Sopra un'altura a breve distanza dal mare, in una posizione
incantevole, è Recanati: poco lungi, sopra un altro colle, sorge Loreto
con la sua Sacra Casa, oggetto da secoli di pii pellegrinaggi; intorno,
nell'ampio orizzonte chiuso lontano da la linea del mare e da la catena
degli Appennini, si elevano il maestoso Monte Morello, oggi ameno
passeggio, ma rozzo, ermo, selvaggio al principio del secolo, il Monte
Tabor signoreggiante la vallata che il Potenza solca con l'argentea
linea delle sue acque, il Monte Sanvicino.
Il borgo, o cittadina, se la si vuol chiamar così, un'ampia strada
principale da cui si partono alcune vie traverse, non ha la tristezza,
l'aria selvaggia che molti gli suppongono, e non potrebbe esser tetro
in quella ubertosa regione tutta vigneti ed olivi che nell'argento de
le loro foglie nascondono i rami contorti e nodosi, sotto la diffusa
luce del sole meridionale, in quella regione ridente, dinanzi al mare,
che ne profuma l'aria di fresche, salubri esalazioni, fra i suoi monti
sonanti d'acque pure e i suoi floridi campi ove il grano s'indora
nel luglio ardente e fioriscono candidi e rosei meli e ciliegi nel
puro aprile. Non è tetro Recanati, ma nella gioiosa festa de' suoi
dintorni ha un'aria seria e severa al par di molte città e villaggi
antichi nostri; nelle mura vetuste, nelle strette vie, nelle chiese
severe, quali il duomo e Sant'Agostino, nei conventi, nei campanili,
quali la torre di piazza o torre del borgo, quella, antichissima,
di Sant'Agostino, che con l'alto cono attirava i fulmini e fu perciò
abbattuta, nei neri palazzi Carradori, Roberti, Antici, Leopardi spira
l'austerità del passato. Quiete e silenti quasi sempre le vie, ove
suonava di rado (parlo del secolo scorso, ma si potrebbe dir lo stesso
del nostro) il cigolío di un carro pesante e il rintocco pensoso di
una campana, il canto di una donna, il gorgheggio dei rosignoli, non
infrequenti ospiti degli ampi giardini, più verdi che fioriti.
Un palazzo grande, severo, di antica architettura, da le alte finestre
ad inferriate, in mezzo a' due giardini, uno a levante l'altro a
ponente, quello più aperto, adorno di gruppi di vasi d'aranci e limoni
e d'una vasca, questo più ombroso e fresco co' suoi alberi fitti che
ne fanno una specie di boschetto, ove mesti s'ergono alcuni cipressi
e s'apre amena una loggia: al primo piano un vestibolo a colonne, con
armi, bassorilievi, qualche cosa di severo e solenne, qualche ampia
sala tappezzata di damasco, ornata di specchi e di mobili dorati,
parecchie altre vaste, quasi nude nel semplicissimo arredamento: ecco
il palazzo avito dei conti Leopardi. In esso al conte Monaldo e a la
contessa Adelaide, dopo i due primi figliuoli, Giacomo e Carlo, nasceva
addì 5 ottobre 1800 una bambina, venuta prematuramente a la luce di
sette mesi e cui vennero posti i nomi di Paolina, Francesca, Saveria,
Salesia, Placida, Blancina, Aloisia. Fu battezzata dal canonico
Ettore Leopardi ed ebbe a padrini il marchese Carlo Antici, fratello
di Adelaide, e la marchesa Francesca Della Branca Mosca, la quale,
malcontenta di restare in Pesaro, tornato a la repubblica italiana
o cisalpina, era andata in Recanati nella casa del nipote, dove morì
nell'aprile del 1801.
Paolina crebbe sempre vicina ai fratelli, partecipe de' loro giuochi,
educata rigidamente al par di loro, istruita con loro e assai più
seriamente che non si solessero istruire le fanciulle del suo tempo.
Nella casa severa, tra gli austeri genitori, attorniati da una
brigata domestica numerosa, ma non lieta, di cui facevan parte lo
zio di Monaldo, Ettore canonico, l'ex-gesuita Don Giuseppe Torres, il
cappellano Ferri, Don Sebastiano Sanchini di Mondaino, Don Vincenzo
Diotallevi; brigata, cui veniva non di rado ad aggiungersi la
compagnia di parenti ed amici per lo più aristocraticamente gravi,
di ecclesiastici tutti compresi di politica reazionaria; sempre
sorvegliati dai genitori, dal precettore o dal pedagogo, i ragazzi
Leopardi, affettuosissimi d'indole, si stringevano fra loro, ad un
tempo compagni, amici, fratelli, e sin da allora prendeva radice nei
loro cuori quel vivissimo affetto che li legò così saldamente e che
tanto conforto diede a la loro gioventù.
Giacomo, esile, ma allora diritto e snello, pieno di vita, avea la
carnagione bianca, gli occhi azzurri, dolci e fieri insieme; Carlo,
più robusto e nerboruto, era di una natura meno profonda e riflessiva,
e, anche bambino, bello, spiritoso e mordace come fu di poi; Paolina,
vestita sempre semplicissimamente di nero, piccola e gracile, aveva
capelli bruni e corti, occhi di un azzurro incerto, viso olivastro e
rotondetto; era brutta, ma di una gentilezza, di una bontà, che potevan
farla parere graziosa a chi la conoscesse intimamente. Ella si adattava
ai chiassosi giuochi dei fratelli, benchè preferisse i divertimenti
più tranquilli; le piaceva soprattutto dir la messa dinanzi ad un
altarino, e per questo e pel suo aspetto, Giacomo e Carlo solevan
chiamarla Don Paolo, nome che le rimase a lungo. Il primogenito,
com'era il più pronto d'ingegno, era anche il più prepotente, e ad
ogni costo voleva primeggiare su tutti; la sorella cedeva di buon
grado e, ancora fanciulletta, cominciava ad avere per lui una specie
di culto devoto, tanto più che negli studi la supremazia di lui era
evidente e che egli non soleva mai farsi pregare per dar aiuto ai
fratelli nello svolgimento dei loro temi o nelle risposte da dare al
maestro. Primo insegnante dei ragazzi fu Don Torres di Vera Cruz, che
era stato anche precettore di Monaldo; ma questi, memore del pessimo
insegnamento ricevuto, benchè conservasse per sempre un'affettuosa
amicizia per quell'ex-gesuita, volle che i figli ricevessero un
indirizzo migliore, e li affidò a Don Sebastiano Sanchini, tenuto in
casa e verso cui si aveva ogni riguardo, come verso l'altro pedagogo
Don Vincenzo Diotallevi, buon uomo questo, grasso e florido, il quale,
con l'ostentazione d'un coraggio che non era punto nella sua natura,
dava talora occasione agli scherzi dei fanciulli. Il Sanchini non fu
un portento, ma certo doveva meritare assai più encomio che biasimo,
se ben presto in tutti i suoi scolaretti fu vivissimo l'amore a lo
studio, amore che in Paolina (non parlo di Giacomo) non venne mai
meno e fu di conforto a la malinconica vita. Questa prima istruzione
era rivolta a la lingua italiana, a la latina, a la francese, a le
scienze naturali, a la storia, a la geografia, ed aveva a fondamento
l'educazione religiosa e morale. Paolina non raggiungeva ancora nove
anni, quando, il 30 gennaio 1808, in uno di quei pubblici saggi che
Monaldo soleva far dare a' suoi figliuoli, rispose a dieci questioni
di dottrina e ad altre dieci, e non facili, di storia e di geografia
antica; l'8 febbraio del 1810 in un altro saggio rispondeva a venti
questioni di filosofia e di scienze naturali, queste ultime riguardanti
le meteore, il terremoto, il sole, la luna, i pianeti, le comete, gli
ecclissi, il flusso e riflusso del mare: in quello stesso giorno ella
doveva parlare de la storia di Spagna, del Portogallo, di Svezia, di
Danimarca e Norvegia, da le più antiche memorie che ce ne restano sino
al 1800. Ella aveva coi fratelli una parte nei dialoghi che Monaldo
componeva e faceva loro recitare pubblicamente. Il Sanchini in una
lettera (1º ottobre 1810) che da Mondaino, ov'era andato a passar le
vacanze autunnali, scriveva a' suoi alunni, ha un paragrafo tutto per
Paolina: «Mulieri invite Latii sermone litteras exarandas me trado. Mos
invaluit, has fusum et colum tractare debere. At de te, Paulina, erit
fortasse dissimiliter, nisi desidia marcescere voles. Perpende, mulier
sicuti nata es, semper mulier eris; propterea muliebres facultates
quoque ediscendæ sunt, et ex istis magis quam ex illis maior eris.
Sed de hoc satis ne aliquis dicat _sutor, ne ultra crêpidas_. Cura
valetudinem tuam. Vale.»[14]
Nel decembre del 1811 Paolina scriveva una lettera in latino a Monaldo,
dandogli relazione de' suoi studi; questa lettera, che fu pubblicata da
l'Avoli negli _Studi in Italia_ (anno V, vol. 2º, pag. 692), prova il
buon indirizzo e la severità de l'insegnamento che le veniva dato.
In una grande stanza ben arieggiata e luminosa stavano disposti l'uno
dietro l'altro i quattro tavolini da studio dei ragazzi, ultimo quello
di Paolina; a tutti insieme (anche al piccolo Luigi) dava le sue
lezioni Don Sanchini, compreso de la gravità del suo ufficio e armato
d'un lungo staffile, ch'egli però brandiva, dice la Teja, più per la
forma che per l'azione. Agli studi s'alternavano ancora i giuochi nei
due giardini di casa, le allegre scampagnate, il chiasso coi cugini
e le cuginette. Paolina amava in quella prima età gli scherzi e
l'allegria, era di carattere affettuoso e franco, e nella soggezione
in cui viveva coi genitori, specialmente con la rigida Adelaide, si
stringeva a Carlo e ancor più a Giacomo, pel quale si sarebbe gettata
nel fuoco. Non aveva che dodici anni, quando per fargli un favore,
ricopiava il manoscritto d'un suo compendio di logica e ne riceveva per
ringraziamento questa graziosa ed erudita lettera:
«All'Ill.mo Signore, Padrone colendissimo
»Il Signor Don Paolo Leopardi.
»Casa.
»Recanati, 28 gennaio 1812.
»Amico carissimo, ricevo in questo momento il plico, che voi m'inviate,
accompagnato da una obbligantissima lettera. Essa è ben degna per
la sua brevità di esser commendata da' Lacedemoni, e dagli altri
popoli della Grecia, i quali, dovendo rispondere in lettera ad alcuna
inchiesta, non iscrivevano talvolta che la semplice parola: No. Il
piacere che voi mi avete fatto col tòrre a copiare il mio picciol
_Compendio di Logica_, non vi sembrerà forse sì grande, quanto lo
è in realtà. Un buon copista è assai raro, ed io non reputo lieve
vantaggio l'averne ritrovato uno, che sia conforme al mio desiderio.
Il restauratore dell'italiana Poesia, Francesco Petrarca, lamentavasi
che, avendo egli in poche settimane condotto a fine il suo libro
latino _De Fortuna_, etc., non potea dopo più anni averne copia, che
pienamente il soddisfacesse, poichè di mille errori eran ripiene tutte
quelle, che egli avea avute da' vari copisti. Se io fossi vissuto al
tempo di Petrarca, e l'avessi udito lamentarsi meco in tal modo, avrei
facilmente appacificate ed acquetate le sue querele coll'insinuargli
di darvi a copiar la sua opera, e son certo che, malgrado la sua
delicatezza in questa materia, egli ne sarebbe rimasto soddisfatto.
Nè crediate che il mestier del copista sia da disprezzarsi. Teodosio,
uno de' più grandi Imperatori d'Oriente, s'impiegava ancor egli
nel copiare gli altrui scritti, e non vivea che del danaro ricavato
da questa non ignobil fatica. Voi potrete dirmi, che Teodosio non
operava in tal modo, perchè di sè degno riputasse un tal genere di
lavoro, ma solamente per un effetto della sua profonda umiltà e virtù
cristiana; ma io, per convincervi di quanto ho preso a dimostrarvi, vi
apporterò un altro esempio. Non ci dipartiamo dal Petrarca. Egli avendo
intrapreso di fare un viaggio, non ben mi rammento per qual fine, e
ritrovata, cammin facendo, un'opera di Cicerone, di cui non avea per
anche contezza, non istimò cosa vile il copiarla da capo a fondo. Ma
è ormai tempo di finirla, poichè mi avvedo che, avendo fatto l'elogio
dello stile laconico, sto per cadere nei difetti dello stile asiatico.
Sono affezionatissimo per servirvi di cuore
»GIACOMO LEOPARDI.»[15]
Paolina, crescendo, andava arricchendosi oltre che d'un'ottima cultura
generale, di una cognizione chiara e non superficiale de la letteratura
italiana, latina e francese; meno profondamente, conobbe anche lo
spagnuolo. In italiano scriveva con facilità e con semplice eleganza,
tanto che del suo modo di scrivere Giacomo le fece lode più volte; egli
chiamava le sue letterine e il suo stile così gentili da non parer non
solamente recanatesi, ma neanche italiani; e pensava forse a la lunga
ed accurata lettura che Paolina aveva fatto de le lettere di Mad.e de
Sévigné, ch'ella chiamava la sua _opera classica_, asserendo di saperle
tutte a memoria. L'approvazione di Giacomo faceva strabiliare la sua
modesta sorella, che gli confessava di vergognarsi quasi di scrivere a
lui, temendo ch'egli scoprisse l'inganno di quelli che la lodavano pel
suo stile.
Il Viani nel pubblicare l'epistolario, a la pagina in cui Giacomo
encomia le lettere di Paolina, appone una nota in cui conferma quel
giudizio e aggiunge che la coltura, l'ingegno e la gentilezza de la
contessina erano veramente singolari. Ad aprire la mente di lei certo
giovavano assai le lunghe conversazioni con Giacomo, che, timidamente
ritroso e chiuso in sè con tutti, taciturno, malgrado l'immenso suo
tesoro d'idee, non soltanto nelle conversazioni, ma sol che si trovasse
fra due o tre persone riunite ed anche con gli stessi genitori, era
espansivo coi fratelli; con loro voleva e poteva discutere, perchè
in fondo in quasi tutte le idee generali andavan d'accordo, e questa
era la condizione ch'egli credeva indispensabile per poter discutere
utilmente e piacevolmente con qualcuno. Paolina, oltre a fargli da
copista, a scriver lettere per lui, ad esser confidente di tutte le
sue pene e prima ammiratrice dei suoi scritti, era con Carlo la sua
unica compagnia, quando i gravi mali, di cui egli sofferse agli occhi,
lo costringevano a passare le intere giornate chiuso al buio in una
stanza, fremendo e delirando pel nuovo dolore di non poter studiare,
che veniva ad aggiungersi a le sue tante pene. Ella era così abituata a
creder ciecamente nel primogenito, a prender parte a tutti i pensieri,
a tutti gli affetti di lui, che ritroviamo nel suo cuore in gran
parte il cuore di Giacomo: al par del fratello ella nascondeva sotto
un aspetto timido e un'abitudine di taciturnità, che in lei pure era
mal giudicata come prova di uno spirito arcigno, un'anima ardente,
assetata d'amore, pronta ad affezionarsi, anzi a darsi tutta con un
entusiasmo che aveva qualche cosa di romanzesco e di sentimentale,
a chi le dimostrasse qualche tenerezza. Come Giacomo, ella portava
nell'amicizia il linguaggio passionato de l'amore, e, quantunque
pregiasse sopra ogni cosa la intelligenza, la coltura, la finezza de
l'educazione, pure persino a le persone di servizio si affezionava
talmente da durar a pianger parecchi giorni quando qualcuna di esse
a lei cara lasciava la casa. Vivacissima anch'ella di fantasia,
anch'ella odiava Recanati, sognando di là da quei monti e da quel mare
un mondo meraviglioso, un'ignota felicità; il pensiero che vi fosse
qualche cosa ch'ella non doveva veder mai, le era un vero e proprio
tormento; e quando rifletteva, come Giacomo giovanetto, quante belle
cose ha il mondo, si sentiva struggere, anelava a i ghiacciai de la
Svizzera, al cielo di Napoli, a le aurore boreali de la Russia, e
non era ancora riuscita a vedere i tanti e bellissimi punti di vista
del suo paese. Se ne le letture, che eran tutta la sua distrazione,
ella trovava belle pitture di luoghi, bei racconti di viaggi, gettava
via il libro e scoppiava in pianto. Anch'ella nel confronto de la
povera realtà coi sogni superbi, si sentiva profondamente infelice, e
peggio era quando i suoi non riuscivano a capire, essi che adoravano
la loro casa, quel ch'ella desiderasse, e venivano osservandole che
infinite persone si sarebbero chiamate felici di poter cambiar sorte
con lei, di non mancar mai del pane, di poter dormire a proprio
grado, lavorare o no a proprio talento. Capiva ella stessa di dover
parer incontentabile, ma non sapeva rassegnarsi, sentendo in sè tanta
vivacità di fantasia e soprattutto tanta inutile potenza d'affetti;
e si lasciava prendere da un'infeconda tristezza che le annebbiava il
mondo, le amareggiava la vita. Comune con Giacomo aveva l'amore a la
natura, ne la contemplazione de la quale le pareva che si addolcissero
le sue pene e che il suo spirito trovasse qualche cosa de le ineffabili
bellezze e de le dolcezze sognate: «Io credo,» ella scrisse più tardi,
«che oramai non resti all'uomo dabbene altro piacere da gustare che
nel contemplare le bellezze infinite della natura: tutto il resto non
è più fatto per lui, o egli non vi si può adattare.»[16] Come Giacomo
sentiva rinnovarsi la vita, risvegliarsi ai più teneri moti l'anima
sua al ricomparire de la primavera, così Paolina aveva una _estrema
predilezione_ per i bei mesi di aprile e di maggio, in cui _vediamo
fiorite le siepi_; e pareva che ne la natura e ne la primavera ella
amasse di riposare il suo cuore offeso da la vita e dagli uomini. La
commovevano profondamente le due arti sorelle: poesia e musica; ed il
suo amore per esse era tanto intelligente, quanto vivo: adorava i veri
poeti, non poteva soffrire non pure i cattivi, ma neanche i mediocri;
e più tardi le sue amiche Brighenti, per quanto facessero, non poterono
piegarla a indulgenza verso il Cagnoli e il Perretti, loro intimi.
La musica, in particolare le appassionate melodie di Bellini, che
parve nelle sue note trasfondere tutti gli entusiasmi de la gioventù,
tutte le ardenti lacrime de le alte sventure, commoveva ineffabilmente
Paolina, che avrebbe voluto ascoltarla tutta sola, libera di ridere, di
piangere, di gridare, secondo le impressioni de l'animo suo. Giudicò
la morte del grande maestro una disgrazia immensa; al primo sentirne
la notizia, mandò un grido di dolore, e sospirava tutte le volte che le
accadeva di riparlarne.
Paolina giovanetta era religiosa, ma lontana da ogni mistico
esaltamento, dal suo cuore la prece usciva sincera e fervida, ma i
suoi occhi cercavano la terra, le bellezze e le gioie d'una vita pura e
onesta sì, ma umana. E quegli occhi intelligenti e buoni eran la sola
leggiadria de la giovanetta, sempre piccola, esile, bruna e di più
difettosa nella persona.
S'intende facilmente come anch'ella rodesse a fatica il freno ne la
casa paterna e come, quando tra i fratelli ed il padre l'accordo fu
rotto e incominciò quella lotta muta e tanto penosa per gli uni come
per l'altro, ella fosse tutta con Giacomo e con Carlo, prendesse parte
a le piccole e disgraziate cospirazioni, a le rivolte più pensate
che reali, e soffrisse con loro de le sempre mancate speranze, degli
scoramenti che li opprimevano. Ella pure piangeva la sua vita e il
suo cuore sepolti in quel _soggiorno abbominevole e odiosissimo, in
quella notte tenebrosa_, e non trovava sollievo che in questo pianto,
in questa commiserazione di sè stessa, ne la coscienza di esser
considerata nulla, ma di valer pur qualche cosa.
Quando nel novembre del 1822 il marchese Carlo Antici, dopo lunghe
preghiere ed insistenze, ottiene di condur seco Giacomo a Roma, Paolina
resta sconsolata, non sa credere a la lontananza di quel suo compagno
di tutte le ore, di tutti i momenti, di tutti i pensieri, lo cerca
sempre ne la casa che le par più triste e più vuota, sempre le pare
di sentire i suoi passi e si muove ad incontrarlo. Le lettere del
fratello le sono di scarsa, ma vera consolazione, e ancor più l'idea
ch'egli deve amarla sempre e ricordarsi spesso di lei; rispondendogli,
ella mette tutta l'anima ne le proprie parole: le piace di sentire
ch'egli trova a Roma persone sciocche, ridicole ed incolte, pensando
che a queste egli deve pur preferir la sua sorella: gli chiede notizia
de le donne di Roma, dei parenti, del Mai, gli narra con grazia le
piccole novità di Recanati, lo prega di averla sempre cara, s'interessa
a tutte le cose sue, smania di poter fargli alcun che di gradito, e
per questo gli parla dei libri nuovi che arrivano in casa e del loro
contenuto. Poi si sfoga con lui de la sua noia, de le speranze che
persin esse le mancano; gli confessa il suo intimo desiderio di morir
giovane, di non veder la fine de l'anno che incomincia (1823): finirà
col farsi monaca per disperazione; nulla di nuovo le è accaduto, ma
ogni giorno che passa accresce la sua infelicità. Infine confida a
lui le sue speranze di matrimonio. Simile anche in questo al fratello,
ell'era insieme d'una timidezza e di un riserbo che a chi non l'avesse
conosciuta, potevan parere indizio d'animo freddo, ma nascondeva sotto
queste apparenze un cuore appassionato e un desiderio d'amore che
occupava tutto il suo spirito, la sua fantasia, i suoi pensieri, e come
un divino miraggio oscurava tutto il resto del mondo a' suoi occhi.
«Fervidissima era l'anima sua assetata d'amore, sempre in traccia
d'un affetto cui consacrare tutta sè stessa, a cui donare tutto il
tesoro de' suoi affetti e de' suoi entusiasmi, ma d'un affetto degno
veramente di lei e capace di comprendere tutte le delicatezze del suo
carattere.»[17]
La povera anima, diceva Carlo, era costumata a l'idea de' sacrifici,
ma non le era ancora concesso di farne. Una prima probabilità di
matrimonio le arride nel progetto di dar la sua mano a un tal Peroli
di Sant'Angelo in Vado o di Urbino, uomo già innanzi con gli anni, di
punto spirito, di poca amabilità, bruttissimo, però creduto ricco e
_buon uomo_, come Monaldo lo chiama, e che mostrava di potersi molto
affezionare a la giovanetta, la quale lo vedeva troppo disprezzato
e fors'anche deriso, e lo sentiva troppo inferiore a se per poter
accoglierlo con trasporto; tuttavia lo accettava, parendole che un
avvenire ignoto dovesse pur sempre esser migliore de la sua monotona,
malinconica vita.
Fu ben altro quando ella amò per la prima, anzi per l'unica volta nella
sua vita, chè, com'ella disse più tardi a le sue amiche Brighenti,
per lei le occasioni di sentirsi battere il cuore erano rare ed ella
somigliava a le Francesi e ripeteva con una di esse: _Je suis si
heureuse quand le cœur me bat!_ (Lettera 29 aprile 1831.) Molte vive,
improvvise, ma fuggevoli simpatie ella ebbe, un solo amore; e ne
confidava il secreto a le Brighenti: quando esse le annunciavano che
Giacomo era in compagnia d'un tal Ranieri, giovane signore napoletano,
Paolina, arrossendo e delirando d'ansia e di dolore, chiedeva le
dicessero se quegli fosse veramente napoletano e se non si chiamasse
Ranieri di nome, invece che di cognome; e narrava d'aver amato un
giovane marchigiano di nome Ranieri, il quale verso il '29 era a
Bologna; d'averlo adorato con un ardore da non potersi immaginare,
d'esser stata sua sposa, poichè tutto era combinato, e persino il
consenso dei Leopardi era stato ottenuto, sebbene egli non fosse ricco,
nè di nobiltà paragonabile a quella di lei. Egli era quale ne' suoi
sogni ella aveva sospirato il proprio compagno, giovine, amabilissimo,
intelligente, colto; ma un dì le venne un dubbio ch'egli non seppe
sciogliere, e che le distrusse ogni felicità, ogni speranza, le fece
ricusare il fidanzato, pur rimanendo con la sua immagine indelebilmente
scolpita nel cuore e col dolore crudele di non aver saputo inspirargli
l'amore ch'ella sentiva per lui, _ardente, furioso_. D'allora in poi
bastò il nome di Ranieri per farla palpitare e, sentendo che Giacomo
era con un giovane di tal nome, s'era fissata fosse insieme a colui
ch'ella non poteva scordare e che, volti a la peggio i suoi affari, era
andato prima a Bologna e poi a Roma, senza che da un pezzo ella potesse
più saperne nulla: «Ma se so ch'egli è felice, quasi lo sono ancor'io,»
soggiungeva con vera femminile tenerezza.
A proposito di questo amore il Costa scrive: «Una sola volta parve
che il bel sogno (_di Paolina_) fosse divenuto realtà, quando un
giovane marchigiano di nome Ranieri, del quale è ignoto ancora ch'io mi
sappia il casato, non avendone parlato nessuno degli studiosi di cose
leopardiane, parve innamorato di lei.»[18] Il Costa scriveva queste
parole nel 1887, ma d'allora in poi non è a mia cognizione che alcuno
tentasse sollevare il velo del pudico secreto di Paolina.
Carlo il 9 febbraio 1823 scriveva a Giacomo d'essere stato a la cena
del gonfaloniere vicino di tavola di Roccetti e gli narrava d'aver
trovato quel giovane amabile, geniale di fisonomia e di talento e
cultura sufficiente, non ignaro di lettere, ammiratore dei versi di
Giacomo, e autore egli stesso di qualche buona poesia. Carlo ricordava
come altre volte gli fosse venuto in pensiero di dar a quel giovane
Paolina, che in varie occasioni l'aveva visto, aveva parlato con lui
e l'aveva trovato assai piacente; ma non ne aveva fatto più nulla,
saputo della poca entrata di lui. «Ora,» egli racconta, «sembra che
tanto Paolina, quanto il partito superiore, sieno disposti a passar
sopra questo punto. È certo che è assestatissimo, e non si tratterebbe
se non di calar di piede, non di stare incerti sul piede proprio. Per
il tratto e l'educazione può stare al pari di un signore molto più
ricco, veste benissimo e il suo fare riservatamente polito e nello
stesso tempo sicuro e disinvolto ha una certa somiglianza con quello
di Camillo. Begli occhi, ottima e sanissima bocca. Vedi che sulla
persona non c'è nulla da dire; sta all'interessata a dire, se questo
è quello che essa conta il più. O piuttosto essa l'ha già detto; ora
si aspetta ch'egli dichiari in qualche modo il suo sentimento, che non
sembra bene d'interpellare direttamente, trattandosi d'un affare in
cui egli è quello che guadagna.» Giacomo rispondeva che veramente poche
consolazioni avrebbe potuto provare uguali a quella di veder effettuato
quel progetto circa il matrimonio di Paolina; era certo che Carlo
dal lato suo non avrebbe lasciato cosa che potesse giovare a questo
effetto; e aggiungeva non poter sapersi se la sorella dovesse nel nuovo
stato e con quel compagno esser contenta; ma che certo per lei non
v'era altro partito, se non quello di maritarsi presto e possibilmente
con un giovane. (Lettera 20 febbraio 1823.) Paolina, tutta lieta di
questo assenso del fratello, pochi giorni dopo gli scriveva d'essere
_estremamente contenta_ di Roccetti _per la sua figura_, ch'ella non
avrebbe potuto desiderare migliore, _per il suo spirito, per la sua
cultura, educazione ecc._; ma un dubbio le restava e tale da farla
tremare: i costumi di quel giovane, dei quali aveva sentito parlare
altra volta dai fratelli, costumi tali da spaventarla. Ell'era persuasa
d'aver a rimpiangere il vecchio Peroli, o almeno l'amore ch'egli le
avrebbe portato, e ch'ella non si credeva capace d'inspirare ad un
giovane, neanche avendone infinito per lui: «Come» scrive «ne avrei per
Roccetti, che se avessi veduto più a lungo, me ne sarei innamorata; e
sarebbe stato tanto peggio per me, chè fino ad ora non se ne capezza
niente.» (Lettera 3 marzo 1823.) Giacomo di rimando le dava consigli
e le diceva: «Circa l'affare di R.... è verissimo che a me pare che
vi convenga. È anche vero che R.... è un giovane come _tutti_ gli
altri.» Aggiungeva però che un uomo di talento, quale era Roccetti,
dopo essersi divertito assai ed anche annoiato de la galanteria, doveva
sentire il bisogno di una che lo amasse da vero e che unisse a la
tenerezza, la gioventù e il buon cuore. S'egli aveva tal desiderio,
nessuna avrebbe potuto soddisfarlo meglio di lei, che sapeva amare ed
era istruita _al di sopra di quattro quinti delle sue pari_; ed egli
stesso doveva essere ottimamente disposto a divenire un buon compagno;
non già che Paolina non dovesse in tal caso aspettarsi da lui nessun
tratto di gioventù, ma certo egli si guarderebbe da l'offenderla,
proverebbe pena se credesse di averne procurata a lei, o sarebbe sempre
suo, o mostrerebbe di essere, e tornerebbe presto e veramente a lei,
quand'anche se ne fosse mai allontanato per qualche momento. (Lettera
19 marzo 1823.)
Poco a presso Carlo scriveva al fratello che Roccetti, fatto
interpellare, aveva detto definitivamente d'essere in trattato con
un'altra; ove non avesse potuto combinare, ben volentieri avrebbe
accettato Paolina. Carlo aggiungeva sapersi chi era quest'altra: una
vedova uscita da la casa mercantile Cesaretti di Ancona, con una dote
minore o al più uguale a la loro sorella, giovane però e avvenente.
(Lettera 6 marzo 1823.)
Il 27 marzo, pregando Giacomo d'informarsi se Paolina avesse potuto
convenire al cavalier Marini di Roma, Carlo aggiungeva: «Roccetti
non ha detto più nulla.» Ma due anni di poi Monaldo scriveva al suo
primogenito: «Ti piacerà di sentire che ho fatto sposa Paolina, e il
suo sposo è Peroli. Questo buon uomo, sentendola libera dal trattato
Roccetti, venne qua e tutto fu combinato.» (Lettera 30 agosto 1825.)
Monaldo non poteva alludere certo a quelle prime trattative col
Roccetti, che non avevano punto impegnata Paolina; bisogna dunque
credere che nel frattempo, e cioè mentre Giacomo era a Recanati dopo
il suo ritorno da Roma, poichè in nessuna lettera a lui se ne trova
notizia, tali trattative fossero state riprese e condotte a buon fine,
benchè poi l'impegno venisse sciolto.
Paolina Mazzagalli, che, come vedremo, fu intima della contessina
Leopardi, espandendo in un'affettuosissima lettera la sua amicizia,
scrive a la cugina: «S'io vi possedessi, confesso tremerei.... tutte le
volte che dovrei allontanarvi da me, perchè è vero che tutte le cose
preziose si conservano con gelosia; e persuadetevi che anche Rossetti
avrebbe fatto così, se.... ma io dimenticavo che egli è infelice e
che per questo voi non l'amate più!!.. Questa idea mi spaventa e mi fa
temere per la nostra amicizia.»[19]
Credo che quel _Rossetti_ sia un errore di lettura del manoscritto o
di stampa e che si debba invece leggere _Roccetti_. Una volta ancora
troviamo questo nome tra le carte leopardiane ed è in una lettera di
Paolina a Giacomo: «Così per una curiosità, se hai veduto e sentito
nominare a caso Roccetti che fosse costì dimmelo un poco. Che se
non puoi dirmi di averlo nè veduto, nè sentito nominare, non me ne
far motto, che è inutile. Si dice ch'egli sia costì in una compagnia
comica, e si dice che faccia il carabiniere dopo avere dato sacco a
la roba sua.» A questa lettera del 10 giugno 1827, Giacomo rispondeva
punto per punto il 18 giugno, ma di Roccetti non faceva parola.
Da le lettere citate risulta chiaramente come Paolina amasse questo
Roccetti e se ne interessasse ancora dopo parecchi anni, com'egli
fosse giovane, assai piacente, di poca fortuna e di poca nobiltà,
come ella gli sia stata promessa ed infine (se è proprio di lui che
parla la Mazzagalli) come verso il 1828 egli fosse infelice; appare
ancora probabile, poichè Paolina ne chiede, che sul finire del '27
egli si trovasse a Bologna in pessime condizioni economiche. Se si
pensi ora quel che la contessina confessava a le amiche intorno al suo
Ranieri: che era giovane, amabile, non ricco, non molto nobile, poichè
in un'altra lettera ella scriveva: «Mi pareva impossibile di poter
lasciare il mio cognome, cui voglio assai bene, per uno tanto meschino.
Quando ero sposa del mio Ranieri, non mi pareva sacrifizio quello
che andavo a fare, poichè l'amore velava il tutto»; marchigiano (e il
Traversi, il solo, ch'io sappia, che abbia fatto cenno una volta, ma
brevissimamente del Roccetti, lo asserisce di Filottrano); per qualche
tempo fidanzato a lei, più tardi disgraziato negli affari, e che nel
1828 era a Bologna, apparirà, s'io non erro, più che probabile che
il Roccetti e Ranieri sieno tutt'uno; Roccetti il cognome, Ranieri il
nome.
Ero a questo punto de le mie induzioni quando l'egregio signor conte
Giacomo Leopardi, ora degno rappresentante di quella illustre famiglia
e premurosissimo per gli studi leopardiani, pregatone da me, fece fare
de le ricerche a Filottrano e mi comunicò poi la seguente lettera:
MUNICIPIO DI FILOTTRANO.
GABINETTO.
Lì 10 agosto 1897.
Preg.mo Sig.r Conte,
Dai nobili signori Giuseppe Roccetti e Geltrude Melchiorri nasceva
qui in Filottrano il 9 settembre 1795 un bambino, cui venne imposto
il nome di Raniero, tenuto al Sacro Fonte dai nobili Giacomo
Martorelli-Mazzoleni-Fiorenzi di Osimo e Virginia Mosca, moglie del
conte Giacomo Leopardi da Recanati. Così nel registro dei nati del
suddetto anno. Il giovane Roccetti Raniero, dalle informazioni avutesi
da qualche persona vecchia del luogo, che lo conobbe, corrispondeva
perfettamente alla descrizione che se ne fa nella lettera del conte
Carlo. Si sa pure di esso che, attesi dissesti di famiglia, entrò
al servizio del governo pontificio nella carriera giudiziaria,
raggiungendo, a quanto si ricorda, il grado di governatore. Morì in
fresca età a seguito di malattia mentale, ma non sa dirsi il luogo.
Del resto a Filottrano non si sa abbiano esistito altri Roccetti di
nome Ranieri, ma lo si ripete, la descrizione della lettera fa esser
certi si tratti di quello di cui si dettero i pochi cenni biografici.
Offrendomi per ogni occasione mi pregio protestarmi....