Bella come un primo amore"

E come se scordasse sull'istante che in quel punto Eurico le stava

parlando appassionatamente d'amore, ella si mise sul _tabourè_ del

piano e cominciò a cantare la cavatina di Verdi.

Enrico restò come atterrato. Egli non conosceva ancora quella donna.

Se Nanà, quando le era cascato in mente di trarre dai tasti del piano

la cavatina di _Carlo V_, si fosse trattenuta e ne avrebbe fatta una

piccola malattia. È isterismo, dicono i medici. Chi non lo sa?

Quand'ebbe toccati dei tasti, rinchiuse il piano e tornò presso

Enrico, che era rimasto lì abbacinato, credendo ch'ella si burlasse di

lui.

--Dunque, che ne dici?--gli domandò.

--Sei decisa a non vedere in me altra stoffa d'uomo, che quella di cui

si fanno fuori i mariti?

--Decisa.

--Mi concederai, Nanà, che la cosa è poco lusinghiera per me.

--Hai torto. Tu calunnii la mia scelta. A Parigi, se io avessi voluto

essere cento volte contessa, duchessa, principessa lo avrei potuto.

Come pure se volessi avere un amante, potrei sceglierne qui a Milano

mille più ricchi di te. Ma come sposo, non ci sei che tu, Enrico, a'

miei occhi che mi possa far felice. E poi assolutamente io non vorrei

per amante un uomo che è già sposo di un'altra. O me, o lei.

--Mi concederai che la è una determinazione gravissima quella che mi

cerchi--disse Enrico, che schivava sempre di alludere alla Elisa.

--Non lo nego. Ma per me essa è meno grave che decidermi ad una

relazione intima quale la vorresti tu... Come mio marito io avrei

interesse a non rovinarti e a non disonorarti; come amante forse non

meriteresti da me questi riguardi. Vedi che ti parlo schietto!

---E se io acconsentissi e ti promettessi di sposarti?--ripigliò

Enrico--saresti tu pronta a raccontarmi il tuo passato?

--Certamente--rispose Nanà franca come una torre.

--E chi dovrà essere il primo a promettere?

--Tu.

--E perchè non tu, piuttosto?

--Perchè sarebbe perfettamente inutile, che io raccontassi la storia

della mia vita ad un uomo, che non dovesse poi essere nulla per me.

--Puoi tu giurarmi fin d'ora che il tuo passato non ha nulla, che sia

indegno di un gentiluomo il quale promettesse di darti il suo nome?

Nanà non arrossì ma non rispose subito. Chiamò a raccolta in un attimo

tutte le facoltà della simulazione e della dissimulazione, poi disse

con calore:

--Tu sai bene, Enrico, che io sono un'artista da teatro, e non una

vestale.

--Questo non conta! Io non parlo di errori, parlo di macchie

indelebili. Una volta che tu fossi divenuta la contessa O'Stiary

nessuno avrebbe più il diritto di richiamare il tuo passato, tranne

nel caso che fosse un passato infame. Ciò che io ti domando si è se la

tua mano possa mettersi nella mia senza tremare che un giorno o

l'altro un uomo abbia il diritto di dirti una di quelle frasi che io

non potrei lavare che a prezzo della vita dell'uno o dell'altro.

Nanà lo ascoltava cogli occhi fissati ne' suoi. Ella ripetè la sua

scusa.

--Già ti dissi che non fui maritata e che ho un figlio. Il mio povero

Louiset non ha mai conosciuto suo padre. Fu un errore di giovinezza.

Se nondimeno tu hai il coraggio di farmi tua moglie, ti giuro che

diventerò il modello delle spose, giacchè ho conosciuto il mondo e

sono certa di poterti assicurare su quel punto. Se non accetti,

Enrico, sarà meglio che non ci rivediamo. Io ti restituirò, a suo

tempo, la somma che mi hai favorita... E tal sia di noi.

Enrico la interruppe con un gesto...

--Sarà meglio che non ci vediamo più--proseguì Nanà--giacchè la nostra

situazione diventerebbe assurda e pericolosa per entrambi.

Per quanto il giovine fosse appassionato non aveva perduto però fin

l'ultimo lume della ragione e della prudenza. Forse l'imagine

sofferente e bella della Elisa vegliava ancora per lui in un cantuccio

del suo cuore.

Si diede a passeggiare pensieroso.

--Dunque?--domandò Nanà poco dopo.

--Se io dovessi promettere, crederesti tu alla mia parola?

--Come a Dio!--rispose Nanà con entusiasmo non finto.

Questa frase diè coraggio ad Enrico. Prese le due mani di Nanà, la

attirò a sè e le disse:

--Mi vuoi tu un po'di bene?

--Come al miglior amico che io mi abbia--rispose la donna.

Enrico la strinse sul petto. Ella si sciolse, scivolando fuori

dell'abbraccio, e dicendo in francese:

--_Voyons! Pas de bêtises!_

* * * * *

La frase fu crudele per Enrico.

Prese il cappello e uscì.

Nanà non lo richiamò.

Ella si conosceva. Temeva che il subitaneo bollor del sangue non le

facesse perdere il frutto della sua lunga resistenza.

Ma Enrico era troppo leale e troppo inesperto per una simile donna.

Del resto, cogli ardimenti della fantasia Nanà aveva risolto il

problema di restare casta, con Enrico, pur non soffrendo. Ella non

avrebbe potuto resistere altrimenti. Trovava il suo amante così

timido, così riguardoso e così bello, che anche con tutta la potenza

del calcolo di cui si era armata, ella era sicura che non avrebbe

saputo sempre trovare la virtù della resistenza, se la fantasia,

avvezza a ben altro, non le avesse prestato spontaneamente collo

sfogo, il suo aiuto. Quando Enrico, al colmo della passione le

ricingeva la vita e la copriva di insaziabili baci, ella si

abbandonava per un istante alle voluttà di quell'adorazione e gemeva

come donna a cui pel soverchio piacere sta per mancare la vita; poi si

scioglieva a un tratto da lui, sicura ormai di non cedere. Era

l'abbominazione d'una depravazione parigina, che, se Dio vuole, non è

ancora comune fra le nostre donne!

* * * * *

Questo giuoco andava da più settimane, quando avvenne un caso che

diede una grande rinfiammata alla passione di Enrico.

Nanà in quel tempo stava con lui buona parte del giorno. Essa andava

al di lui studio al mattino e vi stava fino alle due. Al dopo pranzo

Enrico tornava da lei fino a mezzanotte e ne partiva congedato sempre,

e sempre più appassionato.

Ma appena partito lui, un ombra d'uomo, che si spiccava da un angolo

buio, dov'era stato a vedetta, scivolava lungo il muro della casa

d'onde era uscito il sofferente giovine, lo seguiva da lungi per un

tratto e quando lo vedeva bene avviato, e s'era assicurato che non

pensava a spiare, tornava rapido, metteva la chiave nella toppa dello

sportello di Nanà e spariva in esso.

Quell'ombra, che alla luce appariva essere quella del marchesino

Sappia, l'intimo amico di Enrico, usciva poi da quello sportello,

verso le cinque del mattino.

Enrico non aveva pensato ancora di essere geloso. Un'idea fissa lo

consolava dei rifiuti costanti di quella donna, ch'egli amava ormai

alla follia; un'idea che l'amor proprio gli faceva sembrare

eminentemente logica e chiara. Se Nanà era tanto riservata con lui,

come avrebbe potuto egli accogliere il sospetto ch'ella non lo fosse

con tutti?

Alle necessità della sua vita dispendiosa egli ci aveva già pensato

assai. Era pronto a rinnovar la dose appena Nanà gli avesse lasciato

intendere di non aver più danaro, e glielo aveva detto esplicitamente.

Non le doveva mancar nulla! Perchè lo avrebbe essa tradito? A che

scopo?

* * * * *

Una sera Nanà gli disse:

--Domani non posso venire allo studio.

--Perchè?

--È arrivata da Parigi una mia amica. Debbo passar la giornata con

lei.

--Chi è?

--_Madame Monrichard_--rispose Nanà molto franca.

--Dove stà?

--Non so bene--disse la donna con un poco di impazienza.--Domani verrà

qui e mi farò dire dov'è discesa ad alloggiare.

--A che ora verrà domani da te?

--Non lo so. Potrà venire prima di mezzo giorno e forse potrà venir

dopo. È però necessario ch'io l'aspetti in casa.

--Bene, verrò io da te all'ora che tu avresti dovuto venir da me.

Nanà restò un poco perplessa, poi disse:

--No, non voglio che tu la veda.

--Perchè?

--Perchè è molto bella.

--Che idea!

--Ho paura che la ti piaccia più di me.

--Non c'è pericolo. Via!

--No, non voglio assolutamente.

* * * * *

La mattina dopo Enrico entrava alle dieci nell'andito della porta di

Nanà, e il portinaio gli andava incontro porgendogli una lettera.

Aveva le cifre di Nanà e diceva:

"Caro Enrico"

"Madame Monrichard è venuta alle otto e mezza e mi ha condotto con lei

in campagna a godere gli ultimi giorni di autunno. Non torneremo a

Milano che a notte. Amami. A rivederci domani al tuo studio."

"LA TUA NANÀ."

--A che ora è uscita stamattina la signora?--domandò Enrico scevro

ancora da vero sospetto, ma col cuore molestato da un vago

presentimento di sciagura...

--È uscita alle nove con una signora.

--Bella molto?

--Oh no, tutt'altro; brutta e vecchia.

--"Brutta e vecchia!"--sclamò fra sè Enrico il quale si ricordava che

Nanà il giorno prima gli aveva detto _madame_ Monrichard essere

giovine e bella.

--È andata in campagna n'è vero?

--Non so. Non m'ha detto nulla.

--Com'era vestita?

--Come al solito, di nero.

--Grazie--rispose Enrico, e uscì turbato.

Era quello il primo attacco di gelosia che risentisse di sua vita.

Ora come assicurarsi? Come avere le traccie di lei? Dove rincorrerla?

Dove sperare di trovarla?

Ricorse anche lui al solito mezzo comune, antico, volgare, come i

sospetti negli innamorati e la cupidigia nelle cameriere, ma sicuro

sempre, per quanto sfruttato da secoli.

Tornò indietro, levò dal portamonete un biglietto da dieci lire, lo

pose in mano al portinaio, che si guardò bene dal ritirarla senza di

esso, e gli disse:--Stasera quand'essa torna a casa ne avrete il

doppio se mi saprete dire da chi è accompagnata e se verrete ad

avvisarmene subito. E gli diè l'indirizzo.

--Signor conte illustrissimo--sclamò il portinaio cavando il berretto

fino a terra--lei sarà servita.

"Guadagnar trenta lire, solo per accontentare un capriccio di

innocente curiosità ad un bel giovane... non c'è male" pensava il

portinaio. "A Milano queste cose si vedono di rado."

Verso la mezzanotte Enrico si vide comparir dinanzi, nel luogo fissato

al convegno, il valentuomo sorridente, che gli narrò come avesse avuta

la pazienza di stare dalle nove fino allora ad aspettar nella via il

_brougham_, che doveva portar a casa la signora Nanà.

--Ebbene? Con chi tornò?

--È arrivata in un _brougham_, accompagnata da un signore, che è

rimasto nel legno. Essa discese, senza farsi aiutare da lui, si volse

gli disse _À revoir_, entrò in casa; e il _brougham_ partì di

galloppo.

A Enrico si aprivano gli occhi. Nanà lo tradiva.

Diede al portinaio i venti franchi promessi, dicendogli:

--Va bene. State attento che ne guadagnerete degli altri.

E lo congedò con un gesto severo.

Il povero giovane, non sapeva ancora per prova che cosa fosse gelosia.

Non imaginava di quali morsi orrendi sia capace questo egoismo esimio,

questo desiderio violento di conservare tutta per sè la donna che si

ama e di impedire che altri ce la possano togliere. La Elisa, la

vergine bella e pudica, scelta dal suo cuore adolescente, della quale

egli aveva creduto per un pezzo d'essere innamorato, non gli aveva

fatto provar mai neppure l'ombra di quell'uragano, di quella

disperazione, che sentiva in quel punto sorgere nel cuore, e pigliarvi

delle proporzioni rapide e spaventose. La Elisa non gli aveva fatto

provare tutt'al più che una leggera puntura dell'amor proprio, quel

giorno ch'ella s'era data a civettare con Aldo Rubieri, per tentar di

smoverlo dalle freddezze, che a sua volta le davano tanto dolore! E si

ricordò di quella leggera velleità di gelosia, e la paragonò allo

spasimo atroce di quel momento in cui il portinaio, che pensava di

poter guadagnare i venti franchi, era venuto sorridente e lieto a

raccontargli il tradimento della sua donna.

Passata la botta però, cominciò il dubbio che in simili casi, è, per

così dire, di prammatica. La gelosia invero non esiste che allo stato

di dubbio. Se fosse certezza non sarebbe più gelosia. La gelosia

spinge la creatura alla ricerca della propria disgrazia, e finchè v'ha

ricerca, v'ha dubbio. Quando la certezza è entrata, la disperazione o

la guarigione sono vicine.

Enrico, adunque, cominciò a dubitare e a cercare tutte le ragioni

plausibili per scusare Nanà e per non crederla rea. Perchè, perchè lo

avrebbe tradito? E non trovava risposta al perchè? Era invece così

facile il trovarla, s'egli avesse conosciuto Nanà o avesse avuto

soltanto una maggiore esperienza dell'animo femminile.

Come al solito, dunque il paravento dell'orgoglio gli celò i molti

perchè, dai quali una donna della tempra di Nanà può essere spinta a

tradir un'amante, ch'ella abbia scelto a marito, e decise di aspettar

a condannarla dopo di averla bene interrogata.

La notte gli portò consiglio. Aspettò di piè fermo Nanà nel suo

studio, cercando di nascondere sotto una calma completa la sua immensa

emozione.

Nanà alle dieci fece la sua comparsa più bella e più lieta che mai.

Egli l'accolse, come il solito, andandole incontro e stendendole le

due mani; Nanà gli presentò la fronte da baciare.

Ella s'accorse ch'egli era pallido come un cadavere.

Egli invece fece mostra di non accorgersi del moto gentile di Nanà, e

la fece sedere:

--Dunque ti sei divertita?

--Quando?--domandò la donna col suo sorriso più sincero.

--Ieri in campagna.

--Ah sì, moltissimo.

--A che ora sei tornata a Milano?

--Coll'ultima corsa.

--E chi è che ti accompagnò a casa?

--Monrichard.

--Il marito della tua amica?

--Precisamente.

Poco mancò che Enrico non mandasse un grido di gioia e non si curvasse

ad abbracciare Nanà e a dimandarle scusa de' suoi sospetti. Tutto si

spiegava perfettamente. Egli era stato geloso d'una vana ombra. Come

mai non aveva pensato prima che quell'uomo che aveva accompagnata a

casa la sua Nanà, era, doveva essere, il signor Monrichard? Rise fra

sè di aver sofferto tanto!

La sua gioia però doveva durar poco. Tutt'a un tratto si ricordò che

la portinaia, il giorno prima, gli aveva detto che Nanà quella mattina

era uscita di casa con una vecchia.

Allora le domandò.

--Ieri mattina a che ora è venuta a prenderti questa bellezza che tu

non vuoi che io conosca?

Nanà ebbe dal canto suo un sospetto. Quell'interrogatorio di Enrico,

quel suo fare un po' diverso dal solito, non la lasciava tranquilla.

--Son venuti a prendermi alle nove--rispose stando a cavallo sulle

frasi.

--E sei uscita con lei?

Nanà non rispose subito. Il suo sospetto s'accresceva.

--Ma perchè mi fai tante domande quest'oggi?--gli domandò.

--Perchè mi interesso de' fatti tuoi--rispose Enrico colla voce più

indifferente, che gli fu possibile di trovare in gola.

Egli fingeva d'essere tutto intento a preparare la tavolozza.

--Dunque?

--Dunque che cosa?--domandò Nanà.

--T'ho pregata di dirmi se fu _madame_ Monrichard che venne a

prenderti.

--E con chi t'imagini che io sia uscita di casa?--sclamò Nanà

levandosi.

--Io non imagino nulla. Domando.

--Ebbene no. Uscii con sua madre che è venuta a prendermi in vece sua.

Enrico fu nuovamente sul punto di saltar al collo di Nanà. Ma ebbe

vergogna di confessarsi reo, e non gliene disse nulla.

E quel giorno passò senz'altri incidenti.

Nell'animo di Enrico però era rimasto un lievito di inquietudine vaga,

un'intuizione dell'inganno, un presentimento di sventura, che non lo

lasciavano quieto.

Tornò dal portinaio della casa di Nanà:

--Questi sono quaranta franchi--disse.--Io ho bisogno di sapere chi

viene a trovare la signora quando io non ci sono.

--Se me l'avesse domandato prima glielo avrei già detto--rispose il

portinaio.

--Parla dunque?

--Quando lei è partito, verso mezzanotte viene un signore che ha la

chiave. Io sono a letto, ma lo sento entrare e montar piano, piano.

--Possibile;--sclamò Enrico.--Ch'ella sia così imprudente?

--Ella spera che io non glielo dica; ma lei è più generoso della

signora, dunque....

--Ah, dunque la signora vi ha fatto dei regali per comperare il vostro

silenzio?

--Oh, no, signore--rispose il portinaio--perchè poi io sono un

galantuomo, e se la signora mi avesse pagato per tacere, io avrei

taciuto. Mi ha fatto un regalo sì, ma un'inezia, e non mi ha detto

nulla di tacere, perchè essa spera forse che io non senta a entrare

l'amico Ciliegia.

--E voi siete certo che egli va da Nanà?

--Può figurarsi! Dopo due o tre sere che l'avevo sentito a entrare, mi

sono preparato giù dal letto a piè scalzi, e pian pianino sono uscito

fuori e ho veduto che andava al primo piano.

--Ma a che ora viene egli?

--Un quarto d'ora dopo che lei è partito.

--Non sareste capace di dirmi chi è?

--Credo di saperne il nome.

--Ed è?

--È il signor Aldo Rubieri--rispose il portinaio confondendo un nome

con un altro.

Forse a bella posta?

Chi lo sa!

--Aldo Rubieri;--sciamò Enrico volgendo il dorso al portinaio e

andandosene senza dirgli crepa:--"Lo avrei giurato!"--pensava.--"Ah!

giustizia di Dio, egli dunque mi ha vilmente ingannato quand'io l'ho

scongiurato di dirmi se fra lui e lei erano passate delle intimità?...

E d'altronde?... Non ebbe il coraggio di posare nuda dinanzi a lui?

Non ci sono che le modelle o le amanti che posino nude. Ma modella non

è. Dunque! Stupido, idiota che fui finora a non capirlo."

Enrico a quel punto si sentì assalito da una violentissima smania di

piangere; e per soffocare l'esplosione del dolore che lo soffocava e

per non farsi scorgere per la via coi lucciconi, che nessuna forza

umana è valida a trattenere quando il cordoglio è al colmo, si cacciò

in un _brougham_, disse al cocchiere:

--Va a casa del marchese Sappia.

E gli indicò la via calando le cortine.

* * * * *

Ferdinando Sappia era in casa.

Enrico fece irruzione nella sua camera allo stesso modo e peggio di

quel giorno ch'era andato da lui a chiedergli diecimila franchi da

prestare a Nanà.

Vedendolo entrare pallido, cogli occhi rossi, sottosopra, convulso, il

marchese, che in quel punto stava studiando sulla carta geografica un

certo suo progettato viaggio in Europa, si volse, mise le due mani sui

fianchi e stette ad aspettare che Enrico si spiegasse.

Enrico si lasciò cadere, un po' drammaticamente, ma pur senza aria di

posare, in una sedia e taceva.

--Cosa c'è?--domandò il Sappia.

--Nanà è una gran p....!--sclamò Enrico.

Il Sappia capì che si trattava forse di lui stesso e si armò di

dissimulazione.

L'autore dei _Promessi Sposi_ scrisse che: l'uomo onesto in faccia al

malvagio piace generalmente imaginarselo con la fronte alta, con lo

sguardo sicuro, col petto rilevato, con lo scilinguàgnolo bene

sciolto.

Il marchese Sappia non era un malvagio, ma sentiva, da quella frase

appassionata di Enrico, di avere verso di lui tutto il torto che un

amico può confessare a sè stesso di avere in faccia all'amico tradito.

Sciaguratamente, in questa nostra vita contemporanea, la morale

amorosa ha create tali e tante leggi in contrasto flagrante fra di

loro, che il raccappezzarne una assoluta e fissa nel caso di Sappia

sarebbe opera superiore ad ogni filosofico criterio.

Sappia _tradiva_ davvero l'amico? Non faceva egli quello

che--volgarmente--chiamasi _il suo mestiere_ di uomo elegante? Non

aveva egli un diritto su Nanà, anteriore a quello di Enrico? Poteva

egli in coscienza credersi reo di lesa amicizia? Avrebbe egli avuto il

dovere di raccontare ad Enrico il perchè ed il come Nanà fosse stata

obbligata a riceverlo lui, di notte, mentre s'era mostrata sempre

restìa e inflessibilmente, se non casta, cauta, con lui?

Tutte queste domande si erano affollate nel cervello di Sappia nel

breve spazio di tempo, che scorse fra l'esclamazione di Enrico e

quella che egli fu obbligato di rispondergli, per non metterlo in

sospetto.

--Te l'avevo pur detto di guardarti!--sclamò Sappia.--Ora spiegati.

Enrico gli raccontò tutto sinceramente.

--Ma chi è costui che va da lei di notte?--domandò il Sappia con finta

indifferenza.--Il portinaio ti ha detto chi sia?

--Sì--rispose Enrico--è lo scultore.

--Lo scultore?

--Aldo Rubieri!

Il marchese tirò dai precordi un gran fiato; egli intanto si sentì

sollevato da un bel peso. La tempesta che vedeva scatenarsi sul

proprio capo, si scioglieva in sereno per andar a devastare il campo

del vicino. E il primissimo moto del suo egoismo fu di lietezza.

Ma il secondo, repentissimo, nel suo animo fu di sorpresa e di rabbia.

L'amor proprio pigliò tosto il sopravvento. Così subitaneo, a dir

vero, che si confuse col primo e gli fece sclamare con accento

sincero:

--Dici vero? Aldo Rubieri? Ah, canaglia! Non lo sapevo!

Enrico scambiò l'interesse, che la voce, lo sguardo e il gesto del

marchese gli dimostravano come una commiserazione per la propria

sventura, e rispose ingenuamente:

--Ti pare? Tu che sai tutto di me; dimmi che nome merita Nanà? Dillo

che nome merita quella donna infame?

A questo punto la chimica--per modo di dire--amorosa di que' due amici

diventava assai complessa e confusa. Enrico si credeva di fronte ad un

amico senza colpa. Il marchese che non aveva "il buono testimonio

della propria coscienza, nè il sentimento della giustizia della

propria causa" era rimasto leggermente imbarazzato e silenzioso.

O'Stiary proseguiva:

--Tu che ne dici? Che cosa mi resta a fare? Levarmela dalla mente ora

è impossibile! Non avrei mai creduto che una donna potesse rendermi

così vile e stupido! Lo riconosco.... Ma è più forte di me, è più

forte della mia volontà! Oramai non posso più far senza di lei.

--Non c'è che un viaggio!--disse Sappia--Va via... va a Parigi. Vengo

anch'io.

--Impossibile! Ci ho pensato. Ma ritornerei dopo tre giorni. Che cosa

vorresti facessi in viaggio se ella mi ha come... ammaliato?

--Capisco, capisco!--ripetè il Sappia sopra pensiero.--Ma sai bene,

Enrico, in queste cose non si possono dare consigli. Io non ho mai

provato che cosa sia questo tormento. La mia Luisa io non l'amo

abbastanza per esserne geloso.

E stettero silenziosi entrambi per un cinque minuti.

La conclusione fu che il Sappia non diede altro consiglio ad Enrico e

che Enrico si accontentò per quel giorno d'essersi sfogato coll'amico

traditore.

Così, e non altrimenti, corre ai giorni nostri la _vita vera_. E chi

desideroso di non trovarla tanto sconclusionata e smorta volesse

caldeggiarla e idealizzarla, per seguire i dettami di chi odia la

pretta verità, correrebbe rischio di dipingere una società di

fantasia, mille e mille altre volte descritta dai maestri del passato,

ma sterile poi e vuota di ammaestramenti ai filosofi socialisti.

Nanà a Milano · 第 23 / 28 题