Come col Re femmo vela per ritornare in Francia, e delle malenanze che
ci incolsero presso Cipri.
Tutta la Quaresima il Re fece apprestare il naviglio per rivenirne
in Francia, donde egli ci avea quattordici che navi che galee: e la
vigilia della festa di San Marco appresso Pasqua, il Re e la Reina si
raccolsero nella lor nave, e tutto il navile uscendo di stallo cominciò
con buono e secondevole vento a prender l’abbrivo sul mare[87]. E mi
disse il Re ch’egli era nato nel proprio giorno di San Marco; ed io gli
soggiunsi, ch’elli poteva bandire che se allora c’era nato, ora c’era
rinato, poichè in tal dì iscapolava di quella perigliosa terra ove noi
eravamo dimorati sì lungamente.
Il Sabbato inseguente arrivammo sull’Isola di Cipri, e ci aveva una
montagna appresso l’Isola che l’uomo appellava la montagna della Croce,
alla quale montagna si potea conoscere da lunge che si approssimava
alla detta Isola di Cipri. E sappiate che quello Sabbato sul vesperare
si levò un grande nebbione, il quale della terra discese sul mare, e
lo abbuiò talmente che i marinieri pensarono essere assai più lunge
dall’Isola ch’essi non erano veramente: di che perderono la montagna
di vista, la quale si stinse entro la tenebra del caligato. Ed in così
avvenne che, nello intento di arrivare di buon otta all’Isola, i nostri
marinai s’isforzarono di navigare a gran vigore di braccia, perchè
sprovvedutamente andammo ad abbordare su una coda di sabbia ch’era poco
sotto mare; e se per avventura non ci fossimo così arrenati, saremmo
andati ad urtare a di grandi rocce canterute ch’erano colà presso
nascose, e vi saremmo stati tutti pericolati e sommersi. Con tutto ciò
fummo noi a grande disagio là ove eravamo atterrati, perchè ciascuno si
pensò d’essere annegato e perduto e che la galea si fendesse. Il Piloto
gittò allora suo piombino in mare, e trovò che la nave non era punto
arrenata e che l’acqua bastava a rigallarla, di che ciascuno cominciò
a rallegrarsi ed a renderne grazie a Dio. E ce n’avea molti prostesi
dinanzi il Sacrosanto Corpo di Nostro Signore ch’era in vista sulla
nave, gridando perdono a Dio poichè ciascuno s’attendeva alla morte.
E tantosto ch’elli fu giorno noi vedemmo gli scogli, ai quali noi
avremmo urtato senza fallo se non fusse stato la fortuna del piaggione
di sabbia che c’impigliò. Come venne il mattino il Re inviò cherère
i Maestri Piloti delle navi, e questi ammenarono con loro quattro
palombari o mergoni, i quali son genti che vanno a nuoto al fondo
dell’acqua come e’ pesci. Li quali quattro palombari furono dai Maestri
suddetti fatti scendere in mare là indiritta dove la nave toccò fondo.
E costoro capolevarono, e poi passarono per di sotto la nave ov’era
il Re con noi altri. E quand’essi risortirono dell’acqua furono uditi
tutti quattro spartitamente per sapere ciò ch’essi vi avean trovato. Ma
ciascuno d’essi rapportò che al luogo ove s’era urtata la nostra nave,
la sabbia avea ischeggiato per ben tre tese ed amminuito la carena su
che era la nave fondata. E quando si furo uditi rapportare così, il Re
e tutti noi ne rimanemmo alquanto ismarriti e pensosi: perchè il Re
domandò ai Maestri quale consiglio donerebbono essi di quella cosa:
ed i Maestri nocchieri gli dissero: Sire, per tutto consiglio, se ci
volete credere, voi discenderete di questa nave in un’altra; perchè
noi bene intendiamo come, poi che il suo fondamento ha sofferto tale
urto quale avete udito, ne debbano essere stati altresì iscommessi gli
armamenti delle costole, e per ciò dubitiamo grandemente che, quando
verrà in mare alto, non possa la nave durare il colpo dei flutti
senza ch’ella perisca. Perchè tale esempio ne abbiamo noi veduto,
quando voi partiste di Francia, d’un’altra nave che aveva similmente
urtato e sofferto un tale stroscio come ha questa qui; e quando essa
fu in alto mare non potè bastarvi contro i colpi delle onde, e ne fu
isconfitta e spezzata, e ne annegarono quelli che v’eran dentro, senza
che altri ne iscampasse fuorchè una giovine donna col suo fantino che
tenea in collo, li quali d’avventura dimorarono su l’uno dei tavoloni
della nave, che l’acqua poi menò a riva. E quando il Re ebbe udito
ciò ch’e’ Piloti gli avevano consigliato e dato in esempio, io stesso
testimoniai ch’essi dicevano il vero; perchè io avea veduti la donna
e il fanciullino che erano arrivati davanti la Città di Bafa, e li
vidi nella magione del Conte di Gioigny, il quale ve li faceva nodrire
per lo amore di Dio. Allora il Re appellò le genti di suo Consiglio
per sapere ciò che era da farsi: e tutti gli consigliammo di fare
ciò a punto che gli uomini sperti di mare gli avevano consigliato.
Allora chiamò il Re i Piloti di nuovo e domandò loro, sopra la fede e
lealtà ch’essi gli dovevano, se la nave fusse loro, e fusse piena di
mercatanzie, s’essi ne discenderebbono o no. Ed essi risposero tutti
insieme che mai no, e che in tal caso amerebbero meglio di mettere
loro corpi in avventura di morte che di lasciar perdere una tal nave,
che sarebbe ai medesimi costata ben quaranta o cinquanta mila lire. E
perchè, soggiunse il Re, mi consigliate voi dunque ch’io ne discenda?
E quegli risposero: Sire, voi e noi non è già tutt’uno, nè pari è la
posta, perchè oro nè argento non potrebbe esser sì tanto ch’elli fusse
pregiato nè estimato come il corpo di voi, di madama la Reina vostra
sposa e de’ vostri tre figliuoli che avete qui, e pertanto non vi
consiglieremmo giammai che vi metteste in tale risico ed avventura. Or
vi dirò io, soggiunse il Re, il mio consiglio ed avviso. Se io discendo
di questa nave, egli ci ha qui dentro cinque o seicento persone, le
quali dimoreranno nell’isola di Cipri per la paura del periglio della
nave ove sono i loro corpi; chè non ci ha alcuno che non ami altanto
suo corpo com’io fo il mio; e, se una fiata vi discendono, giammai
non avranno speranze di ritornare in loro paese non bastando a pagarne
il nàvolo; pertanto vi dico ch’io amo meglio mettere me, la Reina e’
figliuoli nelle mani e nella santa guardia di Dio, che di apportare un
tanto dannaggio a sì gran popolo come egli ha qui dentro.
Ed il gran male e dannaggio che ’l Re arebbe fatto s’elli fusse disceso
bene ci apparve in Messer Oliviero di Termes il possente Cavaliero, il
quale era in quella nave dov’era il Re; il quale Messer Oliviero era
l’uno de’ più valenti e de’ più arditi uomini ch’unqua io conoscessi
in Terra Santa. Tuttavolta non osò egli dimorare, e si discese
nell’Isola: ed allora avvenne che, sebbene fusse un grande e notabile
personaggio e molto ricco d’avere, egli vi trovò tanto d’impedimenti
e di disturbanze, ch’e’ fu più di un anno e mezzo avanti che potesse
rivenire di verso il Re. Ora intendete dunque che mai arebbono potuto
fare tanti piccoli personaggi, i quali non aveano di che pagare
nè finire ai tributi, visto che sì gran ricco uomo ci avea dovuto
interporre sì lungo soprastamento.
Appresso che Dio ci ebbe stratti di quel periglio, ove noi eravamo così
stati davanti l’Isola di Cipri, noi entrammo in un altro non minore.
Perchè si levò egli in mare un vento sì terribile e maraviglioso, che
a forza e malgrado nostro ci rigettava tuttavia sull’Isola di Cipri
che noi avevamo già trapassata. Gittarono perciò i marinieri quattro
delle loro àncore in mare, ma unqua non seppero arrestare la nostra
nave sino a che la quinta di soccorso non ci fu gittata. E ben sappiate
ch’egli ci convenne abbattere i paretelli della camera dove si teneva
il Re, ed era tale il tifone che in essa nissuno osava tenersi ritto di
paura che le folate sferratole nol rapissero in mare. Perchè la Reina
montò a quella camera dove ella credeva trovare il Re, e non vi trovò
che Messer Gillio il Bruno Connestabile di Francia, e me, che vi ci
tenevamo bocconi. E quando io la vidi, le domandai che volesse; ed Ella
rispose che domandava il Re per pregarlo ch’e’ volesse fare qualche
voto a Dio od a’ suoi Santi, affinchè noi potessimo essere liberati
della tormenta, da che i marinai le avevano detto che noi eravamo
in gran pericolo di annegare. Ed io le dissi: Madama, promettete di
fare il viaggio a Monsignore San Nicolao di Varengavilla, ed io mi
fo forte che Dio ci renderà in Francia a salvezza. Allora Ella mi
rispose: Ah! Siniscalco, io arei paura che ’l Re non volesse ch’io
facessi il viaggio, e che per ciò nol potessi accompire. Almeno,
Madama, promettetegli che, se Dio vi renda in Francia salvamente,
voi gli donerete una nave di cinque marchi d’argento per lo Re, per
voi, e pe’ vostri figliuoli: e se in così il fate, io vi prometto ed
assevero che alla preghiera di San Nicolao Dio vi renderà in Francia a
salvamento: ed io prometto quanto a me, che ove ritorni a Gionville, ne
l’anderò vedere sino al luogo suo a piè e tutto scalzato. Allora ella
promise a San Nicolao di offerirgli la nave d’argento, e mi richiese
ch’io gliene entrassi mallevadore siccome feci. E poco stante Ella
ritornò a noi, e ci venne dire che Dio, alla supplicazione di San
Nicolao, ci avea guarentiti di quel periglio. E qui sappiate che la
Reina, quando fu ritornata in Francia, fece fare la nave ch’ella aveva
promessa a Monsignore San Nicolao, e ci fe’ rilevare il Re, lei, ed i
tre figliuoli, i marinai, l’albero, i cordaggi, ed i governali tutti
d’argento, od acconci a fila d’argento. La qual nave ella m’inviò,
mandandomi ch’io la recassi offerere a Monsignore Santo Nicolao, e
così feci; ed ancora dopo lungo tempo ve l’ho io vista, allorchè sono
stato della comitiva che ha menata la sorella dello Re attuale al Re di
Lamagna[88].
Or riveniamo al proposito là ove noi eravamo nel mare, e diciamo che
quando il Re vide che noi eravamo sfuggiti da que’ due grandi pericoli,
egli si levò sul palco della nave, ed essendo io là presente e tuttavia
a lui dinanzi mi va a dire: Or riguardate, Siniscalco, se Dio non ci
ha ben mostrata sua gran possanza, quando per uno vento piccolino e
che non è pure de’ quattro venti maestri in mare, il Re di Francia, la
Reina, e’ figliuoli suoi e tanti altri grandi personaggi hanno pensato
esserne tutti insieme sommersi. Con tutto ciò io ne lo lodo, e so che
grandi grazie gliene debbiamo ben rendere. E già sappiate, Siniscalco,
che quando tali tribolazioni avvengono alle genti, od altre miserevoli
fortune di malattie, elleno sono, per buono avviso dei Santi, le
minacce del male e le sommosse al bene di Nostro Signore. E per ciò io
vi dico, seguitava il buon Santo Re, che li risichi là ove noi siamo
stati, sono altresì minacce di Iddio, il quale per essi mostra dirci:
Or vedete voi bene che, s’io avessi voluto, vi sareste tutti pericolati
nell’acque e annegati. Di che è a trarne documento di guardare bene
e finamente s’egli ci abbia in noi cosa dispiacente a Dio Creatore, e
s’ella v’è, sì appercepita l’abbiamo, e sì tosto la dobbiamo rigettare
ed espellere. E se così faremo egli ce ne amerà e ci guarderà tuttavia
da sciagure; e se faremo il contradio, appresso ch’egli ci avrà
misericordevolmente minacciati, invierà sovra noi qualche gran male o
di morte, o di dannaggio nel corpo, ovvero ci lascierà nello ’nferno
discendere perdurevolmente in eterno. Ed anche seguitava il buon Re
San Luigi: Siniscalco, il sant’uomo Job diceva a Dio: Sire Iddio, e
perchè ci minacci tu? se la minaccia che tu ne fai non è punto per
tuo prode e per tuo vantaggio? poichè, se tu ne avessi tutti perduti,
tu non ne saresti già più povero, ed in così non più ricco se tutti
salvati? Certo dunque il tuo minacciare è per nostro profitto, non per
tuo, quando noi il sappiamo conoscere e intendere. Donde dobbiamo anche
una volta vedere che le minacce non la percossa della sciagura esce
dallo amore di Dio benedetto per noi, il quale ci vuole così per via di
penitenza ammenare a gloria e a salvezza. Per tanto dunque, Siniscalco,
pentiamoci di nostre colpe, e ristoriamo i demeriti, e saremo saggi.