XII.

Nanà riceveva in casa gli amici ai venerdì; quel giorno era appunto di

venerdì, Enrico decise di non lasciarsi vedere. Gli seccava di

mostrarsi presso di lei in faccia a Rubieri, a Sappia, a Marliani, a

Salis, a Bianconi, che forse sapevano del suo attaccamento per Nanà, e

avrebbero indovinato il suo spasimo. Egli era furente contro Aldo

Rubieri e gli dava in cuor suo del traditore, dell'ipocrita e del

paltoniere. Giurava non volerlo più salutare.

Quella sera da Nanà c'era un dramma nell'aria.

Nanà era sdraiata nel suo seggiolone e guardava spesso alle lancette

del pendolo. Erano già le dieci ed Enrico non era comparso ancora. Già

due o tre volte Marliani e Sappia le avevano notato questo ritardo.

C'erano quella sera dalla Nanà oltre i due nominati, la signora Fanny,

la padrona di casa, la Luisa, Bonaventuri e Cantis. I Francesi erano

partiti da Milano. Marliani s'era seduto accanto a Nanà e le parlava

sottovoce. Essa non lo udiva; pensava al conte.

--Mi risponderai una volta?--disse alla fine il giovine molto

duramente.

Nanà ne fu scossa e si rizzò sulla vita. Guardò Marliani come donna

che si desti da un sogno e:

--_Fiche moi la paix_!--gli disse; e tornò a sdraiarsi.

--Ascolta Nanà--proseguì Marliani sottovoce.--Così non la può andare.

O tu mi dici che il conte non è nulla per te ed io ti credo, guarda,

sulla parola e ti domando perdono delle insolenze che ti dissi ieri; o

tu persisti a trattarmi così, e allora io ti ripeto che sei la più

infame delle sgualdrine che io abbia conosciuto, e ti giuro che la

prima volta che lo trovo, lo provoco e mi batto con lui all'ultimo

sangue; ma prima gli dico il bel mestiere che facevi a Parigi... bada.

--Oh?--sclamò Nanà; e scoppiò in una risata, perchè gli altri non

s'accorgessero che la tempesta ruggiva. Ma poi pensò che bisognava

tener buono il Marliani e riprese:--Tu sei troppo gentiluomo per fare

una simile vigliaccheria.

--Bada Nanà a non scherzare col fuoco. Tu non sai quello che mi fai

soffrire. Non farti insultare daccapo.

--Ma _crè nom de_... che siano proprio tutti continuamente uguali

questi signori uomini?--sclamò Nanà quasi parlando a sè stessa.--Io

credevo venendo in Italia di trovare tutt'altra cosa di quello che

avevo trovato a Parigi.... M'accorgo che alla lunga valevano ancora

meglio i miei compatrioti!

--Io voglio una risposta--insisteva Marliani.--Io ti ho avvisata; la

colpa di ciò che accadrà sarà tutta tua Nanà se non mi rispondi.

--Che cosa vuoi che ti risponda, vediamo, maleducato che sei!

--Se tu ami il conte O'Stiary.

--Io non amo nessuno.

--Ma egli è innamorato di te.

--Bella novità! Chi è dei presenti, che non è innamorato di me?

--Tu vuoi sposarlo.

--Chi lo dice?

--Me lo ha detto il Sappia.

--Il Sappia è un asino--disse Nanà senza curarsi di mitigare

l'epiteto, che le venne spontaneo sulle labbra.

--Perchè dunque mi tratti così? Perchè mi hai lusingato di nuovo per

farmi soffire così?

--Com'è che ti tratto?--domandò Nanà.--Tu vorresti dunque che io fossi

continuamente nelle tue braccia? Tu non vuoi assolutamente ammettere

che ho fissato di mutare la mia vita? Siete dunque voi che

continuamente vi opponete a che una donna possa diventare onesta? T'ho

io forse detto qualche volta d'essere innamorata di te? E se io non

sono innamorata con quale diritto pretendi tu che io resti eternamente

la tua amante?

--Qui non c'entra il diritto!--disse Marliani.--In amore so benissimo

che non esistono diritti. I diritti non esistono che nel matrimonio.

Ebbene! vuoi tu sposarmi Nanà? Io sono pronto.

--Ma dunque siamo proprio daccapo come laggiù?--gridò Nanà ridendo e

facendosi udire da tutti perchè si credesse che il loro dialogo fosse

leggiero e insignificante.

La Luisa, che stava civettando con Salis, volse il capo e domandò:

--Dove laggiù?

--A Parigi--rispose Nanà.--Figuratevi che il signor Marliani mi stava

offrendo il suo cuore e la sua mano...

Marliani si levò ridendo, sdegnato e andò a suonar una _polka_ al

pianoforte.

Così, signori, così e non altrimenti, si esplica e si mostra la vita

contemporanea. Regina, sovrana, arbitra, dea d'ogni cosa, al giorno

d'oggi, è la santa dissimulazione, giacchè il peggior delitto di cui

si possa macchiare un giovine odierno è quello di farsi vedere

innamorato d'una donna... Ciò che nel medio evo era dovere d'ogni uomo

bennato ciò che costituiva la vita de' cavalieri e dei trovatori oggi

è diventato ridicolaggine.

Che cosa volete capir bene de' fatti suoi quando vedete un uomo che

ha--come dicono gl'_idealisti_--la morte nel cuore andar a sedersi

dinanzi a un pianoforte a suonar una _polka_ allegra di Marco Sala o

di Strauss, come l'uomo più spensierato della terra?

* * * * *

Enrico O'Stiary entrò in quel punto.

Egli non aveva potuto tenere la risoluzione di non andar quella sera

da Nanà.

S'era lasciato portare di transazione in transazione dinanzi alla

porta di lei, aveva montate quelle scale maledette, era entrato

protestando sempre, ma trascinato, suo malgrado, da una vera _forza

irresistibile_, arcana, fatale.

Un oh! sincero e prolungato, lo accolse. Egli era simpatico a tutti,

tranne che a Marliani, il quale lo esecrava. La Luisa gli corse

incontro e lo presentò alla società come un figliuol prodigo, che fa

ritorno alla magione.

Questa alzata d'ingegno della Luisa non è a dire come dispiacesse

all'Enrico, segretamente. Ma bisognava sopratutto avere del contegno.

E lo ebbe.

Nanà e Sappia furono i soli ad accorgersi che sotto a quel fare in

apparenza ilare e disinvolto covava più fiera la tempesta che mai. Gli

altri non capirono nulla.

Enrico strinse la mano a Nanà dicendole buona sera, senza tradire la

benchè minima emozione, poi si confuse ai crocchi circostanti.

Allora il Marliani si staccò dal pianoforte, andò vicino a Nanà e le

disse sottovoce:

--O tu questa notte mi ricevi o io vado a provocarlo, ti avviso.

--No, non posso.

--Qualunque cosa avvenga Nanà, ricordati che la colpa è tutta tua.

--Bene, finiscila, non seccarmi.

Essa non credeva che Marliani avesse coraggio.

* * * * *

Questi si levò pallido, zuffolando a sordino. Nei momenti più

terribili, nelle crisi più tormentose del cuore, Marliani zuffolava a

sordino, col muso in fuori.

Si avviò verso O'Stiary.

Nanà si volse repentinamente dall'altra parte dove stava Cantis, il

giovinetto d'avvocato, che immemore d'ogni altra cosa che della

propria adorazione concupiscente, stava là a covare cogli occhi il

profilo di Nanà e il profluvio de' suoi capelli d'oro, e l'alabastrina

morbidezza di quella sua pelle indemoniata, e il dolce avvallarsi del

seno scoperto fin quasi ai capezzoli, tutte cose che mettevano nelle

vene degli uomini, che l'avvicinavano così strepitosi fremiti.

Essa gli disse:

--Ernesto, avete voi coraggio per amor mio?

--Oh, lo sapete bene, Nanà--rispose l'adolescente con immensa

convinzione.--Io sono pronto a dar anche la vita per voi.

--Marliani poc'anzi mi ha insultata. Io voglio essere vendicata, ma

sull'istante. Andate là, provocatelo, fatelo uscire con voi dalla

sala... Ma fate presto.... Sarete poi contento di me.

Cantis s'alzò come invasato dal furore di Marte. Si slanciò presso

Marliani, che stava d'accanto ad O'Stiary, e andava battendo colla

sinistra un guanto sulla palma della mano opposta. O'Stiary stava

colle spalle a lui rivolte, parlando colla Luisa e fingendo

disinvoltura.

--Caro signor Marliani--disse il giovinetto--avrei a dirle due parole.

--A me?--sclamò il Marliani volgendosi di mala voglia a chi veniva

così in mal punto a interrompere il suo divisamento.

--Sì, a lei, a lei, se le accomoda--rispose forte il Cantis, in modo

da essere inteso da tutti.--Oggi in studio m'è capitato di vedere il

di lei riverito nome come gerente della ditta Marliani e

Compagni--proseguì il giovinetto--e vorrei per suo bene metterla

sull'avviso di certe cose, che devono interessarla assai.

--Ma che cosa c'entra ora?

--C'entra molto. Anzi, se non le è di disturbo, la prego di uscire con

me.

--Uscire? Perchè uscire?

--Perchè non vorrei far uno scandalo qui fra questi signori, che hanno

il diritto di non seccarsi per una nostra questione personale. Mi

capirà che non è questo il luogo per certe spiegazioni! La prego di

uscire con me.

--Ah!--sclamò il Marliani.--Vedo che lei ha delle idee!--Davvero però

che questo è un bel caso.

Così dicendo diede una squadrata a lui e una squadrata ad Enrico, che

aveva voltata la faccia verso di lui e stava ad ascoltare quel

diverbio senza capire nè sospettare di nulla.

--È davvero un bel caso! parola d'onore!--ripigliò Marliani

amaramente--sono a' suoi comandi.

E s'incamminò verso l'uscio, seguito da Ernesto Cantis. Schiuse

l'imposta e mentre stava per oltrepassare la soglia dell'uscio gli

venne un'idea. Si volse e sclamò guardando ferocemente a Nanà:

--Oh, ma forse ho sbagliato a dirlo un caso. Ma riderà bene chi riderà

l'ultimo.

* * * * *

--Cos'è stato?

--È pazzo?

--Che mosca l'ha punto?

--Quel _pivello_ però ha un certo _chic_ di buona compagnia!

--Si vede che è una vecchia ruggine!

--Amerei sapere cosa va a succedere.

--Bisognerebbe tenerli d'occhio...

--Non la può finir liscia.

Queste e altrettanti frasi uscirono dagli astanti appena quei due

furono usciti.

La sola Nanà sapeva tutto ma pregò tutti di star al suo posto. Gli

altri si perdevano in false congetture.

Nessuno dunque si mosse per tener d'occhio i due contendenti. E dopo

cinque minuti tutti li avevano già scordati.

--Che cos'hai stasera, Enrico, che non mi dirigi la parola?--disse

Nanà al conte.

--Non t'ho diretta la parola--rispose il conte coi denti stretti come

un Inglese, lasciandone scivolar fuori le sillabe staccate e

sibilanti, tanto era l'emozione da cui si sentiva preso--perchè avrei

avuto voglia di ucciderti. Ora sono più calmo e ti parlo.

--Uccidermi? Perchè?

--Perchè tu sei la più infame prostituta, la più spudorata sgualdrina,

che io abbia mai conosciuta di mia vita--rispose freddamente O'Stiary.

* * * * *

Nanà impallidì; si volse a cercare colla mano la spalliera d'una sedia

e si lasciò cadere in essa come stanca.

Era, in cinque minuti, il secondo sanguinoso insulto, ch'essa riceveva

sul viso. Ciò che bolliva nella sua anima di _cocotte_ francese, basta

accennarlo per farlo capire.

--Perchè mi dici queste ingiurie?--balbettò.--Che cosa ti ho fatto?

--Che cosa mi hai fatto? Tu hai tanta fronte di domandarmelo? Chi è

che è uscito anche stamattina all'alba da queste camere?

--Nessuno--rispose franca Nanà.

E questa volta diceva il vero.

--Sei bugiarda. Io so tutto.

--Che cosa sai?

--So che madama Monrichard è una invenzione, so che non sei partita da

Milano, so che non sei tornata a casa ieri sera col marito di questa

tua pretesa amica, so insomma che Aldo Rubieri sta con te tutte le

notti, mentre tu mi fai soffrire per comparire onesta e per riuscir a

sposarmi.

--Se tutto questo che hai detto fosse un amasso di menzogne e di

calunnie?--disse Nanà--che nome meriteresti tu?

--Se tu sei capace di provarmi che io mi sono ingannato mi assoggetto

a qualunque sagrificio. Ma subito.

--Subito in che modo?

--Mettiti il cappello e andiamo insieme a trovare madama Monrichard

con suo marito e sua madre.

--Ah, questo, per esempio, è impossibile--rispose Nanà sforzandosi di

ridere.--Vorresti ch'io lasciassi qui gli amici? E poi io te l'ho già

detto, non voglio che tu la conosca la Monrichard. È un puntiglio!...

Pensa pure tutto quello che vuoi di me e non seccarmi oltre.

Su questo _ultimatum_ stettero un minuto in silenzio.

--Enrico--disse Nanà ad un tratto--vuoi tu avere la prova la più certa

che io non penso che a te solo, che non ho altri intorno a me, che non

desidero altro che di poter essere tua?

--Parla.

--Partiamo da Milano, conducimi in fondo della terra, su una montagna

dove nessuno sappia che viviamo, senza lasciar a Milano traccie di

noi, senza che alcuno possa venir a seccarci. Sarai persuaso allora? E

per farti vedere che io non ci ho interesse ma che ti amo non voglio

neppure che tu mi dia la tua parola d'onore, che prima di esigere che

io sia tua, mi sposerai... Ma almeno saprò che anche tu sei lontano

dalla tua Elisa.

Nanà non gli aveva mai parlato così.

Enrico fu vinto. Lo spasimo che aveva durato fino allora lo aveva reso

debole come un vigliacco: non diversamente il torturato dai frati

domenicani riusciva dopo il tormento degli stivaletti o dopo lo

strazio delle tanaglie roventi a dichiararsi reo d'un delitto

imaginario.

La felicità che gli pioveva a un tratto sul cuore dalle parole di Nanà

era troppo viva, perchè egli ponesse indugio ad accettare la proposta

di quella donna, che lo aveva ammaliato e che si dava anima e corpo in

suo potere. Come avrebbe ella potuto resistergli ancora, una volta,

che fossero insieme notte e giorno fuori di Milano?

La vittoria, finalmente, la sospirata, la agognata vittoria era certa!

In quel momento il desiderio lunghissimo e intenso, l'idea della

conquista e del trionfo non gli lasciarono discernere neppur in ombra

tutto quello che v'era di estremamente grave in una fuga da Milano

colla famosa Nanà.

E d'altronde ci avesse anche pensato come avrebbe potuto ritirarsi?

Non ne avrebbe avuto nè la forza, nè la volontà.

Acconsentì. In cinque minuti s'intesero e fissarono il punto della

partenza. Doveva essere pel domani. Enrico non doveva dir ad anima

viva che stava per andarsene da Milano. Avrebbero poi preso in affitto

una qualche villetta romita in Isvizzera, e là sarebbero vissuti

felici come due colombi nel nido.

In questo suonò la mezzanotte al pendolo sul piano del camino.

Sappia s'alzò e venne a stringere la mano a Nanà per congedarsi,

dicendole sottovoce:

--Fra mezz'ora?

--Impossibile! Non venire--gli sussurrò Nanà.--A domani; ti dirò poi.

Tutti s'erano levati e si congedarono l'un dietro all'altro.

* * * * *

Nanà era sul punto di riuscir nell'intento. Ma pensava esserle duopo

di usare molta cautela, per scongiurare il pericolo d'essere sfatata

da' suoi furibondi adoratori, i quali avrebbero potuto scoprir il suo

nido d'amore e mettere in guardia Enrico contro di lei.

Quanto ai documenti che sarebbero venuti da Parigi, i documenti

necessarî al matrimonio, ella aveva già disposto le cose in modo da

riuscire per bene.

Gli amici, che essa temeva sopratutti, erano il Marliani ed il Sappia,

che conoscevano il di lei turpe passato.

Era indispensabile disporre in modo le cose che essi non potessero

parlare, non dovessero tradirla.

La mattina stessa del giorno anteriore alla partenza ella andò da

Marliani in via Valpetrosa.

Vedendola entrare, il giovinetto si strappò di testa la callotta di

Bibò, balzò in piedi e mosse incontro alla bella donna, aggrottando le

sopracciglia, ma beato in cuor suo.

--Tu sarai sorpreso--disse Nanà--di vedermi qui da te, n'è vero?

--Non ti dissimulo....

--Vengo, prima di tutto, a vedere cosa è successo iera sera con

Cantis.

--È pazzo quel fanciullo o l'hai aizzato tu stessa contro di me?

--Perchè vorresti ch'io lo avessi aizzato contro di te?

--Per salvare il tuo amante dalla mia vendetta.

--Ma che amante!--disse Nanà sedendosi.--E dunque com'è finita.

--Gli ho mandati i padrini e li aspetto fra poco.

--Io non voglio che vi battiate.

--Vedremo. Non ti posso dir nulla.

--Io sono venuta a salutarti perchè parto.

--Parti? Per dove?

--Per Vienna.

--Col principe?

--Quale principe?

--Il Kuvasoff.

--Che c'entro io col Kuvasoff.

--Via Nanà, non farmi l'innocentina.

--Io ti dico che non parto col principe.

--Con chi dunque?

--Parto con un banchiere ricchissimo... che ha promesso di sposarmi.

--E il conte O'Stiary.

--Lo pianto qui.

--Davvero?

--Non posso partir con due.

--Poverino!

--Lo compiangi?

--È tanto innamorato. Ma però fai benone.

--Ti pare?

--Benone ti dico. Non avresti potuto continuare un mese con lui.

--Perchè?--domandò Nanà con voce molto indifferente.

--Perchè ormai egli è spiantato... peggio di me.

--Spiantato?

--Spiantatissimo.

--Da quando in qua?--domandò Nanà guardandosi le unghie.

--Dacchè cominciò a far debiti.

--Ha dunque molti debiti quel povero ragazzo?

--Ne ha per circa settecento mila franchi.

--È impossibile! Mi avrebbe mentito allora quando mi parlava del

testamento di suo padre.

--Domandalo al marchese Sappia, domandalo a Aldo Rubieri che lo sanno

meglio di me.

--Non ha egli ereditato da suo padre più di un milione?

--Cosa c'entra? Un piccolo, un miserabile milione, che egli sciupò in

poco più di tre anni.

--Sarà molto dunque se riuscirà a conservare duecento o trecentomila

franchi in tutto e per tutto?

--Ma neanche. A poter disporre dell'eredità gli manca ancora un mese a

dir molto. Pagati gli interessi e i debiti plateali egli resterà nudo

come il giorno che è venuto al mondo.

"Avrei fatto un bell'affare, sposandolo" pensò Nanà in cuor suo.

Ma poi riflettè:

"Non sarà vero nulla! Costui parla per gelosia."

--Bene,--diss'ella--queste cose già a me poco importano. Io non sono

venuta da te per questo come puoi imaginarti. Sono venuta da te,

portata da un piccolo rimorso a chiederti un servizio.

--Di danaro?--domandò sollecito il Marliani, colla voce in cui si

sentiva il disinganno.

Nanà pensò di lasciar credere per poco al Marliani ch'essa volesse

chiedergli danaro, per vedere poi accolta con migliore garbo la sua

preghiera, quando gli avesse detto che non si trattava punto di

chiedergli un prestito.

--Danaro! danaro!--diss'ella--sempre questo maledetto danaro!

E si fermò a guardare Marliani nel bianco degli occhi.

* * * * *

--Ebbene, parla--disse il giovine--in ciò che posso.

Nanà, vedendo le buone disposizioni di Marliani, fu lì lì per

chiedergliene subito davvero. Ma poi pensando d'aver qualche cosa di

più interessante pel capo, ripigliò ridendo:

--No, non voglio avere ancora danaro da te, se non me lo sarò

meritato. Dopo se potrai darmi un paio di mille franchi, mi farai gran

piacere. Sappi dunque che io potrò giovarti assai se mi vorrai

obbedire... Vedi che in caso tu non mi daresti che la senseria.

--In fondo sei una gran buona fanciulla!--disse Marliani che

cominciava a intenerirsi.

--Io non voglio lasciare di me brutta memoria in questa città, che mi

è stata tanto gentile e simpatica. Noi forse non ci vedremo mai più;

ma ho bisogno di partire col cuore in pace e sono venuta come vedi, a

congedarmi. Vuoi tu che ci lasciamo in pace?

--Come si fa a negarti una cosa simile?--sclamò il meneghino, che

s'inteneriva sempre più.

--Eppure io so che tu stavi preparando una vendetta.

--Sì..., ti confesserò che io avevo stabilito di scrivere a O'Stiary

per metterlo in guardia contro di te e per raccontargli il tuo

passato, come del resto, te l'ho minacciato ieri sera.

--Vedi dunque che ho fatto bene a venire da te. Io non so quando

partirò, ma nel frattempo tu puoi figurarti quanto io ci tenga che i

miei amici non sappiano nulla di brutto sul conto mio. Noi dunque

dobbiamo tornare amici, almeno fino alla mia partenza. Poi ci

scriveremo... È così bello sapere che si hanno qua e là dei cuori che

pensano a noi, che ci vogliono bene. Accetti?

--T'ho già detto, Nanà, t'ho già detto che a te nulla si nega--rispose

il giovine che sentiva a sfumar dall'animo dolce ogni risentimento

verso quella strega di bellezza.

--Ebbene, ascolta un mio progetto su di te. Dal giorno che ti seppi in

cattiva posizione, io ho pensato di far qualche cosa a tuo vantaggio.

Vedi che io ho cuore. Avrei trovato il modo di farti qui in Milano una

buona posizione.

--Tu?

--L'uomo col quale debbo partire--disse Nanà--tiene qui a Milano

moltissimi interessi bancarî e commerciali. Io ho il potere di farti

nominare suo rappresentante. Si tratta per te di otto o diecimila

franchi di guadagno all'anno.

Marliani stentava a credere alle proprie orecchie. "Possibile che

Nanà--Nanà egoista, Nanà spensierata, Nanà prodiga, Nanà alienissima

dagli affari,--fosse così buona e così provvida per lui?"

--Tu mi colmi--disse egli prendendo una mano della bella e

baciucchiandogliela con passione. Stasera ti porterò i due mila

franchi.

Ah, se la Bibò fosse entrata in quel momento!

I baci di Marliani erano espressivi al punto da scrocchiare sulla

pelle di Nanà come la frusta d'un postiglione _in grazia divina_.

--Ascolta dunque--ripigliò Nanà ritirando dolcemente le mani da quelle

di Marliani.--Io non posso metterti in relazione qui a Milano con lui,

perchè egli non vuol essere conosciuto. Ma ti fidi di me?

--Come non fidarmi?

--Vieni a trovarmi dopo pranzo, ma non dopo le otto. Saremo soli e

discorreremo. Ti dirò tutto quello che avrò ottenuto per te dal mio

nuovo... grande industriale.

--Come ringraziarti?

--Non voglio ringraziamenti; voglio soltanto essere tua amica e star

certa che tu non mi vuoi far del male.

Nanà si era levata in piedi e aveva stesa la destra a Marliani per

congedarsi.

--Non ne dubitare, angelo mio--disse Marliani ricominciando a

imprimere un'altra sonora dose di baci sulla di lei mano.

E fu in questo punto e sulla frase: "non dubitarne, angelo mio" che

Bibò fece la sua tacita comparsa dalla fatal porticina di fronte alla

scrivania.

Nanà aveva già voltate le spalle a quell'usciolo e non vide Bibò.

Soltanto che, udì il Marliani, il quale, tutt'a un tratto, cambiando

perfino il tono di voce, soggiungeva:

--Questi baci fatti così, e quella frase "angelo mio" detta da lei in

tal modo, sono certo faranno crollare il teatro sotto gli applausi.

Essa si volse indietro come per dirgli: "ma cosa diamine mi vai

farneticando ora?" vide Bibò, terribile, colle mani sui fianchi, la

faccia scarlatta, le furie nello sguardo capì tutto e non potè a meno

che scoppiare in una omerica risata, dicendo a Marliani: addio, addio!

Bibò diè un passo innanzi. Nanà uscì fuori in fretta si cacciò nel suo

_brougham_ e disparve ridendo sempre.

Bibò e Fiffo fecero una _lite impiccata_ e tale, che se ne ricordano

ancora oggi i casigliani.

Il lettore se la imagini.

* * * * *

--"Uno è a posto!" pensò Nanà. Ora al marchese Sappia. Da lui saprò se

è vero che Enrico è rovinato... In tal caso mi attacco definitivamente

al principe; lo obbligo a dividersi da sua moglie e vado in Russia con

lui.

Il marchese Ferdinando Sappia aveva le sue entrate notturne da Nanà al

martedì e al sabbato. Questo fatto urterà i nervi e il senso morale di

ogni persona ben nata; urtò anche i miei. Ma ne ha colpa forse il

romanziero se certe donne sono proprio così fatte?

Se le adulate, se nascondete _il vero _su di esse, dov'è la morale?

Il Sappia era uno dei tre a cui la cortigiana parigina impartiva i

suoi favori--lei credeva in gran segreto,--per soddisfare a' imperiosi

bisogni di donna afrodisiaca, e al suo bilancio eternamente in

_deficit_, come quello del regno d'Italia; malgrado che a rimpinzarlo

ci avessero già pensato in quattro: Marliani, O'Stiary, Sappia e

Kuvasoff.

Quanto al principe Kuvasoff, era ammogliato ad una mongola, brutta e

gelosa come una gatta in aprile, e teneva un appartamentino per gli

appuntamenti con Nanà in una nota via.

* * * * *

Dinanzi alla porta di casa Sappia, Nanà scese dal _brougham_, entrò

dal portinaio e lo pregò di avvertire il marchese che una signora

aveva urgente bisogno di parlargli.

Il marchese padre e la marchesa madre erano in campagna.

Sappia discese. Essa lo pregò di accompagnarla sin da Rubieri e

rientrarono entrambi in carrozza.

--Che cosa c'è di nuovo?

--Io credevo--disse Nanà--che tu fossi un gentiluomo e temo di dovermi

disingannare.

--Mi farai piacere a spiegarti.

--Ti avevo pregato di non dire al tuo amico O'Stiary in qual luogo a

Parigi tu mi avessi incontrata.

--Ebbene?

--Non è che a me importi del conte O'Stiary o di chiunque altri di

questa terra; ma gli è soltanto che mi dispiace di trovar in te un

uomo che dice di amarmi e che non ha saputo mantener il segreto.

--Enrico ti ha forse detto di aver saputo di madama Tricon?

--No, ma se lo sa non puoi essere stato che tu a dirglielo.

--Se lo sa non può essere stato che Marliani. Io non potevo dirglielo,

neppur volendo, giacchè quando gli parlai di te gli ho inventate cose

tali che ora avrei fatto la figura d'un bugiardo e d'un _blagueur_, se

avessi dovuto dirgli la verità.

Da questa confessione del Sappia Nanà fu pienamente rassicurata.

--Ebbene ti credo. L'avrà saputo da Marliani. Oh del resto ormai poco

m'importa, giacchè devi sapere, mio caro, che io sono obbligata di

partire da Milano.

--Tu parti?--sclamò il Sappia leggermente commosso da questa notizia.

--Tu non sai ancora un segreto della mia vita, che ho sempre taciuto a

tutti.

--Ed è?

--Io sono maritata.

--Tu?

--E amo mio marito.

--Tu?

--Mio marito mi richiama a sè in Francia e mi perdona il mio passato.

--Dov'è ora questo tuo marito?

--A Parigi.

--E tu fai conto di tornar a Parigi?

--Sì--rispose Nanà mestamente.

--È molto tempo che sei maritata?

--Due anni.

--Dunque quando io ti vidi a Parigi non lo eri ancora?

--No.

--Tuo marito è ricco o povero?

--È povero.

--E tu vuoi tornargli insieme?

--Si. Egli riconosce e addotta il mio Louiset.

--E lo ami?

--Sì.

--E quando partirai?

--Non lo so. Aspetto ch'egli mi telegrafi il giorno.

--E di Enrico, del mio povero conte, che ne fai tu?

--Lo lascio.

--Egli ne morrà.

--Oh non si muore più adesso per queste cose--sclamò Nanà.--Egli

sposerà la sua Elisa.

--Ahimè!--disse il Sappia.--Io temo che anche quel suo matrimonio sia

andato a monte.

--Perchè?

--Perchè Enrico è rovinato. E tu certo non puoi vantarti di non

esserci entrata in buona parte.

--Ma è dunque vero, che è rovinato quel povero Enrico?--sclamò Nanà

con voce compassionevole.

Nanà a Milano · 第 24 / 28 题