizia di un'altra guerra. _Florentini iuxsta Pesa
Comites vicerunt_, dicono gli _Annales I_, i quali incominciano appunto
con questo avvenimento, che fanno seguire il 26 maggio. I _Comites_
qui non possono essere i conti Guidi, amici allora di Matilde e di
Firenze, contro la quale combatterono assai piú tardi, quando vennero
per antonomasia chiamati _i Conti_. In Val di Pesa furono nel 1110
combattuti e vinti i Cadolingi, chiamati anche _Cattani lombardi_, che
possedevano da Pistoia, per la Val di Nievole, fin verso Lucca, e pel
Val d'Arno inferiore, fin verso Firenze. Se questa poté dar loro una
rotta, bisogna concluderne che già aveva acquistato una gran forza,
quantunque si debba supporre che anche ora sia stata aiutata dalle
genti di Matilde.
Nel 1113 seguono altre due imprese militari, che dettero luogo a
dispute infinite fra gli eruditi, perché narrate in modo diversissimo
dai cronisti. Abbiamo prima di tutto l'assalto e distruzione di Monte
Cascioli, che alcuni pongono nel 1113, alcuni nel 1114, altri nel 1119,
quando sarebbe stato difeso da un Tedesco, Rempoctus o Rabodo, vicario
imperiale, che vi morí. Altri cronisti ripetono la distruzione del
castello nei tre diversi anni, e finalmente il Villani mette il colmo
alla confusione, riunendo in uno i vari assalti, ponendoli tutti nel
1113, e dicendo che il castello era stato ribellato da Roberto tedesco
vicario dell'Imperio, il quale risedeva in S. Miniato al Tedesco (IV,
29). Ma nel 1113, prima cioè che morisse la Contessa, non v'era un
vicario imperiale in Toscana, e però non poteva risiedere a S. Miniato,
che ancora non aveva l'appellativo _al Tedesco_. La confusione però
secondo noi cessa del tutto, i cronisti si pongono d'accordo, e le
diverse narrazioni si spiegano facilmente, se si ritiene che nel 1113
vi fu solo un primo assalto a Monte Cascioli, che poté difendersi con
vigore.[110] Non si riuscí allora che a distruggere una parte sola
delle mura, e fu perciò necessario rinnovare l'assalto nel 1114, quando
esse furono demolite. Piú tardi vennero ricostruite, e però nel 1119,
quando Firenze già era indipendente, tornò ben due volte all'assalto,
nel quale uccise il messo dell'Impero, che ne aiutava la difesa:
il castello allora venne finalmente demolito e bruciato. Ma senza
anticipare i fatti, possiamo qui concludere che, prima della morte di
Matilde, i Fiorentini colle guerre di Monte Orlando, di Prato, di Val
di Pesa, di Monte Cascioli, si erano aperte al commercio le vie di
Signa, Prato e Val d'Elsa.
Un altro avvenimento, seguito pure negli anni 1113-15, e ricordato
invece dai cronisti nel 1117, l'impresa cioè dei Pisani alle Baleari,
dette anch'esso origine ad una disputa abbastanza intricata. Come
già dicemmo, i Pisani guerreggiavano i Musulmani fin dalla metà del
decimo secolo, e la guerra infierí piú che mai nella seconda metà
dell'undecimo. Nel 1087, uniti ai Genovesi, essi schierarono una
flottiglia di quaranta navi dinanzi a Mehdia; nel 1113 partirono per
la piú grossa impresa delle Baleari. Con essi andarono molti conti
e marchesi lombardi e dell'Italia centrale, fra cui anche alcuni del
contado fiorentino. Unitisi poi ai conti di Barcellona, di Montpellier,
al visconte di Narbona e ad altri, assalirono le Baleari, e, dopo
ostinatissima difesa, presero il castello di Maiorca, menando secoloro
un giovane Burabe, ultimo rampollo della dinastia che ivi governava.
Il Villani accennando a questa guerra (1113-15), la fa seguire, al
pari di altri cronisti, nel 1117, ed aggiunge che i Pisani, temendo,
nel partire, che i Lucchesi, come già altra volta avevano fatto,
assalissero la loro città, ne affidarono la guardia ai Fiorentini.
Questi s'accamparono subito a due miglia dalle mura, e severamente
ordinarono che nessuno del campo osasse entrare in Pisa, pena la vita,
perché non volevano che, trovandosi essa quasi vuota di uomini, venisse
fatta qualche ingiuria all'onore delle donne, con grave discredito
della lealtà fiorentina. E l'ordine dato fu mantenuto. Un solo che
osò violare le leggi della disciplina venne condannato a morte, né a
salvarlo valsero punto le preghiere dei Pisani, i quali, non potendo
altro, protestarono di non volere che sul loro territorio si eseguisse
dai Fiorentini una sentenza capitale. E questi, per dimostrarsi anche
in ciò scrupolosi degli altrui diritti, avrebbero, secondo il cronista,
comperato un pezzo di terra, sul quale misero a morte il colpevole.
Tornati intanto dalle Baleari i Pisani carichi di preda, offrirono, in
segno di loro riconoscenza agli amici fedeli, o due porte di metallo
o due colonne di porfido, a libera scelta. I Fiorentini preferirono le
colonne, che furon consegnate, come cosa preziosa, ricoperte di drappo
scarlatto, e son quelle che si trovano ora sulla porta principale di S.
Giovanni. Quando però le ebbero scoperte, s'avvidero che, per invidia,
erano state sciupate col fuoco. È chiaro che in tutto ciò la leggenda
ha avuto la sua parte, e vi si scorge almeno una giunta posteriore,
fatta quando tra Pisa e Firenze nacque un lungo ed inestinguibile
odio.[111] Ma l'errore di data che troviamo ripetuto nel Villani ed in
altri non pochi cronisti, a proposito d'una guerra durata piú anni,
e che nel 1117 pareva dovesse solo ricominciare, non può essere una
ragione per negare quello che da tanti è costantemente affermato.[112]
L'impresa delle Baleari è certa, come è certo che fu condotta dai
Pisani, con l'aiuto di parecchi amici ed alleati. Il timore che la
Città potesse essere, nella loro assenza, aggredita dai Lucchesi, era
giustificato, essendosi il fatto già in altri tempi avverato. I Pisani
erano ora nemici dei Lucchesi ed amici dei Fiorentini, la cui lealtà,
in quei primi tempi, veniva assai generalmente riconosciuta. Perché
non si deve credere, che ad essi gli amici pisani affidassero, in
sul partire, la guardia della propria città, e che essi rispondessero
degnamente alla fiducia in loro riposta? Paolino Pieri non solo ripete
il fatto narrato da tutti gli altri cronisti, ma aggiunge, che la
terra su cui venne eseguita la condanna del soldato violatore della
disciplina, fu comprata per mezzo di Bello sindaco, e che egli la vide
ai giorni suoi tenuta sempre senza lavorarla, in memoria del fatto:
«ciò fu a di quattro di luglio, anni trecento due piú di mille, allora
ch'io la viddi soda». Il che dimostra almeno come la tradizione del
fatto continuasse nel secolo XIV, e come tutti vi prestassero piena
fede.