Ma in quel punto erano arrivati dinanzi alla casetta di Aldo Rubieri,
e s'arrestarono.
* * * * *
A Milano, come dovunque, ci sono delle abitazioni dove tutto va male,
tutto dà noia, tutto vi sta a disagio; e ve n'ha delle altre, dove
tutto gioisce, tutto dà piacere, tutto risplende.
Entrando nelle prime, trovi un portinaio ciabattino, che vive in un
bugigattolo buio ed infetto. Il tanfo vi è nauseante; sui gradini
della scala vi si scivola; gli usci si direbbe si lamentino di dover
girare sui cardini; le persiane, spalancate, si rinchiudono
sgarbatamente in faccia; gli scarafaggi ed i topi sono padroni della
cucina; i cimici, del letto; le faine, del solaio; le lumache e gli
scorpioni della cantina; il pozzo dà l'acqua cattiva; un cane
rinchiuso guaisce tutte le notti; un ragazzo caparbio vi strilla ogni
mattina; un suonatore di tromba vi studia ogni mezzogiorno; delle
casigliane pettegole vi si picchiano ad ogni calar della sera; il
padron di casa usa mandar delle lettere insolenti; il ragioniere ha il
fiato che ammorba... e via dicendo.
Entrando nelle seconde, il cuore si allarga. Tutto vi spira l'ordine,
la pulizia, la pace, il benessere. Si direbbe che queste case
benedette furono costruite da operai intelligenti, e siano abitate da
gente di buon gusto.
Tale apparve ai viaggiatori la dimora di Aldo Rubieri.
Appena giunte, la zitellona alzò la testa e s'imbattè in una scena
graziosa.
Sotto un portichetto, lieto di verdura in un angolo, una rondine aveva
costruito il suo nido e giungeva volando alla pensile capannina, nel
momento che i viaggiatori si arrestavano dinanzi alla porta della
casa. Spaventata nel veder tanta gente, la rondine svolazzava
trissando intorno al nido quasi volesse attirare a sè tutta
l'attenzione di quegli stranieri per distrarla dai suoi cari implumi.
La zitellona si fece malinconica. Forse un assalto di nostalgia
l'aveva presa.
Non c'è come la rondine per ridestar nel cuore la memoria della casa
lontana.
In quel punto un colpo di martello fece trasalire la Tedesca.
Il Cicerone aveva picchiato alla porta chiusa col battente di bronzo.
In una delle imposte si vedeva inchiodata una placca di terso ottone
su cui stava scolpito un _Rubieri_, senz'altro.
Doveva bastare!
* * * * *
Il Cicerone dato il colpo si volse a' suoi compagni e disse:
--Ora ci toccherà forse di aspettare un quarto d'ora; ma guai se io
rinnovassi il colpo; potremmo star qui due ore, che nessuno più
verrebbe ad aprirci.
--Perchè?
--Perchè la signora Marietta pretende di non essere sorda, ma confessa
di essere molto pigra.
Questa volta però il fatto smentì il pronostico. La porta si schiuse
poco stante, e una donna s'affacciò al varco, domandando:
--Chi è?
--Forestieri che desiderano di visitare lo studio e parlare al
maestro--rispose il Cicerone.
E lanciò alla donna un'occhiata espressiva che voleva dire: "Gente per
bene, bisogna esser gentile."
La donna aperse il battente, si ritrasse, e pronunciò il sacramentale:
--Restino serviti.
La carovana attraversò un atrio pompeiano, dove sul muro videro
graffite delle figure bellissime di fanciulli ricciuti, di vergini con
anfore in mano e di satiri con tirsi inghirlandati di pampini,
saltellanti e festosi.
Il Francese che fu il primo a vederle, ristette; e il Cicerone
cominciò la sua spiegazione:
--Questo atrio venne terminato soltanto l'altro giorno. Questo genere
di pittura a chiaroscuri e con linee profonde comuni a Pompei, si
chiama graffito. Questo pattino che vedono, è il ritratto del figlio
della signora Nanà, sopra fotografia, giacchè il Louiset è rimasto a
Parigi colla zia.
Questo nome scosse nuovamente la zitellona e i due Ausriaci. Ma
nessuno dei tre osò fare una domanda sul figlio della signora Nanà,
che non era punto bello, ma che era maestrevolmente disegnato.
Ammirato che l'ebbero, s'avviarono verso il viridario contornato di
portici, precisamente come si usava nell'antica Roma. Una vaschetta di
marmo bianco, con zampilli uscenti dal corno di faunetti di bronzo,
sorgeva nel mezzo del giardinetto spandendo intorno una grata
frescura.
--Questo lo vedremo meglio dopo, uscendo per di là--disse il Cicerone
svoltando a destra in coda alla signora Marietta, che aveva schiuso un
uscio.
Sulla soglia del quale gli stranieri lessero il classico _Salve_, poi
entrarono.
La scena mutava d'aspetto.
Pompei cedeva il campo al più ferreo dei medî evî risuscitati.
Come una di quelle dimore di Fata, che sorgono dal suolo nei sogni che
seguono la lettura dei romanzi di Scott o della Radeliffe, così il
salotto dove erano entrati gli stranieri parve ad essi la viva e reale
imagine d'una stanza di antichissimo castello feudale.
Il presente scomparve ai loro occhi come per incanto. Si guardarono
l'un l'altro, quasi fossero sorpresi di trovarsi vestiti di panno e
col cappello a tuba in mano. Una specie di estasi medioevale li
invase, e provarono nell'anima un ridestarsi confuso di tutte le
memorie romantiche della lontana gioventù. Parte a parte non c'era
moltissimo da ammirare. Appiccicati alle pareti, non ricchi trofei di
armi in simetria, come è l'uso comune delle odierne sale d'armi. Ma si
sarebbe detto da una certa rastelliera e da certi cappucietti come
dimenticati sul davanzale d'una finestra, che un falconiere fosse
uscito di là poco prima, dopo aver addestrato il falco; si sarebbe
detto che il giullare avesse lasciato su una sedia il suo berretto a
sonagli; che l'armigero e il balestriere avessero deposta poco prima
in un canto, uno la picca, l'altro la balestra; che la castellana
passando, avesse profumato quell'aura cogli aromi che il marito
crociato le aveva recati dall'oriente.
Ciascuno di quei viaggiatori ebbe la propria impressione storica.
Al Francese parve di respirar un'aria tutta pregna di effluvi
merovingi.
Alla zitellona sembrò di calpestar la polvere dei seguaci
dell'interessante giovinetto svevo, venuto a morire in Italia sotto la
mannaia di Carlo d'Angiò.
Gli Inglesi credettero sentir un bisbiglio di voci dei guerrieri di
Riccardo Cuor di Leone.
Chi non provò nulla di tutto questo, furono i due Austriaci. Non
avevano l'incornatura romantica loro!
La carovana, ammirando in religioso silenzio, passò ed entrò in una
seconda camera tutta parata di giallo, in stile moderno. Quelle
fisonomie già pallide soffuse dal colore delle cortine e delle
tappezzerie si fecero cadaveriche.
L'artista aveva il capriccio di vedere sulle linee faciali de' suoi
visitatori questo effetto di tinte, non già pel gusto di trovare il
genere umano più brutto di quello che esso sia realmente, ma per
studiare il cambiamento di linee, di toni e di riflessi, allorchè dal
giallo i visitatori passavano allo scarlatto dell'attiguo salotto.
--Si fermino qui un momento che io vado ad avvisare il maestro della
loro venuta--disse Mattia il Cicerone, mentre la signora Marietta era
scivolata fuori dalla camera da un uscio di fianco.
* * * * *
Mattia Corvino--tale era il nome del vecchio--s'accostò ad un uscio di
contro a quello per cui era entrata la comitiva, piegò l'indice della
mano destra con una specie di religioso raccoglimento e colla nocca
picchiò un colpetto discreto, tendendo l'orecchio.
Egli era compunto. Egli stava per comunicare coi due idoli del suo
cuore, e l'atteggiamento della sua persona, pigliava un'apparenza di
devozione.
Nessuna risposta dal di dentro.
Tornò a picchiare più forte, tornò ad origliare, e nulla ancora.
Allora alzò con una certa soavità la mano alla maniglia dell'uscio, lo
aperse e scomparve per esso, dicendo con voce flebile l'indispensabile:
--È permesso?
Mattia Corvino era entrato nel gabinetto di lettura di Aldo Rubieri.
Lo scultore infatti non aveva soltanto uno studio, ma anche uno
scrittoio. In faccia a qualche suo collega scapigliato Aldo aveva un
gran torto quello di non odiare la coltura e la letteratura.
La stanzina parata di rosso conteneva una bella libreria tutta piena
di libri d'arte, di romanzi, e di poesie. Una magnifica
scrivania--come non se ne vedono certo in casa dei
letterati--_tronava_ in fondo al gabinetto di fianco alla finestra.
Intorno intorno sulle pareti dei piccoli capolavori di pittura e di
scultura.
Questo nido della intelligenza gli aveva meritato da alcuni colleghi,
il sopranome di _aristocratico_. Dico alcuni, che per fortuna si
possono contar sulle dita; e non sono neanche da confondersi costoro,
con quei molti, che detestano la letteratura soltanto in apparenza, e
non tengono in casa nè libri, nè calamai, nè penne, ma conoscono i
letterati e li ascoltano, e ne sono amici.
La è piuttosto un'abitudine e una jattanza che un'antipatia; giacchè
modesti e avidi di sapere, vivono talvolta cogli uomini di lettere e
di scienza meglio e più a lungo che coi loro stessi colleghi.
I pochi invece che davano dell'aristocratico a Rubieri nutrono un vero
e alto disprezzo per tutto ciò che non è colore o scalpello; negano
che l'arte abbia bisogno di coltura, giacchè per essi l'intenzione è
tutto; chiamano imbrattacarte gli scrittori ed i critici, e
disprezzano e odiano la letteratura e anche l'acqua, tanto per uso
interno come per uso esterno.
Aldo Rubieri che aveva fatto anche lui la sua carovana artistica ed
era stato assai povero, per ispirito di reazione, aveva forse
esagerato il tipo opposto. Appena uscito dalle angustie egli si era
rifatto gentiluomo perfetto. Il cappello a tuba in capo, la cravatta
nera, le mani guantate, spesso gli stivali lucidissimi; in casa poi
aveva accomodato il suo studio letterario con infinita cura e lo aveva
affidato alle sollecitudini, allo strofinone e al pennacchio della
signora Marietta, che lo teneva lindo e splendido come un gioiello.
--Non c'è--sclamò Mattia Corvino, dopo essersi guardato intorno.--Sarà
dunque nello studio.
E ristette un poco pensieroso.
Mattia Corvino, lo sappiamo già, aveva per Aldo Rubieri e da pochi
giorni per la signora Nanà, una di quelle adorazioni che in certe
anime foggiate a bella posta, possono elevarsi fino al sagrificio
della vita. Quando entrava in quelle camere egli si sentiva preso da
un senso di altissima venerazione, come si dice che Mosè lo provasse
sull'Orebbo, quando s'accorse che il suo piede stava per calcare il
sacro suolo. Mattia era tale che se lo scultore glielo avesse
permesso, si sarebbe volentieri cavate le scarpe per entrare là
dentro.
--Forse egli è là con quella tentazione di sant'Antonio--pensò Mattia
prima di ricominciare sul nuovo uscio la stessa manovra di poco prima.
Egli chiamava a suo modo Nanà: la tentazione di sant'Antonio.
--Alla fine si decise e diè un altro picchietto sull'imposta.
--Una voce maschia e sonora rispose di dentro:
--Chi è?
--Mattia--rispose il vecchio trattenendo il respiro.
Un bisbiglio di voci, accompagnato da un melodioso e fresco scroscio
di riso accompagnò la risposta del Cicerone.
--È lei!--pensò.
E dovette sedersi per l'emozione.
--Dio fa ch'ella posi--continuò in cuor suo e che essa non abbia oggi
il capriccio di considerarmi come un uomo di questo mondo.
* * * * *
Questa frase di Mattia giungerà forse oscura a qualcuno.
Mattia Corvino s'era infiammato di Nanà come s'infiammano talvolta
certi vecchi artisti dopo averla veduta a posare nuda nello studio del
suo scultore.
La artistica nudità femminile al giorno d'oggi ha perduto--per colpa
de' gesuiti--tutta la famosa ingenuità del mondo antico. Noi non
sappiamo più imaginarci un corpo di donna bella, quale pur fu creato
da madre natura, senza dei sussulti peccatori. Le innocenti nudità
sono un mito per noi.
Nei boschi della Grecia le Driadi, e le Nereidi sulle rive del mare,
noi non sappiamo più imaginarcele; come non sappiamo più vedere nè
Veneri, nè Ninfe, negli studi dei nostri scultori. Le Driadi e le
Nereidi del giorno d'oggi tutt'al più si chiamano _forosette_ e
_bagnanti_ e osservano fior di regolamenti della scuola di nuoto e
pagano fior di multe se li trasgrediscono. Quanto alle Ninfe e alle
Veneri negli studi degli artisti oggidì si chiamano semplicemente
_Modelle_.
--Entra Mattia--disse la voce--dopo un breve silenzio, durante il
quale il Corvino era stato ad aspettare origliando all'uscio,
coll'ansia istessa con cui un imputato sta ascoltando il presidente
che gli legge la sentenza di assoluzione.
All'invito il vecchio sprigionò dal petto un sospirone, schiuse
l'uscio ed entrò.
* * * * *
Lo spettacolo che s'offerse agli occhi di Mattia non era nuovo per lui
ma era solenne.
Nondimeno Nanà con un moto istintivo, aveva rilevato fino all'anca il
lembo dell'arazzo che le stava a larghe pieghe posato sotto i piedi
nudi, e aveva guardato placidamente, e come se nulla fosse, in viso a
Mattia Corvino che entrava.
È assioma che la mano, la quale pudicamente rialza o abbassa un velo,
fa pensare assai più a ciò che essa vuol nascondere che al pudore che
nasconde. Nondimeno se ciò paresse strano a qualche lettore, che si
ricorda come Nanà quando a Parigi Labordette le aveva detto ch'ella
avrebbe posato per la testa e per le spalle dinanzi allo scultore che
doveva modellarle la _Notte_ pel suo nuovo letto avesse risposto:
"_Je me fiche pas mal du sculpteur qui me prendra_." Se quel moto di
pudore, ripeto, paresse strano al lettore io non saprei dargli torto,
giacchè egli non conosce ancor nulla della piccola trasformazione
morale che Nanà aveva subita nei pochi giorni di sua dimora a Milano.
Nell'ambiente serio e sconosciuto nel quale s'era messa "la bonne
fille" subiva un cambiamento ne' suoi istinti di donna, la quale non
sarebbe apparsa tanto corrotta neppur a Parigi se il cinismo degli
uomini non l'avesse resa tale.
--Che c'è?--domandò Aldo Rubieri.
Mattia distaccò a stento gli sguardi dal tesoro di formosità, che
dall'anca in su gli si presentava di contro e rispose con voce
commossa:
--Forestieri... seccature che vorrebbero parlare con lei. Ecco il
biglietto di visita d'una signora.
Aldo lo prese:
--Leopoldina Rickherwenzel!--sclamò con grandissimo stupore.--Chi
vedo! Che fosse colei? A Milano? Possibile! Dimmi Mattia, che figura
ha?
--Bionda..., magra, alta....
--È lei, è lei!
--Che età?
--Io le darei dai trenta ai trentaquattro anni....
--È lei! Non c'è dubbio!
--Dev'essere stata bella, da ragazza--aggiunse Mattia coll'aria d'un
conoscitore.
--Dovrò io riceverla?--pensava intanto lo scultore.
--Chi è questa donna che cerca di voi?--domandò Nanà in discreto
italiano.
--Oh, una vecchia conoscenza di Vienna.
--Una antica amante?
--Pressapoco.
E qui successe un poco di silenzio.
--Se io vi pregassi di non ricevere questa vostra antica fiamma, cosa
direste di me?--fece Nanà questa volta in francese.
--Davvero?--sclamò Rubieri con una punta di ironia nella voce e nello
sguardo.--Chi l'avrebbe detto!
--Chi l'avrebbe detto?--ripeto Nanà.--Sapete che questo mi ha l'aria
di una impertinenza?
--No--rispose lo scultore--è semplicemente un'esclamazione.
--Ebbene--ripigliò Nanà--senza tanti discorsi, ditemi francamente se
mi fate o se non mi fate il sagrificio che vi chiedo.
--È impossibile!
--Perchè?
--Ma perchè la sarebbe una specie di furfanteria se rifiutassi di
rivedere una donna alla quale tra le altre cose ho promesso di
sposarla e che è venuta a Milano, dopo dieci anni, per rivedermi.
--Ma tanto più!--sclamò Nanà ridendo--Assolutamente mio caro Aldo, se
voi la rivedete potete star certo che io non metterò più il piede in
questo studio.
Lo scultore fu colpito vivamente da questa uscita così perentoria di
Nanà. La guardò con malcelato stupore. Poi le si accostò e le prese la
mano.
--Nanà--disse--spiegatevi allora. Questo vostro capriccio ha bisogno
di un poco di luce.
--Ecco gli uomini!--gridò Nanà sempre ridendo. I suoi denti, eran tali
da non permetterle di parlare sul serio.--Non si può avere un
suggerimento dei nervi senza che essi subito ci vogliano vedere un
capriccio di... tutt'altra cosa.
Rubieri vedendo di essere stato capito al di là di quello che
supponeva e che desiderava, abbandonò la mano di Nanà e restò un
pochino interdetto.
Nanà continuò:
--Voi non mi conoscete Aldo, che da otto giorni, e sta bene; se
staremo insieme da buoni amici come spero per un pezzo vi toccherà di
udirne e di vederne di quelle anche più strane e non per mia colpa, ve
lo giuro. Persuadetevi di una cosa sola, ed è che in fondo io sono una
buona figliuola, che non faccio apposta, che non è un partito preso il
mio di sembrare qualche volta stravagante, ma è una cosa più forte di
me stessa. Io vi sembrerò fors'anche una matta gloriosa. Chissà? M'han
creata così. È la qualità del legno--proseguì in italiano--come diceva
la Sarah, a Firenze. È la colpa del fattore, come diceva Bigio
Diotallevi.
--Dunque che cosa dovrò dire ai forestieri?--si permise di interrogare
Mattia Corvino che, aspettava da cinque minuti la risposta.
--Dì loro che se ne vadano pe' fatti loro--rispose Nanà.
--No aspetta--interruppe Aldo. Poi voltosi alla donna,
--Via non siate irragionevole. Vorreste che quegli Austriaci
pensassero di me che son diventato un mascalzone?
--Gli Austriaci pensino di voi, quello che loro più pare e piace, ma
io non voglio che voi riceviate quella donna. Ve l'ho detto; non sono
io che comando sono i miei nervi.
--Bene bene--disse Aldo accostandosi a Mattia.--Dirai loro che io non
posso riceverli.--E più sottovoce soggiunse--dille che andrò io al suo
albergo domani.
Nanà si lamentò di quella frase detta a bassa voce.
--Ho capito. Gli avrete detto che tornino domani quand'io non ci sarò.
--No--disse Aldo.
--Che cosa gli avete detto dunque sottovoce?
--Nulla.
--Bugiardo. Nulla non è una risposta. Rubieri ascoltatemi--diss'ella
seria--se io so che voi, mi avete disobbedita non mi vedete più nè
viva, nè morta, e anche la Venere resterebbe a mezzo.
--Ah questo è proprio assolutamente troppo.
--Mi promettete di non andarla a trovare?
--Ma che v'importa, Nanà, che v'importa?--domandava ansiosamente lo
scultore che non giungeva ancor a spiegar a sè stesso quel fenomeno.
--Nulla, ma non voglio. È un puntiglio. Voi dovete cedere. Io non sono
avvezza a non veder cedere. Sono otto giorni che noi ci conosciamo. Se
non cedete nei primi otto giorni, quand'è che vorreste cominciare? Me
lo promettete?