CAPITOLO LXI.

Come finalmente scendemmo al porto di Yeres in terra di Provenza, e di

ciò che ivi avvenne.

Alla fine di dieci settimane, in che noi fummo in mare navigando,

arrivammo al porto di Yeres, davanti il castello che era al Conte di

Provenza, il quale fu dappoi Re di Sicilia. E la Reina, e tutto il

Consiglio del Re lo pregarono ch’ei là discendesse poi ch’egli era

nella terra di suo fratello. Ma il Re disse ch’elli non discenderebbe

punto, sin tanto ch’e’ non fusse in Acquemorte che era sua terra. E

sovra questo disparere ci tenne il Re il mercoledì e il giovedì, senza

che nullo lo potesse fare accordare a discendervi. E il venerdì, come

il Re era assiso su l’uno de’ seggi della nave, egli mi appellò, e mi

domandò consiglio s’egli si doveva discendere, o no. Ed io gli dissi:

Sire, e’ mi sembra che voi deggiate discendere senza fallo, perchè

una fiata Madama di Borbone salita in questo porto medesimo non si

volle discendere, anzi si rimise sopramare per andare ad Acquemorte:

ma ella a suo gran disagio dimorò ben sette e più settimane sul mare

per lo tempo che vi durò contradioso. E adunque il Re a mio consiglio

s’accordò di discendere a Yeres, donde la Reina e la Compagnia furono

molto paghi e gioiosi.

Nel Castello di Yeres soggiornammo il Re, la Reina, i figliuoli loro

e noi tutti domentre che si procacciavano de’ cavalli per venircene in

Francia. L’Abbate di Cluny, che fu dappoi Vescovo d’Oliva, inviò al Re

due palafreni, l’uno per lui, l’altro per la Reina; e dicevasi allora

ch’e’ valevano bene ciascuno cinquecento lire. Or quando il Re ebbe

accettati que’ due bei cavalli, Messer lo Abbate richiesegli ch’elli

potesse parlare con lui la dimane toccante li suoi affari. Ed il Re

glielo ottriò. E quando venne il domani, lo Abbate parlò al Re, il

quale lo ascoltò lungamente ed a gran piacere. E quando quello Abbate

se ne fu partito, io domandai al Re s’egli soffrirebbe ch’io volessi

conoscere da lui qualche cosa; ed egli mi rispose che sì. Adunque

io gli domandai: Sire, non è egli forse vero che voi avete ascoltato

Messer lo Abbate così lungamente per lo dono dei suoi due cavalli? E

il Re da capo mi rispose: che sì certamente. Ed io allora gli dissi

ch’io m’era ardito d’indirizzargli tale domanda affinch’egli difendesse

alle genti di suo Consiglio giurato, che quand’essi arriverebbero in

Francia, non prendessero niente da quelli che avessero per bisogne

a venir loro davanti: perchè siate certano, Sire, dissi io, che, se

essi prendono, ne ascolteranno più diligentemente e più lungamente i

donatori così come voi avete fatto dello Abbate di Cluny. Allora il Re

appellò tutto suo Consiglio, e loro contò in ridendo la domanda ch’io

gli avea fatta, e la ragione d’essa domanda; ma non meno per ciò gli

rispuosono i Consiglieri ch’io gli aveva dato un savio e bontadioso

consiglio.

Ora sappiate che a Yeres correan novelle di un Cordigliere molto

valente, il quale andava predicando per mezzo il paese, e si appellava

Fra Ugo. Perchè il Re s’ismosse nel volerlo vedere ed udir parlare.

E il giorno istesso ch’elli arrivò a Yeres noi andammo davanti il

suo cammino, e vedemmo che una gran quantità d’uomini e di femmine

lo andavano accompagnando e codiavanlo tutti a piè. Quando ci fummo

accontati, il Re lo fece predicare, ed il primo Sermone ch’egli fece fu

sulle genti di religione ch’e’ cominciò a biasmare, per ciò che nella

compagnia del Re ce n’era a gran numero: e diceva ch’essi non erano

punto in istato di salvarsi, ove non mentissero le Sante Scritture,

il che non poteva esser vero: perchè le Sante Scritture dicono che

un Religioso non può vivere fuor del suo chiostro senza cadere in

più peccati mortali, niente più che il pesce non saprebbe vivere fuor

dell’acqua senza morire. E la ragione era perchè i Religiosi, i quali

seguono le Corti dei Re, bevono e mangiano più fiate diversi vini e

vivande di quel che farebbono s’egli fussero nel loro chiostro. Donde

avviene che l’agio ch’essi ne prendono li invita a peccare meglio che

s’essi menassero austerità di vita. Appresso cominciò egli a parlare al

Re, e gli donò a tenere per insegnamento che s’elli voleva lungamente

vivere in pace ed a grado del suo popolo, ch’elli fosse dritturiere:

e diceva che avea letto la Bibbia e gli altri Libri della Scrittura

Santa, ma che giammai non avea trovato (fusse ciò tra Principi ed

uomini Cristiani o tra miscredenti) che nulla terra o signoria fusse

stata trasferita nè mutata per forza da uno ad altro Signore, fuorchè

per falta di far giustizia e drittura. Per ciò, disse il Cordigliere,

si guardi bene il Re qui presente ch’egli faccia bene amministrar

giustizia a ciascuno in suo Reame di Francia, affinch’e’ possa sino

a’ suoi ultimi di vivere in buona pace e tranquillità, e Dio non gli

tolga il reame a suo danno e vergogna. Il Re per alquante fiate lo

fece pregare ch’e’ dimorasse con lui almeno sin ch’e’ soggiornasse in

Provenza, ma sempre gli fece rispondere ch’egli punto non dimorerebbe

nella compagnia dei Re. Pertanto quel Cordigliere non fu che un giorno

con noi, e la dimane se ne andò contramonte. Ed ho poi udito dire,

ch’egli giace a Marsiglia, là ove Dio gli permette fare di molti bei

miracoli.

La sesta crociata ovvero l'istoria della santa vita e delle grandi cavallerie di re Luigi IX di Francia · 第 82 / 97 题