Come il buon Re, saputo la morte di Madama sua Madre, accogliesse il
pensiero di ritornare in Francia.
Tantosto appresso, il Re essendo a Saetta ebbe novelle che Madama
sua Madre era morta. Donde elli menò si gran duolo ch’egli fu per due
giorni in sua camera senza ch’uomo potesse parlargli. Ed appresso i due
giorni passati, egli m’inviò cherére per uno dei Valetti di camera,
e quando gli fui davanti, gridò e, stendendomi le braccia, cominciò
a dire: Ah! Siniscalco, io ho perduto la mia buona Madre! ed io lo
interruppi soggiugnendo: Sire, io non me ne isbaisco punto, poichè
tutti sappiamo ch’ella, sendo nata, aveva pure una fiata a morire. Ma
ben io mi meraviglio del grande ed oltraggioso duolo che voi ne menate,
voi, dico, che siete a dritto tenuto tanto savio Principe. E voi ben
sapete, seguitai io, che il Saggio dice, come il misagio che il valente
uomo ha in suo cuore, non gli deggia apparire al viso, sicchè altri il
conosca: perchè colui, che lo fa apparire, dona gran gioia a’ nimici
suoi, ed agli amici pena e iscorruccio. E così di parole in parole il
venni un poco appaciando: ed allora egli fece fare oltre mare molti bei
servigi per l’anima della fu buona Dama sua Madre, e similmente inviò
in Francia un gran forziere caricato di gioielli e pietre preziose alle
Chiese di Francia con lettere missive, nelle quali invitava i prelati
ch’e’ volessono pregare a Dio per lui e per la detta Dama sua Madre.
Ben tosto appresso il Re volle dar ordine alle sue bisogne, e sapere
s’egli doveva ritornarsene in Francia, od ancora dimorare colà. E
in così ch’egli era su questo proposito, tuttavia istando a Saetta,
ch’egli avea pressochè asserragliata interamente, appellò il Legato
ch’era con lui, e gli fece fare alquante processioni, richerendone a
Dio che gli desse a conoscere lo quale farebbe meglio di suo piacere,
o dello andarsene in Francia o del dimorare colà. Un poco appresso
che le processioni furono fatte, io era andato un cotal dì coi Ricchi
Uomini del paese a diportarmi in un pratello; quando il Re mi fece
appellare, ed era il Legato con lui; ed allora mi va a dire esso Legato
alla presenza del Re: Siniscalco, il Re si loda grandemente dei buoni
ed aggradevoli servigi che voi gli avete fatto, e forte desidera il
vostro pro e il vostro onore, e mi fa dirvi, affinchè ne prendiate in
vostro cuore alcun solazzo di gioia, che sua intenzione è d’andarsene
in Francia di dentro Pasqua che viene. E adunque io gli risposi che
Nostro Signore Iddio il lasciasse fare alla sua buona volontà. Dopo
queste parole il Legato si partì d’insieme il Re, e mi pregò ch’io gli
facessi compagnia sino al suo alloggiamento: ciò ch’io feci volentieri.
E là mi fece entrare nella sua guardaroba, e poi cominciò a lagrimare,
e presomi per le mani, mi disse: Siniscalco, io son ben gioioso, e
rendone grazie a Dio di che abbiate così isfuggito tanti e sì grandi
pericoli, da poi che voi siete stato in questa terra; ma d’altra parte
io sono molto tristo e dolente di cuore ch’elli mi convenga lasciare
le vostre buone e sante compagnie per ritornarmene in Corte di Roma,
intra gente così disleale come ci ha[86]. Ma io vi dirò, mia intenzione
è di dimorare ancora un anno appresso voi in Acri, per dispendervi
tutti li miei danari a farvi acchiudere ed accerchiare il sobborgo,
affinchè, quando ne sarò così tutto scusso, non mi possa venir uomo a
impugnare di rimbrotti, e di accuse, quasi n’abbia fatto civanzo. Ed
io, dipartendomi, il confortai che mettesse adunque ad effetto la sua
intenzione.
Quando io fui ritornato di verso il Re la dimane comandò che mi
armassi co’ miei Cavalieri, e quando fummo tutti armati venni a lui
chiedendogli che gli piaceva ch’io facessi; ed egli allora mi disse
ch’io menassi la Reina e’ figliuoli suoi sino a Sur, là per ove ci
avea ben sette leghe: e di ciò non lo volli punto disdire non ostante
che gran periglio ci fusse a passare, perchè non avevamo noi allora
notte e giorno nè tregua nè pace, nè cogli Egiziani nè con quelli di
Damasco. Con tutto ciò noi partimmo e venimmo la mercè di Dio tutto in
pace e senza alcuno impedimento in Sur anzi l’otta del sonno. Tantosto
appresso il Patriarca ed i Baroni del Paese, i quali lungamente avevano
accompagnato il Re, veggendo ch’elli aveva accerchiata Saetta di
grandi mura, e fatte fare grosse torri, e fosse iscavare di dentro e di
fuora, se ne vennero a lui, e gli resero umilmente grazie e lodi dei
grandi beni, onori, e piaceri che loro avea fatti nella Santa Terra;
perchè egli vi avea fatto rimurar di nuovo oltre Saetta, Cesarea e
Giaffa, ed avea rafforzata la Città d’Acri di grandi muraglie altresì
e di grosse torri. E gli dissero: Sire, noi vediamo ben chiaramente,
che la vostra dimora con noi più non ci appartiene, e ch’ella non
può durare più oltre, così che ne venga oggimai maggior profitto al
Reame di Gerusalemme; per ciò noi vi consigliamo tutti insieme che ve
n’andiate in Acri, e là cominciate a far mettere su e ad appuntare il
vostro passaggio allo ’ntorno di questa Quaresima, perchè voi possiate
ritornare in Francia securamente. E così per tale consiglio il Re si
partì da Saetta tranquillo in suo cuore, e se ne venne a Sur, là ove
noi avevamo ammenato la Reina e figliuoli; ed all’entrata di Quaresima
venimmo in Acri tutti insieme.