IX.

Fra le segrete nemiche di Nanà, la più invidiosa, la più astiosa, la

più caina di tutte era la bella acquavitaia.

Dal giorno del pranzo era partita dalla casa di Nanà con un odio

intenso e furibondo. Esecrava cordialmente quella Francese che era

tanto più bella di lei.

Quand'essa vedeva passare Nanà dinanzi la sua bottega, si sentiva

pigliare la gola da una specie di stringimento nervoso. Lo confessava

ingenuamente ella stessa; e allora non poteva tenersi dall'uscire in

qualche frase molto meno spiritosa dei liquidi che teneva negli

scaffali della bottega.

Ella, come si sa, rispondeva al poco dolce nome di Romea, che è il

femminile dell'amante di _Giulietta_.

C'è a Milano un proverbio che dice: _offellee fà el to mestee_.

L'offellaia o l'offellaio, che tralascia di far offelle, per darsi ad

altra occupazione, pare destinato a non far fortuna. La Romea non

aveva voluto dar ascolto al proverbio e s'era messa in capo di

arricchire, vendendo acquavite _chic_ ed altri _gèneri_; ma non

riusciva ad accozzar la cena col desinare.

Tranne che nel naso, sporgente a triangolo appuntato, come il fiocco

d'un bastimento, la Romea dai capelli alle spalle era una bella

creatura; chiome, occhi, bocca, orecchie, denti, mento, colla sua

brava fossetta, tutti belli. Ma il resto, dal collo in giù, non valeva

nulla: un bastone da scopa abbigliato, senza grazie, nè risalti, nè

curve, sia dinanzi che di dietro, che di fianco. Mani discrete, piedi

ignobili.

Peccato che il viso fosse, come dissi, guastato da un mòccolo, che si

spingeva troppo in fuori e che pisciava un tantino in bocca. Veduta di

profilo, infatti, la Romea appariva proprio grandemente antipatica.

Quand'ella era di malumore poi--e lo era otto giorni alla

settimana--compariva disgustosa addirittura. Le rughe che partono dai

lobi del naso e scendono giù da una parte e dall'altra della bocca le

si disegnavano profonde sulle guancie, e il labbro inferiore

arrovesciato e floscio le spenzolava allora sulla bazza; gli occhi

stessi, che nei giorni rari di lietezza--se le capitava, per esempio,

di vendere una ventina di bottiglie o di far cento lire di

banco--sfolgoravano come due stelle, quand'era dannata, parevano due

grandi buchi da scaldaletto.

Una certa consolazione le veniva dal credersi affascinante e piena di

spirito. Questa doppia certezza le usciva fin dai pori ad ogni dieci

frasi. Se nessuno glielo diceva, lo diceva lei. Nessuno dei suoi pochi

avventori si dava la pena di disingannarla. Anzi, forse senza

pensarci, facevano di tutto per tenerla nella sua beata illusione; e,

qual più qual meno, in cuor loro tutti la godevano.

Ella s'arrabbiava, di vedere, che con tante splendide doti gli affari

in bottega non andassero _una maladetta_! Le pareva impossibile che

tutta Milano non corresse a bevere l'amaro da lei, per ammirarla

almeno una volta al giorno e accender l'appetito. Strabiliava! E per

vendicarsene si ricattava sui pochi, e distribuiva loro la sua merce a

gran risparmio, calcava la penna sui prezzi e rompeva loro

continuamente le scatole, perchè comprassero delle bottiglie di cui

non avevano bisogno.

Romea presentava una particolarità molto singolare. Essa era estrema

tanto nel biasimo, come nella lode, e mutava repentinamente questi due

termini con una volubilità, che faceva rider assai alle sue spalle gli

avventori.

Per cinque, sei, otto mesi ella era capace di portare alle stelle il

tale. Egli era per lei un gentiluomo perfetto, pieno d'ingegno,

affabile, largo, prudente, saggio. A un tratto lo dipingeva come il

più ladro e il più briccone uomo di questa terra. La poverina non

s'accorgeva, che chi la sentiva a parlare così aveva più memoria di

lei, e sorrideva di pietà, dandole segretamente della scimunita. La

vanità ingenita le faceva credere in buona fede che tutte quelle sue

nuove calunnie, nate in un'ora, dovessero trovare orecchie indulgenti,

ed essere prese per oro da trenta carati, e cancellar d'un tratto la

stima sincera ch'essa aveva dimostrata per sì lungo tempo verso il

calunniato.

Col giovane di bottega poi ella era feroce.

Nel momento in cui il signor Bonaventuri entrava in bottega per

trovarsi al fissato appuntamento, la Romea stava appunto apostrofando

il fattorino colla sua solita buona grazia, perchè aveva rotto un

bicchiere.

Il povero giovincello, entrato in bottega da soli due giorni--giacchè

la Romea aveva l'abilità di mutare cinque o sei giovani la

settimana--era lì tutto mortificato sotto la gragnuola di ingiurie,

che quel cherubino di donna gli scagliava dal banco.

--Asino, marmotta, imbecille.... Coi bei guadagni che si fanno! Credi

tu che io vada a rubarli i cristalli e arrotati per giunta? Due

franchi _fra i quali_ andati al diavolo anche stamattina. Ma te li

farò pagare. Oh se te li terrò giù!

Il Bonaventuri si siedette.

--Signor Bonaventuri!--disse Romea col suo sorriso stereotipo.--Beato

chi lo può vedere. Come va?

--Bene, grazie--rispose secco il Bonaventuri. Poi, al giovane che era

lì lì per piangere.

--Dammi un Fernet senza Seltz.... Che cos'hai che mi sembri Longino

peccatore?

Quindi, senza aspettare la risposta, di nuovo alla Romea:

--O'Stiary è stato qui?

--Sì--rispose la donna--e mi disse infatti che doveva trovarsi con lei

per un certo non so che, e una cosa e un'altra, e che sarebbe tornato

fra un'ora. Può stare a momenti. A proposito... debbo mandarle a casa

una dozzina di bottiglie di _champagne_?

--Balorda, chiaccherina!--pensò fra sè Silvestro Bonaventuri. Quanto

alle bottiglie, non diede risposta.

Il Bonaventuri aveva indosso quella specie di cascaggine e di

svogliatezza, che deve significare un mondo di belle cose sottintese.

Non ci sono che gl'ingenui, i quali non ne capiscano la forza e la

portata! Egli aveva una faccia perfettamente insignificante, floscia,

avvizzita, sbasita, tra il giallognolo ed il livido, e la teneva così

con gran cura tutto l'anno. Guai se alcuno avesse potuto sospettare di

lui che la notte dianzi egli fosse andato a casa a dormire come un

bravo figliuolo non ubbriaco, o non fosse uscito da poco da un'orgia,

da una bisca o da un bordello. La sua ambizione era tutta lì!

--Ehi--gli disse la Romea--è passata poc'anzi di qua la Nanà, con

quella sua andatura da gonfianùgoli, ma non ha guardato dentro. Era

accompagnata _fra i quali_ da un giovinotto biondo, che parava

_venezievole_. Uno nuovo!

Bonaventuri alzò le spalle e disse brutalmente:

--Che me ne frega a me?

La Romea scoppiò a ridere, di quel suo riso amarognolo e forzato, il

quale, a dir vero, faceva contrasto colla bellezza delle sue labbra e

dei suoi denti smaglianti.

--Lei fa il disinvolto--ripigliò--ma noi sappiamo tutto.

--Che cosa sapete?--domandò colla sua voce spenta il Bonaventuri,

cercando di farsi credere annoiato.

--Che lei è innamorato morto della Nanà.

Silvestro alzò le spalle.

Il fattorino intanto gli aveva recato dinanzi il vassoio col bicchiere

del Fernet e aveva mesciuto.

La Romea, quando il fattorino tornò verso il banco, gli scoccò a

bruciapelo un'occhiata furtiva e furibonda, una vera occhiata

antropofaga.

Il giovine capì d'aver commesso un altro sproposito e da buon ragazzo

che vuol istruirsi, accostò la faccia a quella della padrona, la quale

sottovoce gli susurrò:

--Asino, marmotta, imbecille, tu ne versi sempre troppo per venti

centesimi. T'ho detto due dita, due dita, due dita, non più!

Silvestro intanto aveva cavato di tasca un libretto di memorie e s'era

messo a far delle annotazioni, come per indurre la Romea a tacere.

Ma ell'era come una mosca cavallina. Non s'accorgeva di riuscire

tediosa. Nella sua candida convinzione, che ogni sua parola tornasse

gradita a chi l'ascoltava, e fors'anche nella necessità in cui era

continuamente di ammazzar la noia sterminata e il rovello che la

rodevano, procurando di importunare gli altri con proprio sollievo,

continuava:

--Tutti lo dicono del resto, e anche il Salis _fra i quali_ poc'anzi

me lo ripeteva. E io, non ci volevo credere, perchè stento a

persuadermi che lei, che è così fino conoscitore di donne, voglia

perdersi con quella civetta.

Il Bonaventuri continuava a fare degli sgorbi inutili sul suo

taccuino, e di quando in quando alzava la testa, apriva la bocca e

fissava il soffitto come un uomo che cerchi un'ispirazione o tenti di

raccappezzare un'idea che gli sfugge.

La Romea continuava:

--Io non dico che la Nanà sia brutta, giacchè, per dire a dire, brutta

non lo è; ma non è neanche bella, come la vorrebbero fare; e poi

quando si è passati i trentacinque.

--Tre e quattro sette e nove fanno sedici--disse il Bonaventuri ad

alta voce; e sul libretto infatti disegnò un _sedici_, che riuscì più

rotondo di quello della Romea.

--E poi una donna che si butta via in quel modo! È proprio vero che

per far fortuna bisognerebbe far così, mentre noi povere donne oneste

_fra i quali_ le tireremo sempre verdi _in sæcula sæculorum_...

--Il tutto diviso per tre, dà precisamente otto franchi e sessanta

centesimi a testa--sclamò Silvestro, fingendosi contento, come se

avesse sciolto un problema di calcolo sublime.

--Se ne contano di belle in questi giorni di quella signora. La

storiella della paraninfa, già la conoscerà. Eppoi il fattorino del

negozio là di contro, che è stato qui a prendere una bottiglia di

Seltz, mi disse _fra i quali_ che il giovine del calzolaio lì in

faccia aveva saputo dal suo padrone, al quale lo aveva raccontato una

sua pratica, che era andata a comandargli due stivali da caccia, che

il suo parrucchiere gli aveva raccontato di aver inteso dal cuoco di

casa A... che il cocchiere gli aveva detto, come qualmente un suo

amico, che è nell'Anonima degli omnibus, avesse dovuto stare a

cassetta del legno sei ore di fila e di notte, con dieci gradi di

freddo nel cortile d'un palazzo, ad aspettare la signora Nanà, che era

andata a un _rendez vous_... mi capisce.

Silvestro questa volta si volse alla Romea e le disse con fine ironia:

--Se vede il fattorino a cui il giovine di calzolaio ha raccontato ciò

che ha udito dal padrone a cui l'ha raccontato il signore degli

stivali, che l'ha udito dal parrucchiere, a cui l'ha raccontato il

cuoco di casa A..., che l'ha udito dall'amico del cocchiere

dell'Anonima... se lo vede, gli dica che io me ne congratulo proprio

tanto tanto!

In questa O'Stiary e Sappia entrarono.

--Due Marsala Ingham--disse il Sappia prima di salutare gli astanti.

--Non quello, non quello, stupido, idiota, mamalucco imbecille--gridò,

con una faccia da Arpia, la buona Romea al giovane che aveva dato mano

ai bicchieri troppo grandi per servire il nuovo arrivato.--T'ho già

detto che i bicchieri pel Marsala sono quelli là più piccoli. Impara

una volta.

Bevuto il Marsala i due giovani uscirono con Bonaventuri.

* * * * *

Nello studio della ditta F. Marliani e C. v'erano due persone ad

aspettar l'amico Ciliegia colle vittime. Marliani il prestanome, erasi

sdraiato nella sua poltrona, dinanzi allo scrittoio, colla sua brava

penna d'oca infilata sull'orecchio,--per darsi l'aria di un

conservatore che stenta ad accettare le novità--e in capo una callotta

di velluto turchino ricamata intorno intorno a _ghiande_ d'oro, a dir

la verità poco lusinghiere, quantunque emblemi appropriati alla

_porca_ professione del gabbamondo.

Lei, la sôra Bibiana, in piedi, daccanto alla scrivania, un po'

curvata innanzi, teneva le due mani sul bracciuolo del seggiolone,

dove stava il suo _Alfonso_, e lo covava amorosamente co' suoi

occhietti grigi e tanto quanto cisposi.

La callotta gliel'aveva regalata lei; e gliel'aveva ricamata lei,

colle sue manaccie grasse, la procace gallinona; e gliel'aveva imposta

lei sul capo, per levar a Filippo quella sua aria da scapato, tanto

adorabile a quattr'occhi, ma troppo biricchina in istudio, giacchè la

stonava maledettamente colla gravità della sua nuova posizione

commerciale. Infatti non è a dirsi come quella callotta

rinvecchignisse il bel giovane, che aveva ispirato pochi giorni prima

il capriccio--cavolo riscaldato--alla orgogliosa Nanà.

La signora Bibiana era superba di quella sua pensata, a doppio uso:

--Sembri proprio un banchiere così!--gli aveva detto acconciandogli in

testa quella berretta senza tesa.--Che importa a me che tu sembri meno

giovane e meno bello, quando siamo in istudio? Anzi, a me piace

questo. Così le donne, che vengono qui per affari, non ti troveranno

troppo seducente. Per me sarai sempre giovane e bello abbastanza! Ah

se mi vorrai proprio bene, vedrai, vedrai!

Erano nei primi giorni d'una illegittima luna di miele.

* * * * *

Lo sciagurato Marliani--dacchè s'era venduto corpo ed anima alla

_Società segreta dell'arte di fallire_--era disceso poco a poco la

scala della più abbietta degradazione.

La vergogna di sembrare agli occhi di Nanà un povero diavolo era stata

la prima spinta, la spinta immediata. Nanà, coll'esserglisi concessa

di nuovo, coll'avergli rifatto entrare in corpo mille incendi e mille

illusioni aveva segnata la di lui rovina morale.

Dopo quel capriccio famoso, Nanà, _choquée_, come diceva ella stessa,

dall'aspetto triviale della camera di Filippo, _choquée_ di averlo

trovato a far la barba ai solini da collo, non aveva più voluto

tornare da lui e se lo teneva buono ed amico in casa, soltanto per la

paura ch'egli svelasse ad O'Stiary la vergogna di madama Tricon.

Il Marliani, che s'era venduto alla ditta briccona, appunto per avere

i mezzi di non comparire miserabile in faccia alla sua rinnovata

conquista, trovandosi messo da parte, arse di indicibile gelosia e fu

preso dalla smania di arricchire, per aver il mezzo di ricomprare a

furia d'oro la francese _cocotte_. Capiva che Nanà lo disprezzava

perchè lo aveva trovato decaduto e povero; e poi si rodeva pensando a

quel migliaio di franchi, che le aveva fatto accettare di buon cuore,

e quasi per forza. Se avesse saputo! E provava una mortificazione

cupa, un'amarezza profonda, un cordoglio, da cui tentava di sottrarsi

accarezzando le illusioni e fissando l'illuminello dei guadagni

grossi, che la signora Bibiana gli faceva balenare dinanzi agli occhi

della fantasia.

La gallinona, tutta piena di erotici grilli, aveva messo il desïo su

di lui fin dal bel primo momento ch'egli s'era presentato alla

_Società dell'arte del fallire_.

"Ah se potessi conquistarlo" pensava la vecchia matta, tutta in

frègola, alla vista dello spigliato e robusto giovinotto, che veniva a

mettersi sotto la sua protezione. "Infine io non ho che quarantasette

anni! Se è vero quello che ho letto non so dove che ci fu una volta

una certa _Ninos de l'Enclou_--lei storpiava così quel nome

storico--la quale c'è riuscita a innamorare un abatino a sessant'anni,

per dio, non potrò arrivarci io, che non ho ancora tocchi i

cinquanta?"

Ella era andata dunque tutti i giorni allo studio in via Valpetrosa.

Per tre giorni di seguito, entrando in punta di piedi, come era suo

costume, facendo segno al fattorino di non far rumore, aveva trovato

il suo nuovo gerente, che, colla testa nelle mani e i gomiti

appoggiati sullo scrittoio, piangeva sommessamente a lagrime roventi e

aveva fiutato subito in quel pianto un cordoglio d'amore....

"Ah! come sono vili gli uomini!"

Se il Marliani avesse pianto per lei c'è da scommettere che non

l'avrebbe trovato tanto vile. Ma piangere per un'altra donna?

Curiosa, come una vedova che tiene il pizzicore in corpo, essa volle

ad ogni costo sapere il segreto di quel dolore.

Il Marliani si fece pregare un poco ma poi le aprì il cuore. La

signora Bibiana si intenerì, lo compassionò, decise di consolarlo.

La compassione è sorella carnale dell'amore. Povero giovane! Egli

aveva tanto bisogno di essere consolato. E poi con quello schianto in

cuore come avrebbe potuto attendere alle faccende della ditta? Gli

affari della società sarebbero andati a fascio se lei non pensava a

strappargli dal petto quell'infelice passione. L'azienda birbona ne

avrebbe sofferto chi sà che danno, s'ella non provvedeva a medicare

quell'anima ferita.

Dopo tutto era anche un dovere di buona cristiana il suo! Un'opera

pia!

La signora Bibiana fece dunque capire un bel giorno, al Marliani, che

se si fosse lasciato consolare ne avrebbe avuto vantaggi enormi....

E lui, canaglia, si lasciò consolare.

Ormai una più una meno che monta? Egli si considerava già come un

furfante, dal giorno che aveva sottoscritto il sudicio contratto. Non

poteva avere più ritegni. Le cose a mezzo a questo mondo non le si

fanno che quando si tratta di far del bene; ma una volta che si è nel

brago, a che vale conservare dei riguardi? Le azioni turpi sono come

le ciliegie: una dopo l'altra si va senz'accorgersi in fondo al

paniere.

* * * * *

Mezz'ora prima, adunque, che arrivassero allo studio i due nobili

amici col signor Bonaventuri, la vedova procace, incocciata fino a'

capelli nell'amore del suo drudo, era con lui a strano colloquio nello

studio della ditta.

Strano, perchè un miscuglio così fatto, composto di sentimentalismi e

di truffe, di voluttà e di cento per cento, di fantasie lubriche e di

cambiali in scadenza, di baci e di usura, di proteste d'amore e di

protesti cambiarî chi non ne abbia mai udito uno simile, non

giungerebbe a farsene un'idea.

--Sei un biricchino--diceva la gallinona, vezzeggiando il suo Fiffo,

che se ne stava sdraiato dissimulando a stento l'interno disgusto.--Io

vorrei guarda, avere un trono d'oro per metterti su te a regnare e me

d'accanto.

--M'accontenterei anche d'un trono d'argento--disse filosoficamente il

Marliani.

--A proposito cosa c'è di nuovo dell'affare delle posate?

--Non d'oro nè d'argento quelle!

--Dico bene, di _cristophle_. Le hanno accettate?

--Altro che.

--Oh racconta perchè non ne so nulla.... Ma prima fammi un altro

bacio... ma lungo... come tu li sai fare tanto bene... anima mia.

Dato il bacio, non tanto lungo quanto quell'altra sconcia lo avrebbe

voluto, il Marliani rispose:

--Come sai erano di cristophle, ma così belle e così pesanti che si

poteva benissimo farle passare per d'argento. Il Bonaventuri ne fece

bollare una e la portò al Monte. Il perito, il nostro amico, gliela

stimò il quadruplo del suo valore di costo. Allora il Bonaventuri le

fece bollar tutte e ne cavò due mila franchi. A lui erano costate

cinquecento.

--Che boia!--sclamò tutta ilare la signora Bibiana.--Spero bene che

avrà messo il guadagno in conto sociale! Ma tu poi mi vorrai proprio

sempre bene? Non pensi più, n'è vero, a quell'altra?

--No, no,--rispose il Marliani.--Non sei tu quella che farà la mia

fortuna? Oggi credo che il banchiere acconsentirà che mi siano fissati

questi cento franchi di più al mese.

--Ci penso io! E se lui non lo volesse, la tua Bibò sai che li caverà

di propria saccoccia. Te lo giuro sulla memoria de' miei quattro figli

che sono tutti morti.

--Cara!

--E oggi chi si aspetta?

--Il marchese Sappia e il conte O'Stiary.

--Ci cascano ancora?

--Un'ora fa il Bonaventuri mi ha mandato ad avvisare che sarebbe

venuto qui con loro alle due.

--Mi raccomando. Bisogna scorticarli come rane, questi aristocratici.

Ma io non so il perchè stamattina ti voglio più bene del solito. Cioè

forse lo so...

E qui la signora Bibiana cercò di farsi rossa in viso con una smorfia

pudibonda.

--Ah, sei un gran biricchino, ve', quando ti ci metti!

E gli diede una vezzosa spalmatina sulla guancia poi vi tenne la mano

a carezze.

Il Marliani sarebbe apparso nauseato a tutti coloro, che lo avessero

veduto in quel punto, tranne che alla vecchia birbona.

--Bibò, Bibò, basta--diss'egli.

--Come basta? Non sei tu forse il mio Fiffo? Non ti piacciono dunque

le carezze della tua Bibò?

--Sì... mi piacciono ma a suo tempo. Ora possono entrare i merli e se

ci pigliano in frègola addio serietà di affari.

--Si tratta ancora d'un prestito?

--Credo.

--Spero bene che il Bonaventuri si ricorderà che deve far finta di non

conoscerci?

--Diamine! Quello è volpe vecchia che ne può insegnare a tutti noi.

--E stanotte...? Quanto ridere! Ne ho ancora il solletico qui allo

stomaco, te lo assicuro. Sei un gran mostro, ve'! Ah sei un gran

mostro!

S'udì nel cortile un rumore di passi.

--Sono loro!

--Qua un bacio in fretta--disse la signora Bibiana--e poi serî!

Il Marliani diè il bacio poi si mise la penna fra le dita e finse di

scrivere.

* * * * *

Entrò il facchino.

--Tre signori che vogliono parlare con lei--disse a Marliani.

--Chi sono?

--Uno glielo posso dire: è il signor Bonaventuri, perchè lo conosco;

gli altri due non so.

--Falli entrare.

Poi finse di essere tutto assorto nel far delle cifre.

La grossa Bibò sedette in disparte.

Bonaventuri entrò. Lo sguardo ch'egli diede al Marliani e alla signora

Bibiana, sarebbe stato invidiato da un antico aruspice di Delfo.

Il ladro uomo ricompose tosto il ghigno.

--Oh, caro Ferdinando--disse Marliani alzandosi da sedere.--E anche

lei mi par di conoscerlo--disse Marliani--ma quello stupido di un

facchino non è mai capace di dir un nome giusto, e a dir la verità...

Il marchese aveva stretta la mano a Marliani confidenzialmente.

--Io sono Silvestro Bonaventuri--rispose l'altro cavandosi i guanti, e

questi sono il signor marchese Sappia che lei conosce, come vedo, e il

signor conte O'Stiary. Ma dico, non disturbiamo forse?--soggiunse

tosto volgendosi a Bibò, che stava là seduta in un canto.

--La s'imagini!--rispose la signora Bibiana--Io aveva finita la mia

faccenda e stava rifiatando un minuto, perchè non ho potuto agguantar

l'_omnibus_, e m'è toccato di far la strada a _piedibus calcantibus_

dal borgo fin quaggiù. Ma ora son riposata e me ne torno pacifica e

mollifica nella mia pace della campagna beata e ridente.

I tre sopravvenuti la lasciarono passare, e Bonaventuri, come se

proprio non l'avesse mai veduta, mandandogli dietro uno sguardo

desioso, sclamò:

--È un bel pezzo di Marcantonio!

--S'accomodino!

* * * * *

Cominciò il Bonaventuri:

--Io vengo a nome del signor Carcanetti che lei conosce.

Carcanetti era un nome qualunque, un nome inventato.

--Carcanetti mi comunicò che lei un giorno gli ebbe a dire che se

aveva bisogno del danaro per qualche suo amico solido, si rivolgesse

pure a lei che avrebbe trovato il modo di procurarglielo.

Il Marliani alzò la mano al labbro inferiore, lo strinse fra il

pollice e l'indice, e stette a pensare come un uomo che caschi dalle

nuvole.

--Non mi ricordo--rispose.

"Ahimè!"--sclamò in cuor suo l'ingenuo O'Stiary.

"Farà il prezioso"--pensò invece il Sappia che aveva maggior

esperienza di mondo.

E si sbagliavano tutti e due.

--Non mi ricordo bene in quall'epoca io possa avergli detto questo al

Carcanetti--ripigliò il Marliani con un fare naturalissimo--giacchè

oggi non solo è cosa molto difficile il trovar danaro su cambiali ai

prezzi commerciali, ma si può dire che è difficilissimo di trovarne

anche volendo assoggettarsi a grossi premî ed usure. Dopo che si

cominciò a parlare di quella benedetta proposta di legge per

l'abolizione dell'arresto personale nessuno più si fida a prestar

danaro se non sopra buona e solida ipoteca. Io stesso, che pur non

faccio mai di questi affari, e che sono a capo di una ditta

solidissima, pure avendo avuto bisogno, per un capriccio di levar una

somma a prestito per tre giorni, ho dovuto pagare un interesse

favoloso.

--Vale a dire?

--Per mille franchi mi hanno trattenuto, in tre giorni, cento franchi.

È vero che in commercio tre giorni e un mese contano lo stesso. In

ogni modo è sempre un interesse enorme. È il dieci per cento al mese.

--Qui si tratterebbe di un'operazione di tutta fiducia. Il mio amico è

troppo onesto, troppo gentiluomo per cercare a chichessia un centesimo

senza la sicurezza.

--Oh signore!...

--... morale e materiale....

--Non ne dubito!

--... della restituzione....

--Può imaginarsi!

--... alla scadenza.

--Non se ne parli! Il signore è inutile domandarlo, è maggiorenne, non

è vero?--domandò Marliani rivolto al conte O'Stiary.

--Ho ventitre anni e dieci mesi--rispose Enrico--Non debbo tacere però

che io non andrò in pieno godimento della mia sostanza che a

ventiquattro anni compiuti, e che ho dei debiti.

--Non ci sono dunque che due mesi da aspettare!--sclamò il

Marliani.--Quanto ai debiti, chi non ne ha al giorno d'oggi? Ma se

nella sostanza c'è un largo sufficiente, i debiti non contano. Si sa

bene. _Il faut que jeunesse se passe_!

--Benissimo!--disse Sappia.

--Dunque allora questa sera io potrò darle una risposta; tenterò,

parlerò, vedrò il mezzo migliore. Di quale somma avrebbe bisogno?

--Diecimila franchi.

--Bene, le saprò dire l'esito. Non garantisco nulla ma stasera le dirò

francamente quali furono le mie pratiche e sarò molto onorato di poter

riuscire. E se riesco poi--continuò diretto a O'Stiary--chissà che non

venga da lei a chiederle un favore.

--Ben volentieri--rispose Enrico che senza sapere il perchè si trovava

in un disagio ineffabile.

Quest'ultimi periodi infatti erano stati detti in piedi.

Marliani stese la mano al marchesino Sappia a cui disse: _Ciao_, poi

al contino che inchinò e così si lasciarono.

Appena usciti si schiuse pian piano l'usciolo di contro a quello per

cui se n'erano andati i due giovinetti e ne uscì la faccia da luna

piena della signora Bibiana, che rideva come una donna in gallovia.

Essa venne ad abbracciare il Marliani dicendogli:

--Sei un gran birichino. Ti sei portato da negoziante provetto e

consumato. Se il diavolo non ci mette la coda, in poco tempo la

sostanza del conte O'Stiary, deve essere tutta nostra!

* * * * *

--Ora che si fa?--domandò Marliani alla Bibò.--S'hanno a dare questi

dieci mila franchi o non s'hanno a dare?

--Tu che ne dici? Sai che io faccio quello che vuoi?

--Ebbene allora bisogna darli.

--Pensa Filippo che siamo già sotto di molto.

--Non importa. Fidati di me. Ho bisogno di far buona figura.

--Sì, sì,--disse Bibò.--E poi egli è pronto a qualunque sacrificio? Se

dice così gli è segno che gli fanno assai bisogno. Se gli fanno di

bisogno noi col fargli il prestito gli facciamo uno di quei servizi

che si chiamano _impagabili_. Non è vero? Forse gli salviamo

l'onore... Forse la vita! Chi lo sa? Se quelli che ci danno

dell'usuraio ragionassero così vedrebbero che noi siamo i salvatori

dell'umanità. Siamo forse noi che andiamo a cercare i figli di

famiglia? O sono essi che vengono a cercar noi. Mettiamo forse loro le

pistole alla gola? No. Essi contrattano liberamente. Oh perchè mai

s'avrà a far pagare poniamo cento mila franchi per puro capriccio, un

brillante che non serve a nulla e non s'avrà a far pagar caro un

servizio in contanti, che può salvar l'onore e la vita?

Alla signora Bibiana codesti argomenti in difesa dell'usura parevan

sempre nuovi di zecca, ogni volta che li ripeteva. E Dio sa quante

volte li aveva già ripetuti di sua vita.

Marliani la lasciò sfogare un poco poi la arrestò, e da uomo pratico

tornò alla sua domanda.

--Dunque mi fai far buona figura? Te ne ringrazio.

--Caro! Questo e altro--disse Bibò intenerita. E scoccò un bacione al

suo bel giovane.

--Vediamo ora le condizioni.

--Il solito! Ormai di firma Sappia e O'Stiary ne abbiamo in portafogli

per circa duecento mila. E so che altri ne tengono altrettante. Con

queste faranno duecento mila e venti. E ricordati Filippo e che se

questa imprudenza enormissima fu da me commessa, è stato tutto per

amor tuo. Io non era mai stata avvezza a prestare a un solo più di

cinquanta mila franchi.

--Ma quando ti dico che sono sicuri.

--Lo voglio credere, ed è perciò che non mi faccio pregare neppure

questa volta. Ma dico per dire. Se morisse?

--Pensa che sulle duecento mila firmate, in fin dei conti tu non ne

hai versate più di ottantamila.

--Questo si sa! Un interdetto, deve ben pagare più degli altri.

* * * * *

Dal canto loro il Sappia e l'O'Stiary usciti dallo studio della ditta

Marliani e C. si rallegrarono fra loro d'aver trovato l'amico divenuto

uomo serio tanto ben disposto per loro. Erano pieni di speranze, e il

cento per cento di interesse, che Marliani aveva lasciato loro

intravedere, non dava ad essi il menomo disturbo. Animi felici! A un

dipresso, nella bontà istintiva del loro cuore giovinetto essi

ragionavano a loro danno, cogli stessi argomenti della signora

Bibiana.

--Non il cento per cento--sclamava Enrico--ma il mille per cento io

sarei pronto a pagare per avere quel danaro da presentare a Nanà

questa sera. Per me è questione di vita o di morte. Che vale il danaro

se non rappresenta appunto il valore dei nostri desideri?

Si dica quel si vuole, la è logica anche codesta; logica pericolosa,

ruinosa, da scavezzacollo, da uomo passionato, ma logica. Persuadere

un giovane di ventiquattr'anni, generoso, ardente desioso, innamorato

che il prender a interesse del danaro al cento per cento è una

grulleria, una bestialità economica, una ridicolaggine di cui s'avrà

certo a pentire più tardi, è cosa tanto vana, come sarebbe per esempio

il mettersi a persuader i pesci a vivere fuori dell'acqua, dove noi ci

si annega, mentre loro ci stanno a lor agio, dove anzi non possono a

meno di stare per vivere.

Pei giovani il danaro non è--parlo in generale--che il mezzo per

soddisfare i bisogni del cuore, i capricci della mente, le necessità

dei sensi, delle passioni. Quanto più troveranno ostacoli, non

naturali, non fatali a soddisfar queste loro passioni tanto più

s'aumenterà in essi la smania di soddisfarle. _Nititur in vetitum_.

L'idea del dissesto finanziario, della povertà, della rovina, non

entra in cervelli giovani privi di esperienza e di vivere di mondo.

L'economia è una parola che ha senso soltanto per coloro che

guadagnano il danaro a stento.

Se i tutori ed i padri pensassero a queste verità forse le pazzie dei

figli sarebbero meno frequenti.

Il fatto è che la stessa sera Enrico potè annunciare a Nanà che fra

tre giorni avrebbe avuti i diecimila franchi.

* * * * *

Dal giorno che Enrico O'Stiary portò a Nanà i diecimila franchi, che

dovevano dare un altro strappo alla sua sostanza, quelle due belle

creature si videro tutti i giorni. Rotto il ghiaccio essi entrarono

nel secondo stadio dell'amore... sentimentale. Enrico non aveva il

coraggio di esigere di più da quella donna, che gli appariva armata di

virtù come l'antica Minerva. E forse se avesse anche saputo chi ella

era sarebbe stato troppo tardi lo stesso. La sua fantasia, l'amor

proprio, i nervi, i muscoli il sangue erano troppo invasi dal

magnetico di quella donna per concedergli di desistere dall'immenso

desio. Ogni volta che egli montava le scale di Nanà giurava di

riuscire a conquistarla; dinanzi a lei si trovava di aver il cuore di

coniglio, il cervello di ghiaccio e la lingua mozza. Tutte le ragioni,

le preghiere, le astuzie pensate, come quelle del povero Renzo in

presenza dell'Azzeccagarbugli sfumavano. Non sapeva più che cosa

dirle, da dove incominciare, come pigliarla. Pativa suggezione della

Parigina!

Ell'era incantevolmente graziosa con lui; lo riceveva con vera e

schietta gioia; non lo lasciava partire s'egli accennava di volersene

andar più presto del solito. Ma se egli arrischiava un gesto, una

frase di desiderio, una preghiera o non faceva mostra di capirli, o li

vietava cogli occhi, colla mano, col broncio, o si sottraeva alle sue

carezze.

Nanà manovrava con lui con una tattica degna d'un generale di genio.

Ella aveva fissato di sposare Enrico, mescendo l'utile al dolce;

sposare un giovane che le piaceva e diventare contessa. Conosceva

troppo la regola più elementare della civetteria femminile, per la

quale avviene che gli amanti stiano legati assai più col rifiutarsi

che col concedersi. E la sua continenza era cosa tanto insolita in lei

che ne andava orgogliosa.

Enrico sentiva d'essere stretto nelle spire d'un adorabile serpente e

non sapeva levarsene. Già cento volte Nanà aveva letto negli occhi di

Enrico il poema delle sue sofferenze fisiche e morali, e ne gioiva.

C'era in questa gioia di Nanà un piccolo sentimento di vendetta. Ella

faceva pagar cari al giovane innamorato il tentativo di sottrarsi al

suo fascino, spiegato da lui nella prima sera, quand'essa, non aveva

potuto cavargli una sola dichiarazione, e aveva dovuto ella stessa

fare i primi approcci.

Nanà a Milano · 第 20 / 28 题