La mattina seguente, Spinello Spinelli andò per tempo alla chiesa di
Sant'Agnolo. Gli premeva di metter mano a dipingere il suo Lucifero,
che aveva già tratteggiato sull'intonaco.
--Non venite voi, messere?--diss'egli all'Acciaiuoli.
--No, verrò più tardi;--rispose messer Dardano.--Verrò con Tuccio di
Credi. Frattanto ci guadagnerò di vedere il vostro Lucifero abbozzato.
--Ed anche dipinto, solo che v'indugiate due o tre ore;--disse
Spinello.--Sarà un Lucifero abbastanza nuovo. L'ho ancora sognato
stanotte, bello come l'angelo che ha dato agli uomini l'esempio della
superbia. Perchè, io dico, d'onde gli può esser nata la superbia a
Lucifero? Non già da una speciale predilezione di Domineddio, poichè
questi non può non avere amato in ugual modo tutte le sue creature. Io
penso adunque che debba essere montato in superbia, a cagione della
sua grande bellezza.--
Messer Dardano intendeva poco questa distinzione. Infatti, ammettendo
che Domineddio non potesse aver preferenze, si doveva anche credere
che non avesse fatto Lucifero (Helel, come lo chiamarono gli ebrei)
più bello degli altri spiriti, creati insieme con lui. Ma infine, in
quella vecchia storia religiosa, molte generazioni avevano lavorato di
fantasia e si poteva ammettere senza sforzo che gli uomini, dopo avere
foggiato a loro immagine il Creatore, si pigliassero uguale libertà
con le sue creature più nobili.
Per queste ragioni, o per altre consimili che gli balenassero alla
fantasia, messer Dardano Acciaiuoli lodò grandemente il concetto del
suo amico Spinello. In fin dei conti la pittura ha una filosofia tutta
sua, che ne vale molte altre, vo' dire la filosofia dei contrasti; e i
contrasti, appunto per quella impressione che fanno immediamente
sull'animo del riguardante, offrono argomento a profonde meditazioni.
Un Lucifero bello! Che vi pare una cosa da nulla? Una simile
stonatura, certamente voluta dall'autore, non è forse tale da far
pensare che quel diavolo non meritava poi la sua trista sorte? E
perchè subito viene in mente che Iddio non può aver fatto una cosa
ingiusta, o almeno egli non può averla lasciata fare a spiriti
perfetti, come sono senza dubbio i suoi angeli, non dee venire di
conseguenza il pensiero che la malvagità dello spirito ribelle
s'intenda aggravata dalla sua medesima bellezza? E non deve risaltare
agli occhi di tutti una certa rispondenza tra i figli di Dio e i figli
degli uomini, per cui negli uni e negli altri sia necessario fare una
distinzione tra la bellezza esterna e la bellezza interiore? Ahimè!
dice il filosofo. Vedete il triste uso che noi facciamo dei doni
celesti! Anche Lucifero, spirito eletto e prediletto del Padre, doveva
esser guasto nella propria ambizione. Bello tra tutti gli immortali,
doveva precedere nella sua caduta la istessa caduta dell'uomo, e ad
onta della sua grande bellezza esteriore, averci il baco nell'anima,
come tanti e tante che conosciamo noi!
--Bene!--esclamò dunque messer Dardano Acciaiuoli, poichè ebbe udito
il ragionamento di Spinello Spinelli.--Seguite il vostro pensiero,
maestro; noi verremo ad ammirare gli effetti.--
Caldo del suo concetto, il pittore si era messo all'opera. Mi pare di
avervi già detto (e se non ve l'avessi detto prima, ve lo dico adesso)
che il nostro gentile artefice precedeva di oltre dugent'anni quel
famoso Luca Giordano, pittore immaginoso e delicato se altri fu mai,
chiamato dai suoi contemporanei "Luca Fa presto" poichè, a colorire in
breve spazio di tempo le sue leggiadre invenzioni, usava dipingere a
furia, con ambedue le mani, quasi temesse di non aver tempo a fare
tutto quello che gli passava per la mente. Spinello Spinelli non
dipingeva con due pennelli ad un tempo; la storia non lo dice, ed io
non posso usurpare i diritti della storia. Ma posso dirvi che egli era
pronto di mano, oltre il costume di tutti gli artisti del suo tempo;
donde si spiega come egli abbia potuto compiere tante opere mirabili,
in una vita di cui i biografi si contendono a gara i confini, e che
lascerebbe ai tardi nipoti il diritto di accorciarla assai più che io
non mi sia attentato di fare.
Lucifero era già abbozzato sull'intonaco, e non si trattava più che di
colorirlo. Spinello ci lavorava a furia. Il corpo era già fatto, e il
pittore stava per attaccare la figura poco prima dell'ora di vespero,
quando giunse sul ponte messer Dardano Acciaiuoli insieme con Tuccio
di Credi, pecorella smarrita che tornava all'ovile.
Spinello non li vide neanche, invasato come era. La febbre dell'arte
gli ardeva nel sangue e sarei quasi per dire che gli faceva bruciare
il pennello tra le dita. Maraviglioso artista! E più maraviglioso a
gran pezza per chi conosceva la storia delle sue grandi mestizie!
Tuccio di Credi guardò il dipinto e si sentì correre un brivido per
tutte le vene. Quella rovina d'angioli era veramente un miracolo di
fantasia e di esecuzione. L'arcangelo Michele si vedeva in alto,
atteggiato a battaglia come un paladino antico, e così fiero
all'aspetto, così forte all'assalto, da rovesciare ad ogni colpo un
nemico. La battaglia poteva dirsi già vinta. Come non avrebbe avuto
vittoria d'un serpente, anche con sette teste e dieci corna, chi aveva
battuto e piombato negli abissi il più forte de' suoi avversari, che
tale era certamente Lucifero? Anche in ciò l'ingegno di Spinello aveva
dato nel segno. La sua composizione sarebbe stata manchevole, non
avrebbe espresso pienamente il concetto di quella storia grandiosa, se
Michele fosse stato ancora alle prese col maggiore dei ribelli. La
sorte della giornata, almeno per ciò che si rappresentava all'occhio,
poteva rimaner dubbia, ed esserne scemato per conseguenza l'effetto.
Ma Lucifero, in quella vece, era vinto; Lucifero piombava giù
nell'abisso. E come era giustamente collocato nel mezzo del quadro!
Michele trionfava; ma il protagonista era Lucifero, poichè la
catastrofe era appunto la sua.
I due nuovi venuti restarono immobili in un angolo, guardando quella
scena terribile; messer Dardano estatico, beato di assistere ad un
miracolo dell'arte; Tuccio di Credi avvilito, rodendosi dentro di sè,
alla vista di quell'ingegno singolare che resisteva ai colpi più
gravi.
Ma che cosa avveniva in quel punto? A mano a mano che i contorni del
viso di Lucifero prendevano forma sotto le pennellate dell'artefice,
cresceva la bellezza del tipo, e, insieme con la bellezza, balzava
fuori una rassomiglianza, che faceva sudar freddo lo sciagurato Taccio
di Credi.
Strano a vedersi, e più strano a raccontarsi! Quel pittore che, ad
onta del suo ingegno smisurato e dell'amore che suol raddoppiare, anzi
centuplicare l'ingegno, non era mai venuto a capo di cogliere le
sembianze di una donna adorata, quel pittore, postosi in mente di dare
a Lucifero l'impronta di una straordinaria bellezza, andava effigiando
nel volto dell'angiolo ribelle la divina immagine di madonna
Fiordalisa.
A qual sentimento obbediva in quel punto la mano di Spinello Spinelli?
Operava egli con piena coscienza di sè, o non faceva che seguire un
impulso arcano e fatale? Certo, se egli vedeva nelle sembianze di
madonna Fiordalisa il colmo della bellezza umana, si poteva credere
che, dovendo egli esprimere alcun che di perfetto, fosse tratto
naturalmente ad effigiare l'immagine della sua povera estinta. Ma,
allora, perchè il tipo di Fiordalisa non era mai stato espresso in
tanti volti di Madonne e di Sante che egli aveva pur dovuto dipingere,
e col naturale desiderio di accostarsi alla perfezione? Non era invece
da credere che una virtù misteriosa guidasse il suo pennello, se a lui
per la prima volta occorreva così facilmente di ritrarre una cara
sembianza, non mai potuta cogliere appieno, per quanto egli si
arrovellasse nel suo proposito? E questa opinione non era forse
avvalorata dalla medesima bizzarria che riconduceva al suo pennello i
lineamenti di Fiordalisa, mentre egli doveva esprimere la bellezza di
uno spirito malvagio?
Vi ho detto che Tuccio di Credi sudava freddo, vedendo l'opera strana
che prendeva forma sotto le pennellate del pittore. Era bene madonna
Fiordaliso, che si presentava in tal guisa davanti a lui; era madonna
Fiordalisa, con gli occhi lampeggianti di sdegno; era madonna
Fiordalisa, che piombava nei regni della morte, maledicendo ai suoi
uccisori. Pensando a quei riscontri così naturali tra il soggetto
celeste e la rimembranza umana che prendeva vita da esso, Tuccio di
Credi si sentì correre un brivido di paura per le ossa. Se avesse
potuto tirarsi indietro, come lo avrebbe fatto volentieri!
E istintivamente voltando la testa, egli dava un'occhiata alla buca
donde era salito lassù. Ma proprio in quel punto messer Dardano
Acciaiuoli lo prendeva amorevolmente per un braccio.
--Vedete, Tuccio, com'è bello quest'angiolo!--diceva il vecchio
gentiluomo.--Se si potesse muovere un rimprovero all'artista,
ignorando quello che egli ha voluto fare, si direbbe che è troppo
bello, per rappresentare lo spirito del male.
--Sì, troppo bello;--balbettò Tuccio di Credi, facendosi livido dalla
paura.
--Che è?--disse allora messer Dardano, a cui non era sfuggito il
tremito della voce di Tuccio.--Che cosa avete voi?--soggiunse tosto,
vedendo il suo compagno con la cera stravolta.
--Io nulla, messere;--rispose Tuccio, confuso.--Notavo una
rassomiglianza.... Non è quello il volto di madonna Fiordalisa?
--Fiordalisa!--esclamò messer Dardano.--Chi è costei?--
Spinello, dalla eminenza su cui stava seduto, udì le parole di messer
Dardano e si volse di schianto.
--Che avete detto, messere? Perchè quel nome, pronunziato da voi?
--Perdonate, maestro;--rispose messer Dardano, turbato da quella
escita improvvisa, ma più assai dalla strana animazione del viso di
Spinello.--Si ragionava con Tuccio di Credi, il quale trova una certa
rassomiglianza, nel volto di Lucifero....
--Ah!--disse Spinello.--Tuccio di Credi ha trovato questo? La cosa
merita di esser chiarita.--
E scese dal trèspolo, su cui depose tavolozza e pennelli, per andarsi
a piantare in uno dei punti estremi del tavolato.
Messer Dardano lo seguiva degli occhi, non pronosticando niente di
buono da quella scena inaspettata.
--È vero!--ripigliò Spinello, dopo essere stato alquanto a guardare
l'affresco.--Ecco una somiglianza che io non aveva cercata. Una
somiglianza fatale!--proseguì, con accento cupo, che fece fremere il
vecchio Acciaiuoli.--Tuccio di Credi ha ragione, e a lui va fatto
omaggio di un cambiamento necessario. Infine, che diamine m'è saltato
in mente, di far così bello lo spirito delle tenebre? E perchè sarebbe
profanata così la più bella immagine che apparisse mai sulla terra?--
Così dicendo, Spinello correva al trèspolo, ripigliava i pennelli, e,
rimescolando i colori sulla tavolozza, andava mutando, insieme con le
tinte, i lineamenti del suo Lucifero.
--Tuccio di Credi ha ragione!--esclamava, parlando ad intervalli, tra
una pennellata e l'altra.--Bisogna correggere. Perchè questo incarnato
nel viso? Olivastro vuol essere; anzi terreo come il colore della
morte. E questi occhi, perchè così belli? Ispide sopracciglia, rughe
precoci, in cui vorrebbe appiattarsi la malvagità del pensiero,
trasformate voi questa fronte di dannato. Tuccio di Credi ha ragione.
E sarà contento, Tuccio di Credi! Va bene così, Tuccio? non vi par
egli che così, e non altrimenti, s'abbia ad esprimere lo spirito del
male?--
Tuccio di Credi non rispondeva; era allibito; era rimasto di sasso.
Ma non era rimasto di sasso il vecchio gentiluomo che lo aveva
condotto lassù, e che non poteva intendere le ragioni di quella gran
collera di Spinello Spinelli. E non si fosse trattato che di collera!
Ma c'era di peggio; c'era il segno di una gravissima ingiuria, o d'una
terribile vendetta. Il volto di Lucifero, sotto le rapide e convulse
pennellata di Spinello, si era tramutato dal bello all'orrido, dalle
sembianze di madonna Fiordalisa a quelle di Tuccio di Credi. Non c'era
da dubitarne. Tuccio era lì, e gli occhi di messer Dardano potevano
spiccarsi da lui per volgersi al Lucifero, o dal Lucifero per volgersi
a lui, e vedere tra l'uno e l'altro una rispondenza perfetta.
--Che vuol dir ciò?--chiese il vecchio gentiluomo, con accento
severo.--Spinello mio, non recate voi forse offesa a Tuccio di Credi,
che ha avuto il torto di fare una semplice osservazione al vostro
dipinto? E perchè una ingiuria così grave, senza cagione, ad un
compagno d'arte, all'amico della vostra giovinezza?--
Spinello era ridisceso in quel punto dal trèspolo.
--Senza cagione!--gridò egli.--Amico mio, quest'uomo!
--Amico, sì;--replicò messer Dardano.--Voi stesso non lo avete
richiamato ieri al vostro fianco?
--Io? Io richiamare quel tristo?
--Maisì, maestro, e dando a me l'incarico di parlargliene. Egli era
così felice di ritornare con voi!--
Spinello levò la fronte, come in atto d'interrogare la sua memoria; ma
essa non gli disse nulla di ciò che l'Acciaiuoli asseriva.
--Perdonate, messere,--ripigliò egli,--è impossibile. Vi sarete
ingannato; dovete esservi ingannato. Io richiamare quel Giuda? Ma se
ciò fosse, ci sarebbe stato un perchè, ed io sarei venuto con qualche
cosa al fianco,--soggiunse Spinello, tastandosi con moto convulso alla
cintola,--nè egli sarebbe più qui, ritto e sano davanti a me.
Guardatelo, messer Dardano; quello è il più malvagio degli uomini. Ah,
voi non sapete ciò che m'ha fatto? Amavo una donna, messere.... E
l'amava anche lui! Il rettile aveva osato levar gli occhi alla
colomba. La vigilia delle mie nozze, la bella creatura moriva,
avvelenata da lui. Almeno, così parve. Egli non aveva fatto che
addormentarla con uno de' suoi filtri, scaturiti d'inferno, e madonna
Fiordalisa fu seppellita per morta. L'avesse egli dissotterrata per
sè! L'avrei ucciso, ma non lo avrei disprezzato. In quella vece, egli
ha venduto il segreto ad un altro. L'amante s'è tramutato in....
--Cessate, messere!--interruppe l'Acciaiuoli, preso da un sentimento
di profondo disgusto.--Ma siete voi ben sicuro che una simile
infamia....
--Oh, giudicatene voi! Madonna Fiordalisa fu venduta al Buontalenti,
banditosi dalla sua città per godersi il frutto del tradimento. Ma
l'opera non è compiuta. A persuadere la povera donna, occorreva che
Spinello apparisse dimentico di lei, sposo felice ad un'altra. E
Tuccio di Credi si pose al fianco di Spinello, fu con lui a
Firenze.... Ciò che avvenisse a Firenze vi è noto. Ah, pazzo che io
fui! Mi credono pazzo, ora, a mi guardano sott'occhi e si tirano da un
lato quando m'incontrano per via. Lo sono stato, un pazzo, lo sono
stato, quando t'ho creduto un onest'uomo, o Tuccio di Credi, rettile
velenoso ed immondo, spirito malvagio, venuto daccanto a me per la mia
dannazione. Dillo, che non è vero; dillo a quest'uomo onorando, che
questo non era il tuo fine, quando portavi a me i lagni del mio povero
padre.... ed egli sentirà ora come sappiano fischiare i serpenti, e
qual suono abbia la voce d'un demone!--
Tuccio di Credi guardò bieco il suo avversario, ben vedendo di non
poter più ingannare nessuno, e crollò sdegnosamente le spalle.
--Quante parole inutili!--esclamò egli.--Bastava dire che mi sono
vendicato. Messere, statevi con Dio, e non vi provate a tenermi
dietro;--soggiunse, vedendo l'atto di Spinello che voleva scagliarsi
contro di lui.--Voi andate qualche volta senz'armi; io non ho mai
dimenticato questo spuntone, che so maneggiare, al bisogno, e che
punge assai meglio della vostra lingua.--
Così dicendo, si avviava verso la scala a piuoli, il cui capo usciva
due o tre palmi fuori del tavolato.
Ma l'amore della frase perdette Tuccio di Credi. Spinello conosceva
l'impalcatura del ponte su cui stava a dipingere, e il traballar che
fece un pancone su cui Tuccio di Credi aveva posto il piede per
ritirarsi verso la scala, gli rammentò in buon punto che le assi non
erano inchiodate, ma semplicemente posate sulle traverse, l'una di
costa all'altra. E subito chinatosi ad abbrancare un capo del pancone,
lo spinse verso l'apertura della scala.
--Riponi il tuo spiedo!--gridò, con accento di trionfo, mentre Tuccio
scivolava sull'asse inclinata.--Meglio ti sarebbe aver penne alle
mani.--
Colto alla sprovveduta, Tuccio di Credi annaspò con le braccia,
lasciando cadere lo spuntone, e tentò di aggrapparsi alla traversa,
nel punto in cui essa era assicurata all'abetella con parecchi giri di
fune. Ma non gli venne fatto, ed egli ebbe per gran ventura di trovare
un capo della fune, che penzolava dalla traversa, e ad esso
s'avvinghiò disperatamente, in quella che il suo corpo dava un
tracollo nel vuoto.
--Aiuto! aiuto!--gridò messer Dardano, sbigottito dall'atto
improvviso.
--Salvatemi, per amor del cielo!--urlava il caduto.--Salvatemi! Ve ne
supplico, messere Spinello!... Per la memoria di Fiordaliso!
--Infame!--tuonò Spinello, affacciato all'apertura del ponte.--E
ardisci profferire quel nome? Trovò ella misericordia presso di te?
Tuccio di Credi, bestemmia la tua ultima preghiera; l'abisso è
spalancato per accoglierti.
--Spinello!--gridò messer Dardano.--È un uomo che sta per morire!
--Orbene, che c'è di strano!--disse Spinello. La pena segue il
--delitto. A Colle Gigliato ho ucciso il suo complice; qui uccido lui.
--Se Iddio non avesse voluta la sua morte, non me l'avrebbe cacciato
--tra' piedi.--
Intanto quell'altro perdeva le forze. La fune, scorrendogli tra le
dita aggranchite, gli aveva lacerate le carni. I tendini denudati non
ressero allo strazio, e le mani sanguinolenti si apersero. Tuccio di
Credi mise un grido di alto spavento, che parve ruggito di fiera, e
precipitò nello spazio.
Il vecchio Acciaiuoli udì il tonfo del corpo sui gradini dell'altar
maggiore e si ritrasse indietro atterrito.
Poco stante si raccoglievano le membra sfracellate. In chiesa e fuori
si credette ad una disgrazia. Nè messer Dardano volle dire il
contrario; nè Spinello sapeva più che cosa fosse avvenuto. Sceso dal
ponte, il povero pazzo non ricordava più nulla.
Per altro quella notte fu un grande trambusto in casa sua. Spinello
aveva una visione e fu agevole intenderla dalle rotte parole che gli
uscivano di bocca. Lo spirito delle tenebre era apparso al pittore,
dolendosi con lui d'essere stato fatto così spaventosamente brutto,
--Brutto! Brutto!--gridava il povero pazzo.--Non eri forse Tuccio di
Credi? ed io non ti ho forse dato il tuo aspetto vero?--
Il vecchio Acciaiuoli prodigò al suo sventurato amico le più amorevoli
cure. Ma nè le cura dell'amicizia, nè quelle dell'arte, nè i pianti
della famiglia, nè le preghiere di tutta Arezzo, che amava il suo
grande artefice, valsero a rattenerlo in vita. L'amore di Spinello
Spinelli era morto; le sue vendette erano compiute; non gli restava
che di finire anche lui. Ed era misericordia pregare a quell'anima
travagliata il riposo della tomba.
E null'altro, forse? Non ci sarà dato di sperare che lo spirito
dell'infelice amatore si sia ricongiunto a quello della sua
Fiordalisa? Ciò che sentiamo di questi grandi esempi d'amore, così
rari purtroppo nel mondo, ci conforta a credere che tanto ardore non
possa e non debba morire con questa povera compagine d'ossa e di
polpe. Infine, ogni spettacolo di martirio non richiama l'idea del
trionfo?