Vi ho detto come quel degno gentiluomo che era messer Bardano
Acciaiuoli amasse Spinello Spinelli. La mestizia del giovine pittore
lo aveva colpito; il suo ingegno messo alla prova, lo aveva
stupefatto; la sua bontà gli aveva parlato al cuore, lo aveva
innamorato senz'altro. E il vecchio cavaliere, poi che Spinello si fu
allontanato da Firenze, prese a seguire i suoi trionfi artistici nelle
varie città di Toscana, che facevano a gara per averlo, come un padre
seguirebbe da lunge, con gli occhi dell'anima, i trionfi d'un figlio
diletto.
Però, immaginate voi con che cuore messer Dardano leggesse un giorno
certa lettera di madonna Ghita Spinelli che gli annunziava tristi cose
del suo povero marito. Ridottosi in patria dopo lunghe e vane
peregrinazioni, Spinello Spinelli era comparso davanti alla madre de'
suoi figli, pallido, sparuto, coi capegli quasi bianchi, e col
cervello in volta. Sicuro, il povero Spinello Spinelli era impazzito.
Di questa catastrofe messer Dardano aveva avuto come un presentimento
alcuni mesi prima quando Spinello gli era capitato d'improvviso a
Firenze. Il giovine pittore tornava allora da Pistoia, senza aver
posto mano agli affreschi, che quei cittadini s'aspettavano con tanto
desiderio da lui. Non si sentiva di far niente che avesse garbo;
quella bella città non lo aveva ispirato. La cosa parve strana a
messer Dardano; ma egli stando qualche ora col suo protetto, non aveva
durato fatica ad intendere che un grande infortunio e una profonda
afflizione lo avevano oppresso, offuscando in lui la coscienza del
proprio ingegno e del proprio dolore. Infatti passava con la massima
volubilità dal pianto alle risa, incominciava un discorso o finiva in
un altro, se pure si poteva dire che ne finisse mai uno. Messer
Dardano aveva cercato di penetrare il segreto di quella mente turbata,
ma non ne era venuto a capo. E Spinello Spinelli aveva lasciato
Firenze, dicendo al suo protettore che gravi cose lo chiamavano
altrove; tra l'altre, e prima di tutte, un voto da sciogliere.
Il degno gentiluomo si era industriato a trattenerlo ancora qualche
giorno: ma Spinello, promettendogli di tornare a prender commiato da
lui, gli era fuggito di mano. Ricordando l'accenno a quel voto, messer
Dardano pensò che Spinello dovesse recarsi a qualche famoso santuario.
Lo aveva conosciuto religiosissimo; aveva saputo delle sue pratiche di
pietà in Arezzo, condotte, a dir vero, oltre le medesime costumanze
del tempo, e aveva detto tra sè, rassegnandosi a quella
sparizione:--"Povero giovane! Speriamo che il tempo, questo gran
medico delle anime afflitte, rechi un po' di sollievo ai suoi mali, e
ch'egli non abbia a perderci l'ingegno; che sarebbe veramente
peccato!"--
La lettera di monna Ghita ricordò a messer Dardano Acciaiuoli le sue
prime apprensioni. Era stato il protettore di Spinello e il pronubo
della giovine coppia, e intendeva benissimo come in un giorno di
tristezza domestica, la moglie di Spinello dovesse ricorrere a lui col
pensiero e invocare il suo patrocinio. Quel degno gentiluomo non
istette in forse, e il giorno dopo che ebbe ricevuto il messaggio
della povera donna, si avviò con gran diligenza ad Arezzo, per vedere
in che modo potesse tornar utile alla dolente famiglia.
Era appena giunto in Arezzo, che gli si parò davanti agli occhi la
torbida figura di Tuccio di Credi. Quel disgraziato era assai male in
arnese; ma messer Dardano lo riconobbe subito. Rammentate che Tuccio
di Credi era il compagno inseparabile di Spinello, nella sua gita a
Firenze, e che proprio a lui si era rivolto messer Dardano, per avere
notizie intorno alla tristezza di quel giovinotto, che andava ogni
giorno a sedersi sulla piazza di Santa Maria Novella. Inoltre, Tuccio
di Credi era l'aiuto di Spinello Spinelli, quando questi dipingeva
nella chiesa di San Nicolò, in via della Scala, e messer Dardano non
poteva averlo dimenticato così facilmente.
--Tuccio di Credi!--esclamò egli andandogli incontro.--Che fortuna
d'imbattermi in voi, appena entrato in Arezzo!--
Tuccio di Credi aveva veduto messer Dardano anche prima che messer
Dardano vedesse lui. E avrebbe voluto cansarlo; ma, come accade in
simili circostanze, che il timore d'essere osservati vi trattiene e vi
fa cadere più presto nelle unghie di chi volevate sfuggire, andò a lui
come la biscia all'incanto.
--Messere,--diss'egli,--mi duole di presentarmi a voi... in questo
povero stato.
--Ah, sì, gli è proprio il momento di badare a queste cose;--esclamò
l'Acciaiuoli.--Come va il nostro caro Spinello? Son venuto a bella
posta per lui.
--Messere,--balbettò l'altro turbato,--io non lo vedo da un pezzo.
--Come? non siete con lui?
--No, messere, ci siamo lasciati, dopo che egli ebbe dipinto nel
camposanto di Pisa. Non lo sapevate?
--Io no; Spinello non mi ha detto niente di ciò. Ma spera che non
sarete diventati nemici.
--Per quanto è da me, no, certamente;--rispose Tuccio di Credi.--Del
resto, abbiamo avuto da dire su cose da nulla, e il torto è stato il
mio. Ho parlato di andarmene ed egli mi ha lasciato andare. Già non
gli servivo gran fatto. E da quel giorno sono andato qua e là, per
tutta Toscana, in cerca di lavoro...
--E non ne avete trovato?
--Ahimè, messere! Con tutta la miglior volontà del mondo, non son
venuto a capo di nulla. Che volete? Non si nasce tutti sotto una buona
stella, e la mia è stata la più trista.
--E siete senza lavoro?
--Come voi dite, messere.
--Ma lavora Spinello, m'immagino.
--Sì,--rispose Tuccio di Credi;--quantunque io non riesca ad intendere
come gli venga fatto. Voi saprete che egli è impazzito?
--La voce ne è corsa; ma speriamo che sia esagerata;--disse messer
Dardano.
--Lo volesse il cielo!--esclamò Tuccio di Credi; ma facendo la sua
brava restrizione mentale, di cui messer Dardano Acciaiuoli non doveva
avvedersi.
--Ah, sì!--ripigliò il vecchio gentiluomo,--Questo dobbiamo tutti
desiderare. Forse non si tratterà che delle solite malinconie. Sapete
pure, Tuccio, che il nostro amico ha sempre dato nel triste. Sarà la
stessa malattia di Firenze. Certi dolori, quando si sono impadroniti
di noi, amano ritornare e non c'è verso di liberarsene del tutto.
--Non sa nulla!--pensò Tuccio di Credi, udendo le parole di messer
Dardano.
E ad alta voce proseguì:
--Messere, da quando non avete più visto Spinello?
--Dal suo ritorno da Pistoia a Firenze;--rispose l'Acciaiuoli.--Il
nostro amico doveva essere già in balia de' suoi tristi pensieri,
poichè non è riescito a far nulla, in quella città, deludendo così
l'aspettazione di tutti. Come diamine è andata? Io non ho potuto
cavarne un costrutto. Non ne sapete nulla, voi? Ma già, dimenticavo
che eravate separati.
--Ve l'ho detto, messere, ci eravamo lasciati, prima che egli andasse
a Pistoia.
--Spero che non sarà una separazione eterna;--disse allora
l'Acciaiuoli.--Se Spinello ha avuto dei torti con voi, dovete
dimenticarli. Se la colpa è stata vostra, dovete farvela perdonare,
cercando di rinfrescar l'amicizia.
--Non sa nulla! Non sa nulla!--ripetè in cuor suo Tuccio di
Credi.--Ah, se non sapesse nulla neanche quell'altro!
--Siamo dunque intesi;--proseguiva messer Dardano.--Gli parlerò di
voi, aggiusterò io questa faccenda. Giovinotto, queste freddezza non
istanno bene tra compagni d'arte, che sono sempre andati d'accordo. La
vita è già troppo piena di noie; non la turbiamo ancora con le nostre
contese. Vi vedrò, questa sera?
--Volentieri;--disse Tuccio di Credi.--Voi siete così buono con me!
Passerò da voi, se vi piace.
--No;--rispose messer Dardano.--Forse rimarrò presso il nostro amico,
e non sarà bene che io vi dia la posta in casa sua. Verrò dopo il
vespro in piazza del Duomo. Vi torna?
--Ci sarò, messere. E siate ringraziato per l'onesta intenzione.
--Che! che! Non mi ringraziate di nulla. Sarò proprio felice di aver
posto fine a questa mala intesa; che altro non può essere davvero.--
Fatte queste parole, che vi daranno misura della sua bontà di cuore,
messer Dardano Acciaiuoli si avviò alla casa di Spinello Spinelli.
Tuccio di Credi se ne andò per i fatti suoi, contento di
quell'incontro, donde gli appariva che il suo compagno d'arte non
sapesse niente delle sue marachelle.
--È strano,--pensava egli,--è strano che egli non sia venuto in chiaro
di nulla. Ma già, chi può averglielo detto? Il Buontalenti, no
certamente, che dev'essergli capitato addosso alla sprovveduta, e per
farsi ammazzare come un cane. Che sciocco! È vero che egli, prima di
morire, ha freddata la moglie; e in questo io ho riconosciuto il mio
uomo. Povera madonna Fiordalisa! Ma già, così doveva finire. Ed ella,
di sicuro, non ha neanche avuto il tempo di raccontare al suo antico
fidanzato che parte ci avessi avuto io nella sua risurrezione. Ah,
madonna Fiordalisa! Siete voi che l'avete voluto. Se non vi prendeva
quella sciocca mania per l'amico Spinello! Mastro Jacopo vi avrebbe
concessa a me, suo primo discepolo; ed io, chi sa? avrei potuto anche
diventare un maestro. Dicono che l'amore faccia miracoli! Ma vedete
quel dannato di Spinello! È fortunato anche nella disgrazia! Ha
perduta due volte la sua innamorata, è impazzito e conserva l'ingegno
per dipingere!--
Tuccio di Credi era tornato in Arezzo, perchè in nessuna città di
Toscana aveva trovato modo di occuparsi. E sentiva più dura la sua
condizione, rientrando così male in arnese nella sua terra natale,
donde era escito con tanti disegni ambiziosi nell'anima. Una speranza
lo sosteneva, nel ritorno; la speranza di appoggiarsi a Parri della
Quercia, modesto ma non ultimo tra gli scolari di mastro Jacopo di
Casentino. E vedete disdetta; Parri della Quercia era morto; lo studio
di mastro Jacopo era chiuso per sempre. Ma se Parri mancava, era
tornato Spinello; e la notizia di quel ritorno aveva dato
maledettamente sui nervi a Tuccio di Credi. Era già sul punto di
tornarsene via, anche non sapendo dove sarebbe andato a battere del
capo; tanto gli riusciva molesto di averlo ad incontrare per via. Ma
subito dopo l'annunzio dell'arrivo di Spinello, aveva avuto quello
della sua pazzia, naturalmente spiegata a' suoi occhi da ciò che per
altra via, gli era giunto all'orecchio, intorno alla tragedia di Colle
Gigliato. E allora, Tuccio di Credi aveva mutato proposito; era
rimasto in Arezzo. Messer Dardano gli era capitato proprio in buon
punto. Da lui avrebbe potuto sapere che cosa pensasse Spinello, e che
cosa egli avesse a sperare per sè.
Spinello non era in casa, quando messer Dardano Acciaiuoli vi giunse.
Ma il vecchio gentiluomo ne fu contento, poichè l'assenza del suo
protetto gli dava agio d'intrattenersi con monna Ghita.
Egli la trovò malinconica, ma rassegnata. La povera donna non aveva
saputo nulla da nessuno, ma aveva indovinato ogni cosa. Un uomo si
nasconde male con la compagna della sua vita, e Spinello, che non
mirava a nascondersi, aveva lasciato scorgere a Ghita assai più che
ella non fosse curiosa di sapere. La buona creatura apparteneva a
quella classe di donne, per cui è natura il soffrire in silenzio,
rinchiudersi nell'esercizio dei proprii doveri e trovarci anche un
compenso bastevole a tutti i disinganni della vita. Certo il vivere in
questa guisa è un sacrificio; ma per il desiderio di rendergli
giustizia, non è mestieri esagerarne la grandezza. Spesso è quistione
di nervi; più spesso di educazione. Le anime avvezze fin dai primi
anni alle freddezze, ai mali trattamenti, alla mancanza d'ogni
affetto, alle aperte ingiustizie degli uomini e della sorte, si
raccolgono in sè medesime, imparano a non chieder nulla al di fuori, e
acquistano a lungo andare una padronanza di sè, che sfida ogni
traversia, rende men gravi i patimenti, innalza all'eroismo, fa parer
bello all'occorrenza il martirio.
E se vi parrà che con questo ragionamento io tolga merito al
sacrificio di Ghita Bastianelli, pensate che le ragioni della verità
son superiori a tutti gli artifizi della rettorica, come a tutte le
illusioni del sentimento, e che un elogio modesto è l'omaggio più
conveniente alle modeste virtù. Beati gli umili, e beati coloro che
sanno contentarsi del poco. La mammola ascosa nel fogliame, a' piedi
delle ripe, non ha lieti splendori per gli occhi del riguardante, ma
lo trattiene con la cara soavità delle miti fragranze. E queste anime
elette, che adempiono ai loro uffizi senza ombra di ostentazione, non
domandano lodi smaccate; si dorrebbero troppo di ottenerle.
Perchè vi magnificherei io il carattere di Ghita Bastianelli, oltre i
confini che gli erano assegnati dalla sua propria coscienza? Certo, ad
un uomo come Spinello Spinelli, carico di gloria e pieno di angoscie
così grandi come la gloria, si conveniva una donna simile. Illustri
sventurati, anime ferite a morto nelle battaglie dell'esistenza,
auguratevi gli estremi conforti di un'umile compagna, la quale, se non
potrà risanare la nostre piaghe, non aiuterà ad inasprirle. Soldati
che una palla cieca ha colpiti, pensatori che una grande ambizione ha
travolti, fidenti giostratori che il mondo ha abbandonati sull'arena,
non lo trovate voi, quel mite conforto, nella corsia d'un ospedale,
dove le ebbrezze, gli splendori, le speranze, i sogni, andarono
miseramente a far capo? Il sorriso tranquillo e benevolo d'una suora
di carità, donna come vostra madre, che è morta, come vostra sorella,
che è lontana, come la vostra amante, che s'è data ad un altro, non
basta a fare men doloroso il vostro ultimo giorno? Pure, quella donna
adempie senza sforzo un ufficio di altissima carità; si è appartata
dalle gioie del mondo, per ereditarne solamente i dolori; ma non
v'intenderebbe, o riderebbe d'un riso tutto suo, se in quella bontà
che è la sua consuetudine voi voleste trovare l'argomento di un inno.
Messer Dardano Acciaiuoli udì da monna Ghita come Spinello fosse
ritornato in patria, grandemente mutato da quello di prima, e come il
suo animo, di triste che era, ed inchinevole ad una dolce malinconia,
si fosse ottenebrato di schianto. Non gli restava altro lume che
quello dell'arte; ma era un lume a sprazzi momentanei, quando l'uomo
si trovava sulla sua impalcatura, con la tavolozza e i pennelli tra
mani. In quei momenti, si riconosceva ancora Spinello; mancavano le
audacie, mancavano quei lampi in cui si mostra la battaglia interna
tra il magistero dell'arte e l'idea che vuol condurre a nuove altezze
l'ingegno; ma l'ingegno tuttavia si vedeva, e l'ingegno è sempre una
luce. Levato dal suo trèspolo, il povero Spinello diventava un altro
uomo: si addensavano le ombre intorno al suo spirito; non si vedeva un
mentecatto, ma si compiangeva uno scemo.
Il vecchio gentiluomo ascoltò con grande rammarico la storia dolente
del suo povero amico, e confortò come potè quella ottima donna, che
gli additava i suoi figli, Parri e Forzore, in cui si raccoglievano
tutte le sue tenerezze.
--Son essi la mia consolazione e la mia forza;--diceva monna
Ghita.--Quando sento che il mio cuore non regge più a tanti
dispiaceri, guardo quelle due testoline bionde. Ecco una gioia che
Iddio mi concede;--soggiungeva ella sorridendo malinconicamente;--e
quello che Iddio mi ha concesso non mi toglie nessuno.--
Messer Dardano Acciaiuoli ammirò quella serenità di mente, e, presa la
mano di Ghita, l'accostò da buon cavaliere alle labbra.
--Dio vi guardi, madonna;--diss'egli;--con tali conforti voi non
potrete mai reputarvi infelice.--
Dopo ciò, messer Dardano escì, per andare in cerca di Spinello, che
dipingeva allora nella chiesa di Sant'Agnolo.
Vi accenno senza descriverla, che oramai s'andrebbe troppo per le
lunghe, la scena commovente di quell'incontro tra il vecchio
gentiluomo fiorentino e il suo protetto di via della Scala. A mala
pena lo vide comparire sul ponte, Spinello depose la tavolozza, si
calò a furia dal trespolo su cui stava seduto, e andò a piangero
lagrime di tenerezza tra le braccia di messer Dardano.
--Su, su, ragazzo mio!--disse il vecchio gentiluomo.--Non vi commovete
più del bisogno. Che cosa c'è egli di strano? Ho voluto vedervi ed
abbracciarvi ancora una volta, prima di andarmene _ad patres_. Son
vecchio oltre i settanta, che sono il colmo della vita, se dobbiam
credere agli antichi; e tutto il resto è un di più, sul quale non
bisogna far conto.
Con queste chiacchiere allegre, messer Dardano Acciaiuoli cercava di
sviare le idee malinconiche, naturalissime in quell'incontro, che
doveva svegliare tanti dolorosi ricordi nell'animo di Spinello.
Frattanto, il nobile fiorentino sbirciava il suo protetto, che male
avrebbe riconosciuto, se, scambio di trovarlo al suo posto d'onore, lo
avesse incontrato per via. Spinello aveva le guancie scarne, gli occhi
infossati, i capegli largamente brizzolati di bianco; era, a dirvela
in due parole, una rovina d'uomo. La gioventù e la forza si vedevano
solamente in quegli occhi; ma l'una e l'altra parevano fittizie, come
se la vita che traspariva da essi non fosse altro che un effetto di
ebbrezza momentanea, od anche di pazzia.
Ma perchè egli non poteva guardar sempre Spinello, senza aver l'aria
di far confronti tra il presente e il passato, messer Dardano si volse
intorno a guardare i dipinti. L'impalcatura su cui era salito, si
stendeva dall'arco del presbiterio fino all'emiciclo del coro, e gli
affreschi di Spinello Spinelli si vedevano stesi lungo la facciata
dell'altar maggiore. Vi ho detto che la chiesa avea nome da
Sant'Agnolo; aggiungo ora che si diceva Sant'Agnolo per mo'
d'antonomasia, dovendo intendersi l'arcangiolo San Michele, che è il
primo e il più ragguardevole tra gli spiriti celesti. Gli affreschi di
Spinello Spinelli rappresentavano per l'appunto la più nobile impresa
del Santo, vo' dire la rovina degli angioli ribelli, e il pittore li
aveva colti quasi tutti nel punto critico, in cui, piovendo sulla
terra, si tramutarono in diavoli. Terribile all'aspetto, campeggiava
in alto l'arcangiolo Michele, che combatteva da par suo con l'antico
serpente di sette teste e di dieci corna; un serpente assai brutto,
come potete immaginarvi, e diventato anche più brutto per la
disgraziatissima circostanza in cui era.
Messer Dardano meravigliò in cuor suo che Spinello avesse fatto prova
di tanta fantasia. Forse, ce n'era più che il pittore non avesse
mostrato mai; perchè, se non sapete, lo scolaro di mastro Jacopo di
Casentino ora salito in gran fama per la sua eccellenza nel trattare
soggetti più quieti e nel dare espressione di gravità, e di tenerezza,
ad aggruppamenti di poche figure. La grazia semplice dei suoi Santi e
delle sue Madonne sentiva qualche cosa della divinità. Ed era tenuta
per l'opera sua più maravigliosa una Vergine che porgeva a Cristo
fanciullino una rosa, affresco condotto da lui su d'una parete, in
Santo Stefano fuori le mura d'Arezzo. La fama di quel dipinto doveva
sopravvivere all'autore e alla chiesa, poichè, quando questa cadde in
rovina nel 1561, gli Aretini, senza guardare a nessuna difficoltà o
spesa, tagliarono il muro intorno all'affresco, e allacciatolo
ingegnosamente lo portarono in città, per collocarlo in via delle
Derelitte, sotto il nome poco appropriato di Madonna del Duomo.
Contro tutte le consuetudini, anzi meglio, contro l'indole del suo
ingegno, Spinello Spinelli dava allora nel fantastico e nel truce. E
si compiaceva, mentre Dardano Acciaiuoli contemplava il dipinto, si
compiaceva in quella rovina d'angioli, quasi dovesse riescire il suo
capolavoro. Forse egli sentiva dentro di sè che sarebbe stato
l'ultimo?
--Vedete, messere;--diceva egli, dopo avere esposto il suo concetto al
vecchio gentiluomo;--sono ormai presso a finire. Quel vano che
scorgete nel centro è il posto di Lucifero. Ho incominciato con San
Michele; finirò col suo grande inimico. È il più difficile, e l'ho
lasciato per l'ultimo. Ci penserò stanotte, e domani, senz'altro, mi
sbrigherò anche di lui.
--Che?--esclamò messer Cardano.--Avete lavorato senza cartoni?
--Sì, messere; per questa volta ho seguita l'ispirazione. Da
principio, per darne un'idea a questi massari, avevo disegnato ogni
cosa di rossaccio, così alla grossa, non dipingendo di buono che una
piccola parte di questa composizione. L'idea è piaciuta, e m'hanno
allogato il lavoro.--
Spinello non diceva tutto, poichè non lo sapeva appuntino. Le sue
distrazioni, la sua aria melensa, e certi segni che dava d'esser tocco
nel cervello, avevano fatti rimanere dubbiosi i massari di
Sant'Agnolo. Perciò, ad assicurarsi che l'artista era sempre quel
desso, e che non ne sarebbe venuta un'opera da doversi cancellare,
avevano chiesto un disegno sul muro. E Spinello, che era sempre lui,
quando si trovava sul suo trèspolo, aveva fatto il disegno richiesto,
meritando in tal guisa la lode di tutti e la pronta commissione
dell'affresco.
Quel giorno, Spinello Spinelli lasciò il lavoro assai prima del
solito, volendo dedicare tutto il suo tempo al nobilissimo ospite.
S'intende che messer Dardano, per isviare l'animo del suo protetto dai
dolorosi pensieri, che avevano purtroppo il triste effetto di
offuscargli la ragione, si adoperò come potè meglio a tenere il
discorso nel campo dell'arte. E Spinello da principio segui benissimo
il filo della conversazione, ragionando dei lavori che aveva in mente
di fare. Ma a poco a poco si smarrì, e, un'ora dopo, messer Dardano
vide di non aver più accanto a sè che un povero scemo.
Quando giunsero a casa per desinare, monna Ghita fece all'Acciaiuoli
un gesto malinconico, che voleva dire:--Orbene, messere, lo vedete
anche voi, come è ridotto?--
Infatti, il povero Spinello non aveva più coscienza di sè. Solamente
il lavoro poteva rialzarne lo spirito; cessato il lavoro, tornavano le
ombre. Strana forma di pazzia, non è vero? Ma se non fosse strana, non
sarebbe pazzia.
Mentre erano a tavola, messer Dardano entrò a ricordare il nome di
Tuccio di Credi. E Spinello ne parlò come di un amico, da cui si fosse
separato pur dianzi, con una fraterna stretta di mano.
--Ottimo Tuccio!--diss'egli.--Come va che non si trova con noi?
--Non ha osato presentarsi;--rispose messer Dardano.--Egli è tornato
assai male in arnese. Figuratevi che in nessuna scuola delle tante
città di Toscana ha trovato da vivere.
--Da vivere!--esclamò Spinello.--O che bisogno aveva di trovar da
vivere. La mia scuola non gli basta?--
Messer Dardano capì facilmente che il cervello del suo amico andava in
processione, e ripigliò tranquillamente il discorso.
--Voi ricorderete, Spinello mio, che Tuccio di Credi, qualche
tempo fa, si era risoluto di andarsene dal vostro servizio. Temeva
di esservi inutile, il poveretto! Non ha molta levatura d'ingegno,
ma per contro, ci ha un discreto amor proprio. Malattia dei
poveri,--soggiunse il vecchio gentiluomo,--e va curata con garbo.
Volete voi ripigliarlo a bottega?
--Non rammento di averlo mai congedato;--rispose Spinello.--Se
tornerà, l'avrò caro.
--Ah bene!--gridò l'Acciaiuoli.--Così va fatto. Voi siete sempre un
nobile cuore.
Quella sera, passeggiando col suo ospite in piazza del Duomo, messer
Dardano vide Tuccio di Credi e gli accennò di accostarsi. Quell'altro
obbedì prontamente.
--Ecco Tuccio di Credi;--incominciò l'Acciaiuoli, volgendosi al suo
ospite.
Spinello si scosse a quelle parole, alzò gli occhi e salutò il suo
compagno d'arte.
--Buona sera, Tuccio!--diss'egli stendendogli la mano.
--Buona sera, maestro!--rispose Tuccio, sporgendo timidamente la sua,
e chinando gli occhi a terra, come se volesse ringraziare messer
Dardano della sua benevola intercessione.
--Ecco un patto conchiuso;--disse allora l'Acciaiuoli.--Domani
tornerete a lavoro col nostro ottimo Spinello. Eravate amici e non
avete mai cessato di esserlo. A voi, Tuccio, sarà grande fortuna di
lavorare con un tant'uomo; egli, poi, sarà lieto di avervi aiutatore,
secondo l'antica consuetudine, che era così profittevole ad ambedue.--
Messer Dardano era contentissimo di aver fatta quella pace, non tanto
per il piacere di averla fatta, quanto per l'utile che doveva, secondo
lui, derivarne a Spinello.
--Tuccio è un uomo serio;--pensava egli;--conosce da lunga mano
l'umore del suo compagno e potrà tenerlo in riga più facilmente di un
altro. Ora, più che mai, il nostro povero amico ha bisogno di
qualcheduno che abbia pratica con lui e lo sostenga nei momenti
difficili. Sia lodato il cielo!--conchiuse il vecchio gentiluomo.--Me
ne andrò via da Arezzo con l'animo più tranquillo.--