C. e Z.?!... Come sarebbe a dire?... Collaborazione forse?

Oh! ma che! impossibile! Quello Z. doveva essere soltanto una tenerezza

sororale, un delicato segno di gratitudine. Brockhaus voleva offrire

così un poco della sua immortalità alla sciagurata sorellina che si

prestava così gentilmente ai suoi esperimenti erotici.

La curiosità è una bella cosa; ma il tedesco, come sapete, è una cosa

bruttissima. Perciò sfogliavo sì quel quaderno a due o tre pagine per

volta, ma mi guardavo bene dal durar la molta fatica necessaria per

capire.

Doveva trattarsi però di impressioni di viaggio.... che Dio ce ne scampi

e liberi non solo in tedesco, ma in tutte le lingue del mondo!

Salto in mazzo una ventina di pagine, ed ecco mi schizza sul naso (per

Dio!) la calligrafia di Zita.

Forse un qualche ricordo particolare di viaggio.... Altro che ricordo!

era una professione di fede, un credo diabolico! La signorina diceva di

sentirsi un qualche cosa di terribile, di freddo, come una lama, una

voce che le gridava ad ogni passo: «In questa terra d'Italia tu lascerai

passando una striscia di sangue!... Il destino di due uomini dipenderà

da te!».

Brutta sbrindellona! Capite che roba? Vi piace l'idea di queste due

tedesche che scendono in casa nostra a fare di così bei lavori, e poi li

raccontano ai loro connazionali come memorie di una inglese?

Ora capivo. La descrizione di luoghi e di costumi, le meditazioni

filosofico-storiche erano affidate alla penna di Brockhaus, ma la

sostanza erotica era opera tutta di Zita! della mia dolce Zita, della

mia fata dagli occhioni verdi! Bisognava leggere, per credere!... Mi

rodevo di non capir tutto. Ma quel poco che capivo bastava per

rivoltarmi il magone.

C'erano le mie lettere tradotte fedelmente; c'erano le famose frasi

raccolte dal vigile taccuino di Brockhaus; c'erano certe vampate di

desiderio per i miei riccioli, ma ce n'erano almeno altrettante per il

pelo rosso del collega Fico....

Datato dal treno Pisa-Firenze, c'era questo mirabile pensiero di una

vergine:

«Sì. Io sarò da tanto. Sì: questi due italiani si getteranno uno contro

l'altro invasati di gelosia, si sbraneranno simili a cani aizzati! E che

sarà la causa di questo? Per che cosa si saranno essi perduti,

insanguinati?... Per un'anima gelida che non li ama, che non può

amare!... per un corpo che altri avrà e non loro mai!...».

Questo era scritto il martedì sera.

Mercoledì, mentre io facevo il facchino per lei, nel cuore della vergine

era sbocciata questa commovente errata-corrige al suo pensiero del

giorno innanzi:

«No! No! No! Il ghiaccio della mia nativa Cornovaglia non regge

all'incendio di questo sole d'Italia. Sono degli uomini anche nella mia

brumosa patria, ma non sanno guardare come mi guarda questo!...

(_Questo_ sarei stato io, modestia a parte.)

«Io brucio! Io brucio di vergogna come quando ero piccola, e debbo

guardarmi addosso, credete! debbo palparmi, per esser ben sicura d'aver

le mie vesti.... Ma è inutile! perchè sono certa che questi occhi vedono

lo stesso, vedono la carne.... la mia carne nuda!... Ebbene sia! Sia!

Getterò la mia carne viva a questi cani bramosi. L'avranno! Ma la

pagheranno col loro stesso sangue. Lo giuro per le zolle sacre della mia

patria!».

Se l'avessi avuta fra le mani in quel momento le avrei fatto volentieri

un certo scherzo che è troppo sudicio per potersi raccontare.

Ma, tra propositi violenti, mi rifacevano anche capolino disegni di

allegre vendette arzigogolate al modo de' nostri vecchi bizzarri

fiorentini.

Voltai ancora pagina, così per fare, persuaso di trovarla bianca. Ma

che! Altro che bianca! Era la più sporca di tutte. E non era una sola:

eran dieci almeno, buttate giù calde calde, quella notte stessa. C'era

tutta la faccenda della sera avanti, cari miei! ma come

particolareggiata! ma come circonstanziata! che precisione! che

miniatura!

E io che l'avevo creduta una creatura teneruccia nelle grosse mani della

sorella, che l'avevo compatita per questo, che l'avevo amata, sì, amata,

amata davvero in quell'ora dolce in cui m'era parsa tutta mia, tutta

rifugiata in me come una piccola sorella sperduta in questo triste

mondo, povera mendica d'amore come me, alla quale non avrei negato di

difenderla e amarla anche tutta la vita, s'ella appena me lo avesse

chiesto in quell'ora là!... Perchè, insomma, ero fatto così: ridevo

ridevo; ma poi, in fondo, pigliavo tutto sul serio, tal quale come ora,

che non rido più.

E voltai in fretta quelle miserabili pagine fino all'ultima. Qui c'era,

tradotta in bel tedesco, la lettera che io tenevo ancora appallottolata

nel pugno: la lettera all'amico rosso.

E c'erano due righe ancora che dicevano:

«M'ha risposto una sola parola; _adorabile!_... E verrà. Verrà folle di

desiderio.... lo condurrò giù sotto le stelle, tra l'ombre pallide degli

olivi.... fin là.... fin là.... dove iersera.... E glie lo dirò. Sì: gli

dirò: _Qui! Qui è stato! qui l'amico tuo m'ha stretta.... m'ha

soffocata.... e pronunciava il tuo nome.... e rideva di scherno...._ Se

gli dirò così, gli vedrò uscir dagli occhi fiamme rosse come i suoi

capelli!...».

Era tempo. Rimisi il bel romanzo sulla sedia, ci strofinai sopra ben

bene e con intenzione, quello che dianzi vi avevo strofinato per

sbaglio; poi presi un pezzo di carta e ci scrissi con caratteri

nervosissimi:

«Je sais tout. Mais il ne t'aura pas. S'il viendra ce soir, je le tuerai

dans tes bras. Garde-toi».

E via di corsa dall'amico Fico.

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Notte buia. Grandi cumuli soffusi di biancor lunare vanno veloci per il

cielo nero. Gli olivi della Torraccia piangono stridono curvati senza

dubbio dallo Spirito della Tragedia che s'aggira già furibondo.

L'ora è vicina.

Scocca.

L'amico impavido, ravvolto in un bruno mantello di suo nonno, si fa

sotto il balconcino e chiama: -- Zita.

Zita gli aveva mandato nel pomeriggio un teatrale biglietto avvertendolo

della mia minaccia. Dire a un uomo: «Non venire, altrimenti rischi la

vita» è come dirgli: «Vieni, altrimenti ti considero un vigliacco».

Perciò Zita doveva esser più che certa che il mio rosso amico sarebbe

venuto.

Infatti, ben nascosti tra gli olivi, noi l'avevamo veduta andare e

venire per la sua cameretta, ora acconciarsi allo specchio, ora

scarmigliarsi come presa da una sùbita disperazione, poi chiamare il

sorellone, e leticarci sonoramente, poi aprire il balconcino e guardar

giù e guardar su, e poi richiuderlo, e poi riaprirlo.

Ora, quando si sentì chiamare nella notte, io la vidi balzare atterrita.

Forse, conoscendoci ancora così poco, non aveva potuto capire qual di

noi due la chiamasse.

Alla seconda capì, e disse con un fil di voce:

-- Sei tu!

-- Sì! -- rispose l'amico Fico. -- Fuori non saremmo sicuri. Meglio

ch'io salga. Ho tante cose da dirti.

Disse lei:

-- No!!

Disse lui:

-- Sì!! Serra bene le imposte, e scendi ad aprirmi!

Entrato l'amico, ci fu un gran scatenaccìo. Poi un gran silenzio.

-- A noi! -- dissi palpando il mio bellissimo pugnale del Cinquecento.

C'era qualche preparativo da fare. Trascinare una balla di patate di

sessanta chilogrammi sotto la Torraccia. Arrampicarsi su per il muro

fino al secondo piano approfittando di certi radi pioli che v'erano

piantati e tenendo in bocca il capo della fune a cui era legata la

balla. Una volta entrati nello stretto balconcino di Zita, issare con la

suddetta fune la suddetta balla, legandola sospesa fuor della balaustra.

E tutto questo fu fatto: nè una farfalla avrebbe più silenziosamente

volato.

Oh!... mi dimenticavo di parlarvi di un certo barattoletto

importantissimo! Ma non m'ero affatto dimenticato di portarlo su con me

e di posarlo in un angolo prestabilito del balconcino di Zita.

Non avevo più niente da fare, fuorchè aspettare.

Ma questa proprio mi parve la faccenda più difficile.

Si ha un bell'essere amici! Si ha un bell'esser legati da un patto

solenne; anzi, da due patti solenni!... ma quello star lì fuori al

fresco, mentre l'altro stava dentro al caldo....

Eravamo d'accordo che io avrei aspettato lui per muovermi. Il quale

_lui_, fatto comodamente il suo comodo, si sarebbe accostato alla

finestra dicendo forte: «Vieni, Zita, raccontiamo la nostra gioia alle

stelle, alle nubi, al vento!» e così dicendo avrebbe aperto di botto le

imposte del balconcino.

Eravamo d'accordo così, è verissimo. Ma, per Bacco briaco! _est modus in

rebus!..._ Anche in quelle _rebus_ lì, non vi pare?

E siccome il _modus_ non ce lo metteva _lui_, ce lo misi io, stroncando

mezza, la vecchia persiana con una tremenda spallata e gridando in gola,

con voce micidialissima:

-- Zita. Apri.

Quell'ora e mezza buona passata lì fuori, mi aveva portato al diapason

della «montatura», nel senso teatrale della parola.

Immaginatevi come dovesse esser «montato» lui, l'ispido amico Fico,

tirato giù così, a un tratto, senza preavviso da chi sa quale

_rendez-vous_ olimpico!

Lo sentii slanciarsi contro la finestra come una iena. Ebbi paura che

dicesse davvero.

Zita gracchiava, nascosta dietro il letto. E aveva ragione di crepar di

paura, perchè v'assicuro che quel nostro incontro avrebbe fatto paura

anche a due guardie di pubblica sicurezza.

Che quadro! Le due candele sul cassettone fumavano al vento e gettavano

bagliori sanguigni sui nostri pugnali. Stretti in un orribile abbraccio

di morte, rotolammo fuori sul balconcino dicendocene di cotte e di

crude.

-- Ah vuoi scappare, vigliacco? -- rantolai io.

Lui, per tutta risposta, mi porse il barattolo di cui ho parlato più

sopra. Io ci intinsi risolutamente il pugnale che ne uscì rosso e

gocciolante.

-- Zita! -- gridò con l'ultimo fil di voce l'amico; e se ne discese

comodamente da quell'acrobata che era, giù per quei pioli che avevano

servito a me per salire.

-- Te l'ho spaccato il cuore, traditore! -- gridai io allora, slegando

il sacco delle patate.

Mi sentii stretto da due braccia fredde come anguille.

-- Tu l'as tué....

-- Sssss!...

Ah!... Il tonfo di quelle patate!

Indimenticabile!

Non ho mai visto attrici far così bene la loro parte!

Io stesso n'ebbi un brivido di terrore.

Figuratevi Zita!

-- Nein! No! Pas! N'est pas vrai.... No!... Charlotten!

-- Sssss! Tu sens: il ne bouge pas! -- sussurrai con voce

cavernosissima.

-- No! Peut-être il vive! Bisogna discendere a lui...

-- Inutile. È morto.

-- No!

-- Sì! Ho sentito benissimo il cuore sotto la punta del pugnale. Non ci

sbagliamo noi italiani; abbiamo troppa pratica! È morto. È morto. È

morto. Non ti resta che baciare il suo sangue.

E così dicendo le impiastrai tutta la faccia con l'inchiostro rosso del

mio pugnale.

-- Ah!... No, no, no, no! Anch'io voglio morire!

-- Mi dispiace, ma io non posso proprio ammazzarti -- le dissi con molta

serietà -- non ho tempo da perdere.

Non badò a quel che le dicevo. Si precipitò giù per la scaletta

strillando:

-- Charlotten! Charlotten! Charlotten!

E io dietro, che tra poco ruzzolavo le scale dal gran ridere a bocca

chiusa.

-- Charlotten! Charlotten! Charlotten!

Entriamo in camera. Non c'era.

Zita piangeva.... finalmente!

-- Ma Carlotta, dunque! Dove ti sei nascosta? Siamo vili! Quell'uomo non

è morto forse! possiamo ancora salvarlo! Carlotta!

Quelle parole, tedesche sì, ma una buona volta sincere, m'uccisero il

riso nel cuore. Mi fecero, vi giuro, l'effetto che fece la musica di

Sant'Ambrogio al Giusti. Pensai anch'io: Povera femminuccia gettata così

per il mondo, in omaggio alle cretine idee fisse del Nord

sull'emancipazione della fanciulla, mentre Dio sa quanto bisogno avresti

d'una buona mamma e d'un buon babbo sempre vicini e vigili, che ti

dessero lezioni un po' meno salate di questa che t'han dato due

ragazzacci italiani!...

-- Carlotta, rispondimi! -- gridò ancora Zita battendo i piedi con una

furia pazza.

E questa volta Carlotta rispose.

Ma.... giusti Numi!... da dove rispose!!

Si sa: la paura.... li fa certi effetti!... Ma in quel momento proprio,

così denso di tragedia e di filosofia sociale, sentir venire quel

flebile «ja» miagolato da là dentro.... Io m'ebbi a buttar sul letto,

rompendo, oltre ai bottoni dei pantaloni, chi sa quante molle, e ridere

ridere ridere all'uso mio d'allora, a costo di rovinar tutto sul più

bello.

Ma, per fortuna. Zita s'era già slanciata verso quel luogo riposto, a

tirarne fuori la povera Brockhaus.

Le sentii correre giù, scatenacciar l'uscio, e uscir fuori insieme.

Per Bacco! Non c'era tempo da perdere davvero. Mi buttai a precipizio,

varcai la soglia guardingo: quattro salti di lupo sull'erba, e fui nelle

braccia dell'amico Fico, che stava già a godersi lo spettacolo seduto

sulla groppa gobba d'un olivo.

Che vi debbo dire?

Ve le immaginate voi quelle due romanziere ansanti, bisbiglianti,

tentennanti, che s'avvicinavano con un lumino a olio, facendo due passi

avanti e uno indietro, e sussurrando di tratto in tratto il nome del mio

amico.... ve le immaginate voi quando, finalmente, scorsero quel qualche

cosa di nero in terra, quando lo toccarono finalmente, quando vi lessero

sopra un bel cartello che diceva:

_ITALIEN, LIEBE, BLUT!..._

_con contorno di patate._ ?...

Storie da ridere.... e da piangere · 第 12 / 16 题