CAPITOLO LX.

Di ciò che vedemmo nell’Isola di Lampadusa, e di un bello miracolo di

Nostra Donna di Valverde.

Di là in avanti, e appresso che noi avemmo preso nell’Isola di Cipri

acqua fresca, ed altre piccole nostre necessitadi, e che la tormenta

fu cessata, noi partimmo di là, e venimmo a un’altra Isola, che l’uomo

appella Isola di Lampadusa. E là discendemmo a terra, e prendemmo gran

quantità di conigli, e là pure trovammo un eremitaggio iscavato entro

le rocce, ed un bel giardino, il quale era impiantato d’olivi, e fichi,

e ceppi di vite, e più altri alberi fruttiferosi: e ci avea una bella

fontana d’acqua dolce, il cui rivolo defluiva fresco fresco per mezzo

il giardino del romitaggio. Il Re e la sua compagnia andarono sino al

capo di quel giardino, e lo cercarono attentamente, e così insieme vi

trovammo uno oratorio, di cui la prima vôlta era bianca di calce, e

sopravi una bella croce di terra vermiglia; ed in un’altra vôlta più

avanti trovammo due corpi morti, i quali avevano le mani incrociate

sul petto, e dell’ossa loro non ci avea più che le costole le quali

s’intertenessero. Ed erano quegli scheletri volti verso Oriente così

com’egli è costume disporre gli altri morti fuggiti in terra. E quando

noi avemmo ben veduto per tutto, il Re e la sua compagnia ritiraronsi

nella nave. Or sappiate che quando noi vi fummo rientrati, ci fallì

l’uno de’ marinai; donde il Comito si pensò in lui, ch’elli sapeva

bene lo quale era, e com’egli volesse dimorare colà per essere e vivere

quindi innanzi penitente e romito. E per ciò il Re a l’avventura fece

lasciare tre sacca piene di biscotto sulla riva di quell’isola erma,

affinchè il marinaio, che eravi dimorato, li trovasse e ne vivesse

per alcun tempo. Poco appresso arrivò un’avventura in mare nella nave

di Messer d’Argones, il quale era l’uno dei più possenti Signori

di Provenza: ciò è ch’essendo egli una mattinata in suo letto, il

Sole colpivalo sovra ’l viso per un pertugio. Allora il detto Messer

d’Argonne appellò uno de’ suoi scudieri, e gli disse che andasse a

stoppare il pertugio per ove traforava il Sole: e lo scudiero, veggendo

ch’e’ non poteva istopparlo di dentro, uscì della nave, e si mise

all’opera nel di fuori, e così andando tentone, gli fuggì un piede, ed

egli cadde nell’acqua. Tantosto ch’e’ fu caduto, la nave si allontanò,

e non ci avea punto di picciole barche accostate con che poterlo

soccorrere. Noi lo vedemmo da lunge stando sul cassero della galea del

Re, la quale veniva appresso ben mezza lega lontano dalla nave donde

elli era caduto. Tuttavolta pensavamo che ciò fusse stato qualche cosa

caduta in mare, perchè quello scudiero non si moveva nè si âtava in

nissuna guisa. E quando noi l’avemmo appercepito di presso, l’uno de’

navicelli del Re lo raccolse, e lo frammise nella nostra nave, nella

quale dopo d’essere stato raccolto, ci contò egli come era caduto. E

noi gli domandammo, come era ciò ch’egli non s’âtasse altrimenti nè a

nuotare, nè a gridare o a far cenno alle genti della nave. Ed egli ci

disse che non avea nullo bisogno di farlo, perchè, in cadendo, egli

s’era gridato: _Ah! Nostra Donna di Valverde!_ di che la buona Santa

Madre Maria lo sostenne per le spalle, e lo sorresse sino a tanto

che la galea del Re fu arrivata a lui. E nell’onore della benedetta e

miracolosa Vergine e Madre, io ho fatto pingere di ritratto nella mia

Cappella a Gionville il detto miracolo, ed anche nelle vetrate della

Chiesa di Blecorto ècci alluminato per memoria.

La sesta crociata ovvero l'istoria della santa vita e delle grandi cavallerie di re Luigi IX di Francia · 第 81 / 97 题