-- La mamma non c'è in casa, -- mi rispose una bambina di dieci anni,
restando perplessa.
-- Dunque è proprio impossibile vedere questa camera ammobiliata? --
insistei io gettando una penosissima occhiata in fondo al pozzo delle
scale. -- Ritornare quassù.... al sesto piano!...
-- Veramente ci sarebbe il babbo in casa....
-- C'è il babbo?!... E allora perchè mi dici di ritornare? O il babbo o
la mamma sarà lo stesso, m'immagino!
-- Oh!... non è lo stesso.... Ma passi pure, se vuole....
La seguii per un lungo corridoio finchè entrammo in uno stanzone mezzo
buio e mezzo illuminato, talmente zeppo d'ogni qualità di oggetti grandi
e piccoli, antichi e moderni, comuni e rari, definibili e indefinibili,
che una delle due finestre ne era per tre quarti seppellita, nè si
apriva più da chi sa quanti anni, per la fortuna di un esercito di ragni
che vi si era sicuramente attendato.
Di dietro a un cassone (sul quale torreggiava una fragile costruzione
fatta di tasselli di legno, di stecche da busto, paglie di sigari
virginia, molle d'orologio, padelline da candeliere, chiodi, tasti di
pianoforte, corde di violino, munita di due grandi ali tese fatte con
fil di ottone e pezzi di camìce vecchie) sbucò, al richiamo della bimba,
una testa d'uomo.
Aveva.... Ma che serve descriverla? Era la testa di un padreterno; anzi,
più precisamente, la testa di un padreterno del Perugino, cioè della più
buona pasta di padreterni che i pittori abbian saputo creare.
-- In che cosa posso avere l'onore di servirla? -- domandò con un
altissima intonazione diplomatica l'uomo padreterno. Uscendo di dietro
il cassone per venirmi incontro, egli s'avvide di essere in mutande e
stringendosi in fretta alla vita il lungo camice cenerino e arrossendo
tra il soffice biancore del suo pelame: -- Voglia scusarmi, --
soggiunse, -- l'inventore è un operaio!
-- Ah.... perchè Lei.... è inventore?.... Mi rallegro tanto!
-- Non lo sapeva?!
-- Veramente....
-- Allora, perchè è venuto, scusi?
-- Per vedere la sua camera ammobiliata.
La fronte dell'inventore si corrugò terribilmente. Poi parve raccogliere
tutta la sua volontà in uno sforzo supremo, e disse:
-- Andiamo.
E andammo a vedere la camera ammobiliata. Era grande, c'era aria, sole,
vista di un po' di verde: non desideravo di più.
-- E.... quanto chiedono? -- domandai.
Nuovo e più terribile aggrottamento di ciglia: poi una risposta
esplosiva:
-- Settanta lire.
-- È un'esagerazione, -- diss'io, uscendo dalla camera per andarmene. --
Mi dispiace di averla incomodata.
La piccina colse il momento per avvicinarsi all'orecchio del padre e
dirgli qualche parola.
-- Facciamo sessanta, -- disse lui subito, seguendomi con un sorriso.
-- È troppo!
-- Consideri che noi non siamo affittacamere.... qui godrà della massima
tranquillità!... Sotto questo tetto c'è la mia famigliuola e Lei....
-- Va bene, va bene; ma è troppo lo stesso.
-- Facciamo cinquantacinque!
-- Cinquantacinque?!... Ma le pare poco?!
-- Facciamo cinquanta! ecco: e non ci pensiamo più.
-- Bisogna pensarci ancora.... Perchè io cinquanta lire non gliele posso
dare....
-- E allora facciamo quarantacinque!
La piccola incominciò a fare gli occhiacci al padre.
Io, lieto di avere ottenuto già più di quello che speravo, mi limitavo a
terminare il mio discorso:
-- .... non gliele posso dare, dicevo, perchè, capirà, anch'io lavoro
come Lei per un ideale.... e il lavoro, per ora, mi vien pagato a
speranze....
-- Sì eh?! Sì eh?!... -- gridò divampando e scintillando di subita
commozione fraterna l'inventore. -- Sì eh?!... E allora la sua gioventù
non si dev'essere rivolta invano alla canizie misconosciuta
dell'inventore Romolo Brúscoli Guardi! Io sono romagnolo: questa camera
Lei la pagherà trenta lire!!
La piccina gridò:
-- Bada che la mamma....
-- Non importa! -- interruppe quel piccolo padreterno furibondo di
generosità. -- Sono romagnolo sì o no?... Questo signore deve avere la
camera per trenta lire: e basta!
La piccina però non si diede per vinta:
-- Adesso gridi tanto forte perchè non c'è la mamma....
-- Silenzio!! dunque! -- strillò lui. -- E uscite subito di qua!
La piccina rimase lì. Io mi credei in dovere di raccomandare al signor
Romolo Brúscoli di pensare ai casi suoi più che ai miei, considerando
che non mi piaceva affatto di provocare discordie intestine col mio solo
ingresso in quella casa. Ma ne ebbi una sola risposta:
-- Sono romagnolo!
Quando lo vidi irremovibile, pagai le mie trenta lire e presi possesso
della camera.
--------
Il mio singolare padron di casa mi aveva detto, tra le altre cose, che
io avrei goduto la massima tranquillità, non vivendo sotto quel tetto se
non io e lui con la sua famigliuola. Una simile affermazione mi dava
dunque ragione di supporre che la sua famiglia fosse composta di lui,
della bimba, e della ignota e temuta potenza femminina.
Ma ahimè! di quanto mi ingannavo!
Verso mezzogiorno, fui addirittura spaventato da una improvvisa
irruzione infantile, che udii imperversare nel corridoio. Aprii l'uscio
della mia camera e vidi una piccola orda arrestarsi attonita nella
penombra, aspettando che li raggiungesse una signora piuttosto grassa e
paciona, vestita di nero, che se ne veniva pian piano sorridendomi.
Io non riuscivo a sorridere.
-- Tutti questi bei bambini?... -- balbettai.
-- Sono tutti fratellini miei! -- gridò pronta la piccina di prima che
era venuta loro incontro in quel momento, e prendeva il più piccolo per
mano esortandolo a non aver paura di me.
-- Lei è inquilino nostro, forse? -- domandò sempre sorridendo la
signora grassa. -- Ci ho tanto piacere!
-- Grazie, -- risposi grattandomi la testa.
-- Non si dia pensiero, sa.... per questi bambini.... Perchè oggi è
domenica.... Ma gli altri giorni, sono tutti a scuola o all'asilo.
-- Meno male! -- esclamai: ma poi soggiunsi subito per timore di averla
urtata: -- Del resto mi devo rallegrare con Lei.... per la quantità e
per la qualità....
-- Come?... come?... M'ha preso per la mamma di questi ragazzi? I No!
no!... sono la zia!
-- Sorella forse della padrona di casa....
-- No! no!... per carità! non ci mancherebbe altro!... Non ho proprio
niente a che fare, io, con questa moglie qui: io ero cugina carnale
della prima moglie di Romolo!
-- Ah!... cugina carnale della prima moglie del signor Romolo?!...
-- Sicuro, caro signore!
-- E vive qui, anche lei.... in famiglia?
-- Sicuro, caro signore!... Per mandare avanti una casa ci vuole una
donna.... che sia una donna....
-- Ah!... Perchè la padrona di casa....
-- È un omaccio! signor mio.... peggio di un omaccio.... la vedrà!
-- Ma tutti questi bei ragazzi....
-- Già: lei è buona a farli!... Belle forze!... ma gli altri li devon
allevare!... È un omaccio: creda a me!... Vuol sapere una cosa? oggi è
domenica: crede che lei sia a tavola con noi? Ma che!... Hanno offerto
un banchetto con dell'altre sfacciate a una brutta vecchiaccia che è
venuta dall'America per trappolar la gente con le conferenze.... E così
tornerà questa sera.... chi sa a che ora.... capisce?...
-- È femminista, forse? -- domandai.
-- Ecco! vede che Lei m'ha capito subito! In quel momento qualcuno girò
con molta energia la chiave nell'uscio di casa: ed entrò, infatti, un
giovanotto biondo, con due baffetti arricciati, molto ben pasciuto e
molto ben vestito: passò in mezzo a noi quasi senza salutare, andò
diretto a un uscio, l'aprì, entrò, e richiuse rapidamente. Ebbi il tempo
di vedere che era entrato nella cucina.
-- Quello.... -- incominciò a dirmi la cugina carnale della prima moglie
del signor Romolo, -- quello sarebbe....
-- Un altro parente.... a quanto pare!
-- No, ma.... quasi.... Diventerà presto, via!... È il fidanzato della
figlia di Romolo.
-- Di quale figlia, scusi.... Non son tutti piccini?
-- Ma no! si tratta del sangue di quell'anima santa della prima moglie!
-- Ah! ho capito!... ci sono qui in casa anche i figli del primo
letto....
-- Eh! ormai.... -- esclamò malinconicamente la signora -- .... una è
monaca, l'altra è maritata.... viene qui giusto la domenica a mangiare
un boccone con noi.... In casa non c'è rimasta altro che questa creatura
di vent'anni.... buona sa, buona come un angelo.... e brava per la
casa.... uh! non esce mai.... sempre a lavorare dalla mattina alla sera!
-- E.... sposerà presto?
-- Mah!... -- e qui un sospiretto: -- Chi lo sa? Questo fiorentino è un
bel ragazzo.... ma non ha impiego.... Sarà un anno che lo cerca e non lo
trova.... Intanto mangia qui con noi....
-- Per bacco! Ma questo è un refettorio!
Qui fummo interrotti da un rumore di colluttazione e di ingiurie che
veniva dalla cucina. La porta si aprì impetuosamente e apparve una
graziosa figurina bionda, rabbuffata e spaventata che, senza vederci,
gridò:
-- Papà!
Immediatamente il grido fu ripetuto da tutti i ragazzi, che uscirono in
frotta dalla stanza vicina alla mia.
-- Ah! chiami papà! -- gridò il bel giovinotto rincorrendo la ragazza.
-- Sai che paura?! To'!... te ne dò un altro! -- e, prima ancora di
dirlo, le aveva già allungato un ceffone sonorissimo, ed era rientrato
in cucina, mentre l'inventore accorreva dal suo laboratorio.
Io avevo cacciato fuori tanto d'occhi; ma la signora con la quale
conversavo me li fece rientrare subito dicendomi, senza scomporsi
affatto:
-- Le solite cose da innamorati.... signore mio!
Intanto l'inventore, cui la fretta e la commozione avevano sconvolto le
sembianze, e résele ora piuttosto raffaellesche che peruginesche, era
corso ad abbracciare con gran delicatezza il capo biondo della figlia, e
stringendosi il visetto infocato e lacrimoso contro il petto, le diceva
con tenerezza materna:
-- Ninny! piccina mia! dillo a papà tuo che cos'è stato.... t'ha
picchiato quel cattivo.... eh?... ancora?... Ma perchè?... Ma che cosa
vuole?!... che cosa gli dobbiamo fare di più?... La bontà e la pazienza
dovranno pure avere un limite!... Non ci pensa lui che io son
romagnolo!!
-- Romagnolo?! -- ruggì di dentro il giovanotto, e poi continuò
spalancando l'uscio di cucina: -- _Icchè_ la mi vorrebbe fare? sentiamo
un poco!
-- Per l'amor di Dio, babbino mio! Sii buono! non gli rispondere! --
gridò la giovanetta aggrappandosi al padre e baciandolo. Come a un
segnale dato, i sei bambini si attaccarono per di dietro al camice
dell'inventore, strappandone al primo impeto tre bottoni.
-- Mettervi alla porta! -- gridò rinculando il vecchio, tutto bianco
come il suo pelo. -- Mettervi alla porta! Sarebbe ora!
Questa volta la paciona mia interlocutrice aveva creduto bene di
muoversi: era andata a prendere il bel giovanotto sotto braccio e,
stringendoselo con visibile soddisfazione al fianco, lo trascinava
dentro la cucina dicendogli: -- Su! via, Ettorino!... non vedi che c'è
gente?... Lascialo dire: adesso si va a tavola, e lì finisce tutto, lo
sai! Guardiamo piuttosto che non si bruci l'abbacchio!
-- È inutile! piccina mia, è inutile! -- ripeteva l'inventore tirato
sempre più indietro dalla sua progenie, fin nel fondo del corridoio. --
È inutile! tanto un giorno ci si dovrà venire!...
-- No! credi, papà! è così nervoso Ettore; ma in fondo non è cattivo....
mi vuol tanto bene....
-- Ci si dovrà venire! piccina mia. Son romagnolo!... Che non ti metta
più le mani addosso! che non te le metta! se no.... non parlo più....
faccio!!
Il bel giovanotto che stava per infilarsi nella bocca due lunghissimi
maccheroni, forse per giudicar della cottura, sospese l'operazione e
commentò:
-- «Faccio»?! Per me, facciamo pure!... basta che _un_ si faccia a
cornate, se no _un_ ce la posso!! -- e così detto, ingoiò i due
maccheroni. La signora che gli stava vicino soffocò una risata, e
dandogli con la mano sulla nuca, gli susurrò un amichevole: --
Vassallone! -- e poi finì di rigirare l'abbacchio dentro il tegame.
-- Che cosa ha detto? -- gridò l'inventore laggiù dalla soglia del suo
stanzone.
-- Niente, niente.... parlava con la zia! -- si affrettò a dire la
fanciulla.
-- Che cosa ha detto? -- ripetè più forte l'inventore; ma un'ultima
vigorosissima tirata della sua prole lo fece scomparire dentro l'uscio
dello stanzone.
Stavo per rientrare nella mia camera, credendo che lo spettacolo fosse
finito, quando suonò il campanello. Un po' per cortesia, un po' per
curiosità, trovandomi a un passo dall'uscio di casa, aprii.
Feci appena in tempo a scansarmi, che la porta fu spalancata con impeto
e un uomo basso e moro, coi capelli piuttosto lunghi, un gran cappellone
da pittore, un fiasco di vino in mano, una salute invidiabile, entrò
ballonzolando sull'aria della _Bohème_; Tra là laralalà.... lalà lalà
lalà..... là laralalà....
Dietro lui veniva ansando, con un grosso poppante addormentato sulle
braccia, una donna molto giovane, vestita modestissimamente, e così
somigliante alla bionda e pallida Ninny, che subito riconobbi in lei
quella tal figlia maritata di cui la signora grassa m'aveva parlato. Era
il supplemento domenicale della famigliuola.
Non curandosi affatto della mia insolita persona, nè dei saluti che gli
venivano dalla cucina, il rubicondo Marcello fece tutto il corridoio a
passo di danza cantando il suo pezzo favorito. Quando fu in fondo si
fermò, tese il braccio che teneva il fiasco, e gridò:
-- Oggi pago da bere io.
-- Vôl piovere! -- fece il bel giovanotto dalla cucina.
-- Ti vanno bene gli affari, Aristide? -- domandò la grassa signora
aiutando il prode Ettore a scolare i maccheroni.
-- Benone! sora Matilde: parto per l'America! -- gridò l'allegro
Aristide. -- Vi levo l'incomodo; siete contenti?
-- Sempre una nuova! -- disse scoppiando a ridere la signora Matilde, e
rise anche Ettore e anche la piccola e pallida moglie.
Credendo di avere assistito anche alla farsa, mi parve giunta l'ora di
chiudermi in quella mia camera, dove, secondo il buon inventore, avrei
dovuto godere una pace quasi claustrale.
Dopo un'ora, sentivo procedere il pranzo con un così crescente bonumore,
che dovetti chiudere il mio libro e uscirmene di casa disperato.
--------
La notte ritornando verso il tocco, giunto su all'uscio di casa, mi
trovai dinanzi il dorso di una persona, la quale si sforzava d'infilare
la chiave, e non ci riusciva. Esaminai lo sconosciuto alla luce del mio
cerino. Era un alto signore tutto impomatato, emanante un acutissimo
profumo di violetta da pochi soldi, con piccoli baffetti e mosca sul
mento; portava una _redingote_ di vecchio taglio, delle scarpe
lucentissime ma crepate, una mezza tuba alla francese grave d'unto, una
camicia inamidata ma sgualcita: era paonazzo in volto, e soffiava, e ad
ogni tentativo fallito ringhiava la fatidica parola di Cambronne.
Non tardai a riconoscere un francese ubriaco e pensai: questo signore
certo ha sbagliato uscio.
-- _Qu'est-ce que voi vulete?_ -- mi chiese quando si avvide di me: e io
credendo di illuminarlo, subito:
-- _Entrer chez moi, monsieur!_
Ma lui, senza l'ombra della meraviglia:
-- _Mais très bien!! alors vous m'ouvrirez cette cochonne de porte!_
-- _Hein? vous logez ici?! Vous aussi? En êtes-vous sûr?_
-- _Monsieur!!_ -- esclamò il francese facendo un passo addietro, e
chiudendosi nella sua _redingote_ con un gesto da padrone delle
ferriere: -- _J'ai bu du veritable Pernod, en tous cas: pas de la grappa
ou de ces cochonneries anglaises!!_ -- e porgendomi la sua chiave con
schematica compitezza: -- _Voyez vous-même!_
Io presi la chiave, e, per essere ancora più sicuro, anzi che
confrontarla con la mia, la infilai addirittura nella toppa: se la sua
chiave apriva, era chiaro che quel signore aveva il medesimo diritto che
avevo io, di entrare.
E la chiave infatti aprì.
Quando fummo dentro, il francese, appoggiandosi con le spalle al muro,
cercò nella tasca interna un biglietto di visita e me lo offrì. Io glie
lo ricambiai, poi aprii lentamente l'uscio della mia camera. Il francese
attaccò con molta cura il cappello e la _redingote_ ad un attaccapanni,
e poi entrò nella cucina augurandomi la buona notte.
Guardai il suo biglietto; c'era sopra tanto di corona comitale e sotto:
_Ingénieur Alphonse Leroy, Paris._
Dopo una mezz'ora, volli andare a prendere dell'acqua fresca in cucina,
e lo vidi raggomitolato sopra una branduccia da bambini, che russava
profondamente.
--------
Una giornata, sebbene piuttosto laboriosa come avete veduto, non era
tuttavia bastata neppure a farmi conoscere di vista tutte le persone che
componevano quella che il buon inventore, con commovente eufemismo,
chiamava la sua famigliuola. Infatti mi mancava ancora la moglie, che
conoscevo soltanto attraverso le minaccevoli parole della piccola figlia
decenne e le poco delicate allusioni della signora Matilde e del bel
fidanzato.
La mattina dopo, appena alzato dal letto, la lacuna mi fu colmata. La
signora Brúscoli venne a farmi una visita. Era una signora vicina alla
quarantina; non bella, ma di modi spigliati e garbati: era già vestita
da fuori, in procinto di uscire.
Vidi che mi guardò prima di tutto da capo a piedi e certamente formulò
un rapido giudizio sulla mia persona: giudizio benevolo, perchè aumentò
subito i suoi sorrisi, e mi disse:
-- Scusi se le parlo francamente: ho la grande disgrazia di avere per
marito un imbecille....
-- Oh!...
-- Sì, sì! un imbecille. Lei che ha l'aspetto di una persona
d'ingegno....
-- Grazie!
-- Io sono franca!... Lei dando uno sguardo a questa casa, si accorgerà
subito che è la casa di un imbecille!... E Lei non sa tutto!... Oh! se
sapesse tutto!...
Ci fu una pausa dopo la quale la signora riprese:
-- Per colpa di quest'uomo, io mi trovo costretta a farle ora una parte
antipatica.... la prima volta che ho il piacere di vederla e di
conoscerla....
Capii subito di che si trattava: bisognava modificare il mio piccolo
contratto d'affitto, in barba ai romagnoli propositi del buon inventore.
Pur riconoscendo in parte la giustezza delle sue pretese, credetti di
doverle far notare che quella camera non rispondeva in tutto ai miei
desideri....
-- Di chi la colpa? -- gridò la signora Brúscoli. -- Di chi la colpa?...
sempre di quell'imbecille di mio marito, che ha trasformato questa casa
in un albergo dei poveri, in una succursale della Congregazione di
Carità!... Ah!... non mi ci faccia pensare.... non mi faccia
ricordare.... altrimenti divento furiosa, non capisco più quel che
faccio!... Ma non sa Lei che mio marito era ricco.... ricco quando l'ho
sposato io!... Già, se non fosse stato ricco non l'avrei sposato: mi
piace dir le cose come stanno!... Ebbene: s'è fatto mangiare tutto!
tutto! capisce?... e anche adesso che non c'è più niente, dobbiamo
mantenere la bellezza di quattro persone inutili!... Dico dobbiamo
mantenere, perchè io guadagno, sa? sono redattore-capo dell'_Avvenire
Femminista_!
-- Ah!
-- Lei non è femminista?
-- Già.... io veramente non.....
-- Mi dia la mano! Anch'io ci credo poco al femminismo.... ma pàgano, e
anche abbastanza bene. E io vendo la mia penna.... come un uomo!
-- Non si potrebbe essere più femminista di così!
La signora rise, mettendo in mostra due file di denti un po'
disordinati, ma bianchi. E poi continuò:
-- .... E così, dicevo, manteniamo la bellezza di quattro persone! Le
pare che ci sia del cervello, quando si è in nove in famiglia, e di
questi tempi! con sei figli piccoli, che bene o male dovranno pur
crescere!... Eppure è così: manteniamo quattro persone: quanto a
Matilde, meno male, fa le faccende di casa.... io non saprei, nè potrei,
occuparmi della casa... L'ingegner Leroy, quello.... è un caso
speciale.... È un signore tanto fine, tanto cortese, un vero signore!...
Ha perduto tutto al gioco e, un giorno, è venuto, poveretto, a offrire i
suoi servigi al nostro giornale. Non può credere l'impressione che ci ha
fatto! Ho pensato che, essendo ingegnere, poteva essere utile a mio
marito.... e infatti mio marito ne è stato contentissimo....
contentissimo proprio!!... -- aggiunse ridendo; e poi riprese con
impeto. -- Ma io domando per quale ragione dobbiamo dar da mangiare al
fidanzato della mia figliastra! Me lo sa dire Lei perchè?
-- Io no davvero, signora mia!
-- Ma non basta: adesso, dopo il fatto di ieri sera, ci rimarrà sulle
spalle anche la figliastra maritata, vedrà!...
-- Quale fatto, scusi?
-- Non c'era Lei?... Non c'ero nemmeno io. Ma è presto raccontato. Badi
che è graziosa! da far ridere anche la luna! Ieri, a metà del pranzo,
quel pazzo del marito si è alzato, e ha detto: «Sono le tre: è giunta
l'ora di partire per l'America! bevete alla mia salute come io bevo alla
vostra!» Tutti si son messi a ridere. Sono abituati alle sue buffonate:
anzi, per stare meglio allo scherzo, dice che tutti l'hanno abbracciato
e baciato com'egli pretendeva, e l'hanno lasciato uscire aspettandosi
chi sa quale lieta sorpresa. Sa quale è stata questa sorpresa? È stata
che non s'è più visto!
-- Per Bacco!
-- Capisce?!... Se lo scherzo dura, avremo sulle spalle la moglie e il
pupo. E allora mi deciderò una buona volta a far qualche cosa di bello
anch'io: me ne anderò via di casa!... Del resto l'ho già detto a mio
marito: o via lei, o via io. Scelga lui: io sono stufa.
-- Speriamo che le cose si accomodino....
-- Mi scusi, eh? signore mio.... non so perchè ma.... ho sentito il
bisogno di sfogarmi un poco con una persona capace di capirmi....
Il discorso ritornò sul prezzo della camera: aggiunsi quindici lire,
riservandomi però di andarmene anche dentro il mese stesso, se la camera
avesse continuato ad esser tranquilla come in quel primo giorno.
--------
Quella camera era senza dubbio la meno propizia di tutta Roma per i miei
studi, ma pure non trovai mai la strada per uscirmene.
C'era tanta vita intorno a quelle mie quattro mura! Quante cose imparavo
ogni volta che chiudevo un libro, rabbioso di non poterlo leggere, e mi
mettevo ad ascoltare le voci innumerevoli di quella casa!
Quanto era buono quel povero inventore! Bisognava vederlo alle prese con
quei suoi infernali bambini, per giudicare della sua pazienza e del suo
cuore. Dopo aver perduto una intera giornata ad accomodare qualche suo
modello, tolto mezzo fracassato dalle loro mani vandaliche, era
capacissimo di vegliare qualche ora per fabbricar loro un nuovo
giocattolo destinato a divertirli la prossima domenica.
-- In fondo, creda pure che son buoni, -- mi diceva quando inorridivo
per la sorte di quei suoi poveri modelli. -- Vede? guardi l'aeroplano:
non me lo toccano più!...
E l'aeroplano infatti non lo toccavano più.... da quando l'ingegner
Leroy li aveva avvertiti che avrebbe tagliato un orecchio a chiunque
avesse osato toccarlo.
Quanta mite potenza d'amore era nascosta in quelle quasi comiche
sembianze di padreterno, che m'avevano fatto ridere il primo giorno! In
certi momenti, io arrivavo a sentire ora, per lui, quasi un attaccamento
figliale; sentivo il contagio della sua grande bontà impadronirsi di me,
come una vertigine. Perdevo delle intere giornate a lasciarmi spiegare
le sue invenzioni perchè ciò gli faceva un gran bene; lo accompagnavo
nei suoi tentativi quotidiani, e quotidianamente infruttuosi, per
collocare i suoi ritrovati, e lo sostenevo, se bene inutilmente, di
consigli e di argomenti. Avevo perfino trovato per lui, in fondo a me
stesso, delle recondite e insospettate qualità di brigatore, tanto
bramavo di dare a quella canizie misconosciuta, come la chiamava lui, la
gioia di un piccolo trionfo!
Ma che! tutte le sue invenzioni o erano poco interessanti, o erano
troppo imperfette, o erano impratiche per il gran costo, o erano
inutili, o, nel miglior caso, erano già state inventate da altri.
Una vera disperazione!... per me, badate bene: non già per lui!
Egli sosteneva impavido le più ironiche, le più atroci critiche; e ad
ogni sconfitta nuova, concludeva invariabilmente: -- Non tutte le
ciambelle posson venir col buco, si sa! Io ce l'ho la mia ciambella col
buco sicuro: è l'aeroplano. Appena Leroy avrà terminato gli studi per il
motore, troveremo i danari per andare a Parigi insieme, e tornerò
ricco!...
Per un mese si era vissuti in quella casa in una specie di sospensione:
quel bel tipo del signor Aristide non s'era fatto più vivo, e la povera
moglie, sfinita dalle veglie penose e dall'allattamento, non si
riconosceva più. Tuttavia si sperava ancora di rivederlo da un momento
all'altro.
Pendeva ancora sul capo del povero inventore la minaccia della moglie:
«O fuori lei, o fuori io!». E quella non era donna da minacciare invano.
Ma che cosa avrebbe potuto fare quella povera figlia sua, debole,
affranta, con un bimbo al petto, senza un'arte.... Come pagarle una
camera ammobiliata altrove? Non era più semplice dare un posticino anche
a lei dentro quella casa, e dividere per tredici quello che fino allora
s'era diviso per dodici? Così la pensava lui: ma la moglie non si
smoveva: «O fuori lei, o fuori io!»
Si andò avanti discutendo fino al giorno in cui arrivò dalla Prefettura
una comunicazione che riguardava il signor Aristide. Egli si era
veramente imbarcato a Napoli per l'America: erano mancati gli estremi
per arrestarlo possedendo egli tutte le carte in regola e dichiarando di
aver affidata la moglie alla famiglia paterna, questa consenziente.
Infatti era verissimo!!
La tempesta si scatenò.
Fu tutto inutile quello che tentai di dire e di fare in quella triste
sera. La signora Brúscoli fece nella notte stessa il suo baule e la
mattina alle sei lasciò la casa.
Il disgraziato si mise a piangere come un bambino.
--------
Tre giorni dopo la signora Matilde, che era già cresciuta di qualche
chilo dal piacere d'esser rimasta padrona del campo, venne a cercarmi,
tutta felice, come se portasse la più lieta novella di questo mondo:
-- Avevo ragione sì o no, io?! Da quando se n'è andata quella sfacciata,
l'ingegnere non dorme più qui.... son tre notti. Mi pare chiaro! che
cosa ne dice Lei?
-- Io?!... Ma io non dico niente, cara signora Matilde!
-- E intanto quello stupido di Romolo non ci crede! -- continuava la
signora Matilde. -- Io dico che non ci crederebbe nemmeno se ce li
trovasse! Capisce che fortune capitano a certe donne!... Col povero
marito mio, buon'anima, ogni volta che mi provavo a parlare con un par
di calzoni, erano schiaffi garantiti!...
Io evitavo il discorso, anzi mi ostinavo a far le viste di non crederci,
ma pur troppo da un pezzo m'ero accorto di quella tresca e ne avevo ora
le più certe prove.
L'ingegnere veniva tranquillamente a casa ogni mattina verso le dieci e
andava diretto allo stanzone. Se ci trovava il vecchio gli gridava il
suo solito: -- Bon giorno, _camarade_! Avete voi un sigaro?
Il vecchio si cercava nel taschino alto del panciotto e glie ne dava uno
o mezzo: quello che trovava; poi cercava in fretta il cappello e usciva
di casa.
Allora l'ingegnere si metteva a lavorar di numeri e a disegnare con
insolito accanimento.
-- Quanto tempo vi manca per finire il disegno del motore? -- gli volli
chiedere.
-- Peuh! una _quinzina_ di giorni al _maximo_.
-- Ma perchè non avete più scritto alla Casa Brioche come avevate
promesso?
-- Oh! inutile! impossibile!
-- Come?! tutte le vostre speranze....? le vostre aderenze....?
-- Niente! niente! inutile!
-- Ma perchè?
-- _Pas d'argent! monsieur!_ fallimento vicino!
-- La casa Brioche va male?! ne parlavate come della migliore casa di
Parigi!?
-- _Je suis sans appuis, monsieur!_
-- Come? adesso non avete più aderenze?!
-- _C'est désolant, c'est désespérant, c'est tragique! mais enfin c'est
ainsi!_
-- Come? ma voi parlate sul serio?
-- Sì, signore! bisognerà che io _quitti_ questa casa, _ou j'ai reçu
tant de caresses_, bisognerà che io trovi da guadagnare mia vita:
_voyez! je laisserai_ al signor Brúscoli i disegni del mio motore, per
ricompensarlo della sua generosità....
Tentai di risollevare le sue speranze, ma fu inutile: egli aveva
improvvisamente dimenticato l'arte di sognare marenghi, che gli era
stata così propria fino a pochi giorni prima. Pensando che si trattasse
di una passeggera sfiducia, mi riservai di ritornare alla carica il
giorno dopo. Ma il giorno dopo Leroy non tornò.
Prima di sera tutto il casamento sapeva che era scappato in Francia con
la moglie dell'inventore.
--------
Per quindici giorni il pover uomo non parlò più, non uscì più dal suo
stanzone, e quasi non mangiò più. Io riuscii miracolosamente a scovare
uno dei molti suoi vecchi debitori, e a cavargli cento lire: cento lire
che finirono tutte in cucina dove la signora Matilde non smise mai di
ridere, e il biondo Ettorino picchiò e mangiò sempre di più, e la povera
Ninny le prese e faticò, sempre più affezionata e paziente.
Quanto alla povera figlia maritata, s'era messa a letto con la febbre e
col suo piccino, e aspettava per ore e ore che qualcuno si ricordasse di
lei.
L'orda fanciullesca, già in vacanze estive, era padrona della casa. Lo
stanzone era stato messo letteralmente a soqquadro. Il vecchio non
sentiva e non vedeva nulla: per puro miracolo l'aeroplano stesso non
aveva fatto la fine del resto.
E così passarono i primi quindici giorni; ma si sa, che l'anima umana è
come il fiume: presto o tardi ritrova il suo vecchio letto.... e così, a
poco a poco, lentissimamente, l'anima di quel pover uomo ritrovò le sue
vecchie orme e s'incamminò di nuovo per i sentieri della sua dolce e
rassegnata bontà.
Incominciò col dedicarsi tutto a guarire la sua figlia malata, e vi
riuscì. Il giorno che la vide rialzarsi sorrise per la prima volta. Poi
ricominciò a interessarsi ai giochi dei bambini, poi riaprì qualche
libro del Flammarion, riscartabellò i suoi appunti, risorrise al suo
povero aeroplano come a un amico che ritorna allora dopo una lunga
assenza, ricominciò a passar la mattinata cercando quattrini per mare e
per terra, e i pomeriggi accomodando i suoi modelli sfasciati;
ricominciò a carezzare la sua Ninny ad ogni schiaffo che le dava il
fidanzato e a minacciare sempre di diventar romagnolo e ad accomodare i
giocattoli rotti ai piccini, e a inventarne uno nuovo ogni domenica per
farli stare allegri; e finalmente ricominciò a sperare.... a sperare
nella bontà dei suoi diabolici bambini, a sperare nel ritorno del suo
genero, a sperare nel matrimonio della sua Ninny, a sperare nel suo
aeroplano, nella ricchezza, nella gloria! a sperare in tutte le cose,
nelle quali aveva così pazientemente sperato prima della sua ora
tragica....
Una mattina di domenica mentre parlava con me e cullava il suo nipotino
sulle braccia, passeggiando tra gl'ingombri del suo stanzone, gli arrivò
una lettera raccomandata, che veniva da Parigi. Posò il bimbo nella sua
cesta, inforcò gli occhiali, esaminò la busta; ebbe un sussulto: portava
la intestazione della casa di aeroplani Brioche. L'indirizzo era scritto
a macchina. Ruppe la busta e incominciò a leggere, tremando da capo a
piedi. Alle prime parole il volto gli si inondò di rossore e gridò: --
L'aeroplano!... è piaciuto!... è accettato, amico mio! lo
costruiscono!... ah! io impazzisco dalla felicità!!
-- Per Bacco!! -- gridai fulminato dalla maraviglia; e stavo già per
alzarmi e abbracciarlo, quando il suo viso a un tratto si oscurò: fissò
la carta per un momento tutto raccolto in un pensiero penoso, poi parve
riguardare meglio; voltata la pagina, impallidì ad un tratto come se
dovesse mancare; poi si riprese, lesse; finalmente atteggiò la bocca a
una smorfia di dolore e di disprezzo, e mi porse la lettera.
-- Legga pure.
Era una breve lettera scritta a macchina, in italiano, firmata
dall'ingegnere Leroy, seguita da qualche riga scritta a mano e firmata
con una sigla a me sconosciuta.
La lettera diceva:
«_Egregio signor Brúscoli,_
«Il nostro aeroplano è piaciuto alla Casa Brioche. La Casa ne ha
ordinata immediatamente la costruzione. Tra dieci giorni i pezzi
dovranno essere pronti per il montaggio. La vostra presenza sarebbe
utilissima. Procurate di venire qua al più presto possibile, anche
nell'interesse vostro, perchè sebbene per ragioni di opportunità abbia
brevettato l'aeroplano col mio solo nome, intendo riconoscere la parte
che voi avete avuto in questa invenzione.
«La vostra signora, che si trova presentemente in Parigi, si unisce a me
nel pregarvi, nell'interesse vostro e della vostra famiglia di venir
subito.
«Vi saluto cordialmente.
«Ing. _Leroy_».
La lettera, come vedete, era un miracolo di sottigliezza.
Ma a compire il miracolo l'ex redattrice dell'_Avvenire femminista_
aveva vergato di suo pugno queste impagabili quattro righe:
«Che te ne pare, Romolino mio, ho saputo o non ho saputo
lavorare per il tuo bene?! Vieni subito qua! Imparerai un po' a
vivere!
«Meglio tardi che mai!»
Alzai gli occhi a lui, che mi era rimasto dritto e fermo lì davanti come
una statua; il suo viso era lo specchio di quella lettera comica e
tragica: non si riusciva a capire se piangesse o ridesse.
Ci guardammo lungamente senza parlare.
--------
Quando, a un tratto, si precipitarono nello stanzone i sei ragazzi che
ritornavano allora dalla messa con la signora Matilde:
-- Il giocattolo, papà! -- Il giocattolo della domenica. -- Che ci hai
preparato, papà?! -- Che cosa ci dai? -- Il giocattolo! -- Il
giocattolo!
-- Il giocattolo?... -- mormorò come un'eco la voce del vecchio. Ma,
all'improvviso, incominciò a saltare, piangendo e ridendo, come se
qualcuno lo prendesse a frustate, e a gridare:
-- E perchè no? E perchè no? Ma sicuro!... Ma sicuro che ce l'ho il
giocattolo!... Eccolo qua!... Eccolo qua, per Dio! il giocattolo della
domenica.... Gridate subito: «Evviva l'inventore Romolo Brúscoli!»
I ragazzi non se lo fecero dire due volte e con sestuplice stonatura
ripeterono a squarciatimpani:
-- Evviva l'inventore Romolo Brúscoliiiiii!!!
-- Tenete e divertitevi! -- gridò piangendo il vecchio. E, su quelle
dodici mani rapaci, gettò dolcemente il suo povero aeroplano.