Siamo in villa, sul lago di Como. Potevano essere le otto d'un bel
giorno di settembre. Il notaio faceva il suo solito sonnetto del dopo
pranzo. La signora Eugenia era salita a trovare la cameriera, che
s'era messa a letto con un febbrone. Elisa era uscita sul terrazzo,
che dava sul lago, e stava là colle braccia a gomitello sul davanzale
a guardar nel vuoto con quell'abbandono un po' languido e sconfortato
di chi soffre un cordoglio che vuolsi dissimulato a tutti e che nella
solitudine si fa sentire con raddoppiata amarezza.
Povera fanciulla!
Sua madre aveva già tentato qualche volta di dissuaderla dal pensare
ancora a quello scapigliato di Enrico, ed essa faceva di tutto per
compiacere a sua madre e non ci riusciva. Chè anzi, il martello
dell'amor proprio offeso, e il disinganno, e il contrasto
raddoppiavano nel suo animo il dolore e la desolazione.
Stava così volgendo nella sua testolina i mesti progetti
dell'avvenire, pur non disperando ancora del tutto, quando le parve
udire dietro di sè il passo di Enrico.
Essa lo distingueva bene fra tutti quanti.
Enrico, il giorno prima, aveva portato a Nanà i diecimila franchi
avuti dalla ditta Marliani e C., e Nanà li aveva accettati; ma era
stata con lui più fiera che mai. Uscendo da lei, era stato preso per
reazione da una specie di rimorso, da una resipiscenza amorosa per la
sua bella Elisa; aveva giurato di star lontano per qualche giorno da
Nanà ed era venuto alla villa Martelli per riveder la fanciulla come
se sperasse in quel dolce e onesto sguardo trovare la consolazione al
disinganno de' sensi.
Le giunse a ridosso credendo di non essere stato udito, e ristette ad
ammirarla; e in quel punto sentì il suo amore per lei moltiplicato dal
dispetto e dal tormento che Nanà gli aveva fatto durare il dì prima;
le si mise accanto.
Essa alzò lentamente le pupille addolorate in viso ad Enrico sorrise e
la sua fisonomia fu come illuminata da un raggio di gioia divina.
Stese la mano al giovine, e gli disse:
--Sei qui, Enrico? Oh, non ti aspettavo più.
Enrico vide negli occhi della fanciulla brillar due lagrime, preziosi
gioielli dell'immeritato tesoro di tenerezza, ch'egli aveva racchiuso
in quell'anima innamorata.
--Che hai Elisa?... Tu sei malinconica--le disse Enrico mettendosi con
lei al davanzale.
--Ti pare?--sclamò sorridendo la fanciulla con molta dignità.
--La balia ieri sera mi parlò di te.
--Che cosa la ti disse?
--Che tu credi che io non ti ami più.
--È vero.--domandò Elisa.
--Ebbene, ti giuro di no--riprese con accento sincero il
conte.--Credilo, Elisa, io ti giuro che sento di non voler bene
davvero che a te sola.
Elisa sospirò, ma non disse parola.
--Però, siccome non sono capace di fingere con te, mia buona Elisa, ti
dirò tutto. Forse sì, sono andato a rischio di cadere nei lacci di una
donna... una donna che non vale un tuo capello... ma per puro
capriccio, vedi, non per cuore. Ma quando ti vedo, quando sento la tua
voce, quando guardo nei tuoi occhi tanto belli e sinceri, mi par
impossibile di avere avuto un pensiero per un'altra donna.
--Ah! dunque non mi sono ingannata--disse la Elisa.--Qualche cosa c'è
per cui io non debba più sperare...?
--No, te lo giuro--interruppe Enrico--non c'è nulla. Tu mi credi, n'è
vero Elisa? Tu lo senti che io sono sincero, e che non ti voglio bene
proprio di cuore che a te sola....
--Ebbene sì, ti credo--rispose la fanciulla con infinita
grazia--perchè guai a te se poi tu m'ingannassi. Sarebbe come
ingannare un bambino. Io non so nulla di ciò che voi pensiate, nè che
proviate per certe donne... ma so che tu mi fai soffrire.
Queste parole furono dette dalla vergine, con una ineffabile
espansione.
--Ah, se anche tuo padre non fosse l'uomo che egli è--sclamò Enrico
quasi per scusarsi--se non fosse lui che mi sforzò a far la vita che
faccio.
--Oh, ma perchè?
--Perchè io sento di essere indipendente e superbo, ed egli mi trattò
sempre come un fanciullo, e non come un uomo di ventiquattro anni che
fra poco sarà padrone del proprio avere. Lui crede che io debba
pensare come lui, far la vita che fa lui, avere le sue abitudini, le
sue idee, le sue spilorcerie. Egli mi ha fino rimproverato un giorno,
perchè avevo fatto un'elemosina. È insoffribile. Non è degno d'essere
tuo padre.
--Ah, Enrico, non dire così!
--È vero, Elisa, scusami--sclamò il conte ridendo.--Ma tu, sarai per
me la più cara creatura di questo mondo. Fin da quando avevo dieci
anni e tu non ne avevi che cinque, il primo pensiero d'amore che passò
nella mia testa fu per te. Io sento di essere tuo e che nessuna donna
potrà prendere il tuo posto qui nel mio cuore.
--Allora giurami--disse la Elisa--che non la vedrai più questa donna.
--Ebbene, te lo giuro--rispose Enrico sincero. Ma poi soggiunse:
--Ti giuro che ci andrò ben di rado e che non le dirò mai più nulla
che ti possa dar ombra.
--Ah no, tu non devi vederla mai più.
--Ma, mia cara, farei una figura molto ridicola co' miei amici.... Si
direbbe ch'ella mi ha messo alla porta. Tu non vuoi, Elisa, ch'io
diventi ridicolo.
--No, ma io vorrei che tu mi promettessi almeno di non vederla più da
solo a sola.
--Ebbene, questo te lo posso promettere--rispose Enrico.
In questo s'intese la voce vibrata e severa di donna Eugenia che
chiamava: Elisa.
E la madre comparve sulla soglia della terrazza.
--T'ho pur detto tante volte--ripigliò--che sulla terrazza non amo che
tu ci stia di sera, se non con tua madre; speravo che tu m'avessi a
obbedire.
Rientrarono tutti e tre in sala, dove il notaio stava russando ancora
placidamente nel suo seggiolone.
Quella serata fu piena, pe' due giovani amanti, di misteriose
dolcezze, mentre una noia feroce regnava in quella sala, che a poco a
poco s'era andata popolando di visite. Erano i villeggianti dei
contorni che venivano, come al solito, a passar la sera in casa
Martelli. La Elisa, prima suonava qualche pezzo sul piano, poi si
giuocava a _mercante in fiera_, fin verso le undici.
Donna Elena aveva già dato ordine al servitore di far preparare per il
conte una delle camere dei forestieri in una casina attigua alla
villa.
--Spero che ti fermerai un po' di giorni--aveva domandato il notaio al
conte.
--Non posso--gli aveva risposto Enrico--sono venuto a far una visita
alla sfuggita. Ma ho sul cavalletto un ritratto che non voglio lasciar
prosciugare.
Il giorno dopo infatti Enrico salutava i suoi ospiti e partiva. E in
viaggio sentiva lievemente, gradatamente andarsene in fumo la promessa
data alla Elisa ad ogni chilometro che si scostava da lei e che si
avvicinava a Nanà.