E fra sè pensava "_Ces fichus d'Italiens!_"

--Bene ve lo prometto--disse Aldo per troncare il diverbio.

In quella, Mattia rientrò.

--Il signor conte sindaco è in salotto che avrebbe a dirle due parole.

--Il sindaco benvenuto--sclamò Rubieri deponendo gli utensili del

lavoro.--Per oggi basta Nanà. Ci rivedremo domani. Addio.

E uscì.

Dal canto suo, la dilettante di nudo, calzate sui piedini le pianelle,

se ne andò a vestirsi dietro certi arazzi che formavano in un angolo

l'appartamentino per le modelle.

* * * * *

Che cosa veniva a fare da Rubieri il conte sindaco? Chi era il conte

sindaco?

Egli era un ometto, così; nè bello, nè brutto, fra i cinquanta e i

sessant'anni, grassottello e nello stesso tempo arzillo e svelto come

un pesce; il che implica una certa contraddizione, che invece non

esiste. O se la esiste, si può dire che questa contraddizione fisica

sia appunto la caratteristica del nuovo personaggio.

Tutto infatti, nel conte sindaco, sentiva di contraddizione lontano un

miglio. Nato povero, era ricco; nato plebeo, era stato fatto conte;

aveva degli istinti liberali ed era un gran conservatore; aveva dello

spirito, ed era senatore; aveva sortito da natura le inclinazioni del

_viveur_ e del _barzellettista_ e come senatore, banchiere, sindaco e

conte, gli toccava di essere l'uomo più lavoratore e più serio

dell'universo.

A chi gli avesse fatta osservare quest'ultima contraddizione--e cioè,

ch'egli fosse sortito da natura per essere piuttosto quello che i

Francesi chiamano _un homme de loisir_ che un gran lavoratore--egli

avrebbe recisamente negato, e gli avrebbe risposto che nessuno forse,

a questo mondo, s'era meno divertito di lui, e nessuno poteva vantarsi

di avere lavorato più di lui. E bisognava credergli. Ma è da notare

che, prima la spinta della necessità, poi quella dell'interesse, poi

l'ambizione, poi il dovere gli avevano messa indosso fin dalla

puerizia un'abitudine di lavoro a tal segno, che fugando la nativa

spensieratezza, era divenuta in lui una seconda natura e poteva esser

tenuta da lui stesso in conto di vera inclinazione. Ma in fondo in

fondo, no; perchè il nostro ometto era nato scansafatica, e questo lo

si poteva arguire dalla sensualità e dalla voluttà ch'egli metteva in

tutte le azioni, minori della sua vita. Quando parlava, per esempio e

che poteva ridere di qualche sconsigliato consigliere del Municipio,

egli godeva mezzo mondo. Mangiava poco, ma avrebbe dato dei punti a

Brillat Savarin, come buon gustaio, anzi come buon gustatore. E fra le

ballerine del palcoscenico del teatro della Scala come si sgranavano

que' suoi occhietti verdognoli e arguti alla vista della grazia di

Dio. Come era eloquente il suo sorriso, pur restando sempre un sorriso

da sindaco, da conte, da banchiere e da senatore!

Nella sua qualità di capo dell'amministrazione comunale, egli era

indubbiamente tenuto come uno dei meno peggio d'Italia, così ricca di

sindaci balordi. Dove diamine, lui, così poco istruito in gioventù e

lontano dal mondo diplomatico, avesse attinta quella finezza moderna,

quell'arte del barcamenare, quella dissimulazione preziosa, che sono

indispensabili a chiunque si trovi nella di lui posizione, nessuno lo

saprebbe dire. Egli non aveva avuto maestri di tali discipline. Pochi

uomini possedevano come lui quella dote utilissima ai governanti, la

quale consiste nel non dimostrare mai al prossimo nè troppa simpatia,

nè troppa antipatia. Anche lui le provava talvolta fierissime in cuor

suo, ma sapeva dissimularle così bene, sapeva reprimere con tanta

disinvoltura i moti del proprio animo, sapeva far tacere così

costantemente ogni eccitazione personale, sapeva dividere in così

giusta misura le proprie inclinazioni e le proprie declinazioni, da

meritarsi da ambe le partì il soprannome di sindaco _trampolino_, il

quale sembra un'offesa, mentre è il brevetto della sua più grande

imparzialità.

Riusciva dunque difficile il dire se egli fosse un conservatore o un

liberale.

Egli non aveva preferenze pei due partiti, in cui--come in

politica--si divideva il Municipio della sua città. Stando a cavallo,

ei si serviva ora della opposizione dei conservatori, ora di quella

dei _rompicolli_, a seconda ch'egli aveva bisogno di questa o di

quella, e ne usciva sempre ilare e trionfante, ch'era un piacere a

vederlo.

* * * * *

--Sono venuto io stesso--diss'egli a Rubieri, che si scusava di

riceverlo in abito da lavoro--sono venuto io stesso a darle una buona

notizia. Ella è nominato assessore, e io sono certo che ella

accetterà.

--Oh!--sclamò il Rubieri, fingendo una grande sorpresa.--Non si

potrebbe dispensarmi?

--No, no, tutti lo desiderano--rispose il sindaco.--C'è bisogno d'un

artista in Consiglio.

--La avverto caro signor sindaco che io sono corpisantino e che mi

metterò nell'opposizione.

--Non lo credo! Io non gliene darò mai l'appiglio. Io conosco il di

lei criterio abbastanza, per sapere che invece noi andremo

perfettamente d'accordo.

--Se lei mi parla così a me tocca d'accettare--disse Aldo al sindaco

stringendogli la mano.

--Bravo! Così mi piace, senza tante smorfie. Del resto--soggiunse

tosto--io non credo che lei avrebbe ugualmente la possibilità di farmi

l'opposizione ancorchè si mettesse colla montagna. Io sono proprio

stanco, e non per convenzionalismo, come si usa ormai di dirlo da

tutti gli uomini, ma stanco di buono e vedrei di buon occhio un

successore. Provino, provino quanto sia facile far il sindaco di

Milano!

Il dialogo tra il sindaco e Rubieri andò per le lunghe e divagò poi in

cento argomenti.

Ma noi crediamo di far bene ad arrestarci avendo riferito di esso

quello che importa alla nostra storia.

* * * * *

Ora sarà bene che vediamo in che modo c'entrassero con Aldo Rubieri

gli Austriaci che erano venuti a trovarlo prima del conte sindaco.

Bisogna dunque sapere che il padre di Aldo Rubieri era stato

colonnello di stato maggiore al servizio dell'Austria.

Nel 1850, quando Aldo non aveva che dodici anni, ed era accasato con

suo padre a Vienna, il rinnegato italiano godeva settemila fiorini

annui come impiegato nel ministero della guerra.

Suo padre aveva sposato una baronessa polacca. Si capisce facilmente

quale potesse essere stata l'educazione politica e patriottica del

giovinetto Aldo fino al 1859.

Sua madre gli era morta in quell'età.

Quand'egli cominciò a provar nel cuore il bisogno di voler bene a una

creatura di diverso sesso, gli capitò di innamorarsi come si usa a 19

anni, di una fanciulla di famiglia borghese, ch'egli aveva veduta per

la prima volta al Prater.

Una di quelle lunghe occhiate reciproche dalle quali i fisiologi

dicono emani del fluido magnetico, era corsa fra loro; e due giorni

dopo, mentre entrambi stavano credendo di udire la messa nella

cattedrale, una seconda occhiata ancora più lunga e più reciproca

aveva suggellato il loro amore.

L'effetto di quello sguardo era stato decisivo per entrambi.

Poco stante era cominciata la corrispondenza. In tre pagine di quelle

proteste e di quei giuramenti senza fine, che scaturiscono tanto

spontanei dalla punta di una penna di 19 anni, Aldo parlava alla sua

Leopoldina di futuro matrimonio.

Leopoldina aveva allora 21 anni, tre o quattro più del giovanetto.

Pochi giorni dopo la signorina viennese e il figlio del rinnegato

Italiano, s'abboccavano al passeggio e si giuravano anche a voce

eterno amore.

--Mio padre non mi permetterebbe certamente di sposarti ora;--disse

Aldo--avrai tu pazienza di aspettare che io sia uscito di minor età?

--Oh te lo giuro, Aldo--rispondeva la bionda figlia del Danubio,

alzando i suoi occhi grigi e innamorati in viso del bell'Italiano.--Io

non sarò che tua o della morte!

* * * * *

Quando fu soddisfatto, Aldo trovò di non avere più voglia di sposare

la Leopoldina.

Essa non gli era stata crudele; il matrimonio, ai desideri di Aldo,

compariva superfluo.

Ma quando il padre di Leopoldina s'accorse dello scapuccio di sua

figlia, manovrò come manovrano tutti i padri viennesi in tale

circostanza.

Egli era un furbo matricolato. Capì che da quel giovinetto avrebbe

potuto cavare, un giorno o l'altro, molto profitto e aveva lavorato a

questo scopo.

Il Rubieri s'era lasciato andare a firmare un atto di donazione alla

figlia Leopoldina, nel caso che avesse mancato alla promessa di

sposarla. Una bagatella di venti mila fiorini in testa al nascituro.

Poco dopo venne il 1859. Aldo Rubieri non era certo da giovinetto,

quel fino calcolatore, che coll'età e coll'esperienza s'era fatto poi;

ma aveva fin d'allora l'istinto delle proprie convenienze. Egli

sentiva tutta la umiliazione d'essere figlio di un rinnegato,

sospetto, malveduto in paese straniero e nemico, senza avvenire

possibile; sognava in nube la probabilità della riabilitazione. In

questa idea l'amore di patria c'entrava fino a un certo punto; l'amore

di sè stesso in gran parte. Egli andava pensando che se il figlio del

generale italiano al servizio dell'Austria fosse disceso in Italia con

grande fracasso ad arrolarsi, tutta Milano ne avrebbe parlato e la sua

sorte sarebbe stata fatta senza grandi sforzi.

La imprudente promessa di quella somma, strappatagli dal padre di

Leopoldina in un momento di abberrazione, lo decise sempre più.

Fece la risoluzione di lasciar Vienna, di abbandonare la Leopoldina e

suo padre, e di venir in Italia per entrar volontario nelle regie

truppe. Raccolse quanto più potè di danaro e un bel giorno partì

nascostamente e venne a Milano; fece la campagna del 1859, poi mise

studio di scultore e si fece nome.

* * * * *

Aldo Rubieri si ricordava benissimo di avere lasciato alla Leopoldina

di Vienna quell'atto di donazione; temendone le conseguenze, andò a

trovarla, mancando di parola a Nanà. Come fosse ricevuto cordialmente

e gioiosamente si può imaginarlo.

La prima cosa che Leopoldina gli confidò fu che il loro figlio era

morto, e Rubieri tirò un lungo fiato.

Quando la fase sentimentale del richiamo delle memorie fu cessata, e

Rubieri si disponeva già a congedarsi, colla speranza che gli

Austriaci avessero deposto ogni altro pensiero, il buon babbo,

accostatoglisi colla grazia un po' grifagna che si direbbe tutti gli

Austriaci abbiano ereditata dalla loro acquila bicipite, gli disse

sottovoce col più tedesco dei sorrisi possibili:

--Per l'affare poi che lei sa, e che riguarda mia figlia, potremo

parlare più tardi... un'altra volta... n'è vero.

--Che affare?--domandò Aldo Rubieri come uomo che caschi dalle nuvole.

--Come! Ma la scrittura... di donazione... alla mia Leopoldina nel

caso... che non fosse accaduto il suo matrimonio.

--Ah, bene, bene--disse Aldo per pigliar tempo.--Più tardi, ci

rivedremo.

E s'accomiatò.

Gli Austriaci lo aspettarono al domani, poi al posdomani, tre, otto

giorni, finchè il padre risolvette di ritornare lui stesso in cerca di

Rubieri.

Naturalmente non fu ricevuto.

Ma la sera istessa la signora Leopoldina ebbe una lettera nella quale

il suo ex-innamorato le diceva chiaro e tondo come egli non volesse

più essere importunato e le ricordava senza complimenti come in tutti

i codici della terra esista la legge che dichiara non valida la

promessa di matrimonio, nè di un qualsiasi indennizzo....

I tre Austriaci, testardi come sono gli Austriaci quando hanno

ragione, fissarono di spuntarla.

Leopoldina avrebbe rinunciato. Ma il padre e lo zio erano feroci, e la

persuadettero che si doveva ricorrere alla legge per farlo pagare per

forza.

Risolvettero di consultare un avvocato per sapere se l'atto fosse in

piena regola e se con esso si potesse sperar di vincere una causa.

L'albergatore indicò loro il primo avvocato che gli si parò alla

mente.

Ed essi andarono difilati dall'avvocato Delguasto.

Quando furono sul pianerottolo dinanzi all'uscio il padre e lo zio

ristettero per rifiatare e per consultarsi. Il primo poi stava per

tirar il cordone del campanello, quando Leopoldina gli trattenne il

braccio, additando ciò che stava, scritto sull'uscio:

--Che c'è?--domandò il padre in tedesco.

--_Avanti_--disse la zitellona, che sapeva un poco di

italiano.--Avanti, vuol dire:

Allora spinsero l'uscio ed entrarono.

Nell'anticamera, seduto dinanzi ad una scrivania stava un giovinetto,

dalla faccia di furfantello, che s'avrebbe detto fosse stato messo là

dall'avvocato per schizzare la caricatura a tutti i clienti che

entravano.

Lo zio, vedendo quel piccolo Mefistofele, disse a suo fratello una

frase in tedesco.

Quello smaliziato d'uno scritturale, che stava col capo sullo

scrittoio, intento, l'alzò repente, aggrottò le ciglia, e con un

accento pieno di ironia e di insolenza, fingendo che quelle parole

esotiche fossero state dirette a lui, disse:

--Non potrebbero farmi la finezza di parlare in italiano?--disse--La

sua lingua a Milano, signori belli, non è di moda. È antipatica.

--Parlare noi molto malissimo--rispose il babbo, che non aveva capita

la portata dell'insolenza di quel monello seduto allo scrittoio.

--Non fa niente. Capirò lo stesso. Per quanti strafalcioni lei dica in

italiano farà sempre più bel sentire che a parlarmi benissimo il suo

tedesco.

--Mia figlia parlare piccolo poco.

--Tanto meglio. Allora ho l'onore di domandar alla signora a che cosa

il signor avvocato dovrà aver la fortuna della loro visita?

Non è da credere che Ernesto Cantis, galloppino dell'avvocato

Delguasto, trattasse con tanta disinvoltura tutti i clienti del suo

padrone. Guai a lui se così fosse stato. Ma egli aveva udito

farlinzottare in tedesco, s'era accorto dall'aspetto che quei tre

signori dovevano esserlo puro sangue, e non aveva potuto trattenersi

dalla smania di mostrar loro la sua innata antipatia. Egli amava i

Tedeschi in genere come... l'olio di ricino, e gli Austriaci in

ispecie come il tartaro emetico.

--Noi voler parlare con _herr_ avvocato--disse Leopoldina.

--È impedito. Si accomodino pure.

E senza dir altro, abbassò la testa sullo scrittoio e si rimise a

scrivere.

Ecco che cosa stava scrivendo Ernesto Cantis, mentre i tre Tedeschi si

accomodavano per aspettare l'avvocato.

"Signora.

"Io credo che una donna non debba mai essere offesa nel sapere che c'è

un uomo al quale il cuore batte per lei cento battute al minuto di più

di quello che gli batteva prima di averla veduta. Ieri al teatro

Milanese lei mi apparve per la seconda volta, e il fascino de' di lei

occhi posati ne' miei fu tale che a costo di diventar ridicolo io non

ho potuto trattenermi dal farglielo sapere. A me parve, sarà forse

superbia, ma a me parve di non esserle riuscito antipatico. Lei ebbe

la bontà di rivolgere verso di me spesse volte que' suoi occhi

immensamente belli, ed io sono in un tale stato di esaltazione da non

poterlo descrivere. Io non ho che vent'anni, e non sono ricco. Ma se

malgrado ciò lei credesse che io non debba gettare lontano da me ogni

più lontana speranza io la scongiuro me lo faccia capire questa sera o

quella sera che a lei parrà tempo di vedermi il suo schiavo più

affezionato e più fedele. Io sarò anche questa sera al Milanese e avrò

nell'occhiello del mio abito un garofano. Quando la vedrò porterò il

mio fazzoletto alla bocca, deh, faccia altrettanto per dimostrarmi che

io non debbo disperare affatto.

"ERNESTO CANTIS."

Riletto il foglio, lo piegò accuratamente, lo mise in una busta su cui

scrisse l'indirizzo di Nanà. Avvolse la lettera in un foglio di nitida

carta, poi si alzò e andò ad una sedia su cui stava un manicotto di

martora e, come se i tre stranieri non fossero stati, presenti a

quell'operazione, vi infilò la sua letterina.

Comparve l'avvocato accompagnando una signora fin sulla soglia

dell'anticamera.

Il giovane balzò all'uscio impallidendo visibilmente.

La signora era Nanà, la quale aveva posato il suo manicotto su quella

sedia poco prima di entrare nello studio.

--A rivederla, dunque, caro Delguasto; noi siamo intesi--disse

Nanà--poi volse il capo come cercando qualche cosa intorno.

--Il suo manicotto è qui--disse il giovinetto precedendola all'uscio

della anticamera.

Nanà strinse la mano all'avvocato ed uscì. Ernesto, quand'ella gli

ebbe volte le spalle, si fe' sentir a dire: che angelo!

* * * * *

--In che cosa posso servirli?--disse l'avvocato ai tre Austriaci, che

s'erano levati in piedi duri come stoccafissi in estate...

--Noi essere fenuti da voi per avere bisogno di vostri

consigli--rispose Leopoldina.--Restino serviti.

E li fece entrare nel suo studio.

--Loro sono dunque venuti?--cominciò l'avvocato.

--Ecco _herr_ avvocato.... Tocca parlare io, perchè mio padre e mio

zio non conoscere italiano.

--Dica pure... dica pure, tanto meglio!--sclamò con una punta di

galanteria l'avvocato.

--Lei dovere sapere che io avere un documento con promessa di

donazione di un uomo che doveva sposare me, e che poi non ha sposato

per sua colpa.

--Una promessa di donazione?--ripetè l'avvocato.--In regola?

--Noi credere essere perfettamente in regola.

--Si può vederla?

--Certamente. Ecco.

--E la signora Leopoldina cavò di tasca una carta la quale, col lungo

passar di mani in mani austriache, non si poteva dire del certo

gareggiasse per candidezza colla neve caduta di fresco.

L'avvocato gettò gli occhi su quel _pappiè_ e sclamò sorridendo:

--Ma questo è in tedesco!

--Lei, _herr_ avvocato, non conosce nostro bello linguaggio neanche in

scrittura?

--Io no, signora. Ne faccio senza, e non ho mai pensato ad impararlo.

--Posso io tentare traduzioni!--domandò la zitellona.

--Sicuro!

Leopoldina cominciò:

"In questo giorno, 6 novembre, dell'anno di grazia 1864, io

sottoscritto, di mia piena e spontanea volontà, nè spinto da altri

riguardi se non da quelli di una sincera affezione per la signorina

Leopolda Ernesta Federica, la quale trovasi in istato interessante per

mia colpa, prometto di farle donazione di fiorini trentamila, nel caso

che giunto all'età di ventiquattro anni io non dovessi mantenere la

parola data a lei di essere suo sposo.

"Per fede

"ALDO RUBIERI.

"Vienna, 6 novembre, 1864."

--Aldo Rubieri!--sclamò con una certa sorpresa l'avvocato.--Il nostro

bravo scultore?

--_Ya mein herr, ya_!--rispose il babbo che aveva capito _a lume di

naso_.

--Sarebbe ella compiacente di spiegarmi come e in quali circostanze

sia avvenuta questa donazione?

Leopoldina con molta fatica e con molto rossore cominciò a raccontare

all'avvocato quello che noi già sappiamo.

--E quanti anni aveva il signor Aldo Rubieri quando la fece?

--Come italiano egli era maggiorenne o quasi.

--Suo padre era italiano o austriaco?

--Suo patre non aveva perduta sua nazionalità italiana, quando stare

in Vienna colonello di Stato Maggiore.

--Allora si può benissimo far causa--disse l'avvocato.

--Essere noi fenuti per questo.

--Hanno già parlato loro col signor Aldo Rubieri?

--Sì, otto o dieci giorni fa.

--E che cosa ha detto?

--Detto nulla, ma avere scritto di non essere intenzionato mantenere

suo promesso.

E gli porse da leggere la lettera con cui Aldo si schermiva di pagare

la somma promessa.

--_Herr_ avvocato!--disse la zitellona--Credere lei che vinceremo?

Negli occhi dell'uomo di legge passò un lampo d'ironia.

--Sicuro che vinceremo. Sono loro pronti a fare le spese necessarie?

--Quanto volere?

--Il deposito da farsi subito è di tremila franchi non un quattrino di

meno.

Nanà a Milano · 第 12 / 28 题