IL SINDACO.

Il romanzo di Paolina, così splendido ne la sua fantasia e nel suo

cuore, così povero ne la realtà, finiva miseramente; ed è probabile

che il dubbio di cui ella parla, inducesse lei a lasciare il fidanzato,

come che le peggiorate condizioni di lui persuadessero i Leopardi a non

dargli la figliuola.

Per un momento si pensò a combinare un matrimonio fra Paolina ed

Osvaldo Carradori, ma pare che le cose sieno andate poco più innanzi

del pensiero. Adelaide, che più degli altri si preoccupava di trovar

marito a la figlia, saputo che il cavalier Marini di Roma, vedovo,

voleva riprender moglie e la desiderava savia, ben educata, di ottime

qualità morali, piuttosto che ricca, faceva chiedere a Giacomo se

potesse esser quello un partito accettabile per Paolina; ed anche

Monaldo parlava al suo primogenito de l'istesso argomento, narrandogli

avergli l'Antici proposto il cavaliere come genero. Monaldo l'aveva

conosciuto ventidue anni prima, ed era in forse se quell'uomo, certo

tutt'altro che giovane, potesse non dispiacere a Paolina. Giacomo,

rispondendo, tratteggiava tosto il ritratto del cavaliere, di cui

già prima avea talvolta parlato per incidenza a' suoi e sempre con

simpatia: il Marini mostrava quarantacinque o cinquant'anni, non

appariva punto vecchio con la sua amabile e ridente fisonomia, col

colorito sano e la persona non alta, ma ben proporzionata; di maniere

piacevolissime, d'indole quieta e inclinata a la vita di famiglia,

possedeva ottimamente l'arte di farsi amare. Era stato affezionatissimo

a la sua prima moglie, zoppa e brutta, possedeva un buon patrimonio,

del quale facevan parte alcune campagne ne le vicinanze di Roma, ed

a la figliuola, che stava per maritare, dava una dote di ventimila

scudi. Bastava molto meno per esaltare Paolina, incantata dal solo

progetto di andare ad abitare in una grande città. Ma mentre Giacomo

le dava ogni buona speranza, narrando a Monaldo che il Marini,

cui era stata fatta la proposta, se n'era mostrato assai contento,

l'Antici scriveva non esserci più illusione di combinare; e Paolina ne

strabiliava e si raccomandava al fratello, aspettando le sue lettere

_con un palpito terribile_, piangendo di speranza e di timore; mentre

fremeva per la paura _terribile_ che si avesse intanto a combinare

con un _pretendente_ vecchio e di _orrido paese e cognome_. Malgrado i

filosofici consigli di Giacomo, che procurava di calmare le sue smanie

e di farle acquistare quel poco d'indifferenza verso le cose proprie,

senza la quale non è possibile, non pure esser felici, ma neanche

vivere, ella non sapeva metter un freno a le sue inquietudini, e gli

scriveva: «Sicura di divenire sposa del cav. Marini, son certa che non

proverò mai più dei sentimenti così vivi di agitazione, di speranza,

di timore; e quando avrò perduta la speranza di divenirla, mi sarà

indifferente qualunque altra sorte incontrassi; chè certo non potrà

essere altro che spaventevole. Scusate, caro Giacomuccio mio, queste

ciancie; ve ne domanderò perdono in ginocchio, quando verrete; e noi

tutti lo desideriamo tanto.» (Lettera 25 aprile 1823.)

Questa esaltazione parve a taluno strana, ridicola e financo

spregevole; ma credo inspiri solo compatimento in chi ripensi a

l'insoddisfatto bisogno d'affetto che Paolina aveva ne l'animo, a

la monotona e triste vita ch'ella conduceva in realtà e che la sua

fantasia le faceva parere peggiore che mai; ed è da notare ancora che

del Marini aveva Giacomo scritto tutto il bene, anche prima che si

trattasse di dargli Paolina, che questa aveva nel fratello una fede

cieca e si era fatta forse di quell'uomo un ideale racchiudente per lei

tutte le seduzioni del mondo. Ne l'agosto del 1825 ell'era finalmente

fidanzata al Peroli, ma non lieta per questo. In fondo a l'anima le

restava il dubbio che, quantunque fosse fissato persino il giorno de

le nozze, il quale doveva essere il 21 di novembre, si finisse col

non farne nulla; poi quel suo sposo non giovane, bruttissimo, senza

spirito, non soddisfaceva punto il bisogno ch'era in lei d'essere

orgogliosa de l'uomo di cui avrebbe portato il nome; si aggiunga la

pena di vedersi derisa per quel fidanzamento, annunziando il quale ella

scriveva a Giacomo: «Ero preparata a sostenere più scherni e sarcasmi

di quelli che in fatti mi si preparavano, giacchè finora (almeno nel

mio piccolo cerchio) non vi è stato alcuno che, a saputa mia, mi abbia

condannata; ma io mi ricordavo de' vostri insegnamenti e consigli, e

mi ero armata di molto coraggio. Non so se questo basterà per regolarmi

in appresso, quando avrò cambiato stato.» (Lettera 19 agosto 1825.) Il

parentado venne lungamente protratto, finchè fu sconchiuso in causa de

la dote, che il Peroli pretendeva di sei mila scudi, mentre i Leopardi

non volevano darne che quattro o cinquemila.

Il progettato matrimonio doveva far però provare a Paolina il tenero

compiacimento di vedersi indirizzata da Giacomo la bellissima canzone

_Nelle nozze della sorella Paolina_.

Questa canzone, composta ne l'estate del 1821, quando pendevano le

prime trattative per accasare la contessina Leopardi col Peroli, «segna

un nuovo momento artistico nella vita di Leopardi.»[20] Come Giacomo

amasse Carlo e Paolina appare da tutto l'Epistolario; cito una frase

sola, ma eloquente, della lettera con cui egli ringraziava il conte

Alessandro Cappi d'un capitolo _Dell'amor fraterno_: «Se lodassi i

sentimenti come vorrei, forse le mie lodi non sarebbero senza sospetto,

perchè ancora io non ho provato in mia vita e non provo affetto più

caldo e più dolce, nè ho cosa più preziosa e più cara di quell'amor

fraterno ch'Ella sì degnamente e sì virtuosamente celebra.» (Vedi

Lettera da Bologna, 12 maggio 1826, pagg. 118 e 119 de l'_Appendice

a l'Epistolario_.) Ma se vivissimo era l'affetto del poeta per la

sorella, le consuetudini de la famiglia, la ritenutezza, che soffocava

ogni espansione, e lo stato d'animo di Giacomo, il quale nel suo

dolore vedeva tutto triste e solo ne l'antichità credeva di scorgere il

mondo ancor giovane e forte e virtuoso, tolgono al Canto ogni tenera

effusione: esso non è inspirato da' domestici affetti, ma da l'amor

patrio. Pare che dopo quel momento di molle dolcezza che gli dettava

il Consalvo, il poeta s'irrigidisse nel suo severo concetto di virtù

eroica spartana, e che pur pensando a la donna e a l'amore, l'anima

sua non si commovesse più di palpiti soavi, ma mirasse fredda a un

eccelso ideale. Qualche cosa di affettuoso è solo ne l'introduzione, in

quel nido paterno, silenzioso, popolato da le vaghe illusioni, da le

sorridenti immagini de la giovanezza, quel nido che la sorella dovrà

abbandonare, entrando, sposa e perciò più libera, nel mondo di cui

conoscerà le vicende. L'idea di questo mondo, del quale tante volte

doveva aver dolorosamente parlato a Paolina, si affaccia tristissima

al poeta: corre un'etade obbrobriosa, un tempo di lutto per l'Italia,

i figli de la sorella avranno bisogno di forti esempi, perchè l'empio

destino nega a la virtù ogni dolcezza e non regge impavido colui, che

non fu severamente educato. Nel suo sentenziare vi ha la rigidezza che

egli crede necessaria al virtuoso:

O miseri o codardi

Figliuoli avrai. Miseri eleggi. Immenso

Tra fortuna e valor dissidio pose

Il corrotto costume.

Questa severità par additare a Paolina, in quel poco lieto matrimonio,

il conforto de la virtù e de la maternità. Uno dei concetti principali

del Leopardi giovane era che la natura umana, invecchiando, decadesse;

egli abborriva la vecchiezza, e la sua idea de l'umanità si conformava

a quella de l'uomo: il mondo antico era giovane e perciò stesso grande

e generoso, l'età moderna, decrepita, aveva perduto e forza e virtù.

Ma solo al Cielo spettava il provvedervi: a Paolina egli consiglia

d'educare i suoi figli non _amici_, ma sprezzatori de la fortuna,

cuori vigorosi più alti d'ogni vile timore e d'ogni speranza fallace:

non saranno felici, ma avranno l'ammirazione dei posteri, poichè la

nostra schiatta che, ignava, disprezza la virtù viva, ipocritamente

la celebra estinta. E rivolgendosi a le donne vanta il loro potere,

chiedendo loro ragione dei vizi presenti; amore, il vero amore è sprone

al bene, ne è capace soltanto l'uomo coraggioso, che solo dovrebbe

essere amato; il ricordo de la giovanetta sposa spartana, che cinge

il brando a lo sposo e poi spande le negre chiome sul corpo esangue e

nudo di lui, ritornato sopra il suo scudo; il ricordo di Virginia, la

bellissima fanciulla, che scende volonterosa a l'Erebo per la salvezza

de la patria, son posti come degni esempi a le donne italiane; e se ne

la prima parte del canto predomina il sentenziare austero, che ne la

rigida forma, scevra d'ogni soave calore d'affetto, d'ogni dilettosa

immagine di fantasia, sembra simboleggiare la severità e le gramaglie

de la virtù, cui l'empio fato interdice ogni aura soave, in questa

seconda parte il cuore del poeta si scalda dinanzi a le antiche donne,

non meno leggiadre che grandi, e si commuove al loro dolore e a la loro

sventura; la fantasia ridesta dipinge il quadro de' suoi più vaghi

colori e ci fa rivedere la giovane sposa china sul corpo del marito

morto, che ricopre co' neri capelli disciolti, Virginia vaghissima

ne la sua gioventù piena di lieti sogni, quando il rozzo acciaro del

padre le rompe il bianchissimo petto. La canzone ricorda l'Alfieri ed

il Foscolo, che entrambi accendevano in quel tempo di affetto patrio il

cuore de gl'Italiani; foscoliano è l'intento civile di questi versi e

il fare sdegnoso e fiero; ad una del Foscolo somiglia pure l'immagine

de la sposa spartana. L'Alfieri ci ha dato una Virginia più romana

di quella del Recanatese, perchè l'Alfieri dinanzi a lei è rimasto

scrittore e soprattutto cittadino: il Leopardi ha creato, come ben

disse il De Sanctis, una Virginia umana, perchè innanzi ad essa si

è sentito uomo ed artista, ha provato un doloroso schianto davanti a

quel _rozzo acciaro_ che ha ucciso la vaga fantasima de la sua mente.

Con l'immagine di Virginia il poeta chiude il suo canto, lasciando

nel lettore l'impressione grandiosa di quel popolo salvato da quella

donna; evita un ritorno ai tempi suoi, al suo paese, ma par che il suo

silenzio nasconda un augurio: quello che, come il romano, risorga anche

il popolo italico per la femminile virtù.

Ho parlato a lungo di questa canzone perchè essa è il più bel monumento

che ricordi ai posteri Paolina, e perchè, quantunque il poeta poco si

fermi su di lei propriamente, se la credeva capace d'intendere e di

gradire questo severo e in alcune parti sublime canto, doveva di lei

aver ne la mente una ben alta idea; doveva crederla una di quelle donne

da cui la patria ha diritto d'attender molto.

*

* *

Sciolta dal Peroli, Paolina conservò ancora per lungo tempo la speranza

di trovare un marito.

Nel 1832 moriva un tal Staccoli di Urbino ch'ella aveva _corso pericolo

di sposare_; e in quello stesso anno ell'era incerta se accettare o no

un tale che l'aveva chiesta parecchie volte ne la sua prima gioventù

e che Giacomo stesso non avrebbe trovato strano di vederle fidanzato

e marito. Era un buon giovane recanatese, alieno da le compagnie

allegre, religioso, ma non colto, di poco spirito, di poco talento, di

bassa famiglia, e l'altera contessina, che non poteva esser scevra dei

pregiudizi de la sua casa, soffriva al solo pensiero di lasciare il

suo nome per prenderne uno popolano, e capiva di non poter ricambiare

l'amore che quel tale le avrebbe portato. Monaldo di matrimoni per la

figlia non ne voleva più sentir parlare: Adelaide invece, avversa a

un tempo a questo giovane, ora gli si mostrava propensa. A Marianna

Brighenti, che le aveva consigliato di accettare, Paolina rispondeva:

«Quello che dici, che le azioni e le virtù formano il più bel cognome,

va bene; ma, se io non avrò per marito uno del mio grado, che conti,

come dici, i quarti di nobiltà che ho io, almeno dovrà essere uno che

per i suoi talenti, per il suo ingegno, per le sue azioni si sia fatto

un nome, non uno di cui debba arrossire ogni momento, ogni volta che

parla — mi ami egli pure quanto vuole, non è affatto certo che io possa

amarlo, che possa amare una persona tenuta da tutti per meschina in

ogni genere: l'amore di una tal persona non ha nessun pregio agli occhi

miei perchè io non posso nè stimarla, nè amarla — e se un'occhiata

della persona amata compensa di tutto, se, come dice la Staël, questa

occhiata è una felicità tale che pare non vi sia forza per sostenerla,

e bisogna chinare gli occhi, bisogna ch'essa sia realmente amata di

fatto e non di solo diritto.» (Lettera 23 agosto 1832.) Certo ne la

decisione di Paolina l'orgoglio di casta aveva qualche parte, tanto

più possiamo convincercene, quando vediamo come seccamente a le amiche

Brighenti, che avevano supposto ella avesse amato un tal Monaldo

Fidanza, suonatore, ella rispondesse: «Sappi che da suo padre noi

compriamo il panno bleu per le livree.» (Lettera Sabato Santo 1832.)

Certo però ne la sua decisione, oltre a molta ragionevolezza, vi è

molta dignità, e il sacrifizio ch'ella faceva, _ricalcando i suoi ferri

da sè stessa_, aveva per compenso la sua libertà e la soddisfazione

di sè. Una de le sue subite simpatie per un forestiero, di cui ella

non sapeva nulla, le aveva fatto capire in quei giorni ch'ella avrebbe

avuto la forza di fare qualunque sacrificio, ma per un uomo che ne

fosse degno. Di queste improvvise simpatie ne troviamo parecchie ne la

vita di Paolina, di cui l'animo era ardente, quanto fredda l'esistenza.

Nel 1831 un tal Lanyres, tenente degli usseri, ebbe alloggio per

qualche giorno in casa Leopardi; era un bel giovane, pieno d'ardire e

d'entusiasmo, e Paolina fu assai presso ad innamorarsene; ma, quando

seppe la parte ch'egli aveva presa nei fatti d'arme provocati da le

varie insurrezioni scoppiate allora in Italia, parte che la coscienza

di lei non approvava, la sua simpatia cessò, ed ella vide partire il

bell'ufficiale senza versare una lacrima.

Nel '34 un'amica di Pesaro scriveva a la contessina che un dottore

ed avvocato di Bologna, vedovo da poco de la contessa Muzzarelli

ferrarese, uomo di cinquant'anni, bravo e religioso, cercava in moglie

una signora senza curarsi d'averne una gran dote. Paolina ne chiedeva a

le Brighenti, le quali le rispondevano dandole pessime informazioni di

quel tale, ex maestro di casa, avarissimo; e questa volta pure, Paolina

rinunziava senz'altro al progetto. Le lunghe delusioni l'avevano troppo

amareggiata, perch'ella volesse ancora coltivarle ne l'anima; come

Giacomo per le donne, ella ebbe pungentissime parole per gli uomini,

i quali dichiarava indegni d'un sospiro e meritevoli di odio per lo

sprezzo con cui riguardano quelle che non rimangono impassibili a le

loro proteste, meritevoli di esecrazione per la gioia trionfante che

provano, facendo del male con la coscienza di farne.

Come Giacomo ricordò per sempre con un'estasi malinconica il primo

entrare di giovanezza, i giorni vezzosi, inenarrabili, quando per

la prima volta le fanciulle sorridono al rapito mortale e ogni cosa

intorno gli sorride, mentre il mondo par che lo accolga festeggiando e

gli s'inchini; così Paolina s'era accorta ben presto che l'esistenza

non è bella come la promettono i sogni; era entrata piena di

confidenza ne la vita, sperando di trovarla un continuo incanto,

sicura d'incontrarvi un cuore, almeno un cuore, che l'amasse, ma d'un

amore purissimo, qual'ella sentiva di meritarlo, perch'era preparata

a corrispondergli con tutto il fuoco de l'anima sua, e perchè non si

sentiva in nulla inferiore a quelle anime fortunate, che avevano pur

trovato in terra la felicità. «Poi troviamo che questo mondo delizioso

si converte in luogo pieno di spini, pieno di nemici, in cui non basta

star immobili per non soffrire, e addio speranze, addio cari sogni

de' nostri primi anni; bisogna cangiar pensieri, bisogna prepararsi

a combattere sempre, ad ogni momento, e stare in guardia sopra di

noi stesse per non cambiar natura, per non diventar tutt'altro da

quello ch'eravamo, poichè non v'ha dubbio che il rischio è grande.»

(Lettera... settembre 1831.) Non cambiò natura la buona Paolina; ma se

conservò fino a la più tarda età un ingenuo desiderio di piacere, seppe

rassegnarsi filosoficamente al suo stato ed anche scherzarne con una

grazia amabile: «Anche lo spirito santo dice che _omnia tempus habent_,

e il tempo mio è un pezzo che già è passato»; scriveva nel 1845 a la

sua Marianna, dichiarandole, che, se anche i mariti fossero piovuti da

tutte le parti, ell'era ben decisa di morire con la verginale corona

di biancospino in capo; voleva il biancospino e non i soliti gigli,

come emblema del suo vivissimo amore per la primavera, e concludeva:

«Non parlar dunque più dell'idea o della speranza di vedermi moglie

di un Modenese o di un Bolognese, ma odora piuttosto l'essenza del

biancospino e ricordati allora della tua amica, che morirà prima di

aver provato un istante di vera gioia al mondo.» (Lettera 17 agosto

1845.)

*

* *

Simile anche in questo al suo grande fratello, Paolina poco felice ne

l'amore, fu fortunatissima ne l'amicizia; e la prima e la più ardente

fu quella per Giacomo, il quale prima di andarsene da Recanati, non

aveva intimità che con lei e con Carlo. E quando da' suoi viaggi

ritornava al borgo natío, passava le lunghe serate con la sorella,

raccontandole «tante storielle, tante avventure, tante osservazioni

filosofiche, antropologiche ec.» Quando il Giordani nel 1818 fu a

Recanati, Paolina l'accolse con entusiasmo e con venerazione, pendeva,

come i fratelli, da le labbra di lui, che dimostrò d'interessarsi

affettuosamente a la sorte de la contessina e continuò per molto tempo

a chiederne con gentile premura le notizie.

Ma Giacomo e Carlo, cresciuti in età, non furono più i suoi

indivisibili compagni, e Paolina sentì vivissimo il desiderio de

l'amicizia ed in questa trasfuse tutto il fuoco de l'anima sua, cui

era negato l'amore. La prima intima amica sua fu la cuginetta Paolina

Mazzagalli, bellissima giovane, bianca e bionda, d'un'indole tutta

bontà e d'un'intelligenza non volgare.

La Leopardi se n'era fatto un idolo, pensava a lei vegliando e

dormendo, non aveva altro desiderio che quello de la sua compagnia,

ne la quale, in seri ma piacevoli discorsi, passava spesso le lunghe

serate; e il suo trasporto aveva talmente ingelosito Adelaide, che la

figliuola ne era disperata. Ma peggio fu qualche anno di poi, quando

Carlo, che in parecchie lettere al fratello parla de la Mazzagalli

con simpatia sempre crescente, se ne innamorò d'una tale passione da

voler farla sua, anche contro il divieto de' genitori, i quali (a quel

che ne dice Paolina) trovavano scarsa la dote de la giovane. A questa

ragione deve certo aggiungersi la contrarietà eccessiva di Monaldo pei

matrimoni fra cugini, che, anche ottenuto l'assenso de la chiesa, gli

parevano peccaminosi.

Di più la bellezza, la gioventù, lo spirito, la vivacità de la

fanciulla, facevan temere ai severi Leopardi, ch'ella non fosse per

riuscire una buona moglie, dubbio smentito poi dai fatti.

Mentre Monaldo era a Roma per una lite, Carlo sposò la cugina, ed il

padre suo ne sofferse oltre ogni credere; ne le lettere agli altri

figliuoli egli sfoga un dolore sincero e profondo: gli par d'aver

perduto per sempre il figliuolo e vuol stringersi al cuore quelli che

gli rimangono, come se temesse di vedersi sfuggire anche loro. Dal

suo matrimonio in poi, Carlo lasciò la casa paterna, e s'immagini con

quanto dolore di Paolina, cui erano tolti insieme due dei più cari

affetti, il fratello e l'amica; ella ne pianse disperatamente, e con

le sue lacrime e le sue preghiere ottenne dal padre che Carlo venisse

riammesso in casa, almeno per qualche breve visita. Bandita invece ne

rimase la sposa, che Paolina però ebbe sempre assai cara, ed invero

le affettuosissime lettere de la Mazzagalli provano com'ella meritasse

tutto l'amore de la cognata.

Ne l'ottobre del 1829 Giacomo, desiderando notizie dei Brighenti,

incaricava Paolina di scriver a Marianna figlia de l'avvocato Pietro,

bella ed amabile giovane, che gli era stata assai cara; la cattiva

salute che gli rendeva penosa qualsiasi occupazione gl'impediva

di scrivere da sè, e fors'anche egli, sempre assai affezionato a

la sorella, pensava di procurarle così, come le procurò infatti,

un'amicizia preziosa.

La Brighenti rispondeva premurosamente, e Paolina poco tardava ad

inviarle un'altra sua, mostrando vivissimo desiderio d'aver nuove de

le _imprese_ e de le _glorie_ de la giovane cantante. La contessina

ne le sue giornate solitarie e claustrali bramava saper qualche cosa

de la vita che si mena nel mondo; e di Marianna il fratello le aveva

lungamente parlato in quelle conversazioni che la interessavano

talmente da serbarsene ne la memoria i particolari anni ed anni più

tardi; per darne un esempio, ne la sua lettera del 15 febbraio 1828,

fa cenno di quella madama Padovani che Giacomo aveva conosciuto a

Bologna nel 1826 e ch'ella suppone da lui già pienamente dimenticata.

Paolina prima ancora d'aver l'affetto de la Brighenti, cercava il nome

di lei nei giornali teatrali e godeva di vederla lodata; quando poi

la semplice corrispondenza divenne tenera intimità, la Leopardi non

ebbe più secreti per l'amica sua. Adelaide non voleva veder lettere,

dirette a la figlia e perciò quel buon vecchio del Sanchini aveva

consentito che Marianna indirizzasse a lui le sue: quando ne era giunta

qualcuna, per darne subito avviso a Paolina, egli metteva un vaso su la

sua finestra, che era di faccia a la finestra di lei; e a tarda sera

poi le portava in biblioteca i desiderati caratteri de l'amica, cui

ella rispondeva di notte senza che la madre se n'avvedesse. Morto il

Sanchini, Paolina, a quanto pare, confessò ogni cosa ad Adelaide, che

le permise di continuare, dice il Costa, quella corrispondenza durata

già parecchi anni. Noto però che ancora per qualche tempo Paolina si

fece indirizzare le lettere a falsi nomi.

La Brighenti, che aveva apprezzato Giacomo ed a cui egli certo aveva

parlato di sua sorella, come ne parlava spesso agli amici e più spesso

a le amiche stimate e care, mostrò per la Leopardi un interessamento,

una premura, cui la povera giovane non era troppo avvezza e che la

intenerirono. Morto Luigi, uscito di casa Carlo, Giacomo lontano,

Pier Francesco ancora ragazzo, ella non aveva più un cuore cui aprire

il proprio, e non le sembrò vero di confidarsi a la nuova amica, di

narrarle de la noia di Recanati, dei rigori de la madre, de le continue

delusioni, de la malinconia sempre più grande: ne riceveva parole

così delicatamente buone che ne restava commossa fin ne l'intimo: «È

venuta finalmente quest'altra (_lettera_), ed io la tengo, e la metto

sul mio cuore, cui fa provare della calma e delle sensazioni così

nuove e così dolci, ch'io vorrei sapere e potervi ringraziare quanto

lo meritate per tanta vostra bontà, per tanto amore che mi mostrate.»

(Lettera 15 giugno 1830.) Così Paolina a l'amica ch'ella non solo

amava, ma ammirava pe' suoi continui trionfi d'artista, invidiando gli

spettatori che avevan potuto sentirla. A mani giunte le chiede il suo

ritratto, promettendo di tenerlo come cosa preziosa, anzi come il più

caro oggetto ch'ella potesse possedere, e quando Marianna gliel'invia,

ella è felice e lo bacia lungamente, benchè non lo trovi quale lo

sognava e non lo creda somigliante; abituata a le sue vesti più che

semplici, ella prova un vero diletto nel notare il ricco abbigliamento

e l'elegante acconciatura de l'amica. Terza ne la corrispondenza

entra intanto Anna, la seconda figlia del Brighenti, a la quale pure

Paolina si affeziona ben presto, e quando esse le propongono d'andar

a Recanati per vederla (marzo 1831) ed ella deve rifiutare in causa

dei rigori d'Adelaide e de la nessuna libertà che gode, ne piange di

dolore e di dispetto. Poi le due sorelle vanno a Fermo, ella che le

sa così vicine e pur si sente tanto divisa da loro, lamenta la sua

_sovrana infelicità_ ed invidia l'incertezza de la sorte di quelle

sue care, quel non sapere dove andranno in breve, le vaghe speranze

ch'esse debbono veder sorridersi, e che la farebbero andar in estasi.

Allorchè Marianna ai primi del '37 deve andar a l'estero, Paolina se

ne mostra così afflitta che le scrive: «Quando tornerai in Italia chi

sa se la tua Paolina sarà più viva: ma se n'è dato ne l'altra vita di

pensare con amore a quelle persone che abbiamo amate in questa, oh

sii certa che tu sarai sempre la mia diletta.» Speranze e sventure,

gioie e dolori, tutto la Leopardi confida a le amiche, e quando giunge

a Recanati la funesta notizia de la morte di Giacomo, _piangendo e

delirando_, la contessina si getta fra le braccia di Marianna e in una

tenerissima lettera sfoga il suo crudele dolore e cerca la pietà di

colei, che era pur stata cara al suo perduto.

Quella fatale notizia veniva ad aggravare di un nuovo lutto la famiglia

Leopardi, che in quei giorni era profondamente afflitta perchè Pier

Francesco aveva promesso di sposare una donna non degna di lui, e per

questo aveva lasciato la casa paterna, dove venne ricondotto a forza.

Il terrore, la disperazione di Monaldo e d'Adelaide per quella temuta

vergogna de la loro famiglia eran tali che parvero aver occupato tutto

l'animo loro, in modo da non lasciarvi posto al cordoglio per la morte

di Giacomo, cordoglio che poco a presso essi sentirono veracemente.

Ma l'affettuosa Paolina ne fu colpita subito. Quantunque da lungo ella

scrivesse poco o nulla a Giacomo, quantunque egli stesso mostrasse di

temere che la sua lontananza avesse affievolito l'amore dei congiunti

per lui, Paolina, appena sa ch'egli non è più, prova un'angoscia, di

cui a pena credeva capace il cuore umano, e sospira di raggiungere

il diletto fratello con cui ogni sorriso le è mancato nel mondo.

Ella ritorna con desolata tenerezza ai ricordi de la fanciullezza e

de la gioventù per trovarvi l'immagine del suo _Muccio_; ama Antonio

Ranieri come un fratello ed invidia la sorella di lui, che ha prestato

a Giacomo gli estremi soccorsi. «Per compiacere a Ranieri ho dovuto

ricercare tra le sue carte rimaste a noi; tu non puoi mai figurarti il

mio penare. Fra i pianti e gli urli io scorreva quei cari caratteri,

poi rimetteva ogni cosa al suo luogo, precisamente com'egli le aveva

lasciate, che mi pareva ch'ei dovesse tornare e voleva che trovasse a

suo luogo ogni cosa, avendone lasciate le chiavi a me, e sperando che

fosse contento della mia esattezza, poi io mi svegliava e mi dava pugni

nella fronte per quell'orribile pensiero che tutto è già finito, e

per quell'inganno che per un momento mi aveva trattenuta.» (Lettera 24

agosto 1837.)

Riavutasi lentamente da quel colpo così doloroso, Paolina raccolse

tutto il suo affetto sui genitori, particolarmente su Monaldo, verso il

quale ella, come Carlo, si mostrò ne l'età matura molto più indulgente

che ne la giovanile. E coi genitori amò doppiamente i fratelli che le

eran rimasti ed i nipoti: l'intelligentissima Luigia seconda figlia

di Carlo, morta poi quasi bambina nel 1842, e i figliuoli di Pier

Francesco, soprattutti la Virginia, che era divenuta proprio tutto il

suo cuore. Anche a le cognate Cleofe Ferretti e Teresa Teja si mostrò

sempre affezionatissima.

A le Brighenti continuò a scrivere sempre, però più raramente; la

compagnia de la sposa di Pier Francesco e dei nipotini le faceva forse

sentir meno vivamente il bisogno d'altri affetti, e l'ardore de la sua

gioventù, venuto a poco a poco calmandosi, non aveva più necessità di

sfoghi confidenziali. Ad ogni modo Paolina non dimenticò mai le amiche,

le quali prima felici, ammirate, festeggiate, dovettero poi ritirarsi a

Modena dove caddero in miseria, soccorse di aiuto materiale e di morali

consolazioni da lei, che già parecchi anni prima aveva premurosamente

cercato, benchè invano, di procurar un impiego a l'avvocato Pietro.

*

* *

A Paolina ed a' suoi la sorte non aveva risparmiato le sventure: le

sorde lotte de' figli col padre prima; poi la partenza di Giacomo,

l'allontanamento di Carlo da casa, le dolorosissime perdite di Luigi,

di Giacomo, di Paolina Mazzagalli, de le due figlie di Carlo; infine

le nuove discordie di Carlo co' suoi, dopo il matrimonio di Pier

Francesco. Monaldo e Paolina cercarono del pari un conforto negli

studi, e il primo, quasi a compensarsi de la scarsa autorità che avea

in casa, si volse ad occuparsi di cose pubbliche, stampò parecchie

opere e diresse anche per alcuni anni il giornale _La Voce della

Ragione_. Paolina, che ne la sua prima gioventù aveva acquistato una

buona cultura, continuò sempre ad amare le lettere, a veder molti libri

e soprattutto ad approfondirsi ne la letteratura francese, di cui i

capolavori le eran sempre stati cari: aveva una predilezione speciale

per le due grandi scrittrici Madame de Sévigné e Madame de Staël.

Quando le sue illusioni giovanili vennero mancandole, ella cercò più

che mai distrazione ne lo studio, i libri la riavvicinarono a Monaldo,

poichè ella cominciò a prestare a lui quell'aiuto che, giovanetta,

aveva dato a Giacomo; anzi, mentre pel fratello era stata in generale

una copista ed un'ammiratrice, per Monaldo fu un collaboratore. Ella

soleva tradur molto dal francese; dal Nobili nel 1832 fece pubblicare

il libretto «_Viaggio notturno intorno alla mia camera_ — [21] de

l'autore del Viaggio intorno alla mia camera.» Probabilmente anteriore

a questa è un'altra pubblicazione di Paolina di cui si fa cenno in

questo brano di lettera ad Anna Brighenti (Bologna, 18 luglio 1838):

«Lessi la vita di Mozart in francese, una volta, e la ridussi in

italiano; poi ad una signora che mi chiedeva qualche cosa da fare un

libretto in occasione di nozze, diedi quella, poi la censura di costì

ne tolse i più piccanti pezzi e mi fece gran rabbia; la nipote di

Mozart che trovavasi in Bologna ne volle copia da mio fratello, e se la

portò in Germania.»

Quando Monaldo attese a redigere _La Voce della Ragione_ (dal 1832

al 1835), Paolina leggeva per il padre i libri, opuscoli e giornali

francesi, notava quel che poteva fare al suo caso, traduceva gli

articoli che le parevano opportuni pel giornale, correggeva le prove

di stampa, così che il conte in una sua memoria dichiara d'aver avuto

il massimo aiuto pel suo periodico da lei che «travagliava giorno e

notte per quest'impresa, con uno zelo ed un disinteresse di che potrà

solo ricevere il premio da Dio.» Clemente Benedettucci suppone che la

contessina abbia dato aiuto al padre anche per altre pubblicazioni e la

cosa non appare improbabile. Ella inoltre mandò parecchie traduzioni

dal francese a la gazzetta di Modena _La Voce della Verità_. In

questa comunità di spirito con Monaldo ella, che non aveva mai amato i

liberali, i quali le parevano aver dimostrato troppo chiaramente quanto

_son diverse le cose dalla teorica alla pratica_, venne accostandosi

ognor più a lo zelo religioso e a le idee politiche del padre.

Probabilmente prima ancora de' suoi vent'anni aveva cominciato per

abitudine a far estratti de le sue letture e traduzioni; questi suoi

lavori si conservano in quarantacinque volumi ne la biblioteca di casa

Leopardi.

Gli ultimi giorni di Monaldo furono consolati da le amorose cure de la

figliuola, che, vistoselo rapire il 30 aprile del 1847, sentì riaprirsi

nel suo cuore tutte le vecchie ferite; nè sapeva darsi conforto,

quantunque gli ultimi momenti di lui fossero stati tranquillissimi e

consolati da la religione e da la filosofia: «Quando ha veduto prossimo

il suo fine, e se ne avvedeva più dalle lagrime nostre, che dal male

istesso, ci ha chiamati d'intorno, ci ha dato serii ammonimenti, poi ne

ha esortati ad imparare come _si muore in conversazione_, poichè egli

ha parlato sempre con grandissima presenza di spirito, rimanendo noi

tutti meravigliati di tanta pace, di tanta calma.» (Lettera 7 maggio

1847.)

Finchè era vissuto Monaldo, i suoi figliuoli, anche avendo sempre in

cuore la memoria di Giacomo, non osavano parlarne, perchè il padre avea

fatto chiaramente intendere che questo discorso l'addolorava; Paolina

però aveva pregato caldamente le Brighenti di procurarle tutto quello

che vedevano scritto intorno al suo grande e povero _Muccio_, ed anche

tutte le edizioni che s'andavano facendo de le opere di lui. Ella

riceveva e conservava ogni cosa di nascosto del padre; morto questi,

ella potè manifestare più apertamente il suo culto per la memoria del

fratello, di cui comprendeva ed adorava la grandezza, così da provar

quasi un senso di affettuosa riconoscenza per tutti gli ammiratori

di lui. Il Piergili descrive accuratamente un libretto, una specie di

diario, in cui Pier Francesco e Paolina, aiutati talora da Vito Frati,

annotavano quanto, a loro cognizione, veniva scritto intorno al poeta

di Silvia e di Nerina: libri, giornali, manoscritti. Questo diario fu

presto interrotto, perchè i critici del grande Recanatese non tardarono

a moltiplicarsi indefinitamente. Ancor vivente Giacomo, Paolina voleva

esser sempre nel novero de gli associati a le opere di lui, e quando

sperava di presto accasarsi, si proponeva di aver un esemplare di

ciascuna edizione nel suo nuovo soggiorno. Più tardi la cura per le

cose di Giacomo fu uno de' suoi più cari pensieri, quantunque ella

fosse divenuta tanto ferventemente religiosa da non poter persuadersi

che il fratello fosse morto senza fede, giungendo fino a benedire la

bugia del Ranieri e le invenzioni del Curci. I più chiari studiosi

di cose leopardiane si rivolsero a lei, che diede gentile ascolto a

tutti e non si stancò di promuoverne gli studi e le ricerche. Ella

pregò caldamente il Brighenti di scrivere la vita di Giacomo; e quando

il Viani, che fu suo intimissimo, ed ebbe da lei numerose notizie,

le mostrò il desiderio ch'ella stessa scrivesse una biografia del

fratello, ella gli dichiarò di non sentirsene capace e pregò Carlo,

il confidente intimo di Giacomo, di togliersi lui quest'incarico: ma

neppur Carlo credette che le forze gli bastassero; e Paolina scriveva

al Viani, «Io sarò certo tenuta da Lei, caro sig. Viani, per una

stupida e di cattivo cuore, non solo con Lei, ma con Giacomo ancora. O

no non lo faccia: stupida forse sì, ma di cattivo cuore non mi creda.

Verso di Giacomo non potrei, chè lo piango giorno e notte; verso di Lei

neppure chè... Mi creda piuttosto disgraziata.»[22] A lo stesso Viani,

Paolina scriveva o narrava molti ricordi de la vita del fratello.

Notevole, fra le altre, è la lettera di lei ad Antonio Erculei,

professore nel seminario di Roma, che voleva dettare una dissertazione

su Giacomo Leopardi, diffondendosi particolarmente su la morte del

poeta. Ella gli narra tutto quel che ne sa; gli copia una lettera del

padre Curci e parecchi frammenti del Ranieri a Monaldo, del Brighenti

a lei, di V. Balietti, che nel '37 era segretario de la Nunziatura di

Napoli, a la contessa Ippolita Mazzagalli.[23] Ella giudicava povera

cosa l'elogio di Giacomo scritto dal Montanari di Pesaro, godeva de

le asserzioni del Curci e fremeva di dolore e di sdegno a le ingiurie

contro la memoria del suo diletto, consolandosi quando il Giordani

sorgeva a farne vendetta.

La pubblicazione de le lettere di Giacomo al Brighenti la contrariava

e l'amareggiava quanto mai, perchè il buon nome del padre le era caro,

quanto la gloria del fratello, e più tardi per difendere Monaldo ella

dettava la breve memoria _Monaldo Leopardi e i suoi figli_, in cui di

sè null'altro dice se non che d'esser stata per tutta la vita compagna

indivisibile del padre.

Anche il Carducci giovane rivolgeva a Paolina una lettera calda

d'ammirazione pel poeta e di venerazione per lei; e, accennando a lei,

il Drach, nella prima delle sue conferenze, dice fra l'altro: «....

dans la famille Leopardi la science semble être héréditaire comme ses

titres de haute noblesse.»

*

* *

Oltre a quelle accennate, altre due sventure colpirono la povera

Paolina: nel 1851 perdette il fratello Pier Francesco, nel 1857 la

madre.

Finchè Adelaide visse, Paolina, anche innanzi e ben innanzi con gli

anni, fu tenuta sempre come una ragazza: non poteva uscir sola, e

d'ordinario, già cinquantenne, soleva farsi accompagnare da una buona

donna di Recanati, Artemisia Fucili, divenuta sua confidente, e seguire

dal servo Benedetto Benedettucci in livrea. Un di ottenne d'andar a

Loreto con l'amica, ma venne rimproverata perchè fu di ritorno troppo

tardi, e quando la sua compagna per scusarla notò timidamente ch'ella

non usciva quasi mai di casa, si narra che Adelaide soggiungesse:

«Bella ragione, è tanto grande la nostra casa, altro che Loreto!»[24]

Morta la madre, ella si trovò ricca, e mentre da un lato, divenuta

usufruttuaria del patrimonio, frugalissima per natura e di abitudini

modeste, ella spendeva poco e mal volentieri anche per la cura de le

campagne; da l'altro, ancora bambina ne l'animo, benchè poco lungi dai

sessant'anni, godeva di vestire con grande sfarzo, di seguir a puntino

le mode più capricciose, facendo venire una sarta appositamente per

lei, da Ancona a Recanati. Un ritratto ce la rappresenta già vecchia

con un amplissimo abito a enormi scacchi ornato di trine; nel suo buon

viso avvizzito solo l'altissima fronte ricorda Giacomo, benchè molti

asseriscano che ne la sua gioventù ella gli somigliasse assai.

Generosa di cuore, malgrado quella ritenutezza a spendere, che parve

in lei ed in Carlo una malattia de l'età, di rado sapeva negare il

suo aiuto, e al servo Benedettucci donò persino la culla di Giacomo,

che sarebbe stata per la famiglia un preziosissimo ricordo. Ella amava

trattenersi a tarda sera sola in giardino, e guardando quelle paterne

aiuole, su cui scintillavano le vaghe stelle de l'Orsa, ascoltando

la rana gracidante nei campi e il canto di qualche contadino, certo

rievocava l'immagine del fratello, cui quei luoghi e quei suoni avevano

inspirato tanta dolcezza di poesia. Una sera, così passeggiando,

s'incontrò in un ladro che stava per rubare dei limoni; senza gridare,

nè chiamare aiuto, ella cacciò con severe parole l'intruso.

Negli ultimi anni uscì di Recanati parecchie volte: con la Fucili fece

una gita di tre giorni in Ancona, un'altra a Grottamare, divertendosi

come una bambina. Nel 1867 volle andare in pio pellegrinaggio a Napoli

per visitarvi la tomba di Giacomo e de le liete reverenti accoglienze

ricevute fu orgogliosa e commossa.

Di tali sentimenti duole ella parli assai poco ne le lettere scritte ad

Artemisia Fucili; è da notare però che questa era una buona, ma povera

donna, da cui forse certe espansioni non sarebbero state comprese.

Timorosa del freddo che la faceva soffrire assai, ne l'inverno del 1869

Paolina scelse Pisa per sua residenza temporanea, memore de l'amore che

Giacomo aveva avuto per quella gentile città e del sollievo che quel

dolce clima gli aveva dato; e forse mentre i suoi occhi stanchi avranno

contemplato il divino spettacolo del tramonto riflettente le sue fiamme

ne le acque de l'Arno, il suo cuore si sarà commosso al ricordo del

grande fratello che ne la bellezza de la natura aveva trovato uno dei

pochi sublimi conforti a la vita travagliata. In una gita a Firenze

ammalò di bronchite e tornata a Pisa dopo pochi giorni vi morì il 13

marzo 1869. La Teja, che l'assistette negli ultimi momenti, scrive:

«Mi fu concesso di accorrere al suo letto di morte. Giunsi in Pisa

l'11 marzo nel mattino, e più non la lasciai. Al mio arrivo essa mi

mostrò una lettera che mi scriveva e che conservo, dicendomi con la

sua grazietta infantile: hai fatto bene di venire, perchè non so come

avrei continuato a scrivere.» A la Teja nel suo testamento lasciava con

affettuose parole alcuni mobili, il suo ritratto e una carrozza: suo

erede instituiva il nipote Luigi.

Per la pietà dei figli di Pier Francesco, la salma di Paolina ebbe

l'ultimo ricetto in Recanati, ne la chiesa di Santa Maria di Varano, e

su la sua tomba si legge quest'epigrafe:

PAOLINA LEOPARDI

NATA IN RECATATI IL 1º OTTOBRE 1800

MORTA IN PISA IL 13 MARZO 1869

VOLLE ESSERE QUI RICONDOTTA

A DORMIRE FRA I SUOI CARI

ANIMA DOLCE

TERESA TUA

CHE CORSE PER TROVARSI ALLA TUA PARTENZA

E CARLO

CHE PER ULTIMO NOMINASTI

POSERO QUESTO SEGNO DI UNA MEMORIA

CHE DURERÀ IN LORO QUANTO LA VITA.

La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi · 第 9 / 27 题