Di ciò che vedemmo nell’Isola di Lampadusa, e di un bello miracolo di
Nostra Donna di Valverde.
Di là in avanti, e appresso che noi avemmo preso nell’Isola di Cipri
acqua fresca, ed altre piccole nostre necessitadi, e che la tormenta
fu cessata, noi partimmo di là, e venimmo a un’altra Isola, che l’uomo
appella Isola di Lampadusa. E là discendemmo a terra, e prendemmo gran
quantità di conigli, e là pure trovammo un eremitaggio iscavato entro
le rocce, ed un bel giardino, il quale era impiantato d’olivi, e fichi,
e ceppi di vite, e più altri alberi fruttiferosi: e ci avea una bella
fontana d’acqua dolce, il cui rivolo defluiva fresco fresco per mezzo
il giardino del romitaggio. Il Re e la sua compagnia andarono sino al
capo di quel giardino, e lo cercarono attentamente, e così insieme vi
trovammo uno oratorio, di cui la prima vôlta era bianca di calce, e
sopravi una bella croce di terra vermiglia; ed in un’altra vôlta più
avanti trovammo due corpi morti, i quali avevano le mani incrociate
sul petto, e dell’ossa loro non ci avea più che le costole le quali
s’intertenessero. Ed erano quegli scheletri volti verso Oriente così
com’egli è costume disporre gli altri morti fuggiti in terra. E quando
noi avemmo ben veduto per tutto, il Re e la sua compagnia ritiraronsi
nella nave. Or sappiate che quando noi vi fummo rientrati, ci fallì
l’uno de’ marinai; donde il Comito si pensò in lui, ch’elli sapeva
bene lo quale era, e com’egli volesse dimorare colà per essere e vivere
quindi innanzi penitente e romito. E per ciò il Re a l’avventura fece
lasciare tre sacca piene di biscotto sulla riva di quell’isola erma,
affinchè il marinaio, che eravi dimorato, li trovasse e ne vivesse
per alcun tempo. Poco appresso arrivò un’avventura in mare nella nave
di Messer d’Argones, il quale era l’uno dei più possenti Signori
di Provenza: ciò è ch’essendo egli una mattinata in suo letto, il
Sole colpivalo sovra ’l viso per un pertugio. Allora il detto Messer
d’Argonne appellò uno de’ suoi scudieri, e gli disse che andasse a
stoppare il pertugio per ove traforava il Sole: e lo scudiero, veggendo
ch’e’ non poteva istopparlo di dentro, uscì della nave, e si mise
all’opera nel di fuori, e così andando tentone, gli fuggì un piede, ed
egli cadde nell’acqua. Tantosto ch’e’ fu caduto, la nave si allontanò,
e non ci avea punto di picciole barche accostate con che poterlo
soccorrere. Noi lo vedemmo da lunge stando sul cassero della galea del
Re, la quale veniva appresso ben mezza lega lontano dalla nave donde
elli era caduto. Tuttavolta pensavamo che ciò fusse stato qualche cosa
caduta in mare, perchè quello scudiero non si moveva nè si âtava in
nissuna guisa. E quando noi l’avemmo appercepito di presso, l’uno de’
navicelli del Re lo raccolse, e lo frammise nella nostra nave, nella
quale dopo d’essere stato raccolto, ci contò egli come era caduto. E
noi gli domandammo, come era ciò ch’egli non s’âtasse altrimenti nè a
nuotare, nè a gridare o a far cenno alle genti della nave. Ed egli ci
disse che non avea nullo bisogno di farlo, perchè, in cadendo, egli
s’era gridato: _Ah! Nostra Donna di Valverde!_ di che la buona Santa
Madre Maria lo sostenne per le spalle, e lo sorresse sino a tanto
che la galea del Re fu arrivata a lui. E nell’onore della benedetta e
miracolosa Vergine e Madre, io ho fatto pingere di ritratto nella mia
Cappella a Gionville il detto miracolo, ed anche nelle vetrate della
Chiesa di Blecorto ècci alluminato per memoria.