Perfino i _ragazzi_ si permettevano di chiamarlo per soprannome, e non
solamente in terra, dove, più o meno, siamo tutti uomini, ma anche a
bordo dove egli, essendo _marinaio_, era loro superiore.
E badate che, alla gerarchia, sopra un bastimento, ci si tiene quasi
quanto alla vita. Così, che se un ragazzo della nostra «Meleda» si fosse
arrischiato a chiamar _Bascia sciavate_ il peloso dispensiere, il quale
si godeva quel bel soprannome per essere appassionato collezionista di
scarpe vecchie di tutto il mondo, si sarebbe buscato un tale scapaccione
da non ritentare mai più la prova: e se poi avesse osato chiamar _Oegio
fritu_ il terribile guercio livornese, nostromo di bordo, avrebbe avuto
subito rotte le reni da uno di quei maledetti calci, veri gastighi di
Dio, per i quali egli era altrettanto rinomato a Cardiff, a Penzacola, a
Cile o alla Boca, quanto nella contrada di San Ferdinando che l'aveva
visto nascere.
Ma, per il bastardo Baciccia era un altro paio di maniche: si poteva
tranquillamente chiamarlo col suo soprannome di _Va bèn_: perchè
Baciccia con tutti i suoi muscoli d'acciaio, era uno di quegli uomini
così buoni e pazienti che è come se portassero sulle spalle un gran
cartello con scritto sopra: «Non metto paura a nessuno». Se considerate
che, in fondo in fondo, in barba a tutte le maraviglie del progresso, un
uomo vale ancora tanto quanta è la paura che sa mettere negli altri,
presso a poco come prima del diluvio universale, potete fare il calcolo
esatto di quel che valeva Baciccia. Era un «marino» schietto e capace
come pochi: questo sì; ma ditemi voi a che cosa serve, a' nostri giorni,
saper fare il proprio mestiere ed essergli affezionati?
Infatti il capitano si serviva di lui ogni volta che gli bisognava un
lavoro eseguito a puntino e diceva sempre: -- Quell'animale di _Va bèn_
ne vale quattro di nostromi! -- ma soggiungeva: -- Però se fosse
nostromo lui, sarebbe la fin del mondo! -- Una sera, anzi, nella
_camera_ glie lo fece addirittura a lui, questo discorso, a Baciccia.
Le prime parole gli fecero alzare gli occhi da terra, le ultime glie li
fecero ritornar bassi com'eran soliti stare, ed egli concluse come già
ci aspettavamo che concludesse: -- _E.... va bèn!_
Aveva sempre concluso così, nella vita!
E c'era tutta una leggenda in proposito, che lo precedeva a suon di
risate dovunque andasse: e tra le risate ce n'erano di buone, ma anche
di cattive.
Si raccontava, ad esempio, che, quando era stato dinanzi al sindaco, per
sposare, questi si fosse dovuto accontentare del suo «_E.... va bèn!_»
invece del tradizionale «Sì»; ma si assicurava poi anche ch'egli avesse
ripetuto la medesima frase, modificandone soltanto il tono, quando,
poche ore dopo, s'era accorto che la sposa non rendeva quel buon suono
di coccio senza falle, suono al quale i mariti tengon tanto, in ispecie
se la pentola non è piena d'oro! In sette anni di matrimonio, poi, gli
eran nati in casa sette figlioli: a ogni viaggio finito, n'aveva trovato
uno nuovo; l'ultimo viaggio era durato due anni: niente di male! Ne
aveva trovati due. E tutti biondi come il farmacista. La leggenda voleva
che egli avesse sempre detto: _E va bèn!_ Nè una parola di più nè una
parola di meno.
Da soldato di mare era stato un esempio di coraggio e di disciplina.
Glie ne avevano fatte di tutti i colori i suoi indiavolati compagni, ma
i superiori lo avevano sempre benvoluto. E stava proprio per finire la
ferma senza aver fatto nemmeno un giorno di ferri, vero miracolo!
quando, una domenica, nel golfo di Spezia, mentre stava affacciato alla
murata del suo incrociatore ancorato, vide, a cento metri, un barchetto
a vela pericolare in una virata un po' brusca, e imbarcare acqua, e
abbattersi. Era di gennaio, faceva mare e soffiava una tramontana che
tagliava la faccia: c'erano vicino a lui altri quattro o cinque marinai
ed erano tutti vestiti a festa che aspettavano l'ora di andare a terra.
-- Bisogna mettere in mare la scialuppa! -- grida uno. -- Mettiamola! --
risponde l'altro, e dànno mano.
Ma Baciccia in quel mentre è sparito. Dov'è, dove non è: finalmente uno
lo vede, a cinquanta metri, che filava come un delfino, a salti, nero,
tra la schiuma bianca. Il giorno dopo, l'ufficiale in seconda, che si
picca d'essere oratore, è incaricato di radunare l'equipaggio in parata
per un plauso solenne a Baciccia. Dopo un buon quarto d'ora di discorso,
cioè sul più bello, ecco si vede Baciccia che volta le spalle e fa per
andarsene; un _capo_ lo trattiene per la giubba: -- Non è mica finito!
-- Ma lui, di rimando, senza scomporsi:
-- _E va bèn: ma mi nu ne voegio ciù!_
Proprio come si trattasse di una minestra troppo acquosa. Baciccia era
in buona fede: poichè quel discorso era fatto per lui, credeva in
coscienza di poter dire «basta» senza offendere nessuno.
Ma dieci o dodici risate scoppiarono: sopratutto i sorrisetti maliziosi
dei colleghi imbestialirono l'oratore, che chiuse rapidamente il
discorso, e poi mise ai ferri il festeggiato e una quindicina di
compagni.
La leggenda risaliva ancora la sua aspra giovinezza di bastardo. C'era
chi si ricordava d'esser stato presente al primo incontro di Baciccia
con sua madre, la quale, vedendosi deprezzare la propria carne a causa
dell'età, era venuta da Parigi al natìo Camogli per fare incetta di
carne fresca.
S'erano incontrati a un tavolino del _Caffè Centrale_. Li aveva fatti
incontrare là la vecchia levatrice che l'aveva raccolto e che poi era
stata sempre la intermediaria tra quelle due creature che non si erano
mai vedute: eppure erano madre e figlio! La madre, di tanto in tanto,
aveva mandato alla _buna dona_ dieci franchi in oro per il piccolo
Baciccia, ed essa li aveva puntualmente passati al ragazzo. Quando la
vecchia arrivò davanti al tavolino dov'era Baciccia, con quella gran
signora tutta carica di brillanti, verniciata sul viso sulle mani sui
capelli, impellicciata d'ermellino come una imperatrice, con un cappello
che sembrava un bastimento a tutte vele spiegate, e disse: -- Ecco tua
madre! -- Baciccia, che compiva quel giorno diciott'anni, e già a
Marsiglia a Barcellona a Genova aveva avuto occasione di vedere roba
simile, fece un certo verso storcendo la bocca, e poi disse,
strascicandosi più del solito le parole:
-- _E.... vaa beèn!_
-- _Qu'il est fort!_ -- esclamò la madre esaminandolo con un'occhiata
che lo fece arrossire. -- _Joli garçon!_ -- aggiunse ancora la madre, e
gli offrì delle sigarette egiziane in un astuccio d'argento dorato.
Baciccia lo respinse e volle pagar da bere e da fumare, lui. Poi, come
sua madre si dilungava in patetiche frasi e sembrava volergli ricordare
ch'essa aveva sempre cercato d'aiutarlo un poco, facendo anche qualche
sacrifizio per lui, egli si ficcò la destra bruna incatramata e callosa
sotto il suo grosso panciotto di velluto e ne cavò fuori un libretto
della Cassa di Risparmio e disse alla madre:
-- Quando sarai malata in qualche ospedale, e non ci sarà un cane che ti
guarderà, ricordati che i tuoi quattrini che m'hai mandato son tutti
qui.
La madre, che aveva già toccato il tavolino di ferro e il suo rametto di
corallo e fatte le corna e sputatoci in mezzo, si alzò gridando:
-- _Pòscite müì d'en aççidente!_
E così s'erano lasciati quel giorno; ed era la prima e anche l'ultima
volta che si dovevan vedere nel mondo.
Perchè tre anni dopo, la profezia del figlio s'era avverata, e la madre,
fatta memore dell'aiuto promessole, glie l'aveva mandato a chiedere con
una lettera profumata e imbrattata di lacrime. Baciccia aveva spedito i
denari. La madre, che non sapeva quanto valeva la parola di quel
ragazzo, al ricevere il denaro, fu commossa e pianse d'un pianto che la
stupì, tant'era nuovo per lei, e volle scrivergli un'altra lettera di
otto pagine, dove le lacrime non si vedevano ma si sentivano nelle
parole, e dove, sperando di ricompensarlo, gli comunicava una gran
notizia che aveva saputo per un «vero miracolo» allora allora. Il padre
di Baciccia non era morto niente affatto, come le si era voluto far
credere, ma era vivo e verde non solo, ma anche ricco e senza figli:
aveva delle fattorie nell'America del Sud e aveva anche la sua brava
casa in città a La Plata in _calle 24 esquina 13_.
-- _E va bèn!_ -- disse tra sè Baciccia. -- Quando capiterò da quelle
parti, andrò a vedere che faccia ha.
Da quando aveva detto queste parole, erano passati otto anni, e l'ultima
lettera di sua madre, nella tasca interna del suo panciotto di velluto,
era diventata un mazzetto di sedici fogliettini gialli e sbrindellati,
legato accuratamente in croce con del refe nero. In quegli otto anni
Baciccia era sbarcato tre volte alla Boca di Buenos Aires e tutte e tre
le volte i compagni che sapevano la sua storia, gli avevano consigliato
di prendere un giorno di permesso e fare una corsa a La Plata: infine,
con sei _pesos_ se la sarebbe cavata, andata e ritorno, e.... chi sa
mai? Se andava male, era male di poco; ma se andava bene, si trattava di
diventar un signore da un giorno all'altro!
Baciccia però non sapeva ragionar così da giocatore. Diceva: _E va bèn,
gh'andièmo!_ -- ma poi, quando era il momento di cavarsi di saccoccia
sei _pesos_ per il biglietto, non se ne sentiva la forza, e ritornava a
bordo, e buona notte!
-- Se è destino, una volta o l'altra, capiterò anche a La Plata! --
diceva.
E, infatti, un giorno, mentre divorava una pagnotta imbottita di pizza
di ceci, in Piazza Banchi, senza che lo avesse affatto cercato, gli era
capitato l'imbarco sulla nostra _Meleda_, brigantino a palo di
millecento tonnellate, il quale faceva appunto primo scalo La Plata per
scaricarvi cotonerie e feltri e caricarvi foraggi per Port Elizabeth.
E, adesso, la _Meleda_, con tutte le vele ammainate e il tricolore al
vento, tirata ora da un lato, ora dall'altro, ora dinanzi, da un
vaporetto più ostinato che robusto, il quale pareva dire soffiando: «chi
la dura la vince», faceva il suo ingresso nel superbo e deserto porto
dell'Ensenada.
Era il giorno dell'Epifania, il cuore dell'estate australe, e sembrava
che il sole fosse cascato sulla coperta per il caldo che faceva; e dal
cassero, quell'aborto di metropoli che è la città di La Plata, tremava
tutto ai nostri occhi, rovente nella fiamma del sole, disteso sull'orlo
della Pampa bruciata, dove da trent'anni sta, aspettando che i suoi
atenei, i suoi osservatori, le sue biblioteche, i suoi palazzi, e
sopratutto il suo immenso porto, vanto di costruttori italiani, gli
servano a qualche cosa.
E, poichè la terra è sempre terra, la gioia correva come grappa per il
sangue di tutti, imboccando il canale che parte in due la selvatica
isola di Santiago. Aggrappati ai pennoni del trinchetto e della maestra
e sparsi su per l'altre vele minori a finir d'ammainarle, uomini e
ragazzi cantavano in coro; e, a quel concerto insolito, l'unico
abitatore dell'isola, il buon oste italico Pietro, che si incoccia a
chiamar Chianti tutto il vino che ha in cantina, era sbucato sulla riva,
presso il suo minuscolo imbarcadero, per veder che razza di gente
arrivava. Il capitano ed io, da vecchi suoi amici, prima ancora ch'ei ci
ravvisasse guardandoci di dentro le sue due mani messe sugli occhi a
binocolo, gli avevamo gridato un: «Evviva Pietro!!» da farlo cascare in
terra.
Aspettare i comodi della Capitaneria, attraccare, regolare i conti con
la Dogana, e, per di più, in giorno festivo: ecco l'ora di cena.
Dopo cena i marinai si ripuliscono un poco, si mettono i loro abiti
scuri, e coi berretti in mano, vengono a chiedere dei piccoli acconti di
paga per andare a spenderli in terra. Il capitano con un sacchetto di
monete alla mano dà, secondo i desiderî e il possibile, e segna col
lapis le cifre sopra un piccolo registro lungo e stretto, nuovo nuovo.
Ultimo viene Baciccia.
-- Quanto?
-- _Çinque liie, baccan._
-- _Çinque liie!!?_ -- gridò ridendo il capitano: -- _Feè attensiun! cun
tütti sti dinèe in ta stacca!_
-- _Lo fa pelchè la paga ce la vól lascia' a noi, pel mancia!_ -- fece
il nostromo, con animo incerto, tra lo scherno e l'invidia: -- _Domani è
'n signore lui!_
Alludeva al ritrovamento del padre, che per sessantotto giorni di
navigazione era stato l'argomento preferito delle chiacchiere di bordo.
-- _No ghe vadu, stasséia,_ -- disse Baciccia scrollando le spalle --
_no ghe n'ho voeggia!_
-- Badate a quel che fate! -- disse il capitano serio serio: -- dopo
quindici giorni di libeccio, proprio stamattina a sei ore si mette
scirocco! per lasciarci entrare oggi, dunque! Il giorno della Befana! E
volete un segno più bello di questo?! Non c'è dubbio! questa è la Befana
che vi vuol bene, e ha preparato tutto in modo e maniera....
-- La Befana! -- disse senza ridere Baciccia. -- Non m'ha mai portato
niente a me, nemmeno quand'ero bambino....
-- Tanto meglio! -- tonò il capitano. -- La vi porterà tutto in una
volta.
Baciccia scrollò le spalle ancora.
Ma quando tutti se ne furono andati, in un momento che il nostromo non
lo poteva vedere, scivolò giù quatto quatto per la _plancia_ e andò
verso la città la quale accendeva allora i suoi lumi bianchi
sull'incendio lasciato dal sole. E un'ora dopo aveva trovato la casa
indicata dalla madre: non solo, ma era anche entrato a comprare un po'
di treccia di tabacco nell'_almaçen_ di faccia, per assicurarsi che nel
frattempo la casa non avesse cambiato padrone. E non l'aveva cambiato
infatti: l'antico amante di sua madre era soltanto arricchito sempre di
più, perchè era una fibra d'acciaio, un uomo che a cinquantanni dormiva
forse cinque ore per notte e stava in sella quindici, _como un verdadero
ijo del pais!_ L'_almaçenero_, un argentino di padre svizzero, che si
ostinava a fingere di non capire l'italiano, se ne dimostrava
addirittura entusiasta, sopratutto perchè quel signorone si serviva da
lui e non nell'_almaçen_ vicino che era «d'uno sporco napoletano». E
pretendeva che questa cosa facesse piacere anche a Baciccia; ma
Baciccia, pur non intendendosi di nazionalismo, lo sguardava con la sua
faccia larga e dura, che sembrava un Budda scolpito nel legno.
Un trottorellar sordo di cavalli sulla spessa polvere della strada, un
discorrere e ridere alla pretta maniera argentina, un cigolare di
portoncino che s'apriva e una voce di vecchia che salutava ossequiosa,
fecero esclamare pomposamente all'_almaçenero_:
-- Eccolo! È lui! Non si sbaglia! È lui che ritorna dal _rancho_!
Baciccia scese sul marciapiede, e masticando un pezzo della sua treccia
di tabacco guardava la faccia di chi l'aveva creato, alla luce che
usciva dal portoncino della casa. Quella faccia rossa e solida, dal pelo
brizzolato, dalla bocca larga e sempre pronta a spalancarsi al riso, non
gli restò simpatica. Chi sa? Forse non gli sembrava che dovesse rider
tanto chi lo aveva messo al mondo.
Tutti scesero di cavallo.
-- Vedete quanta gente invita a pranzo tutte le sere? -- disse
l'_almaçenero_ entusiasmato. Non ha figli: bisogna pure che li spenda in
qualche modo i suoi quattrini!
Ma ora il padre di Baciccia non rideva più: s'era imbestialito perchè il
suo stalliere non era lì a portar le bestie a riposare, che erano
stracche morte.
-- Gli è successa una disgrazia.... una disgrazia!... -- cercava di dire
la vecchia negli intermezzi dei suo rumoroso furore.
-- Che disgrazia? -- dimandò a un tratto il padrone, avendo finalmente
compreso le parole della vecchia. -- Ha rovinato qualche bestia quel
maledetto camogliese? che si possano sprofondare quanti ne vive! Gli
sfondo la pancia con un calcio io, se m'ha rovinato qualche bestia!
Baciccia che, passetto passetto, masticando sempre il suo tabacco, s'era
avvicinato ai cavalli, non osservato, sentì bene che tutto, dentro, fin
anche le budella, gli parteggiavano per quel povero ignoto compaesano
suo, nato e restato povero come lui, contro quel cane rinnegato che, non
contento d'avergli disonorato la madre, ora gli offendeva anche la sua
patria.
-- No! No! -- disse la vecchia. -- Non ha rovinato nessuna bestia, per
fortuna.... È successo che la sua bambina....
-- Che?
-- .... la sua bambina vuol camminare per forza, e non sa, ancora, e
c'era il pajolo dei maccheroni che bolliva, che oggi è festa.... e lei
c'è cascata dentro!
-- Aàh! -- fece il padrone rivolgendosi agli amici che l'aspettavano
sulla soglia della casa, con una franca risata da gorilla. -- Si lamenta
sempre, _este gringo de mierda_, che non ha carne da mettere al fuoco!
Oggi, perdio! avrà fatto un buon brodo!
Era pretto spirito delle Pampas, e convengo che bisogni essere stati
laggiù per credere il gran ridere che scoppiò in tutti a quella
infernale arguzia.
Ma durò poco.
Chè non ebbe appena finita l'ultima parola il vecchio, un occhio gli fu
coperto da un biascicotto nero e gocciolante.
Baciccia gli aveva sputato in faccia il suo tabacco.
Il vecchio si voltò come una iena: si guardarono per un attimo dentro
gli occhi.
Ma prima ancora che la gente capisse che cos'era accaduto, il vecchio
aveva già spaccato una guancia di Baciccia con un colpo di _revenje_.
Baciccia gli attanagliò la nuca e con la destra gli strinse la canna
della gola. Il vecchio si levò una rivoltella dalla cintola e cominciò a
sparar colpi nel ventre di Baciccia.
Allora la gente che stava per dar manforte al vecchio, si riparò come
potè: e padre e figlio si rotolarono nella polvere fin sotto le zampe
dei cavalli, lasciando una gran striscia di sangue; e i cavalli si
impennarono, montandosi sulle groppe l'un l'altro, e nitrendo, e
mostrando il bianco degli occhi, e pestando quei due poveri corpi,
finchè furono qualche cosa di inseparabile fatto di carne e di polvere.
«ITALIEN, LIEBE, BLUT...!»
(_romanzo tedesco rimasto a mezzo per merito mio_).
La conoscenza ce la fece fare il signor Pigia-pigia.
Sapete chi è. E saprete anche che lui non si preoccupa di formalità.
Pieno di semplice buon cuore, se vi scorge solitario e truce in mezzo a
qualche folla che aspetta e puzza, conficcato là in quel fango vivo come
un malcapitato bolide memore dei cieli abbandonati, ecco vi piglia e,
così, senza preamboli, vi scaraventa addosso a una donna; per di dietro,
per davanti, come capita capita. Novanta volte su cento avviene un
miracolo. Voi sentite immediatamente che il vostro destino dipende da
quella donna; quella donna sente subito che voi siete fatto per lei....
Che appena ella si alzi sulla punta dei piedi, consentendo ad appoggiare
i suoi due gomiti sulle vostre due mani aperte, ecco sembrerà a lei e a
voi di volare per gli spazi infiniti, stretti sulla groppa di un fido
ippogrifo. Il puzzo della folla? -- odor d'ambrosia! Le gomitate? --
farfalle che vi cozzano volando! Le ore? -- minuti!...
Questo accadde quando il signor Pigia-pigia ebbe il gentile pensiero di
presentarmi a _fräulein_ Zita K., a ridosso della facciata di Santa
Maria del Fiore, un'ora prima del rinomato Scoppio del Carro, la mattina
di Sabato Santo del 1900.
-- Roba vecchia?
-- Roba vecchia. Pur troppo! La roba nuova è tutta da piangere.
E c'è passata molt'acqua su queste mie ragazzate, e torba assai! Ho
paura di non mi ricordare. Racconterò a salti e a capriole. Ma insomma,
la storia è così terribile che rabbrividirete lo stesso.
Zita era magra, ma senz'ossa: una grande capigliatura d'oro che le
pesava sul collo; un paio d'occhi verdi verdi e grandi grandi.... Ce
n'era d'avanzo per i miei diciott'anni.
A proposito degli occhi, vi dirò che mi servirono per farle un delizioso
madrigale appena, dopo il primo scontro un po' rude, il signor
Pigia-pigia ci permise di passare.... dai fatti alle parole.
-- Avete degli occhi magnifici! -- le dissi.
-- Occhi di Sfinge, occhi fatali! -- fece lei con un'aria tra ironica e
impenetrabile.
-- No! -- esclamai io con profonda convinzione. -- Ma che Sfinge
d'Egitto? Domandate al primo ferroviere che vi capita che cosa vuol dire
occhio verde: _Via libera!_
Se i posteri vorranno valersi di questo esempio per dimostrare che io
non sono mai stato poeta, facciano pure.
Ammesso però che lo scopo dei madrigali non sia di piacere ai posteri,
ma di far breccia nel cuor della donna desiderata, quel mio madrigale
vale almeno quattro canzonieri a scelta vostra tra gli infiniti che la
nostra amorosissima letteratura vanta e vanterà sempre mai.
La breccia fu anzi così fulminea, così travolgente, così larga, che
questa storia non meriterebbe la pena d'esser raccontata.... se il
diavolo non ci avesse messo la coda.
_Fräulein_ Zita non era sola.
Mi presentò infatti un complesso di molta carne e di molte ossa mal
assestate, una specie di abbozzo vivo, al quale non diedi lì per lì
nessunissima importanza.
-- Mia sorella maggiore.
-- Tanto piacere. -- E continuai ad esercitare la mia pressione sulla
sorella minore.
Ma, ahimè! passò ben poco tempo che io dovetti persuadermi della
assoluta impossibilità di fare come se quello strano animale non
esistesse.
Nè crediate che, nella sua doppia qualità di sorella maggiore di età e
di peso, intervenisse per temperare i nascenti perigliosi fremiti
d'amore nel cuoricino di Zita, o per imbrigliare un po' i miei balzani
diciott'anni. Mai più!
Lo strano animale mi _studiava_, semplicemente.
Ma mi studiava come san studiare due occhi tedeschi muniti d'occhiali.
Vi giuro che se mi avessero preso e messo in cima al Carro, al posto
della girandola, con l'obbligo di far all'amore lassù, gli sguardi di
quelle diecimila persone mi avrebber dato meno impaccio che non quel
solo paio di occhiali di Lipsia.
E meno male se si fosse accontentata di guardare dal suo posto come uno
spettatore di teatro che voglia spender bene i suoi quattrini.
Ma che! I suoi propositi erano ben altrimenti seri e scientifici. Non
una sola mia paroletta breve, non un solo trascorrer rapido di dita, non
un solo commosso avanzar di piede doveva a nessun costo sfuggirle:
nulla. _Assolutamente nulla._
Figuratevi un po' voi che daffare!
Per esempio, per _lo studio_ dei piedi e delle mani, ogni due minuti
almeno era costretta a farsi cadere in terra qualche cosa. Súbito io ne
approfittavo per sussurrare ebbre roventi parole alle pallide orecchie
di Zita, vere adorabili conchigliette!... Ma quasi altrettanto súbito
quella specie di enorme rospo, acculato tra le nostre gambe, balzava su
contro il mio naso.
Qualche volta però non arrivava in tempo a capire i miei sospiri
d'amore. In questi casi, si comportava nel seguente modo: avvicinava il
suo testone alle trecce d'oro della mia Zita e aveva il coraggio
veramente tedesco di chiederle che cosa le avessi detto.
Incredibile, ma vero: la mia Zita, le traduceva prontamente e fedelmente
in tedesco il mio ardente francese!
Che pensare?
Spesso il grosso rospo spingeva la sua inaudita tedescaggine fino ad
annotare le frasi, secondo lei, più interessanti, sopra un suo taccuino
grosso come una Filotea!
Io, a questa vista, mi sentivo, dentro, l'anima ruggire come un intero
serraglio in fiamme.
Ma bastava che la mia Zita girasse dolcemente il capo sul fragile collo
e mi guardasse con que' suoi occhi da Sfinge.... io ci vedevo subito
scritto _Via libera_, e non pensavo più ad altro.
Tuttavia, ci fu un momento in cui sentii che sarei scoppiato se non mi
permettevo un piccolo sfogo; e allora, avvicinata la bocca fin quasi a
baciarle l'orecchio, rantolai con una serietà impressionante:
-- Io ammazzerò vostra sorella.
Il rospo, che stava appuntando chi sa che cosa sul suo taccuino, si
precipitò sull'altro orecchio di Zita per sapere che cosa avevo detto.
-- _Nichts, nichts!_ -- ripeteva Zita rossa come una fiamma.
-- Come niente?
-- Niente insomma, noiosa! -- ribattè Zita drizzando il collo come una
viperetta. Le mie scarse nozioni di tedesco mi permisero di comprendere
che le due sorelle leticavano come due lavandaie di Lipsia.
Grato a Zita di questa prima prova d'amore, ma nel medesimo tempo
impensierito un poco di vedermi preso da lei così sul serio nella mia
qualità di aspirante omicida, stavo assai in forse su quel che mi
convenisse fare o dire.
Sapete chi mi venne in aiuto? Che cuor d'oro! Non l'indovinate?... Ma
sempre lui! Il signor Pigia-pigia!
Chi sa come, chi sa perchè, ma certo è che proprio in questo difficile
momento, io e Zita vedemmo un qualche cosa, rosso di pelo, piombare con
inaudita violenza sulla schiena robusta della nostra avversaria,
facendole volar via di colpo quei maledettissimi occhiali di Lipsia.
Il primo a ridere naturalmente fui io. Ma fu question di minuti secondi,
chè Zita dovette anche scoppiare a ridere, e poi il sorellone, e poi il
bolide di pelo rosso, e finalmente tutti. Torno torno, per un raggio di
cinque o sei metri, non fu altro che un abbaiar di risa.
Dopo le risa i commenti:
-- Grazie! quello si credeva di ppasseggiare su per la facciata d'idDomo
come se la fosse a giacere!
-- Sorte ch'egli ha messo i' nnaso su i' ttenero n'i'ccascare!
-- La signorina l'aspettava lo scoppio dinanzi, e la l'ha avuto di
dietro!
-- _Ja! Ja! Ja!_ -- faceva il sorellone.
E giù nuove risate a scroscio.
Tutto, assolutamente tutto sarebbe andato benissimo, se quel qualche
cosa rosso di pelo, se quel bolide di pelo rosso, non fosse stato, oltre
che acrobata e poeta, anche un carissimo amico mio.
Mi spiego.
Una persona qualunque, capitata giù, così, dalla facciata del Duomo,
ritrovandosi senza rotture d'ossa sulla groppa di una creatura di sesso
femminino, avrebbe súbito avuta la netta visione del suo dovere: far la
corte a quella donna, prescindendo da qualsiasi criterio d'estetica,
farle la corte ad ogni costo: per riconoscenza. Non vi pare? Io avrei
eternato nei miei scritti il suo eroismo per ricompensarlo di avermi
reso felice.
Ma quello, ripeto, era un amico carissimo.
Un amico carissimo non può accontentarsi di fare ciò che farebbe una
persona qualunque.
E infatti, dedicati non più di cinque minuti alle facezie d'occasione,
l'amico carissimo si innamorò perdutamente di Zita.
Io, che lo conoscevo da un pezzo, appena lo vidi diventar serio e buio,
dissi tra me: «Ahi! l'amico punta su Zita». Improvvisai una serie di
manovre per fargli capire che Zita era roba mia e guai a chi me la
toccava; ma sì! quello apparteneva alla categoria degli epilettoidi in
amore. E chi lo fermava più?
Di buio si fece cupo; di cupo, torvo; di torvo, truce, e ringhioso, e
ispido come un gatto pestato.
Quando il Carro scoppiò, eravamo rivali.
--------
Ed eccoci di colpo trasportati dalla più lieta commedia, alla più fosca
tragedia.
Era di maggio. Tutta Firenze odorava di rose e di donne.
La gente posata trovava che, le giornate umide, le fogne puzzavano, che
certe vuotature non avrebbero dovuto chiamarsi «inodore» ecc., ecc.; ma
per noi ragazzi vi giuro che Firenze odorava tutta di rose e di donne,
soltanto di rose e di donne, nient'altro che di rose e di donne.
Dopo una corsa artistico-storica a Pisa, le due sorelle teutone erano
ritornate a Firenze....
Cioè: adagio!
Voi mi domanderete certamente perchè, innamorato com'ero di Zita, non
l'avessi accompagnata a Pisa. Ebbene: allora torno volentieri un passo
addietro e ve lo dico subito.
A Pisa le sorelle K. dovevano incontrare un grosso branco di
connazionali che risaliva l'Italia a marce forzate, al quale branco
appartenevano non so quante loro cugine e zie e zii che non desideravo
di vedere. Ma tre giorni soltanto erano scorsi, quando il postino mi
consegnò una lettera che odorava di lei.
«Ils sont passés, semblables à une orage d'été. Combien de bruit, mon
cher ami!... Oh! qu'elle est aimable cette petite ville fleurie en
silence à coté d'un Camposanto.... Mais.... que je suis seule
ici!............»
Dodici puntini oltre il punto esclamativo.
Non c'era altro che pigliare il treno.
E infatti tre ore dopo mi trovavo già comodamente disteso in uno
scompartimento di terza classe col mio bravo biglietto per Pisa infilato
nella fascia del cappello e in bocca due sigarette accese.... Due, sì:
nient'altro che un innocente ed economico sistema che allora adottavo
per _epater le détestable bourgeois_. Avevo fatto fabbricare un bocchino
apposito, a doppiere, una maraviglia del genere, che non avrei prestato
per un'ora neppure a Dante Alighieri.
E questo non era niente: ne avevo in cantiere un altro a cinque bocche
da fuoco, signori miei! destinato a far epoca negli annali studenteschi
fiorentini.... Ma, per carità, non complichiamo le cose. La storia del
mio bocchino a cinque fuochi ve la racconterò un'altra volta.
Fumavo dunque ancora le mie due sigarette, anzi non le fumavo più perchè
erano finite, ma tenevo ancora il mio prezioso bocchino tra i denti,
quando un'interna voce mi spinse di corsa verso l'estremità del
carrozzone.
-- «Occupato!»
-- Accidenti!
E dopo un quarto d'ora di questi «accidenti» finalmente l'uscio si apre.
Chi vien fuori? L'amico di pelo rosso.
-- Eh?! Dove vai?
-- A Pisa! e tu?
-- A Pisa.
-- Sarebbe ora di finirla di far l'imbecille!
-- Mi pare anche a me!
Vola uno schiaffo. Ne volano due. Ne volano tre. Mi sento afferrare il
bocchino. Stringo i denti. Ma i denti non son mai stati il mio forte; ed
ecco il prezioso arnese vola dal finestrino insieme con mezzo dente.
Allora non ci vidi più. Una grandinata di pugni cadde vindice sulla
rossa capigliatura del rivale. Lui, fedele alla sua scuola di pugilato
che consisteva nell'attaccarsi sempre a qualche cosa di prezioso,
s'attaccò a una magnifica camicia di seta cruda, uscita allora allora da
una bottega di via Tornabuoni: una camicia che m'era costata un occhio,
ma v'assicuro che spirava voluttà lontano un miglio!
Io, súbito accortomi della nuova minaccia ai miei averi, cambiai di
botto piano di battaglia, e mi accinsi ad attanagliare il collo
dell'acrobata poeta, intendendo di non lasciarlo finchè lui non
lasciasse la camicia. Ma, ahimè! Non ebbi tempo di mettere in atto il
mio piano, che un enorme capotreno accorse a separarci; e lo fece con
così robusta grazia, che un buon quarto della mia camicia passò alla
parte avversaria. Voi capite bene che una camicia non è un esercito: i
tre quarti rimastimi fedeli non potevano consolarmi di quel quarto
traditore.
Il naso del mio rivale colava sangue come il polso di Seneca filosofo.
Se non che, non avendo egli avuto l'accortezza di spogliarsi e di
mettersi in un bagno prima che io gli rompessi il naso, così era tutto
imbrattato di sangue come un beccaio la sera del venerdì.
Fummo allontanati.
Ma alla stazione di Pontedera ci trovammo ancora vicini. Avevamo tutti e
due riconosciuto la necessità di fermarci in un porto intermedio come
fanno le navi _in avaria_.
Ci guardammo con profonda compassione.
L'amico, con un'aria assai più poetica che acrobatica, mi si avvicinò e
mi disse:
-- Del resto, se andavo a Pisa non ci andavo senza essere invitato....
E così dicendo mi mise sotto il naso un cartoncino cilestrino.
Mi bastò gettarvi sopra un'occhiata per scoppiare a ridere; ma a ridere!
a ridere in un modo, che tutta la stazione si fermò a guardarmi. Lì per
lì dovettero credere che avessi le convulsioni. Poi capirono che ridevo;
e, a veder due, conciati in quel modo, tutti ammaccature e strappi, uno
serio come un allocco, l'altro che si ruzzolava per tutte le panche, a
quanti passavano gli s'attaccava il riso: sì che ridevano tutti come
matti senza sapere il perchè.
L'amico rosso era al vertice del furore.
Ma non batteva ciglio per paura di far ridere di più.
Finalmente mi fece troppa compassione.
Allora mi alzai, gli infilai il mio braccio destro nel suo sinistro, lo
trascinai fuori della tettoia e là misi senz'altro sotto al suo povero
naso ammaccato il cartoncino mio, altrettanto cilestrino, altrettanto
profumato, altrettanto scritto di pugno della bella Zita.
-- È una circolare!! -- stridè lui, digrignando i denti.
Ma quando mi guardò in faccia non potè più star serio.
Ci abbracciammo e ballammo un bel pezzo, come due orsi. E ballando così,
saltammo sul treno che partiva per Firenze. E durante tutto il viaggio
rompemmo l'apparato uditivo del prossimo cantando in coro:
Sì vendetta, tremenda vendetta
Di quest'anima solo desìo!
Quella Gota, quell'Ostrogota, quell'Unna aveva avuto la caponaggine di
credere di potere impunemente prendere per il bavero due tra i migliori
esemplari della razza latina!
E intanto era già riuscita a farci fare a pugni! Ma....
Sì vendetta, tremenda vendetta
Di quest'anima solo desìo!
Come un fulmin scagliato da Dio
Gigi e Fico[1] punir ti sapran!
[1] Abbreviazione di Federico regolarmente brevettata.
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Del non essere andati a Pisa incolpammo, lui la filologia, io
l'anatomia, credendo che per una donna tedesca fossero scuse buone.
Ma Zita ci scrisse assai mesta e un poco indignata.... in doppia copia.
E noi incominciammo a fabbricare quotidiane lettere piene d'un ardore
sempre più ardente, alle quali Zita rispose con quotidiano crescendo di
passione.... in doppia copia.
Leggendoci ogni sera questi duplicati amorosi, io e il mio rosso amico
pregustavamo il refrigerio della vendetta.
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E venne alla fine il giorno in cui, compiti scrupolosamente a Pisa i
loro doveri di compaesane di Burkhardt e di Bädeker, le due brave
sorelle ritornarono, come dissi, a Firenze.
Il primo incontro toccò a me; sia perchè l'amico Fico conservava una
ammaccatura pochissimo estetica sul naso, e non aveva fretta di
mostrarsi, sia perchè io dovevo condurle a vedere un certo maraviglioso
luoghetto di campagna dove, per il buon esito dei nostri piani,
desideravamo che esse andassero ad abitare.
Già nelle mie lettere avevo levato inni alla virgiliana poesia, al
fatato incanto di quel luogo. Cosicchè la prima cosa che mi chiesero,
appena scese dal treno, fu di condurle a veder la mia Torraccia.
Questa famosa Torraccia (tre stanzette di pietra una sull'altra)
sperduta là tra gli oliveti di San Miniato, era stata, fino a pochi
giorni prima, fienile d'un cascinale vicino; ma noi l'avevamo in fretta
ripulita e ammobiliata alla meglio, fidando nel romanticismo di razza
che doveva trionfare, e trionfò.
Appena la videro di fuori le due K. esclamarono estasiate:
-- Ci avete trovato la casa ideale!
E dentro lo stesso: tutto bello, tutto bello! Fu deciso: salotto al pian
terreno; al secondo piano camera della signorina Carlotta; al terzo
piano camera di Zita.
-- Sì! sì! sì! -- strillò Zita. -- Io su in cima tra i nidi delle
rondini! Ogni alba sarò incoronata di canti!
A questo punto proprio, il ventre di Brockhaus....
Oh! scusate! M'ero dimenticato di dirvi che il sorellone si chiamava
bensì Carlotta, ma le avevamo decretato il soprannome di Brockhaus
perchè la trovavamo somigliantissima al celebre editore di Lipsia. Come
facessimo poi a trovarla così somigliante senza sapere affatto che
faccia avesse quel signore, non ve lo saprei dire: ma certo è che la
trovavamo somigliantissima.
Dunque.... il ventre di Brockhaus, dicevo, osò, proprio in quel sublime
istante, profanare la poesia di Zita osservando in tono minore:
-- Come si fa a mangiare qua dentro?
Zita schizzò sdegnosissime parole alemanne; ma io, come colui che aveva
pensato a tutto, condussi subito con me Brockhaus sulla non lontana via
maestra, dentro una di quelle tutte linde e odorose e saporose
trattoriole de' dintorni di Firenze, dove ho tanto lietamente amato e
bevuto spolpando pollastri e sognando la Gloria!
Il padrone, già d'accordo, accettò súbito di fornire pranzi e cene alle
nuove abitatrici della Torraccia.
Il prezzo mite, quel buon odor di salame, quella piramide di fiaschi in
mezzo alla bottega fecero a Brockhaus l'identico effetto che le rondini
avevano fatto a Zita.
E io dicevo dentro di me a tutte e due: «Ballate, ballate, ostrogote
mie! Se sapeste che cosa bolle nella nostra pentola!»
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Vollero sistemarsi là dentro quel giorno stesso.
Quando, alle dieci di sera, dopo aver faticato per quattro facchini,
volli prender commiato da loro, Zita m'accompagnò per il viottolo tra
gli olivi.
-- Cattivo! -- mi disse a bruciapelo. -- In tutta la giornata non mi hai
detto una sola parola d'amore.
-- Te la direi volentieri adesso, se non fossi troppo sudato -- risposi
cavallerescamente.
-- Mio povero uccello! Hai molto faticato, è vero, a fabbricare il nido
della tua bella?
Che volete? a sentirmi chiamare in quel modo non mi potei più
trattenere....
Incollai la mia bocca alla sua per un buon quarto d'ora.
Come non pensare a Brockhaus? «Peccato che non sia qui adesso, dicevo
tra me, chi sa che belle cose potrebbe scrivere sul suo taccuino!...»
Oh! per Bacco! voi non mi crederete. Brockhaus era proprio là a dieci
passi da noi! Vidi i suoi occhiali, i suoi occhiali di Lipsia! brillare
nell'ombra. Forse vi si specchiava senza saperlo, poverina, qualche
maravigliosa stella del cielo.
Appena Zita s'avvide che io avevo scorto l'animale appiattato,
s'affrettò a stringermi più forte e mi sussurrò:
-- Non badare a lei, è pazza per il suo colossale romanzo d'amore.
-- Romanzo d'amore?!
-- Sì: tutto d'amore!
-- Ah! finalmente capisco!... e siccome non può procurarsi un'esperienza
personale perchè è troppo brutta....
Queste parole le gridai così forte che gli occhiali si spensero; e nella
notte brillarono solo i verdi occhi di Zita.
_Via libera!_
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Misurando con passo trionfale il silenzio del deserto lungarno, nella
gran notte stellata, per andare verso la casa dell'amico Fico, che
m'aspettava certo da qualche ora, vi confesso che sentivo una gran
voglia di svoltare verso casa mia, o meglio ancora di tornarmene a
baciar Zita.
Un solenne patto d'alleanza mi legava all'amico: questo è vero. Ma,
poffare! si erano pur verificati dei fatti nuovi!
Intanto, qualche cosa di solenne era avvenuto anche tra me e Zita...! E
poi: quella rivelazione del colossale romanzo di Brockhaus, non aveva
forse un'importanza di prim'ordine per spiegare tutto l'inesplicabile
della condotta di Zita? La verità era chiara. La povera piccola fata
dagli occhi verdi era nè più nè meno che un trastullo nelle mani della
strega Brockhaus. Questa l'aveva spinta nel tristo doppio gioco d'amore,
sperando di poter scrivere chi sa quali stupide pagine sulla classica
gelosia degli italiani....
E allora? dov'era la colpa della povera Zita? Non era forse piuttosto
una vittima deliziosissima degna di compianto, e specialmente di
baci?...
Ma per compiangerla e baciarla sentivo proprio, in coscienza, di bastar
da solo!...
Mentre ragionavo tuttavia così, il sordo dovere m'aveva condotto al
muricciolo del giardino dell'amico. Che ti vedo dentro, al chiaro d'un
po' di luna nata allora? Ti vedo l'amico occupato a far capriole in
giro.
Per quanto acrobata fosse, quelle capriole fatte così da solo a
mezzanotte, mi diedero un po' di pensiero.
-- Oh! Fico! sei ammattito?
-- Altro che ammattito! vien dentro.
Entro; e vedo che le capriole le faceva attorno a una specie d'ara di
coccio, verniciato a marmo, imitazione «Signa»; cioè imitazione di una
imitazione romana, che, secondo lui, bastava a fare del suo giardinetto
di via Scialoia un luogo di delizie imperiali.
-- Ma che fai?
-- Fa subito quattro capriole anche tu. Bisogna render grazie agli Dei!
-- Ben volentieri, ma io non le so fare.
-- E tu scaraventati in terra a capo fitto, scopriti il sedere, grida
Evoè!
-- Si potrebbe sapere che cosa è accaduto?
-- E accaduto che da domani incomincia la nostra vendetta.
-- Ah sì?
-- Leggi qua. Questa lettera: non è di quelle che lascian dubbi: è di
quelle che dicono «ti voglio, ti voglio, ti voglio, son tua: carne,
ossa, midollo spinale, rigaglie.... tutto, tutto, tutto!».
Domani è la mia festa!
Domani è la mia festa!
(E giù capriole.)
Hai letto? Hai letto?... Rabbrividisci eh? Ma è inutile rabbrividire,
mio giovane amico! Bisogna riconoscere che il pelo rosso è il re dei
peli: ecco tutto. Ah! che peccato che non sia rosso anche tu! In
ventiquattr'ore la nostra vendetta sarebbe fatta. Invece tu, povero
mortale dai ricciolini castani, ci metterai tre settimane per arrivare
dove io arriverò domani sera!... Me ne duole sinceramente per l'estetica
della nostra vendetta! Certo era magnifico, era latino, simbolico,
cesareo che la rea barbara fosse piegata ad ambe le nostre voglie in una
sola notte, ricevendo la dimane il nostro cumulativo biglietto di
ringraziamento, secondo i sottili disegni da noi architettati....
Ma ahimè! come si fa? I disegni sono una cosa: la realtà è un'altra....
Si potrebbe stare ai disegni se si trattasse, a mo' d'esempio, di
Brockhaus.... allora sì!... Ma si tratta di Zita, per Giove! di Zita,
creatura di sogno! di Zita, fiore di carne! di Zita, veleno inebriante!
di Zita, di Zita, di Zita, mio ricciuto amico! Come potrei farla
aspettare, poich'ella brucia del desiderio di me?... Ah! no!
assolutamente no! Nessun Gigi potrebbe pretendere tanto da un Fico!... e
specialmente da un Fico di pelo rosso!... Tu ci metterai una settimana,
ci metterai un mese, ci metterai un anno.... Io ti fo solenne giuro di
favorire fraternamente i tuoi conati!
-- Hai finito? -- muggii io.
-- Sì.
-- Ebbene. Sta molto attento a quello che ti dico. Questa lettera non ha
il minimo valore. È scritta, come vedi, alle ore tre pomeridiane di
oggi, mentre io facevo il facchino per lei. Ma alle ore dieci
pomeridiane dello stesso giorno, cioè due ore fa, quel medesimo facchino
è diventato l'amante di Zita. Unito a lei ormai per la vita e per la
morte, romperà inesorabilmente il naso a colui che osasse rompergli le
scatole.
Detto questo, intascai la lettera, infilai il cancelletto, e sparvi nel
buio.
--------
Ma la mattina alle 7 ribussavo già alla camera dell'amico.
-- Chi è?
-- Aprimi. Son io....
-- Dormo.
-- Svegliati.
-- In che qualità chiedi di entrare?
-- Di verde messaggero della vendetta, amico mio. Fico immortale! Son
successi fatti di una gravità spaventosa.
-- Così presto? Mi pare impossibile....
-- Insomma vuoi aprirmi sì o no. Vengo ad offrirti Zita.
-- Non la voglio.
-- Dimenticheresti forse che siamo legati da un patto solenne.
-- Tu l'hai rotto.
-- Come?
-- Tu hai rotto il nostro patto solenne....
-- E ti romperò anche l'uscio se non me l'apri immantinente.
L'uscio si aprì. Ma nell'istante medesimo l'amico con un magnifico
volteggio era sparito oltre il letto, e là, armato d'un cantero pieno
fino all'orlo, stava impavido aspettando l'assalto.
Quando vide che io prendevo tranquillamente una sedia e incominciavo con
molta gravità ad esporre i fatti, depose il suo cantero, infilò una
buffissima tunica cinese, due ciabatte turche, accese una sigaretta
egiziana, e m'ascoltò.
Il colloquio durò forse cinquanta minuti come tutti i colloqui storici;
ma in poche parole vi dirò tutto.
Quella notte l'avevo passata in piedi. Una notte da Otello. Infatti,
alle sei della mattina m'aggiravo già tempestoso attorno alla Torraccia,
la quale pareva dormire placidamente sotto la guardia de' suoi tre
cipressi che la coprivan tutta ai miei feroci occhi.
Finalmente m'avventai come il toro.
Tenevo stretta in pugno la lettera infame: ero deciso se non proprio a
strozzarla, a farle raccomandar ben bene l'anima a Dio.... che n'avrebbe
avuto tanto bisogno!
Arrivo a corna sotto.
Porta aperta. E finestre spalancate!
-- Ohei! Non c'è nessuno?
Una contadina che stava a far pulizia si sporse dal balconcino di Zita e
mi gridò:
-- Felice giorno, sor Luigi! Son ite a veder nascere i' ssole su a i'
Mmont'alle Croci. A momenti arebber a tornare.
Entrai per aspettare. Ero stanco. La prima sedia che mi si presentò
sotto, ci caddi a piombo. Ma appena sentii d'essermi seduto sopra un
libro mi affrettai a sottrarlo all'involontario oltraggio. Non era un
libro: era un grosso quaderno. Sopra c'era scritto:
_Italien, Liebe, Blut!_
_diario di una giovane inglese._
-- Puah! -- rantolai. -- Ecco il romanzo di Brockhaus!...
_Traduzione di C. e Z. K._