«Favorischino, favorischino, signori, senza timore alcuno! Non si può
lasciare questa fiera mondiale senza avere ammirato la meraviglia
scientifica del secolo ventesimo, la donna-ragno vivente e parlante,
come dimostra la fotografia qui esposta al rispettabile pubblico. Testa
di donna avvenentissima, corpo di ragno al naturale! Si sincerino se non
credono con la meschina moneta di quattro soldi! La verità è luce e non
si può negare, nè tampoco falsare! Si nutre esclusivamente di mosche
vive: assisteranno al suo pasto! La più grande meraviglia medica del
secolo!! Questa è l'ultima infornata, poi si chiude, e domani si parte
per l'America....»
-- Senti, Peppino? domani partono per l'America, bisogna vederla....
oramai ne hai spesi tanti!...
Appunto perchè ne aveva spesi tanti, il bel Peppino, tutto lustro e
lieto nella sua fresca uniforme di cavalleria Piemonte Reale, non pareva
avesse troppa voglia di spenderne altri. Così, si cercava l'orologio
nella tasca dei pantaloni, e tentennava; ma la sua Armida lo guardava in
un certo modo che sapeva lei, un modo proprio da tentare un santo, sì
che quando a Peppino cascarono gli occhi su quel viso, invece di cavar
fuori l'orologio, cavò fuori lesto il portamonete e ci guardò dentro per
vedere quanti glie n'eran rimasti. Quella benedetta fiera l'aveva
rovinato. Quasi tutte, le dieci lire che si era messo in tasca uscendo
dal quartiere erano svanite come fumo. Sfido io: avevano voluto vedere
il circo equestre nei secondi posti, il serraglio nei primi, poi i
cavalli nani e sapienti, poi avevan voluto andare sull'altalena e anche
sul carosello degli aeroplani, e alla fine avevan buttato via anche due
lire alla Pesca Reale senza vincere nemmeno uno stuzzicadenti.... Troppo
giusto! come si fa a tentare il giuoco quando si è così fortunati in
amore?... Ma intanto i quattrini erano andati: e anche quelli erano
stati tolti dal gruzzoletto messo da parte per sposare la sua bella
Armida appena congedato.... Se seguitava così, che sposalizio magro,
mamma mia!
Però tutte queste cose le pensò soltanto; e le pensò di sfuggita, quasi
di nascosto, e diventandone tutto rosso, mentre col braccio già infilato
nel braccio di Armida, saliva gli scalini di legno del baraccone e
comprava i due biglietti per entrare. Un gruppo di donne anziane,
sporche, trippute e urlone, esclamò al loro passaggio: «Questa si chiama
una bella coppia! Se ne vede poche così a questi tempi!» Peppino udì, e
per la gran contentezza invece di due monetine da venti centesimi diede
al bigliettaio, ahimè! un nichelino e una lira: la penultima che avesse
in tasca. Poi scomparve dietro una tenda di velluto rosso frangiata
d'oro, superando, quasi, l'inverosimile rumore del grande organo con lo
sbatacchío ferreo del suo squadrone.
Dentro c'era ancora pochissima gente, sì che Peppino e Armida poterono
appoggiare i loro gomiti alla balaustrata di legno quasi dinanzi alla
«maraviglia scientifica del secolo ventesimo». Veramente Peppino ne
appoggiò uno solo di gomiti, poichè l'occasione gli parve propizia per
allungare dolcemente la sua destra sulla cintola di Armida. Crepassero
pure d'invidia quelli che sarebber venuti dietro!
I due innamorati guardarono per un minuto il fenomeno, tutti due a bocca
aperta; ma a un tratto Armida, stringendosi tutta al suo Pappino,
esclamò forte:
-- Che mostro, Madonna mia! Nel ritratto il viso è meglio!
Il fenomeno girò gli occhi rapidamente verso loro; ma poi subito li
abbassò sui loro piedi e li tenne fissi lì con un'espressione bestiale e
distratta.
-- Fortuna -- fece Peppino -- che chi sa di che paese è!... Ma non si
dicono così forte queste cose. Si passa per quello che non siamo. È
vergogna!
-- Accidempoli! -- ribattè Armida con dispetto, -- che rimprovero
serio!... O che per caso ti saresti innamorato di quel bel parrucchino?!
La povera creatura semiumana che essi guardavano con uguale maraviglia,
ma lui con una sincera pietà, lei con un ribrezzo suo malgrado un po'
cattivo, era esposta sopra una rete di cordoncino intelaiata; e certo
doveva essere stato un esperto sebbene volgare conoscitore del cuore
umano, colui che le aveva camuffato da enorme tarantola il corpiciattolo
nano e privo di arti, sbizzarrendosi poi ad abbellire la sua grossa
testa senza sesso nè età a furia di belletto, di pennello, nonchè di
pettinucci brillantati e di nastri di raso sparsi a profusione sopra una
morbida e inanellata parrucca bionda.
Forse appunto di qui nasceva la diversità di commozione nei due giovani
cuori di Peppino e di Armida. Lui, come più esperimentato al dolore e
résogli lo sguardo profondo dalla recente quotidiana dimestichezza con
la morte laggiù nelle spiaggie libiche, sapeva intuire quanto di tragico
si nascondesse sotto quella volgare civetteria da trivio imposta a un
miserabile piccolo otre vivente, senza braccia, senza gambe, senza
parola forse, senza volontà, senza difesa, senza protezione, maneggiato
a suo grado da un qualche bestiale padrone. Armida, leggera e
superbetta, schiva d'ogni ricercatezza perchè sicura d'esser molto
bella, sentiva, sia pure contro sua voglia, di fronte a quella
disgraziata creatura, quasi un po' di quel pungente disprezzo che le
faceva esclamare ad ogni passo, per via: «Guarda un po' quella, Peppino!
Che se la metterà a fare tanta vernice sul viso? Brutta è, e brutta
rimane!»
Ora, se Peppino fosse stato altrettanto saggio quanto era buono di
cuore, si sarebbe accontentato di osservare silenziosamente lo stato
d'animo della sua amata, approfittandone per darsi in segreto qualche
consiglio utile; per esempio: «All'erta, Peppino! la donna se non ama
odia: inutile tentare di insegnarle altri sentimenti intermedi: godi,
assapora, centellina la felicità d'essere amato, e preoccupati soltanto
di farle durare il più possibile l'amore per te. Finchè dura quello sei
un re: se finisce quello, Peppino mio, sei fritto».
Ma siccome Peppino non era un saggio, non sapeva chiudersi in un
filosofico silenzio di fronte alle poco cristiane espressioni della sua
Armida; non poteva ammettere che la donna da lui tanto amata avesse poi
sentimenti e pensieri così diversi dai suoi; non sapeva farsi una
ragione che quella stessa «bocchina di fravola» fosse tanto tenera per
lui, tanto dura per tutto il resto del mondo. E così, quando la sentì
uscirsene in quella insolente e stupida frase, e sopratutto quando vide
il povero fenomeno alzar d'un tratto gli occhi e questa volta arrossire,
dimostrando d'aver assai ben capito l'italiano, allora il buon Peppino
non si potè più trattenere:
-- Sei cattiva! -- disse ad Armida -- ma cattiva proprio come io non me
lo credevo mai! Ecco: bisognava che te lo dicessi, tanto a tenersele in
corpo le cose è peggio.... Nemmeno il gran Senusso, io dico, se gli
mettessero avanti una cosa così!... E pensare che io ci piangerei! Sì:
perchè ti vien la vertigine se ci pensi un poco.... a essere in cima a
un monte di felicità come siam noi, che ci abbiamo salute da vendere, e
forza, e siam fatti come Dio comanda, e ci vogliamo un bene da morire, e
tra settantacinque giorni ci sposiamo.... e poi invece ci abbiano a
essere certi figli di Dio lo stesso, che devon vivere peggio delle
bestie, buttati là come spazzatura, e tutti i mali del mondo addosso a
loro, senza potersi difendere, senza potere scappare, macchè! senza
nemmeno un braccio per potersi levar dal mondo e finir di patire!... E
che ti credi? Uno nasce certe volte fatto come noi, nè più nè meno, e un
bel giorno, innocente ancora, senza saper perchè, si ritrova che non è
più nè uomo, nè donna, nè bestia: un pezzo di carne che vive!... Ti
ricordi, Armida, di Felícita?... Ti ricordi di quando s'aveva io sei
anni e tu cinque, e si giuocava sempre nel tuo orto e si metteva paura
al porco e quello si cacciava tra i pomidori, eh?... e la povera mamma
tua bon'anima ci faceva vedere il manico della granata dalla
finestra.... eppure, sembra impossibile, ci si voleva bene fin
d'allora.... pareva si sapesse quel che doveva succedere dopo dieci
anni!... Ma!... torniamo al discorso: te ne ricordi, Armida, di quella
povera Felícita?... tanto buona, tanto carina, la testa tutta riccioli
neri, che giuocava sempre con noi? cert'occhi che facevan lume! Era nata
lo stesso anno, lo stesso mese, quasi lo stesso giorno che te, a tre
passi da casa tua.... vi pigliavano tutti per sorelle gemelle. Ti
ricordi la paura che aveva delle mosche e dei mosconi, e noi si
canzonava sempre?... Ebbene: come fu?... Un giorno la misero a letto,
eh? Noi andavamo sotto le finestre di casa sua e dicevamo: «E Felícita?»
-- «È malata,» ci rispondeva quel briacone del suo babbo. «Ancora?» --
si diceva noi. -- «Ancora,» rispondeva lui, e noi si rimaneva lì a
guardarci e ci veniva voglia di piangere.... Ma allora eri più buona tu
di me; ero sempre io a tirarti per il grembialino e a dirti: «Via,
andiamo a giuocare lo stesso».... E intanto passò la bellezza d'un anno
senza che Felícita rivedesse il sole, e noi sentivamo discorrere le
donne e dire: «Quella figliola muore.» «Ma che! magari morisse, quella
rimane scema.» «Riman segnata da Dio, povera innocente, non l'avete
vista, è tutta pancia e testa!» «Le braccia e le gambe non glie le
potrebbe ridare altro che Gesù....» E infatti, alla fine, un bel giorno
incominciarono a metterla fuori della porta di casa, tutta rinvoltolata
in uno scialletto, dentro un corbello, all'ombra di quel gran fico, ti
ricordi bello!?... dove c'eravamo arrampicati tante volte tutti e
tre!... Da principio, se ti rammenti, noi la guardavamo di lontano e si
aveva paura a andar vicino. Non ci pareva che potesse essere davvero la
nostra Felícita! I riccioli dov'erano andati? e gli occhi? sembravan
bioccoli di fango sopra un viso grasso e giallo come un tallo di
felce.... e poi le mosche ora gli andavano su e giù per le labbra, gli
si affollavano agli angoli degli occhi come ai bovi, e Felícita le
lasciava fare.... «Possibile che non abbia più paura delle mosche?» si
diceva noi. Poi ci si avvide di come stavan le cose: non ci aveva più
braccia la povera creatura; ma quello che le mosche bevevano, era
pianto!.... E allora ci si fece coraggio e s'andò, uno di qua uno di là
del corbello, a cacciargli via le mosche. Te ne ricordi tu? a me mi pare
ancora di vederla la risatina che ci fece, povera Felícita!... E due
volte al giorno compariva la matrigna con un pentolino di pappa, vero
Armida?... e veniva a imboccarla, e mentre la imboccava si teneva in
grembo un romanzo con certe figure di omini e di donne abbracciati, ti
ricordi? e nella foga del leggere qualche volta invece di mettergli il
cucchiaio in bocca a quella poverina, glielo ficcava in un occhio.
Pensa, Armida!... perchè allora s'era piccoli, bastava che passasse una
farfalla e si correva via per i campi a ridere.... ma a ripensarci ora!
eh? Armida?... Fu una sera di Natale.... non me lo scordo più: si stava
al fuoco a mangiare certi confetti con lo scoppio che ci aveva portato
lo zio Raimondo da Firenze, quando si seppe che quel briacone del padre
di Felícita era partito a un tratto per l'Australia con quella perla
rara della moglie e quel povero sacchetto vivo ch'era stata tanto amica
nostra!... Così è la vita, Armida!... E la chiamavano la sorella
tua!!... Pensa che differenza tra il destino suo e il tuo!... Pensa!...
Eppure chi lo sa!... perchè noi non sappiamo vedere altro che di fuori,
altro che la buccia, intendi? e però si dice: «che mostro è quello!» ma
per gli occhi di Dio.... quelli vedono il nócciolo, Armida.... per
quelli, le nostre bellezze non valgono un fischio.... Lui guarda
l'anima!... e allora chi lo sa che tra un mostro come quello e te, Lui
non sarebbe capace di dire: «E più bella quella». Pensa!...
Sopraffatto dall'impeto della sua commozione il buon Peppino non s'era
avvisto che l'organo aveva cessato i suoi diabolici suoni, ed egli,
continuando a parlare sullo stesso tono di prima, si trovava a fare una
specie di orazione pubblica.
Ma lui, sì! Non si sarebbe accorto nemmeno di una cannonata! La sua
Armida stava ferma come una statua col bel viso di madonna appoggiato a
una mano, con gli occhi fissi in terra, e precisamente a un gran buco
del tavolato di dove si vedeva sotto una cagna allattare i suoi piccoli:
e questo era segno evidente, secondo lui, che le parole stillanti dal
suo cuore innamorato cadevano a una a una nel cuore di lei come
benefiche gocce del suo stesso sangue, trasfondendovi la sua dolce pietà
di uomo felice.
Per lui, tutto il mondo si sarebbe dovuto fermare, anzi certo s'era in
verità fermato e inginocchiato dinanzi a quel miracolo di Armida che si
ravvedeva! Figuratevi se poteva accorgersi dell'organo che s'era
chetato, della gran scampanata che aveva annunciato il principio dello
spettacolo, del silenzio curioso che si era fatto intorno alla sua voce
sonora, e finalmente dell'apparizione di un enorme uomo barbuto il
quale, con la bacchetta in mano e la bocca aperta, aspettava soltanto
che lui, proprio lui, si zittasse, per incominciare la sua «grande
spiegazione scientifica»! Qualche zelante s'era già affrettato a
sibilare il suo bravo: «Ssss». Ah! sì! tempo buttato.
Peppino continuava:
-- Pensa Armida....
Ma qui si fermò di botto.
Sapete perchè? Le labbra di fravola della sua Armida s'erano mosse come
per voler parlare. Egli stava dunque per avere la prova del miracolo
compiuto! «Che vorrà dire?» pensava. «Certo saranno parole d'oro che me
le ricorderò cent'anni!...» Che momento sacro!
E la bocca d'Armida infatti parlò e disse:
-- Ma zíttati, stupido!
Il tonfo che fece il povero cuore di Peppino cascando da l'ideale nel
reale quasi si sentì!
Qualche timido sghignazzamento qua e là lo fece imbiancar d'ira; ma le
prime parole dell'omone barbuto che furono: «Adesso possiamo andare a
principiare....» lo fecero arrossire di vergogna; e allora si avvicinò
al viso duro e ancora fisso in terra di Armida, e le sussurrò
mestamente:
-- Hai ragione.
Intanto la grande spiegazione scientifica procedeva a gonfie vele. I
nomi più strani e più inesistenti di mondiali celebrità mediche la
infioravano; ma nè Peppino nè Armida ne avrebbero mai udita una parola,
così scombussolati com'erano ognuno per suo conto, se un fatto
inaspettato non fosse avvenuto.
Uno dei curiosi di prima fila, a un tratto, interruppe violentemente il
gigante barbuto, indicando la donna-ragno e gridando:
-- Piange! guardate se non è vero che piange! Padrone, diteci un po'
perchè piange?
L'omone, sebbene seccatissimo di essere interrotto sul più bello, stimò
essergli giocoforza accontentare il «rispettabile pubblico». Si voltò
dunque con un cipiglio burbero a guardare il suo fenomeno il quale
lagrimava infatti sudicie lagrime lavandosi del nero e del rosso che gli
coprivano le palpebre e le gote.
-- Avete fame? -- tuonò l'uomo, e senza aspettare nessuna risposta
continuò rivolgendosi al pubblico: -- La mia donna-ragno ha fame,
onorevoli signori! Allora anticiperemo il suo pasto, così avranno la
fortuna di ammirare con quale ingordigia essa divori le mosche che, come
già ebbi l'onore di dire, compongono esclusivamente il suo cibo
commestibile!
Un vecchio, di novant'anni almeno, recò un bicchiere dov'erano rinchiuse
alcune mosche. L'omone lo prese, ne fece entrare due o tre nel suo
enorme pugno, e alzandolo gridò:
«Attenti, signori! ammirino la destrezza con cui essa prende al volo
questi animali!» -- e buttò la sua manciata, mirando ben diritto alla
bocca del fenomeno. Ma, con straordinaria sua meraviglia, le mosche
sbatterono contro due labbra serrate come quelle del Silenzio.
Si vide benissimo che il primo impeto dell'omaccione sarebbe stato
quello di massacrare con una manata quell'infelice ribelle. Ma aveva
fatto in tempo a contenersi rimandando forse in cuor suo la punizione a
più tardi. Conosceva l'umore del rispettabile pubblico che
quotidianamente truffava, e sapeva sempre in ogni caso carezzarlo per il
verso del pelo:
-- Lor signori hanno potuto vedere con i loro occhi stessi! -- gridò. --
Il mio fenomeno vivente rifiuta il suo pasto commestibile di che è
ghiotto come noi dei tordi arrosto: ma non devono credere per questo di
essere stati truffati nella loro giusta esigenza di individui che hanno
pagato il loro biglietto d'ingresso. Anzi: tutt'altro, signori miei!! Se
potevo saperlo prima un fatto simile, li facevo pagare biglietto
doppio!!... Altrochè! Proprio così!!... Loro hanno la invidiabile
fortuna di trovarsi ad ammirare il mio fenomeno mondiale in uno dei
momenti più caratteristici della sua vita, quello cioè che diede tanto
da pensare al grande dottore Maronoff dell'Università di Pensilvania che
ci scrisse sopra dodici volumi. Quel grande scienziato ha scoperto che
quando la mia donna-ragno piange e nel medesimo tempo rifiuta il suo
cibo commestibile preferito, questo è segno sicuro che essa è presa da
un terribile male che un giorno certamente la ucciderà: questo male è la
nostalgia. La nostalgia delle foreste vergini dell'Australia nelle quali
nacque e visse i primi anni della sua vita allo stato puramente libero e
bestiale: là, tra le liane secolari, tendeva le sue tele per acchiappare
i famosi mosconi australiani che hanno il ventre grosso come un uovo di
piccione e la testa come un cecio; là fu ritrovata e catturata dal
celebre viaggiatore Stankey nel suo ultimo viaggio. Quando il fenomeno
vivente è preso dal suo terribile male, non solamente non mangia, ma
neppure parla. Se v'è qualcuno tra loro signori onorevoli che l'abbia
ascoltata mezz'ora fa, nell'altra mia rappresentazione, rispondere
francamente alle mie domande svariate, la vedrà ora al contrario che
tacerà ostinatamente. Ecco che col beneplacito di lor signori andiamo ad
effettuare la prova di quanto ho affermato. Grògrò! quanti anni
avete?... Grògrò! in quale foresta dell'Australia siete nata?... Lor
signori vedono che la mia previsione scientifica non si smentisce; posso
tuttavia insistere ancora nelle mie domande perchè loro si sincerino
sempre più. Su! Grògrò, da brava! guardate in faccia il vostro
padrone!...
Perchè state con la testa voltata in là?... Ah! ah! vi piace quel bel
soldatino con l'elmo d'oro?... Però mi pare che la fidanzata ce l'abbia
già, e bella!!
Più di mezza sala rise a questa nauseante lepidezza, e l'omone,
incoraggiato, continuò ficcandosi le cinque dita della sua sinistra
dentro la gran barba riccia e toccando leggermente con la bacchetta la
groppa del fenomeno:
-- Grògrò! dico a voi! Siete diventata anche sorda?! Non volete salutare
almeno questo rispettabile pubblico che vi ammira? Su! da brava!...
Intanto Peppino e Armida, sebbene fossero diventati rossi come due tizzi
dalla vergogna, non trovarono la forza di scappare perchè i loro quattro
occhi accesi erano ormai incatenati a quelle due spente pupille,
impozzate nelle lagrime, che li fissavano, li fissavano, ancora e
sempre, con una irresistibile misteriosa ostinazione.
-- Grògrò!! -- tuonò l'omaccione accompagnando la voce con una
bacchettata un po' forte sulla testa; -- o nostalgia o no, dovete
ubbidire lo stesso al vostro padrone! Questi onorevoli signori
sogghignano, non credono che voi abbiate il dono della parola. Io voglio
per ciò che voi pronunciate il vostro nome col puro vostro accento
australiano. Avanti....
Senza mai levare gli occhi dai due innamorati, la donna-ragno sforzò le
sue labbra sottili e aderenti, come si fa d'una ferita mal cicatrizzata
per farla rigemere, e disse con voce stridula e gorgogliante:
-- Felícita.
-- Che diavolo dice la bestia? -- ruggì il padrone alzando la bacchetta:
ma quasi all'istante stendendola trionfalmente sulla parrucca del
fenomeno, esclamò:
-- Hanno udito? ha detto _Felicità!_... Invece di dire Grògrò ha creduto
bene di fare un augurio a tutti loro signori onorevoli, e forse
specialmente ai due belli sposetti.... ma dove sono andati?... ah! sono
laggiù.... che è successo?... la sposina è svenuta.... il soldato se la
porta in braccio.... Per quattro soldi avete avuto il ratto delle
Sabine!!...
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Per fortuna alla farmacia non avevano voluto esser pagati, e il
tassametro non aveva passato la lira e mezza, sì che Peppino potè far
discendere di carrozza la sua Armida, già rinvenuta anche più del
bisogno, proprio dinanzi al portone della casa dove essa stava per
cameriera, invidiosamente ammirato da due o tre brutte serve che
scherzavano col figlio del portiere fantaccino e coscritto!
Peppino infilò gloriosamente l'androne tenendo nella sua destra mano il
braciotto rotondo di Armida, e salì, come era solito fare, il primo ramo
delle scale per arrivare ad una certa nicchia senza statua dove tutti i
giorni si fermavano per dirsi addio il meglio possibile. E, salendo,
parlava. Da quando aveva visto rinvenire la sua innamorata nella
farmacia di Piazza Guglielmo Pepe, forse per la gran gioia, forse
credendo che ci fosse bisogno di tenerle sollevato il morale, aveva
incominciato a parlare; a parlare di un monte di cose a casaccio: del
tempo che passa presto anche quando pare di no, del puzzo dell'etere, di
quando tre mesi prima s'era svegliato anche lui e s'era ritrovato in una
gran pozza di sangue abbracciato alla testa del suo cavallo morto, di
suor Nicoletta e di suor Pacifica che erano due angioli incarnati, dei
tassametri che sono una bella cosa quando non diventano più ladri del
vetturino, dei denari che quando uno li ha spesi non ce li ha più, del
giorno benedetto dello sposalizio che avrebbero avuto due bei cavalli e
una carrozza da principi, della casetta che li aspettava al loro paese e
a quell'ora già la stavano imbiancando dalla cantina al tetto, del mal
di mare che gli aveva fatto rifare il core nell'andare a Bengasi,
dell'Italia che ora diceva sul serio e ormai gli arabi l'avevan capito,
e non solamente gli arabi.... e di altre e altre infinite cose.
Quanto alla bella Armida, levato qualche «oh dio! oh dio!» appena
rinvenuta, poi non aveva più fiatato.
-- Poverina, quanto è buona! -- diceva lui tra sè. -- Non mi sente
nemmeno, tanto pensa ancora alla disgrazia di quella povera Felícita! --
e seguitava a parlare senza fermarsi mai, per distrarla.
Ma finalmente, così parlando sempre, arrivarono alla nicchia sacra al
loro amore; e Peppino, che quando arrivava lì il petto gli rintoccava
come un campanile il sabato santo, allungò il solito braccio intorno al
collo della sua bella e se la tirò bravamente sotto l'elmo preparando
labbra e occhi a quel saporitissimo bacio che da cinque mesi era
l'_alt_! desiderato di tutte le sue giornate e il _march_! delizioso per
i sogni di tutte le sue notti.
-- Che è stato?! -- gridò spaventato Peppino. Armida gli aveva
appiccicato una maledetta manata sul collo e s'era divincolata da lui; e
salendo in furia le scale gli strillava:
-- Poverino! anche il bacio vorrebbe, dopo quelle belle cose che m'ha
detto! Sperava che me ne fossi dimenticata!... O non son cattiva? O non
hai detto che son cattiva? E allora, perchè mi vuoi baciare? La gente
cattiva non si bacia. Si bacia quella buona.... Va a baciare Felícita!
Arrivata al primo piano, schiavò con rabbia l'uscio di casa e entrò. Ma
poi si riaffacciò e gridò:
-- Spòsatela!
E richiuse, che parve una cannonata.
La deserta nicchia, forse in premio dei suoi fedeli servigi, ebbe
finalmente quella sera una statua. E fu quella del povero Peppino. La
statua del rincorbellimento.
L'elmo sulle ventitrè, le braccia ancora mezzo sollevate, le mani
aperte, le labbra ancora strette e protese com'erano per attendere il
bacio, le gambe in una scomoda posizione, sì che sembrava stesse ritto
per miracolo, gli occhi grandi e fissi come due bersagli. Se gli si
fosse aperta la testa, al posto del cervello io dico si sarebbero
trovate due sole parole:
-- È possibile?!