Tra i pensieri del giovine pittore c'era anche quello che Tuccio di
Credi dovesse andare quella sera, o la mattina seguente, a cercarlo.
Infatti era naturale supporre che Tuccio fosse venuto a Pistoia per
lui, e non avendolo trovato subito, ed essendosi imbattuto a caso nel
Buontalenti, vecchia conoscenza, di Arezzo, si fosse accompagnato un
tratto con quest'ultimo.
Se non che per ammettere questa spiegazione, bisognava dimenticare che
Tuccio di Credi andava dicendo a messer Lapo:--"ho reputato necessario
di darvene avviso" e che messer Lapo gli aveva risposto, come uomo che
riconosceva il pregio dell'avviso ricevuto:--"partirò, non dubitate,
partirò". Donde appariva evidente che Tuccio di Credi non fosse venuto
a Pistoia per vedere il suo compagno d'arte, ma per abboccarsi con
messer Lapo Buontalenti, a cui si professava fedel servitore.
Comunque fosse, era da credere che Tuccio di Credi, venuto a Pistoia,
non avrebbe potuto altrimenti, nè voluto, cansare l'amico. E Spinello
Spinelli lo attese per tutta la sera; lo attese per tutta la mattina
seguente; ma invano. Tuccio di Credi non si era fatto vivo con lui;
forse, quella stessa mattina egli aveva lasciato Pistoia.
Spinello rimase sconcertato, con una fiera curiosità in corpo, e con
tutta l'impazienza che no doveva conseguire. Che cosa significava quel
misterioso viaggio? E non era possibile che risguardasse anche quella
povera vittima, che portava il nome gentile della sua Fiordalisa?
Agitato da questi sospetti, uscì verso l'ora di vespro dalla porta del
Borgo. Messa la sua spada al fianco e il pugnale alla cintola, gittato
un mantello sulle spalle e calata la berretta sugli occhi, andò di
buon passo verso la collina. Ma come fu alle falde del Poggiuolo, non
ascese altrimenti per l'erta, e proseguì il suo cammino verso il letto
della Brana.
Aveva portata, per ogni buon fine, la sua cartella da disegno. Appena
ebbe passato il torrente e fu in vista del castello dei Buontalenti,
andò a sedersi sulla proda d'un campo, fingendo di copiare qualche
cosa dal vero, ma volgendo gli occhi curiosi qua e là, e più spesso al
muro nerastro che girava torno torno alla villa. Un terrazzino di
pietra sporgeva dal ciglio del muro. Se la donna del castello usava
uscire ogni sera all'aperto, come diceva Pasquino, certamente doveva
andar là, ed egli, dal suo osservatorio, l'avrebbe veduta senz'altro.
Il sole calava, in una gloria di fiamme, dietro la collina di
Serravalle, che chiude la valle dell'Ombrone da quella della Nievole.
Tutto ad un tratto, Spinello vide comparire sul ciglio del muro
nerastro una figura di donna. Era la dama del castello Buontalenti; lo
dimostrava assai chiaramente la nobiltà delle vesti e l'eleganza delle
forme.
Giunta al terrazzino, la dama si fermò. Quella doveva essere la meta
delle sua passeggiate quotidiane. Era venuta con passo lento, come
persona stanca; poscia, rimasta un tratto in piedi davanti alla
balaustrata, si era adagiata sopra un sedile, sporgendo per mezzo il
busto dal davanzale di pietra.
Spinello si alzò dal suo posto, col cuore tremante, e andò verso il
recinto della villa. Che cosa intendeva di fare? In verità non lo
sapeva neppur egli. A mano a mano che si accostava al muraglione e la
figura s'innalzava davanti a lui, uscendo in risalto sul fondo azzurro
chiaro del cielo, la commozione del giovane si andava tramutando in
stupore. Dei immortali! Quel viso bianco, che gli appariva da lunge,
non rammentava il tipo di madonna Fiordalisa, ma dell'antica, della
figliuola di mastro Jacopo, della sua fidanzata? Già gli pareva di
riconoscere l'atteggiamento consueto di quella graziosa testa, il cui
contorno era così armoniosamente rigirato. Accostatosi vieppiù,
riconobbe il profilo soave del volto, la fronte prominente, incoronata
dalle ciocche ricciolute dei capegli neri e lucenti, l'occhio profondo
e pieno d'espressione, la bocca tenue, aperta ad un languido sorriso,
che non era sempre di gioia, e il mento, sì anche il mento, quel mento
arguto e tondeggiante di paggio, che era stato una volta l'argomento
delle sue ammirazioni.
Ma egli, per allora, non doveva ammirare con occhi d'artista, o
d'innamorato, come prima faceva. Era attonito, abbacinato da quella
stessa rassomiglianza, che gli cresceva allo sguardo. Come fu a
cinquanta passi dal muro, si fermò, levando gli occhi, per guardare
più attentamente la dama. Dio santo! Era lei, era la sua Fiordalisa, o
uno spirito maligno ne aveva assunta la forma, per farsi giuoco di
lui.
Confuso, sbalordito, e nondimeno anche più attratto da quella cara
visione, Spinello tese le braccia verso il terrazzino e con impeto di
amore gridò:
--Fiordalisa!
--Chi mi chiama?--domandò la gentildonna, chinando gli occhi a' piedi
del muro, dond'era venuta la voce.
Vide allora l'atto supplichevole e riconobbe Spinello. Ma in quella
che metteva gli occhi su lui, lo vedeva cadere a terra come fulminato.
Il povero Spinello aveva riconosciuta la voce di madonna Fiordalisa,
della sua fidanzata. Era dunque lei? Lei, tornata dalla tomba, per
farlo morire d'angoscia? Agitò le braccia, come se tentasse di
aggrapparsi a qualche cosa, balbettò alcune parole die non avevano
senso, e cadde tramortito al suolo.
Disgraziato Spinello! Compatitelo. Non accade a tutti di avere perduta
una donna fieramente amata e di vederla di punto in bianco ritornare
dai regni della morte.
Quando il povero giovane ricuperò i sensi smarriti, si trovò accanto
la dama, escita dal recinto della villa per recargli soccorso.
--Mio Dio, messere, che avete?--diceva ella, sbigottita.--Fatevi
animo!--
Spinello Spinelli, senza darsi ragione di quel che faceva, e tratto
solamente da una forza quasi istintiva prolungò di qualche istante il
suo smarrimento, per ascoltare la musica di quelle parole che escivano
dalle labbra di Fiordalisa. Gli pareva, in udirla, di rassicurarsi
meglio che era lei.
--Ah, madonna!--esclamò finalmente.--Non sogno io? Non sono io il
ludibrio di una visione? Iddio misericordioso vi restituisce al vostro
povero Spinello?--
Madonna Fiordalisa, commossa da quel grido, in cui parlava un amore
infinito, chinò la testa su lui. E il povero Spinello, insieme con la
certezza di avere ritrovata la sua Fiordalisa, ebbe il secondo
deliquio.
--Dio, soccorretemi!--gridò madonna Fiordalisa. Questo poveretto mi
--muore nelle braccia. Permettete che io mi discolpi a' suoi occhi e
--poi datemi la morte, che da tanto tempo vi chiedo.--
Monna Cia, chiamata da lei, giunse prontamente in aiuto. Era la
contadina che il giorno innanzi Spinello aveva veduta, intenta a
lavare i suoi pannilini nel letto della Brana. Le braccia di monna Cia
erano robuste: il giovine fu trasportato entro il recinto e adagiato
su d'un sedile di pietra, in quel medesimo terrazzino donde pur dianzi
gli era apparsa la figura di madonna Fiordalisa.
--Va, te ne prego, va, mia buona Cia; prendi un po' d'acqua,
dell'aceto, quello che troverai, per ridar la vita a questo poveretto.
--Sì, madonna, vo subito. Oh, disgraziato giovane! Così buono, così
gentile! Non si direbbe l'arcangelo Gabriele! L'ho conosciuto ieri....
Chi m'avrebbe mai detto che oggi....
--Va, corri,--gridò madonna Fiordalisa.--Ma bada, non una parola al
castello!
--Non dubitate, madonna; prenderò ogni cosa nelle mie stanze.--
Così dicendo, monna Cia, ottima donna, andò speditamente lungo la
redola che metteva al castello. Madonna Fiordalisa rimase sola accanto
a Spinello, che, povero lui, durava fatica a riaversi.
Infelice Fiordalisa! Anche lei, che il caso metteva di punto in
bianco, senza preparazione, a faccia a faccia con Spinello Spinelli,
anche lei era degna di compassione. Lo stato dell'animo suo non si
descrive, come non si descrivono le commozioni violente. In qual modo
era avvenuto quel ravvicinamento improvviso? Spinello aveva dunque
ritrovato il suo nascondiglio, dopo tre anni di ricerche? Quando mai
gli era balenato il sospetto che ella non fosse morta? E quando, e
come, il sospetto si era tramutato in certezza? Anch'egli aveva
profanata la santità d'una tomba, per giungere alla scoperta del vero?
E come era vissuto fino a quel giorno? E come, e perchè, quella
cerimonia nuziale, per cui Spinello si era allontanato da lei? Ma
anche ella non si era allontanata da lui? Non apparteneva ella ad un
altro? Ahimè, triste cosa; le due anime che un primo amore aveva
congiunte, il destino le aveva separate per sempre.
Com'era avvenuto ciò? Spinello, tornato finalmente in sè, doveva
udirlo dalle labbra di madonna Fiordalisa. Fu un doloroso racconto,
che lo fece fremere di raccapriccio e di sdegno.
Fiordalisa era morta per i suoi cari; messer Giovanni da Cortona,
chiamato al letto della vergine, aveva dato il triste responso. E
morta appariva per tutti, e la compagnia della Misericordia era andata
a prendere con gran pompa la bella salma, per chiuderla in un modesto
avello, nel chiostro del Duomo vecchio. Ma Fiordalisa, come vi sarà
facile immaginare, non aveva memoria di ciò. Rammentava l'improvviso
malore ond'era stata colpita, in mezzo alle gioie domestiche, e
rammentava d'essersi risvegliata alla coscienza di sè, in una camera
sconosciuta. Si sentiva spossata, senza volontà, con una gran
propensione a riaddormentarsi. Infatti, le era avvenuto di assopirsi,
e di quelle ore non ricordava che brevi intervalli, come pallidi
chiarori in un buio fitto, nei quali si sentiva trasportata verso una
meta ignota, da uomini prezzolati, tra cui non spiccavano che due
figure: quella del Buontalenti, che l'aveva turbata, e quella d'uno
scolaro di suo padre, che l'aveva atterrita, poichè le lasciava
indovinare il tradimento, ond'era stata vittima, e tutto il peggio che
doveva toccarlo in futuro, senza alcuna speranza di salvezza. Infine,
che più? Ella si era veduta in balla di due feroci che l'avevano
amata; e uno di costoro la dava in preda all'altro; il più povero la
vendeva al più ricco.
E non poteva resistere; le mancava perfino la forza di gridare al
soccorso. Poco stante, non aveva più veduto uno dei due traditori.
L'altro, messer Lapo Buontalenti, restava padrone del campo. Ella era
chiusa in una lettiga, che viaggiava di notte, scortata da un
drappello d'uomini armati, secondo l'uso del tempo, per le vie
maestre, così poco sicure al paragone d'adesso. Evidentemente, quelli
erano i servi, i masnadieri di messer Lapo Buontalenti. A che le
sarebbe giovato il gridare?
Messer Lapo era grave all'aspetto, severo ed arcigno come la vendetta
che gli covava nel cuore. Ma quando gli occorreva di rivolgersi a lei,
in atto di chiederle se avesse mestieri di nulla, assumeva un'aria tra
impacciata e cortese. Non c'ora, per altro, da ingannarsi a quelle
apparenze,
Quando Fiordalisa potè finalmente parlare, gli chiese risoluta:
--Dove mi conducete voi? Dov'è mio padre?--
Il Buontalenti increspò le labbra ad un mezzo sorriso e pacatamente
rispose:
--Madonna, voi siete morta per tutti, così per vostro padre, come per
ogni altro cittadino d'Arezzo. Vi hanno sepolta l'altro dì, con pompa
solenne, entro il chiostro del Duomo vecchio. Gli sciocchi! Pareva che
avessero fretta di liberarsi di voi. Ma vigilava per la vostra
salvezza un amore antico e gagliardo. Il mondo vi ha composta
sotterra, per dimenticarsi di voi; io vi ho restituita alla luce del
giorno; siete mia, finalmente.--
Fiordalisa fremette, pensando a ciò che era accaduto di lei. Ma
indovinò in pari tempo che la sua morte apparente era stata procurata
dalle arti d'un tristo, che lavorava a benefizio d'un altro. E il
senso che questa scoperta doveva produrre nell'animo suo, le si
dipinse nel viso.
--Comunque vediate la cosa, datevi pace, madonna;--ripigliò messer
Lapo, che notava ogni moto più lieve.--Vi ho detto che siete morta pel
mondo.
--E per opera vostra, non è vero?--chiese ella, fissandolo negli
occhi.
--Mettete pure che sia così;--disse di rimando il
Buontalenti.--Credete che un amatore par mio sia disposto a perdervi,
dopo avervi ottenuta con un delitto? Datevi pace, vi ripeto, datevi
pace, madonna. Lapo Buontalenti, vostro fedel servitore, non imiterà
messer Gentile dei Carisendi, che, dopo aver disseppellita la donna
sua, la restituì scioccamente al marito.--
Messer Lapo non poteva citare il caso di Ginevra degli Amieri, che era
ancora di là da venire. E poi foss'anche avvenuto prima d'allora, esso
non poteva servirgli come argomento di persuasione con madonna
Fiordalisa. Ginevra degli Amieri, gentildonna fiorentina d'alto
lignaggio, sotterrata per morta, da per sè stessa uscì fuori
dall'avello, e andò a picchiare a casa di Francesco degli Agogolanti,
suo marito, che la credette un'ombra e non la volle ricevere. In
quella vece, gli serviva benissimo l'esempio di Catalina Caccianimico,
gentildonna bolognese, amata da messer Gentile dei Carisendi. Essendo
il cavaliere andato podestà a Modena e avendo colà ricevuto il
doloroso annunzio della morte di lei, tratto fuor di sè dall'angoscia,
fece disegno di rapire all'estinta il bacio che mai non aveva avuto da
lei viva. Andato di notte tempo a Bologna con un suo famigliare,
aperse la sepoltura, e ivi, con molte lagrime, baciò il viso di
madonna Catalina. La quale non era altrimenti morta, siccome tutti
avevano creduto; laonde, messer Gentile, che aveva sentiti i battiti
del suo cuore, soavemente quanto più gli venne fatto la trasse dal
sepolcro, e postosi il dolce peso in arcione, cavalcò speditamente io
città, dove, commessa l'amatissima donna alle cure di sua madre, potè
vederla presto rifiorita in salute, E perchè la bella Catalina, per
quello stesso amore che egli le aveva portato, lo pregava di
rimandarla a casa sua, messer Gentile, da quel prode cavallero che
egli era e veramente degno del suo nome, la restituì al marito, in
quella commovente maniera che sanno tutti coloro i quali hanno letto
la bellissima storia nel Decamerone di messer Giovanni Boccaccio.
Quant'era distante il Buontalenti da messer Gentile dei Carisendi!
Madonna Fiordalisa, udito il beffardo racconto, conobbe di essere
irremissibilmente perduta.
Giunta a Pistoia e rinchiusa nel castello che messer Lapo aveva
ereditato da Rosellino Sismondi, la povera fanciulla visse là dentro
come in una prigione, senza aver più contezza di ciò che era avvenuto
de' suoi. Era una debole creatura; ma ai deboli soccorre spesso il
coraggio della resistenza inerte, e Fiordalisa anche fuor di speranza
com'era, si chiuse nel suo triste silenzio, aspettando la morte che la
liberasse dalle istanze del feroce amatore.
Il quale, un giorno, stanco della ripulsa di lei, se fece a parlarle
in tal guisa:
--Voi piangete, madonna, e turbate il riso divino della vostra
bellezza. A qual pro' se tutti vi hanno dimenticata?
--Non parlate così!--diss'ella con accento severo.--Quando tutti
m'avessero dimenticata, non mi abbandonerebbe il pensiero di mio
padre.
--Ahimè, madonna!--replicò il Buontalenti. Vostro padre....--
E s'interruppe tosto, chinando la fronte a terra, in segno di grande
rammarico. Fiordalisa ebbe una stretta violenta al cuore.
--Mio padre!--ripetè ella, turbata.--Orbene, che volete voi dire? Che
volete tacermi?
--Madonna,--ripigliò allora il Buontalenti, sa Iddio se mi pento di
--ciò che ho fatto, e se non darei la mia vita per restituirvi il
--vostro ottimo padre. Ma egli, almeno, è ora più felice di me, che mi
--trovo così povero della grazia vostra e non ispero di ottenerla mai
--più.--
Argomentate il pianto e la disperazione della infelice creatura. Suo
padre era morto da sei mesi, ed ella soltanto allora ne aveva notizia.
Povero padre! Ed ora morto di crepacuore, sperando di ricongiungersi
all'anima della sua diletta figliuola.
Passarono giorni, passarono settimane, e le lagrime di madonna
Fiordalisa si rasciugarono. Ma non cessava altrimenti il dolore.
--Di che vi accorate?--le disse un giorno il suo
carceriere.--Spinello, a cui pensate in silenzio, di cui vagheggiate
l'immagine, Spinello non pensa più a voi.--
Ella rizzò la testa, e diede al Buontalenti un'occhiata sdegnosa.
--Oh! non v'inalberate;--riprese egli freddamente.--La cosa è così,
com'io vi racconto, che credete voi, madonna? Che l'amore sopravviva
alla morte della persona amata? Spinello si consolerà.
--Che non mi dite ch'egli ha già data la sua mano ad un'altra
donna?--diss'ella.--Voi mentite, messer Lapo. La menzogna è chiara
nelle vostre parole. Spinello si consolerà, voi dite. Egli non si è
dunque consolato.--
Messer Lapo si morse le labbra. Il colpo gli era andato fallito. Ma
egli promise a sè stesso che quella donna non si sarebbe più oltre
beffata di lui.
Due mesi passarono, tristi coma gli altri che la povera donna aveva
vissuti nella sua solitudine di Colle Gigliato. Ahi, non era una
solitudine, quella, se ogni giorno ella doveva vedersi davanti agli
occhi messer Lapo Buontalenti. Meno infelice di lei, una povera eroina
della favola era stata abbandonata su d'uno scoglio, dannata ad esser
la preda d'un mostro. Per Andromeda, infatti, vedere il suo nemico ed
esserne divorata era quasi tutt'uno; laddove madonna Fiordalisa doveva
scorgere il suo ad ogni istante, appostato in attesa, come una fiera
all'agguato, e tremare ogni giorno, pensando che nessuna difesa
avrebbe più avuta contro di lui; pensando che suo padre era morto e
che Spinello, il suo fidanzato, non avrebbe potuto far altro per lei
che piangere su d'una tomba.
E il Buontalenti osava dire che il suo rivale si sarebbe consolato!
No, non era possibile, Fiordalisa era una fanciulla inesperta e non
aveva anche potuto giudicare la vita nei disinganni che questa può
offrire a mano a mano, in compenso d'ogni nostra speranza. Ma ella si
era sentita così fortemente amata, che veramente l'affetto di Spinello
Spinelli doveva parerle una cosa eterna. Argomentiamo così facilmente
dai nostri i sentimenti degli altri! Eppure, le beffarde parole di
messer Lapo, anche respinte da un'intima convinzione, non potevano
essere dimenticate, e l'eco doveva restarne in quel povero cuore. E in
quella guisa che noi tutti raccogliamo con superstiziosa paura ogni
frase, udita a caso, la quale si riferisca ad un pensiero dominante
dell'anima nostra, avvenne a lei che altre parole, e non da messer
Lapo, ridestassero i dubbi suscitati da lui. "Chi muore giace e chi
vive si dà pace." Questo proverbio, che ella aveva udito le cento
volte, senza avvertirne la dolorosa filosofia, accennato sbadatamente
da quell'umile contadina che sapete, e che era l'unica donna con cui
madonna Fiordalisa scambiasse qualche parola nel castello Buontalenti,
la ferì profondamente, più che non avrebbe fatto ogni altro discorso
del suo carceriere. Chi vive si dà pace! Era proprio vero così! E
perchè, infine, sarebbe stato diverso? È in noi potentissimo l'istinto
della conservazione; la fibra umana ha qualche cosa in sè, che la
persuade a resistere, a desiderare la vita. Il dolore opprime lo
spirito; ma la fibra si ribella al dolore; la schiava non obbedisce al
padrone. E non è forse così in tutti gli ordini di natura? Non è legge
comune che tutto si rinnovi, e che ogni forza depressa si prepari a
risorgere? È possibile che la natura umana ci condanni a morte, e che
la gioventù non trovi in sè medesima quella forza di risurrezione che
trova la più umile pianta, nella vicenda delle stagioni? L'oblio è
fatale come il sonno, e il tempo è rimedio per tutti gli affanni
dell'esistenza. Del resto, se per una creatura viva si può soffrire
aspettando, come si potrebbe soffrire eternamente per una creatura
morta? Aspettare è sperare; e non si aspetta più, quando non si spera
più nulla.
E Fiordalisa era morta, per il suo fidanzato. Spinello poteva, dunque,
doveva cedere anch'egli alla legge comune. Triste cosa, ma vera.
Restava solamente di vedere quanto sarebbe durato il lutto in
quell'anima solitaria.
Così avvenne che, quando messer Lapo le annunziò le nozze di Spinello
Spinelli, Fiordalisa tremò tutta, ma non osò più negare la possibilità
del fatto. L'anima sua era preparata a quel tristissimo evento.
--Madonna,--le disse il Buontalenti,--che io vi ami, e quanto, lo
sapete da un pezzo. Voi farete quel che vi parrà meglio; chi può
aspettare, non vi domanderà nulla anzi tempo. Giuratemi soltanto che
se io vi farò vedere Spinello al fianco d'un'altra donna, voi non
tenterete cosa alcuna per fuggirmi.
--Che mi chiedete voi?--gridò ella, turbata.
--Nessuna cosa che non possiate fare, rimanendo per me quella che
siete stata finora. Vi chiedo una promessa semplicissima, per condurvi
fino a Firenze, dove Spinello impalmerà fra due giorni un'altra donna.
L'istinto della resistenza lampeggiò negli occhi di Fiordalisa.
--Ah!--gridò ella.--Spinello è libero ancora?
--Sì e no;--rispose freddamente messer Lapo.--Un uomo che andrà doman
l'altro all'altare non è già impegnato oggi? Non è già risoluto di
fare ciò che vi torna tanto increscevole sapere di lui! Non ama già
egli la donna a cui darà la sua mano?
--È vero;--diss'ella chinando la fronte.--Messere, conducetemi pure a
Firenze; io vi giuro per la memoria di mio padre che non tenterò di
fuggirvi.--
Madonna Fiordalisa pianse dirottamente, quel giorno, stemperò il suo
povero cuore; indi segui Messer Lapo a Firenze.
Una mattina, la chiesa di San Nicolò, in via della Scala, era parata a
festa. Madonna Fiordalisa, con un fitto zendado sugli occhi, entrò in
quella chiesa e andò a sedersi sulla tribuna dell'altar maggiore.
Stette immobile lassù, senza volger neppure uno sguardo ai dipinti che
tutti ammiravano, aspettando ciò che tutti aspettavano e pregando
Iddio, nell'amarezza del suo cuore, che fosse delusa la sua
aspettazione. Ma Iddio fu sordo alle preghiere della povera fanciulla.
Quando apparve nella navata di mezzo il suo fidanzato, tenuto per mano
da un vecchio gentiluomo che ella non conosceva, ma seguito da una
donna, la cui bianca veste e la ghirlanda di fiori dicevano
chiaramente chi ella fosse e perchè si trovasse colà, Fiordalisa si
sentì venir meno. Supplicò Iddio che dettasse nella sua misericordia
onnipotente un'altra parola a Spinello. Se avesse udito un no, come
sarebbe morta volentieri! Ma Spinello appartenere ad un'altra! E là,
davanti agli occhi suoi! Ma era insensibile, quell'uomo? Ma niente gli
diceva che la sua Fiordalisa era vicina, e lo vedeva, e lo udiva!
Ahimè, Dio poteva essere sordo, se non aveva cuore Spinello! La povera
creatura non resse più oltre all'angoscia; un grido straziante le
ruppe dal petto, all'udire quel sì che le rapiva per sempre il suo
fidanzato; e in quel grido le vennero meno le forze.
Quando ritornò in sè, la chiesa era vuota. Restavano soltanto presso a
lei alcune pietose gentildonne, che le avevano spruzzato il viso
d'acque nanfe e lo prodigavano le più sollecite cure.
Lo svenimento di madonna Fiordalisa era stato attribuito al caldo
soffocante che aveva prodotto nella chiesa quella calca straordinaria
di persone. Altri pensava che le avesse dato sui nervi l'odore della
calce, trattandosi d'una chiesa nuova, che da poco tempo era
uffiziata. Infatti, parecchie dame accennavano di aver sofferto,
durante la cerimonia, un pochettino di mal di capo. E tutti gli
astanti si dolsero che non si fosse pensato da nessuno ad aprire
qualche spiraglio, nelle invetriate dei balconi. La colpa era tutta di
messer Dardano Acciaiuoli e dello scaccino di San Nicola; innocenti
ambedue, come potete immaginarvi. Ma che farci? Si era così lontani
dall'indovinare la vera cagione, che ogni congettura otteneva fede
presso gli astanti.
Madonna Fiordalisa volle ritornare quello stesso giorno a Pistoia. E
messer Lapo non indugiò a farla contenta nel suo desiderio, che tanto
s'accordava co' suoi fini. I cavalli erano pronti, e la partenza seguì
di poche ore l'arrivo.
Intanto, nel cuore della povera bella si era fatto uno strano
mutamento. L'immagine di Spinello Spinelli, che vi era così
profondamente scolpita, si cancellò a grado a grado. Così presente a'
suoi occhi quando era lontano, egli rimpiccioliva improvvisamente dopo
esserle stato vicino. Madonna Fiordalisa non l'odiava ancora, e già lo
aveva discacciato dal sacrario delle sue ricordanze. Lo sposo di Ghita
Bastianelli era diventato uno straniero per lei.
E lo aveva amato tanto! Nessun uomo al mondo avrebbe potuto vantarsi
d'essere amato di più. Ma quell'animo fiacco aveva avuto ribrezzo
della morte! L'ingrato, dopo aver posseduto quel cuore di vergine,
pieno per lui di tenerezza ineffabile, non aveva saputo serbar fede
alla tomba!
Immaginate quel che seguì da questo mutamento improvviso. Il dispetto
contro Spinello fu più forte dell'odio contro Lapo Buontalenti.
Madonna Fiordalisa aveva consentita la sua mano a quell'uomo, a cui
parve grande fortuna ottenere dall'ira ciò che non avrebbe potuto
dargli l'amore. A quell'uomo bastava di possedere; poco gl'importava
del modo.
Ed anche madonna Fiordalisa aveva avuta la sua cerimonia nuziale. Ma
gli echi di San Giovanni di Pistoia non la avevano recato nessun grido
d'angoscia, quando ella aveva profferito il sì che doveva legarla per
sempre. La vittima era immolata; il sacrificio piaceva agli uomini,
com'era accolto da Dio.
Era naturale che così fosse. Spinello ignorava come sanno ignorare i
felici. Non aveva egli dimenticata l'estinta! Eppure, sarebbe stato
così bello in lui serbarsi fedele alla tomba! L'uomo che si ama ha da
essere perfetto. E costa così poco esser tale! Ma non è egli
possibile, Dio santo, che un forte amore vi occupi l'anima e vi renda
insensibile ad ogni lusinga della vita? E perchè non si potrebbe amare
eternamente una persona morta, quando ella, vivente, è stata tutto per
voi? Ci sono delle donne che hanno questa virtù di raccoglimento; e
non l'avranno gli uomini?
Così pensava, e l'amarezza di quel pensiero la vinse. L'immagine di
Spinello fu cancellata dal suo cuore. Nello stordimento che l'ira
contro di lui e la vergogna di sè medesima avevano recato nell'animo
suo, madonna Fiordalisa non solamente si diede animosa in balia del
Buontalenti, ma disse il suo sì con un ardore, che parve impeto
d'affetto, tanto più forte, quanto più repentino. Cose che avvengono!
Questi inganni del cuore son più comuni che la gente non creda.
Ma quando ella appartenne a quell'uomo, quando conobbe di avergli data
la sua libertà, la sua vita, e tutto ciò che vale assai più della vita
e della libertà, Fiordalisa vide che la sua promessa d'amore e di fede
le era stata carpita da un sentimento bugiardo. Si pentì, ma era
tardi, e la poveretta ebbe paura. Ah, non era così l'amore che ella
aveva sognato. L'amore è l'abbandono consapevole e volenteroso del
nostro essere; l'amore e una profonda allegrezza, anche in mezzo ai
tormenti; l'amore è una superba rinunzia di sè ad una creatura che si
crede superiore a tutte le altre, o solamente uguale a noi medesimi.
Che cos'era invece messer Lapo Buontalenti? Un codardo, che non aveva
saputo vincere in guerra leale, e si faceva forte d'un sotterfugio, un
astuto che giungeva dopo e faceva suo pro d'un movimento di sdegno. E
quell'uomo era diventato il suo signore e padrone. Abbominevole cosa!
E la bellezza di lei, che aveva infiammato il più nobile dei cuori, si
sarebbe data a lui, avrebbe patite le sue ardenti carezze!
Pure, così doveva essere. La vita ha più drammi che non si pensi;
drammi tanto più dolorosi, quanto più inavvertiti. Perchè egli c'è
qualche cosa di grande nei dolori patiti alla luce del sole, con
migliaia di sguardi rivolti su voi e di cuori compassionevoli che
s'inteneriscono per voi, imprecando ai vostri oppressori. Ma il dramma
intimo, il dramma rinchiuso nelle quattro pareti d'una casa,
senz'altro testimonio che la vostra coscienza abbattuta, quello è il
più orribile dei drammi. Rammentate la leggenda, che narra di donne
rapite dagli abitatori delle selve? Anche certi animali, a noi vicini
nell'ordine della creazione, sentono come noi la bellezza. Sommessi al
suo potere e terribili nelle ire gelose, amano e digrignano i denti;
proteggono, nutrono, e sono disposti a percuotere, ad uccidere per un
nonnulla che svegli i loro sospetti. Ma di tali belve non sono
popolate solamente le boscaglie africane. In ogni consorzio umano è
dato di trovare l'uomo feroce dei boschi. Gran mercé sentirsi amate in
tal guisa! E come fuggire a quella forma d'affetto? La donna, si sa, è
debole e paurosa. Quanto meno è saldo in lei il vincolo che lega la
vita alla carne, tanto più grande è il timore di perderla. Desdemona
trema. Peggio ancora, ella non osa dire a sè stessa di amar Cassio,
così dolce e così buono; il dramma finisce, e finisce la vita per lei,
nella persuasione di avere amato il suo furibondo carnefice.
Così la bella Fiordalisa apparteneva a messer Lapo Buontalenti. La
povera anima tentò a quando a quando di ribellarsi, ma finalmente si
spense nella sommissione a quella volontà, volgare ma forte. Il suo
signore e padrone la soggiogava con la sua stessa ferocia. Qualche
volta le avvenne di sentire la forza di quell'amore violento, e (debbo
dirvi ogni cosa, per l'ossequio che merita la verità) si compiacque di
essere amata in tal guisa. Se in uno di quei momenti le fosse capitato
davanti il povero Spinello, essa gli avrebbe detto: Sai? Io amo
quell'uomo, che un giorno o l'altro mi ucciderà; lo amo, perchè egli
mi ucciderà. Ma altre volte ella sentiva un odio profondo, e, insieme
con l'odio, il desiderio di mormorare all'orecchio messer Lapo: Sai,
uomo feroce? Io ti disprezzo, quanto tu mi ami. Checchè tu faccia, non
cancellerai dal mio cuore l'immagine di Spinello. Uccidimi pure,
poichè questo è il tuo diritto; ma, io amo quell'uomo.
E certo ella avrebbe parlato in tal forma, se Lapo le avesse domandato
quali pensieri passavano per la sua mente, nelle ore più segrete, in
cui il signore d'una donna s'atteggia più superbamente a padrone. Ma
Lapo Buontalenti non chiedeva nulla. Egli era uno di quegli spiriti
volgari, destinati a vincere nelle battaglie della vita, perchè hanno
un'idea sola, e in quella appuntano tutti i loro desiderii, tutte le
forze della loro volontà. Siffatti uomini, quando l'occasione li fa
innalzare a più grandi propositi, appaiono anche uomini insigni, e si
chiamano Cesare, o Napoleone, perchè, scambio di vincere una donna,
hanno soggiogata la patria, caduta, per effetto di tristi circostanze,
nelle condizioni miserande di una povera donna, che deve cedere senza
fallo al più forte, e al più temerario. Per essi, nessun dubbio,
nessuna perplessità, nessuna esitanza nell'animo; vanno diritti alla
meta, godere e comandare, comandare e godere. L'impero del mondo è una
posta, essi la giuocano. Non hanno guadagnato ciò che giuocano;
l'hanno trovato sul tappeto verde e se ne sono impadroniti,
approfittando della disattenzione di tutti. Che cos'è la morale per
essi? Non sentono che il loro egoismo. E il mondo crede a queste
povere teste; il mondo s'innamora di questi giuocatori audacissimi, da
qualunque parte essi vengano, a qualunque fazione si ascrivano. Ed è
forse perciò che tanti pensatori modesti, i quali hanno lungamente
vagliato dentro di sè il pro ed il contro, delle cose umane non
credono agli entusiasmi del mondo e vivono a giornata in questa cara
Babele, senza pigliarla sul serio.
Spinello aveva ascoltata la confessione di madonna Fiordalisa, e le
aveva fatta sinceramente la sua. La bella creatura udì per quali vie
l'amor paterno di Luca Spinelli e l'odio astuto di Tuccio di Credi
avessero vinto l'animo del suo fidanzato e fossero giunti a
strappargli un sì che doveva renderlo felice per tutto il rimanente
de' suoi giorni.
--Povera donna!--esclamò Fiordalisa.--Voi dovete amarla, oramai.--
Spinello crollò malinconicamente la testa.
--Ahimè, non è possibile;--risposa egli.--Ed ella lo sa.
--Come? Avete avuto il coraggio di dirglielo?
--Sì, madonna; era il debito mio. Veramente,--soggiunse Spinello,--vi
parrà che il debito mio fosse anche di non condurla all'altare. Ma
questo, voi sapete oramai come andasse. Lo stato dell'animo mio non
poteva sfuggire all'occhio attento della povera Ghita; mi chiese che
cagioni di turbamento fossero in me, e come avvenisse che nulla poteva
rimuoverle dal mio spirito; ed ho parlato, le ho aperto,
schiettamente, il mio cuore.
--E lei?
--Povera Ghita! Mi ha inteso e mi ha perdonato. Vedete, Fiordalisa, il
suo perdono mi pesa. Oh, se m'avesse odiato! Se mi avesse tradito!
Credetelo pure, io l'avrei benedetta, anche prima che voi foste viva,
mia bella e dolce fidanzata. Rinchiudermi nel mio lutto, senza esser
cagione di rammarico a lei, vivere con le immagini del passato,
lasciando altrui di trovare le sue gioie nel presente, era questo il
mio voto, era questo il mio sogno.--
Fiordalisa non rispose parola. Chinò la fronte e rimase pensosa, quasi
ascoltando dentro di sè l'eco delle ultime parole di Spinello
Spinelli.
Il sole si era nascosto allora dietro i monti pisani. Una brezza soave
incominciava a spirare dal piano, recando alla giovine coppia le acute
fragranze degli orti pistoiesi.
--E voi, Fiordalisa,--mormorò Spinello, dopo un lungo
silenzio,--pensavate al vostro povero amico?
--Sempre;--rispose ella con un filo di voce.
--Angelo, ed io l'ho meritato, sapete? Ogni giorno della mia triste
vita è stato un assiduo pensiero per voi, un ricordo continuo,
doloroso e caro, delle mie speranze perdute. Oh Fiordalisa, come t'ho
amata, e come t'amo tuttavia! Sorriso della mia giovinezza, ti ho
dunque ritrovato? E non sei più mia! L'ira dei tristi ci ha separati.
Ma è forse vero? L'amore che mi legava a te, dal giorno che ti ho
veduta per la prima volta e ti ho votato il mio cuore, non dura eterno
qui dentro? Fiordaliso, anima dell'anima mia, senti, è il destino che
ci ha divisi, è il destino che ci ricongiunge. Non è desso che m'ha
chiamato a Pistola? E contro il desiderio dell'infame Tuccio di Credi?
Oh, quell'uomo, quell'uomo! Come dovrà pagar caro il suo tradimento!
Perchè io lo ucciderò, sai, lo ucciderò come si uccide un rettile
schifoso e malefico!--
Fiordalisa fremette a quelle parole di minaccia.
--No, Spinello, amico mio, non giurate la morte di nessuno. È la
vostra Fiordalisa che ve ne prega. Chi siamo noi per farci giudici,
dov'è la mano di Dio? E tu ed io,--soggiunse ella abbassando la
voce,--siamo forse così puri, nel profondo dell'anima, per non aver
mestieri di perdono davanti alla giustizia degli uomini ed alla
misericordia di Dio?
--Ah!--gridò egli, colpito da quelle parole, e più dall'accento con
cui erano stato profferite.---Tu m'ami dunque, o Fiordalisa! Mi ami...
come t'amo?
La bella creatura gli volse uno sguardo in cui si dipingeva tutta la
confusione dell'animo suo, e cadde perduta nello braccia
dell'innamorato Spinello.
Ore soavi, ore di cielo, chi potrebbe descrivere la vostra dolcezza
infinita? Parole sussurrate da labbro a labbro, quasi paurose di
essere udite dall'aria, chi potrebbe ridirvi? Quei due nobili cuori,
separati dalla tristizia degli uomini, erano dunque resi a sè stessi,
e si confondevano allora tanto più infiammati l'uno dell'altro, quanto
più lunghi erano stati il desiderio e la pena? Si erano amati; si
amavano. Il doloroso intervallo spariva; quei due cuori non avevano
mai cessato di amarsi.
La luna, apparsa pur dianzi dal colmo del poggio, s'innalzò lentamente
su per la volta azzurra: Ed essi erano là, immobili, ebbri di amore,
gli occhi cupidamente fisi negli occhi, le braccia intrecciate alle
braccia. Il mite chiarore dell'astro notturno, che pioveva sui due
felici e pareva involgerli d'una velatura bianca, li faceva
rassomigliare a due figure di marmo, che, aggruppate dal sentimento
d'un gentile artefice, eternassero il loro amplesso nella radura d'un
bosco; delizioso spettacolo d'amore, e veramente degno di essere
contemplato dalle stelle. Quete notti della bella Toscana, in mezzo al
cupo smeraldo dei poggi digradanti, al biancheggiare dei nitidi borghi
in lontananza, al luccicare dei fiumi, serpeggianti in fascia
d'argento lunghesso le valli, avevate mai accolta e accarezzata dal
vostro raggio amoroso una felicità così piena?
Ella guardando lui, ed egli vedendo il creato negli occhi di lei,
avevano dimenticato ogni cosa. Ma che cos'altro è un vero e forte
amore, se non un profondo oblio! Respirare le dolci fragranze d'una
guancia adorata, farsi collana di due candide braccia, è come affogare
nell'infinito; anticiparsi il maraviglioso _nirvana_ dei filosofi
indiani. Sopra tutto, se duri tra voi e intorno a voi un grande
silenzio, che vi dà l'illusione d'esser cullati sul flutto, in un mare
senza sponde, e senza tempeste. Ogni piena allegrezza è naturalmente
muta, la beatitudine non si dice; è la cosa sublime, ineffabile, che
si tiene gelosamente in serbo, nel segreto dell'anima, per rammentarla
nei giorni malinconici, d'ogni luce muti.
E poi, che bisogno avrebbero avuto di manifestarsi i loro pensieri a
vicenda? Un linguaggio più tenero e più efficace parlavano quelle
labbra ardenti, quegli occhi confusi di voluttà. E tacevano, intanto,
ed ogni cosa taceva intorno a loro. Da lunge, si udiva solamente lo
stridio dei grilli, monotono ma lene, che non urtava l'orecchio, ma
conciliava il raccoglimento, e pareva la voce della natura, la nota
della realtà, che dicesse loro: voi siete persone vive, non ombre
vane; quel che sentite, è gaudio consapevole, non illusione del sogno.
Amore, amore! Quanti inni non ha sciolti per te l'anima umana ne' suoi
impeti di poesia! Ma tu sei così vario e profondo, che nessuna forma
dell'arte basterebbe a comprenderti. Tu non sei intiero in nessuno dei
nostri cantici, perchè ogni cantico è in te. Scioglierò anch'io, gramo
poeta, il mio inno alla tua potenza infinita? No, chiuderò gli occhi,
e contemplerò i tuoi miracoli nella penombra delle mie ricordanze:
evocherò il caro fantasma che meglio risponde alla tua immagine non
mai ritratta da umano pennello. E a me, pur troppo, non risponderà da
lontano il monotono e lene stridìo dei grilli canterini; la voce della
natura, la cara nota della realtà, sarà muta per questo povero
cantastorie.
Mentre io parlo, ricordando troppo, ed essi tacciono, dimenticando
ogni cosa e vivendo un'eternità nello spazio d'un'ora, un fruscio
della frappa s'è udito tra le piante.
All'improvviso rumore, Fiordalisa tremò; Spinello balzò prontamente in
piedi tendendo l'occhio sospettoso e l'orecchio. Ambedue rimasero
lungamente in ascolto, rattenendo il respiro; ella più innanzi, e
pronta ad allontanarsi dal terrazzo; egli più indietro, ma con la mano
agli elsi della spada.
--Non è nulla;--diss'ella poco stante;--forse il vento tra i rami.
--Ah!--sospirò egli.--Povera vita! Tremare, nascondersi.... E perchè?
Tu verrai meco, non è vero, amor mio!--
Fiordalisa si strinse al petto di Spinello, e non rispose parola.
--Dimmi, te ne prego,--ripigliò Spinello,--verrai?
--Verrò, sì, non dubitare, verrò;--rispose ella, turbata.--Ma, per
amor del cielo, per me, non cedere alla tua impazienza! Una cosa ti
sia certa;--soggiunse, parlandogli all'orecchio come se vergognasse di
udire il suono delle proprie parole,--che io non vivrò con quell'uomo,
non profanerò l'impronta dei tuoi baci.--
Spinello premette al seno quella fronte adorata e depose un bacio tra
i suoi bruni capelli. Ma Fiordalisa, non bene rassicurata, stava
ancora in ascolto.
--È il vento, dicevi, è il vento che stormisce nella frappa;--mormorò
allora Spinello.--Di che temi tu dunque? Ma lui, a quest'ora dov'è?
--Non so;--rispose Fiordalisa;--forse ancora in città, dov'è andato a
salutare un amico.
--È un fedel servitore;--notò amaramente Spinello;--il suo Tuccio di
Credi, venuto a Pistoia per lui.
--Ah! forse per avvertirlo della tua presenza?--diss'ella, guidata da
quel senso indovino che hanno in simili casi le donne.
--Orbene, sia pure così;--rispose Spinello.--Io lo aspetterò di piè
fermo.
--No, te ne supplico, parti! Egli sarà qui tra poco. Potrebb'essere
già ritornato, e cercare in questo punto di me.
--Andrò,--disse Spinello, sospirando.--Ma non intendi tu, Fiordalisa?
Ieri ho colto a volo una sua frase, in risposta all'infame Tuccio di
Credi. "Partiremo, diceva egli, partiremo." E se egli domani ti
conducesse via da Colle Gigliato? Dove ti troverei io, adorata?
--È vero;--rispose ella perplessa.--Ma tu conosci Cia, la buona
contadina. Ella mi ama; a lei posso confidarmi, ove sia necessario.
Ella ti avvertirà d'ogni cosa. Ma parti, ora; che egli non abbia a
ritrovarti qui! Saremmo perduti ambedue.
--Sì, partirò. Dio Santo!--mormorò Spinello, comprimendosi il petto,
che pareva volesse scoppiargli dalla pena.--Ecco la luce degli occhi
miei, e debbo ritornar nelle tenebre! Quando ti rivedrò, mia dolce
signora?
--Se Iddio lo consente, domani. Ma non venire di giorno. Attendi il
colmo della notte. Cia verrà ad aprirti. Io troverò un pretesto per
escire in giardino.
--Pronta a seguirmi?
--Sì, pronta a tutto. Iddio mi usi misericordia, perchè io ti amo e
farò ogni cosa per te.--
Parlavano a bassa voce, guancia a guancia, tenendosi per mano, come
persone che vorrebbero separarsi e non sanno risolversi, tanto è forte
l'affetto.
In quel mentre, un nuovo rumore si udì dalla rèdola. Spinello mise
mano alla spada.
--Zitto!--diss'ella.--Sicuramente è tornato, e questa è Cia che viene
a cercarmi.
--Vado a vedere:--bisbigliò Spinello, facendo atto di muoversi.
--No, fèrmati; essa non deve trovarti ancora qui, così tardi! Mio Dio,
chi sa che cosa ella avrà già pensato di noi! Lascia almeno che io la
disponga a domani. Tu rimarrai qui, fino a tanto che io non sia presso
di lei, avviata al castello; indi scenderai verso il portone. Andrai a
sinistra e troverai a scala di pietra.--
Così dicendo, si allontanò. Spinello la seguì un tratto, fino al
limitare del terrazzo, per stringervi la sua mano e deporvi un ultimo
bacio. Ella, si volse con moto rapidissimo, lo baciò in fronte e
fuggì.
Il giovane innamorato rimase in sull'ali, pronto a muoversi, appena
fosse sparita, e a discendere da quella parte che essa gli aveva
accennata. Ma proprio nel punto che egli stava per togliersi di là,
udì un grido di spavento, che gli gelò il sangue nelle vene. E subito
dopo vide riapparire madonna Fiordalisa, che correva a furia verso il
terrazzo, come persona inseguita.
--Ah, salvami!--gridò ella.--Salvami! Egli mi ucciderà.--
Spinello fu pronto come la folgore. Con la spada nel pugno, si cacciò
tra lei e il suo persecutore invisibile.
Ma appunto allora un uomo comparve dalla rèdola e venne a piantarsi
sull'entrata del terrazzo. Veduto a lume di luna, in mezzo alla radura
delle piante, pareva un fantasma.
--Chi siete voi, messere!--gridò egli, con accento impresso di
sdegno.--Perchè vi trovo io con la mia donna, in quest'ora notturna, e
senza avervi dato licenza di entrare?
--La vostra, donna!--ruggì Spinello Spinelli.--Voi parlate, messer
Lapo Buontalenti, da quel ladro sfacciato che siete. Tenetevi
indietro, o per la croce di Dio, è questa la vostra ultima ora.--
Ma in quella che faceva dare indietro il suo nemico, udì un gemito e
vide Fiordalisa abbandonarsi sul fianco.
--Fatevi animo, madonna;--diss'egli;--il tristo non potrà nulla contro
voi. Ma che è ciò!--soggiunse egli, con accento mutato, dalla baldanza
al terrore, poichè aveva veduto luccicare nella mano di messer Lapo la
lama d'un pugnale.--Ah! L'avete ferita? Vigliacco! Ferire un donna!
--È il mio dritto;--rispose il Buontalenti.--In mia casa son giudice e
punisco senza il vostro beneplacito.--
Indi, alzando la voce gridò:
--A me la mia gente! A me!
--Vivaddio!--rispose allora Spinello.--Voi siete un giudice? Ed io
sono la giustizia divina, in quest'ora. A voi, Lapo Buontalenti; io
renderò cento per uno.--
E si avventò a messer Lapo, con la spada levata. L'impeto fu tale, che
il Buontalenti non ebbe tempo a causarlo e ricevette il colpo nel bel
mezzo del petto. La punta della spada si ruppe sul corsaletto di cuoio
che messer Lapo indossava. Ma la violenza del colpo lo aveva fatto
stramazzare a terra. Spinello, lesto come una tigre, gli fu addosso
col ginocchio, e afferrata la spada sotto gli elsi, gli piantò il
troncone nella gola, prima che quell'altro potesse menargli una
pugnalata attraverso il costato.
I famigli del Buontalenti erano accorsi al frastuono. Tra i primi era
la Cia.
--Vergine santa!--gridò ella atterrita.--Che è ciò? La mia signora?...
--È là, sul terrazzo. Andate, buona donna, ella aspetta i vostri
soccorsi;--rispose Spinello, balzando in piedi, col suo troncone di
spada nel pugno.--E voi,--soggiunse, rivolgendosi agli uomini, che
erano rimasti sbigottiti, davanti a quella scena di scompiglio nei
buio, senza sapere con chi e con quanti avesse a fare,--andate subito
al castello. Portate acqua, una lettiga, una scranna, quel che vi
capita, per adagiarvi la vostra signora, che questo infame ha ferita.
--La mia signora!--gridò la contadina.--La mia signora ferita! Ah, Dio
di misericordia! Andate, correte, obbedite a questo buon cavaliere. È
un congiunto di sangue della nostra padrona.--
Quella povera donna non sapeva quel che si dicesse; parlava a caso,
seguendo l'ispirazione della paura. Aveva sospettato, poche ore
innanzi; ma in quel punto indovinava il triste dramma, a cui il
destino aveva data una così dolorosa catastrofe. Mentre i famigli del
castello ritornavano sui loro passi, per obbedire ai comandi dello
sconosciuto, altrettanto storditi dall'accento di sicurezza della
donna, quanto dallo spettacolo atroce che si era parato davanti ai
loro occhi, la buona Cia accorreva presso la sua diletta signora.
Spinello non la seguì, prima di aver dato uno sguardo al suo rivale,
disteso supino per terra a boccheggiante nel proprio sangue.
--Lapo Buontalenti,--diss'egli.--Domineddio non paga il sabbato, ma
paga. Così gli piaccia di perdonare a me, se ho ardito di farmi suo
ministro di giustizia.--
Ciò detto, andò anch'egli verso il terrazzo, ove giaceva madonna
Fiordalisa, col capo già sollevato sulle ginocchia della fedel
contadina.
--Fiordalisa! Angiola mia!--esclamò egli, con voce lagrimosa.
--Sei tu, Spinello!--mormorò Fiordalisa, volgendo languidamente la
faccia verso di lui.--Sia ringraziato il cielo! Disperavo già di
vederti.
--Amor mio, sempre daccanto a te!--rispose egli, chinandosi al fianco
di lei.
--Sempre!--ripetè la bella creatura.--Ahimè, sarà per poco. Ormai, è
finita, per me. Il crudele, sai, mi ha ferita.... qui!--
Aveva recata, in quel mentre, la mano al petto, e la mostrava a
Spinello intrisa di sangue.
Così era, pur troppo. Messer Lapo Buontalenti, appostato dietro un
cespuglio, si era scagliato su lei e l'aveva ferita, senza che ella se
ne accorgesse. Era fuggita, la misera donna, credendo di cansare il
colpo che aveva veduto balenare nell'ombra; ma il suo movimento di
terrore non era servito che a mutare di breve distanza il punto a cui
mirava il carnefice. Il ferro, che doveva colpirla a mezzo il petto,
l'aveva colta nel fianco.
La buona Cia si era fatta da principio a sollevarle il busto, per
aiutarla a respirare. Ma, veduto il sangue che grondava dal costato,
si era affrettata a slacciarle la veste, e, appena giunsero i famigli
con l'acqua, v'inzuppò un pannilino, che pose con ogni diligenza e
raffermò sulla ferita. L'impressione del freddo parve ristorare la
sofferente, ma non ristorò altrimenti le speranze de' suoi assistenti
amorevoli. Poco stante, la bella creatura incominciò a rammaricarsi, e
qualche goccia di sangue le apparve sugli angoli delle labbra.
Spinello si cacciò le mani nei capegli.
--Oh, per colpa mia! per colpa mia!--gridava egli, con accento
disperato.
--No, amico mio;--mormorò Fiordalisa;--non ti accusare! È stato il
destino. Perchè ti ho trattenuto io questa sera? Dio santo, ero così
avida di questa felicità! Ho pianto, sai, ho durato tre anni tra il
dolore dell'anima e la menzogna del volto, disperando di vederti,
amandoti e odiandoti.... Perdonami, non si odia così, che quando si
ama così. E dovevo io discacciarti, appena ritrovato? Non eri mio? Non
mi eri reso? E non dovevo accettare il dono che mi era fatto dal
destino? Oh, lo sapevo, sai, lo sapevo, che m'avrebbe uccisa. Ma in
questa certezza è stata anche la mia scusa. Ti amo! ti amo!--
Un fiotto di sangue interruppe lo sfogo di quell'anima addolorata.
--Mia buona signora, chetatevi;--disse amorevolmente la
contadina.--Voi vi affaticate troppo.
--No, no, lasciami parlare, ottima Cia; ho pochi istanti di vita.--
Il petto di Spinello parve rompersi dai singhiozzi.
--Amico mio, perchè ti lagni?--ripigliò Fiordalisa.--Non mi seguirai
tu? Ho bisogno d'esser seguita da te. Ma bada, non sia per opera delle
tue mani, e solo quando a Dio piacerà. Pregalo con tutta l'anima,
digli che la tua Fiordalisa si sentirà troppo sola, senza di te. Ma
no, son crudele; vivi, mio povero amico, vivi per i tuoi figli. Solo
ti prego che tu non abbia a scordarti di me. Verrò a visitarti, ogni
giorno, se Iddio lo permetterà; il mio pensiero ti sarà sempre vicino.
Oh, misericordia divina! Quante cose da dire, e la vita mi
sfugge!...--
La buona Cia le spruzzò acqua sul viso, ed ella si riebbe un tratto.
--Che è avvenuto... di lui?--domandò volgendosi alla contadina.
--Oh, mia dolce signora, di che vi date pensiero? Egli rende conto a
Dio di ciò che vi ha fatto soffrire.
--Dici bene, mi ha fatto soffrire; molto mi ha fatto soffrire; tanto,
che lingua umana non potrebbe ridire. Sono colpevole.... ma per lui.
Dio perdoni all'anima sua!--
Quindi, volgendosi a Spinello, gli disse:
--Amico mio, vorrei esser sorretta da te.--
Spinello si affrettò a prenderla tra le sue braccia.
--Mia buona Cia, allontana quegli uomini. E allontanati anche tu, te
ne prego. Vorrei dire qualche cosa a Spinello. Mi perdoni tu, non è
vero?--
Cia baciò la mano della sua padrona e si tirò in disparte, dall'altro
lato del terrazzo, dopo aver congedato i famigli. Spinello rimase solo
accanto alla morente, sostenendola nelle sue braccia.
--Spinello, amico mio, amante mio,--diss'ella,--qua, la tua mano sul
mio cuore! Oh, come sarebbe stato dolce vivere sempre così! Ma Iddio
non l'ha voluto. Egli non consente che si ami troppo la vita.
Ringraziamolo, poichè almeno egli ci ha dato quest'ora. Non basta,
forse? Ci siamo amati. Ho dimenticato ogni cosa nelle tue braccia.
Vedi, che notte serena! che splendore di stelle! E che bel giorno sarà
domani! Ah, ma tu non lo vedrai tale, non è vero, amor mio? Se questa
valle sorriderà del suo più amabile sorriso alla luce del sole, tu non
vedrai che tenebre? Giuralo, perchè io muoia contenta. Sai, quando la
persona amata non è più, il mondo non deve avere più nulla, più nulla,
che lo faccia amare da chi resta.
--Oh, io ne morrò;--disse Spinello, con voce soffocata dalle lagrime.
--Vivi, le l'ho detto; vivi triste, ma vivi. Col desiderio di me,
ricordati, col desiderio di me! Sentirei freddo, nella tomba, se il
tuo amore non venisse a ricingere le mie povere ossa, là dentro. Ahi,
triste cosa, morire! Non voglio morire! Di grazia, ancora un giorno!
Un'ora, almeno un'ora di vita! Spinello, mio fidanzato, amor mio, dove
sei? Non mi lasciare! Non mi lasciare! Prega il Signore per me.... per
l'anima della tua Fiordalisa.--
La bella creatura balbettò ancora poche parole, il cui suono si spense
nel sangue che le gorgogliò sulle labbra, e la testa ricadde inerte
tra le braccia dell'amato. Nè le lagrime ardenti di lui valsero a
trattenere quella vita che fuggiva; le sue grida disperate si
perdettero nel gran silenzio della notte.