L'anno 1115 morí la contessa Matilde, e ne seguí un pericolo di
tanto disordine, che incominciò addirittura un'èra novella per tutta
l'Italia centrale, e specialmente per Firenze. La Contessa, come è
noto, aveva lasciato in testamento alla Chiesa i suoi beni; ma una tale
donazione poteva avere effetto solamente pei beni allodiali, perché
i feudali tornavano di diritto all'Impero. Distinguere con precisione
gli uni dagli altri, non era sempre facile, spesso non era possibile:
quindi una serie interminabile di liti. E queste venivano sempre piú
complicate per l'ambizione del Papa e dell'Imperatore, ognuno dei quali
pretendeva avere diritto a tutto, l'uno perché erede universale di
Matilde, l'altro perché autorità suprema del Margraviato. Si aggiungeva
poi, come vedemmo, che molti si ritenevano ingiustamente spogliati
dei loro beni, dati invece a chi non vi aveva diritto alcuno. E ne
seguí quindi una vera crisi politico-sociale, che portò il disordine
al colmo. L'imperatore Arrigo IV mandò allora in Toscana un suo
rappresentante, col titolo di _Marchio, Iudex, Praeses_, ad assumerne
in suo nome il governo. Legalmente nessuno poteva certo contestargli
questo diritto; ma l'opposizione del Papa; l'attitudine delle città,
che ormai si ritenevano indipendenti; il disordine universale mandarono
in fascio il Margraviato. I rappresentanti dell'Impero non poterono
perciò far altro che mettersi alla testa della nobiltà feudale
del contado, e raccoglierla intorno a loro, per formare un partito
germanico avverso alle città. Nei documenti del tempo, i membri di
questo partito sono di continuo chiamati addirittura _Teutonici_.[113]
Firenze, circondata dai nobili incastellati nel suo territorio, non
aveva adesso che due partiti dinanzi a sé. O cedere a coloro che, stati
sempre suoi mortali nemici, erano insuperbiti del favore che dava loro
Arrigo, o, per combatterli a viso aperto, dichiararsi nemica anche
dell'Impero, il che, nello stato presente delle cose, equivaleva ad
una dichiarazione d'indipendenza. E fu quello che fece. Ormai aveva
acquistato coscienza delle proprie forze, ed in sostanza poi non aveva
altro scampo che nelle armi. Il fatto avvenne in modo semplicissimo,
quasi senza parere. Quegli stessi Grandi, che avevano amministrato la
giustizia, guidato il popolo, comandato il presidio in nome di Matilde,
ora, che ella piú non non c'era, né altri ne aveva preso il posto,
continuarono a governare in nome del popolo, che nelle occasioni piú
solenni consultarono. Cosí essi divennero i Consoli del Comune, che
si può dir nato, senza che alcuno se ne avvedesse. Ed è perciò che
i cronisti non ne parlano, che i documenti ne tacciono del pari, e
che sembra quindi oscurissimo e complicato un fatto chiarissimo e per
sé stesso evidente. A forza di volere scoprire avvenimenti ignoti, e
documenti smarriti, che non sono mai esistiti, si rese difficilissima
la soluzione d'un problema assai facile, e si perderono di vista
perfino i particolari piú evidenti e noti, che meglio valevano a
spiegarlo.
Non bisogna però credere che tutto ciò avvenisse addirittura senza
alcuna scossa, perché un mutamento assai notevole vi fu. Il governo,
è vero, rimaneva quasi lo stesso; ma se ne cambiava la base, giacché
veniva assunto, non piú in nome di Matilde, ma del popolo. E neppure
questa sarebbe stata gran cosa, perché già da un pezzo la Città era,
non legalmente, ma di fatto, padrona di sé, ed il popolo sentiva e
faceva sentire la sua propria personalità. Ma le conseguenze sociali
e politiche non furono poche né piccole. Come era naturale, sotto
Matilde, coloro che governavano venivano scelti da lei, e per quanto
nei tribunali e negli uffici le persone di tanto in tanto mutassero,
si restringevano però sempre in un piccolissimo numero di famiglie, a
capo delle quali, come già dicemmo, assai probabilmente si trovavano
gli Uberti e i loro consorti. Ora, invece, che l'elezione doveva esser
fatta dal popolo, essa cadeva di necessità sopra un numero piú largo,
sebbene pur sempre limitato, di famiglie. Si mutava quindi piú spesso,
e si andava a turno dall'una all'altra. Questo era l'uso che già
prevaleva negli altri Comuni, ed anche a Firenze nelle associazioni del
popolo e dei Grandi. Dovette quindi inevitabilmente prevalere adesso
nella formazione del nuovo governo.
E neppure è credibile che coloro i quali avevano in passato
primeggiato, cedessero senza alcuna resistenza, non tentassero di
mantenere il loro posto col favore dell'Impero e dei _Teutonici_, né
che coloro cui spettava adesso avere nel governo una parte maggiore di
prima, non cercassero a loro volta di farsi forti del favor popolare,
sostenuto dai piú vitali interessi della Città. Un conflitto fra
queste famiglie di Grandi apparisce inevitabile, e dovette esservi in
Firenze, come v'era stato in Pisa al tempo di Daiberto, come vi fu in
quasi tutti i Comuni italiani. I cronisti in verità non ci parlano qui
di un tumulto propriamente detto; ma quello che dicono basta certo a
dimostrarne l'esistenza. Il Villani (V, 30), gli _Annales_, altri non
pochi ci dicono che nel 1115 seguí in Firenze un incendio, il quale
si ripeté nel 1117, e cosí «ciò che non arse al primo fuoco, arse al
secondo». Questa rovina di tutta la Città è certo un'esagerazione, ma
l'incendio è universalmente affermato.[114] E noi sappiamo che allora,
quando non v'era la polvere da sparo, il fuoco e gl'incendî erano
l'arme piú efficace nei tumulti popolari. Lo stesso Villani aggiunge,
che «tra i cittadini si combatteva... armata mano, in piú parti di
Firenze». È vero che, secondo lui, si combatté _per la fede_, essendosi
nella Città diffuse l'eresia, la lussuria, la sètta degli Epicurei,
e però Iddio la puniva con la pestilenza e con la guerra civile. Ma,
sebbene d'una eresia largamente diffusa allora in Firenze non troviamo
traccia sicura negli storici, è pur certo che sin dal 1068 noi abbiamo
visto i primi albori della libertà fiorentina, mescolati, confusi con
un moto religioso, ed è certo ancora che gli _Annales I_, all'anno
1120, registrano il fatto d'un Petrus Mingardole sottoposto per eresia
alla prova del fuoco,[115] ed aggiungono che dal 1138 al 1173 la Città
incorse, per ben tre volte, nell'interdetto, cose tutte che sono prova
d'una continua agitazione religiosa. Oltre di che Firenze, e sopra
tutto il popolo, si mantenne sempre fedele al partito della Chiesa, che
gli Uberti ed i loro amici, parteggiando invece per l'Impero, dovevano
avversare, e quindi facilmente incorrere allora nella taccia d'eretici.
Anche a tempo del Villani si dava il nome generico di Paterini a tutti
gli eretici non solo, ma anche ai Ghibellini.[116] Oltre di ciò, avendo
egli posto le origini di Firenze, prima ai tempi di Carlo Magno, poi
subito dopo la immaginaria distruzione di Fiesole nel 1010, è naturale
che non volesse vederle una terza volta ora che il Comune nasceva
davvero, e quindi cercasse di esagerare il carattere religioso, che era
assai secondario in quel movimento, e non ne vedesse il politico, che
era certo principalissimo.
In ogni modo siccome par certo che gli Uberti cercarono l'appoggio
dell'Impero, cosí ne segue che dovettero di necessità dimostrarsi
ora nemici della Chiesa. Il chiamarli eretici o paterini non avrebbe
perciò, specialmente nella bocca del Villani, sempre guelfo dichiarato,
nulla d'insolito. Che, al tempo di Matilde, gli Uberti fossero già
potenti, apparisce chiaro dai molti documenti che li ricordano. Che
avessero avuto allora parte principalissima nel governo, ed il tumulto
fosse perciò diretto principalmente contro di loro, trova conferma
esplicita nelle parole di un cronista finora poco studiato, in gran
parte anzi ignoto, il quale, per avere attinto anche a fonti diverse da
quelle del Villani, getta qualche volta nuova luce sugli avvenimenti.
Il pseudo Brunetto Latini, infatti, all'anno 1115, narra, al pari
degli altri cronisti, il primo incendio, che dice cominciato da Santi
Apostoli, e propagatosi fino al vescovado, «ardendo la maggior parte
della Cittade, onde molta gente mori di fuogo». Di eresia non parla,
ma, quello che è piú, venendo al secondo incendio, seguito nel 1177,
aggiunge: «In questo anno s'apprese il fuogo in Firenze, appresso
agli Uberti, che _reggievano_ la Cittade, e quasi tutta l'arse, che
poco ne campò, e molta gente fu morta per fuoco e per ferro».[117]
Qui dunque noi abbiamo chiaramente un vero e proprio tumulto, quasi
una rivoluzione col ferro e col fuoco, diretta contro gli Uberti, che
_reggevano_ la Città.
E del resto c'è poi da maravigliarsi di quest'odio contro gli Uberti,
di questa guerra civile cui essi dettero occasione? La tradizione,
noi lo sappiamo, li diceva venuti di Germania cogli Ottoni; ed abbiam
visto che anche la leggenda del _Libro Fiesolano_, respingendo questa
origine, li faceva nondimeno discendere dal «sangue nobilissimo di
Catilina», il nemico di Firenze. E secondo la storia, non sono essi
gli antenati di quei medesimi Uberti, che piú tardi, nel 1117, troviamo
primi ad assalire il governo dei Consoli, incominciando quelle guerre
civili che per sí lunghi anni lacerarono poi la Città? Non sono essi
gli antenati di quello Schiatta Uberti, che nel 1215, insieme con
altri, pugnalava il Buondelmonti sul Ponte Vecchio, ai piedi della
statua di Marte? Non sono gli antenati del gran Farinata, che diè in
Montaperti la rotta ai Guelfi, e si trovò nell'assemblea di Empoli, là
dove cosí fieri propositi si meditarono contro Firenze, eterno nido
di Guelfi; quel Farinata che Dante pone nella bolgia infernale degli
eretici?[118]